della stanza N. 8 dell'_Albergo Vittoria_ e presentava al principe T.
un cartello firmato Morosini espresso in questi termini: "Io accettai
la vostra sfida e vi sto aspettando alla porta dell'albergo nella mia
gondola. Ho meco delle armi ma se non vi convenissero, portate le
vostre. I padrini stabiliranno le condizioni del duello".
Alzatosi il principe e fatto chiamare Attilio lo presentò al secondo
di Morosini ed in pochi minuti le condizioni furono fissate.
Armi: pistole. Distanza: venti passi. Facoltà di marciarsi incontro,
sparando a volontà.
Il sito era dietro i murazzi, ove i contendenti potevano recarsi
subito, essendo tale il piacimento dello sfidato.
In verità se s'ha a morire od ammazzare è meglio si faccia subito
poiché anche alle anime più risolute tanto una cosa che l'altra
ripugna e quindi si desidera abbreviare il termine della decisione.
Cosa diavolo dirò del duello? Io fui sempre d'avviso che fosse
vergognoso il non potersi intendere senza uccidersi ma d'altra parte,
tocca a noi, iloti ancora dei prepotenti della terra, paria
dell'Europa, a predicare la pace individuale e generale? a noi, il
perdono dell'oltraggio! a noi! così oltraggiati da tutti! a noi cui è
vietato di passeggiare sulla nostra terra!? di fregiarci delle nostre
glorie!? A noi calpestati nei nostri diritti, nella nostra coscienza e
nel nostro onore dalla più vile scoria della nazione nostra!? A noi,
che per vivere, per essere considerati, protetti, ci bisogna
prostituirci!? Via! non duelli quando saremo costituiti, ben governati
e godremo nei nostri diritti all'estero ed all'interno ma di fronte
alla prepotenza, all'arbitrio e al privilegio no! non si può
patrocinare la pace.
Intanto vogano verso i murazzi le gondole che portano i contendenti.
Uscite da Malamocco costeggiano per un pezzo l'argine immenso
costrutto dalla Repubblica, contro le furie dell'Adriatico e sbarcano
finalmente alla spiaggia esterna e deserta che fuori dei murazzi è a
secco quando gl'impetuosi bora o scirocco stanno in riposo. Saltarono
sulle sabbie, scelsero un sito a proposito, e dopo aver misurato i
venti passi i secondi porsero le pistole agli avversari che si
collocarono sui due segni marcati nell'arena. Attilio doveva batter
tre volte palma a palma ed alla terza i combattenti potevano avanzare
e far fuoco a volontà.
Già i due colpi eran battuti e le mani erano alzate per il terzo segno
quando una voce dal lido, ove si trovavano le gondole gridò: "Fermi!"
ed i quattro volgendo lo sguardo videro uno dei gondolieri, canuto e
di aspetto venerando, che si affrettava correndo verso di loro.
"Fermi!" ripeteva ancora il vecchio venendo avanti e non si fermò se
non giunto che fu tra i due armati. Allora cominciò con voce alquanto
tremante ma maschia e sonora, tanto che pareva incompatibile col
mucchio d'anni indicato dalla sua canizie: "Fermi! figli d'una stessa
madre, l'atto che voi siete per compiere, macchierà l'uno dei due col
sangue d'un concittadino! Non potrebbe essere versato invece a prò di
questa terra infelice, cui tanto ancora resta a fare, per raggiungere
la indipendenza a cui agogna da secoli. Tra voi, il vinto morirà senza
una parola d'affetto, una benedizione de' suoi cari: il vincitore
rimarrà coll'aspide del rimorso nel cuore tutta la vita! Oh voi! che
ai lineamenti gentili io conosco nati su questa terra di pianto. Non
ha l'Italia molti nemici ancora, e non abbisogna essa di tutte le
braccia de' suoi figli per scuoter le secolari catene? Cessate dalla
lotta fratricida, ve lo chiedo, ve lo impongo in nome della madre
comune! Cessate! non rinnovate le gare antiche, retaggio fatale degli
incauti, scellerati padri vostri, che precipitarono questa bella
patria in tanta abbiezione! Tornate amici. Tornate fratelli! Domani
voi proverete allo straniero che tenterà ancora di strapparvi le
vostre sostanze e le vostre donne, chi dei due sia più valoroso".
Le onde dell'Adriatico infrangevansi contro gli scogli granitici che
arginano i murazzi con più effetto delle parole patriottiche ed
umanitarie del vecchio sull'ostinata risoluzione di quei due assetati
di sangue ed il principe, con certo piglio di dispetto, che chiariva
l'aristocratica origine intimò al vegliardo: "ritiratevi".
Si ripresero da capo i segnali, le battute di mano si seguirono, ed
alla terza gli avversarii marciarono ad incontrarsi colla pistola
armata nella destra e coll'occhio fisso l'uno sull'altro senza battere
palpebra col meditato intento dell'omicidio.
A dodici passi sparò il principe e la palla sfiorò passando la parte
destra del collo di Morosini: lo ferì e ne sgorgò il sangue, ma fu
ferita leggera. Il soldato di Calatafimi, più freddo dell'avversario,
s'avvicinò di più a forse otto passi. Sparò ed il fratello della
nostra Irene si aggomitolò cadendo sul terreno come uno straccio. La
palla gli avea traversato il cuore.
Il Sant'Ufficio dal Vaticano sorrise di quel sorriso infernale con cui
si rallegrò ogni volta che un olocausto di sangue sparso dal pugnale
della discordia bagnava questa terra infelice. E chi lo versò quel
sangue italiano? Una mano italiana, consacrata alla redenzione del suo
paese.
CAPITOLO LX
ROMA
Il due dicembre il despota della Senna, l'Imperatore-menzogna(75), il
nemico di tutte le libertà, il protettore di tutti i tiranni, dopo
diciassett'anni di perverso dominio colla stessa ipocrisia con cui la
tenne schiava, liberò la Niobe delle nazioni, la vecchia metropoli del
mondo, la dominatrice, la martire, la più grande delle glorie umane!
(75) Napoleone III (N.d.C.)
Egli fu il continuatore della vendetta universale.
Totila alla testa delle feroci sue orde conquistava Roma, la
distruggeva, ne sterminava la popolazione ed era questa giustizia di
Dio! "_Morrà di ferro chi uccide col ferro!_" Perché i romani vollero
dominare il mondo? perché dalle fertili contrade assegnate loro dalla
natura vollero scorrere tanta parte di mondo aggiogando sino le
nazioni le più remote derubandole, disertandole?
I popoli della terra portarono per contraccambio ai loro tiranni
servitù, rovine, miserie.
Il continuatore degli Attila e dei Totila non men depredatore di loro
gettossi lui pure sulla facile preda e palpitò di gioia il fallace suo
cuore mentre la stringeva tra le ugne!
Che bell'appannaggio al crescente principino!... Parodia del gran zio.
Ci vuol altro! Alle grandi opere, si richiede un alto cuore; ed il
figlio dell'ammiraglio olandese(76), sortì cuore piccino, e codardo!
Eppure in tutti gli atti della sua vita, si scorge la presunzione
d'imitare lo zio ma nello stesso tempo si vede la mancanza di energia,
di genio per l'esecuzione.
(76) Si dice il Bonaparte III figlio di un Ammiraglio Olandese.
I barbari antichi conquistarono e fecero un mucchio di rovine della
superba conquistatrice, il moderno barbaro, il devoto camuffato da
gesuita, non distrusse, non ruinò, ma considerò roba propria la grande
preda. Poi, indebolito dalle lascivie e dagli anni, scosso sino alle
fondamenta l'insanguinato suo trono dalle fallite imprese americane
ove avea tentato, il malvagio, di dare il colpo di grazia al santuario
della libertà del mondo, alla grande Repubblica, edificando alle sue
porte un impero austriaco per farsi perdonare dai coronati, la sua
origine plebea, l'apostata della Rivoluzione, mutò in parte pensiero.
Distruggere la libertà sulla superficie della terra per ottenere la
concessione d'un posticino al banchetto della tirannide!! Povera
Francia! a che fosti ridotta!
E il governo Italiano ha accettato l'eredità dell'imperatore-menzogna.
Far il birro al Negromante del Vaticano, obbligarli a soggiacere al
governo del S. Uffizio. Rinunziare alla capitale d'Italia, proclamata
dallo stesso Governo Italiano, votata e sancita dal suo Parlamento:
ecco l'opera del Governo.
Io credo che governo più codardo sia impossibile trovare nelle storie
antiche e moderne e bisogna che sia proprio destino dell'umanità che
si debba trovare accanto al bene tanto male, tante umiliazioni, tanta
perversità!
Ho detto "accanto al bene" poiché non si può negare essere
l'unificazione italiana un miracolo di bene, ad onta degli sforzi
fatti da governi e da sette più o meno nere, per trattenere, e far
retrocedere questo povero paese, impoverendolo, pervertendolo con ogni
modo di depravazioni e di menzogne.
Governo! si può egli chiamar governo quest'_agenzia di corruzione!_?
Grazie ad essa il popolo è ridotto: ad una metà comprata per aggiogare
l'altra, tenerla nel servaggio e nella miseria!
Salve! valoroso popolo del Messico! Oh! io invidio la tua costanza e
la tua bravura nella liberazione del tuo bel paese dai mercenari del
despotismo!
Accettate, coraggiosi nipoti di Colombo, dai vostri fratelli d'Italia,
un saluto alla vostra libertà redenta!
A voi s'imponeva la stessa tirannide e la spazzaste come la fantesca
spazza le immondizie. Noi soli!... garruli, pieni di preterizioni,
vani, millantando glorie, libertà, grandezze!... e legati per il
collo... imbavagliati! troppo liberi per le ciarle ma inetti a
compiere quella ricostituzione politica che sola può darci il diritto
di sedere accanto alle libere nazioni.
Tremanti dinanzi al despotismo d'un abbietto tiranno straniero, noi
non osiamo, per paura che ci castighi, passeggiare per casa nostra,
dire al mondo che siamo padroni di noi, strapparci dal fianco il dardo
che perfidamente ci ha conficcato.
E più umiliante, più degradante ancora è la condizione che il despota
straniero ci ha imposta, lasciò la preda che l'anatema del mondo gli
vietava e ne disse: Codardi! guardatela, fate da birri in vece mia, ma
non la toccate!
Oh! Roma! patria dell'anima! tu, sei veramente la sola! l'eterna! Al
disopra d'ogni grandezza umana anche oggi... sotto qualunque
degradazione! Il tuo risorgimento non può esser che una catastrofe da
mettere a soqquadro il mondo!
CAPITOLO LXI
VENEZIA ED IL BUCCINTORO
Le macchie del servaggio e le rughe della miseria il popolo alla fine
le lava e le spiana col suo sangue. La classe intelligente e ricca
dovrebbe una volta, capirlo e risparmiare all'umanità quelle orgie di
macelli, che la deturpano e la riconducono sovente alla primitiva
barbarie.
In altri tempi Venezia, seguendo l'impulso della sorella lombarda,
lavava nel sangue molti anni di umiliazioni e di servaggio. Non così
ora. Essa sorge dalla dominazione straniera, non per propria, ma per
altrui virtù.
Oh! fosse almeno la libertà sua raggiunta per opera, per coraggio dei
fratelli, pazienza! Ma chi la redime sono vittorie di stranieri.
Sadowa, gloria Prussiana, ha liberato Venezia! e la nazione italiana a
niuno chiede ragione di tanto sfregio!
Eppure le nazioni, come gli individui, abbisognano di dignità per
vivere e più della vita dell'anima abbisognano che non della vita del
ventre a cui ci vogliono condannare i reggitori nostri.
Un giorno la regina dell'Adriatico portava il suo superbo leone nel
lontano oriente, rintuzzava il conquistatore Ottomano e vi dettava la
legge. I monarchi dell'Europa, collegati e sorretti dalle gelose
italiane repubbliche, movevan compatti contro le lagune ed eran
respinti dai coraggiosi repubblicani. Chi riconosce oggi quei fieri
concittadini di Dandolo e dei Morosini? Per liberarsi, abbisognano
dello straniero. Liberi si gettano nelle file delle raschiature di
Seiano(77), setta propensa a tutte le umiliazioni! a tutti gli
obbrobrii!
(77) Così Guerrazzi chiama i moderati.
Come la tirannide trasforma le più nobili creature in abietti
ermafroditi! e non siete soli o veneti! Tali ho pur veduto i
discendenti di Leonida e di Cincinnato.
La schiavitù imprime sulla fronte dell'uomo un marchio tale d'infamia
e di depravazione da renderlo irriconoscibile da confonderlo coi beati
abitatori delle foreste.
Eppure, umiliato come fu ed è ancora, il popolo italiano non dimentica
i suoi divertimenti, le sue feste. "Pane e giuochi" esso grida ai
nuovi tiranni come già gridava agli antichi. Ed il prete in ispecie
per compiacerlo, per ingannarlo e corromperlo, si è ravvolto in un
ammasso di pompe e di cerimonie da oltrepassare tutto quanto ci narra
la storia dello sfarzo in cui gli impostori dell'antichità si
avviluppavano.
Non parlate di politica, non ci pensate! pagate e spogliatevi di buona
grazia per grassamente mantenere i vostri scorticatori. Poi, di
giuochi, di divertimenti, di prostituzioni ve ne lasceremo a dovizia.
Le sponsalizie del mare erano delle cerimonie predilette del popolo di
Venezia, quando questo popolo era padrone di sé, aveva un governo
proprio e questo governo era presieduto dal Doge.
Nel giorno prefisso per la festa il Buccintoro, la più splendida
galera della repubblica, mirabilmente adorno e imbandierato,
risplendente di arazzi e di dorature con a bordo il Doge, la maggior
parte dei membri del Governo, gli ambasciatori stranieri e le più
cospicue tra le belle signore di Venezia in gala, moveva al suono
della musica dal palazzo di S. Marco e s'avviava verso l'Adriatico.
Facevan corteo al Buccintoro altre molte galere ed un numero immenso
di gondole, tutte parate a festa e portanti la maggior parte della
popolazione.
Eri pur bella in quei giorni fatata regina! quando i tuoi Dandoli, i
tuoi Morosini, seppellivano nel seno di Anfitrite l'anello maritale e
la dichiaravano sposa propiziandola agli arditi navigatori delle
lagune!... Oh! salve! Repubblica di tredici secoli, vera matrona delle
Repubbliche! Oh! se alle pompe de' tuoi sponsali avessi associato un
fraterno banchetto colle altiere tue consorelle italiane lo straniero
all'erta sulle vostre discordie non vi avrebbe certo calpestate tutte
e ridotte in servaggio!
Cancellate le cicatrici delle vostre catene, spianate le rughe che la
miseria impresse sulla vostra fronte, non dimenticate ringhiose! le
umiliazioni per cui siete passate e rammentate che unite potrete
sempre sfidare ogni prepotenza straniera.
Il _solitario_, appoggiato ad un balcone del palazzo Dogale che dava
sulla laguna, in compagnia delle nostre belle romane, di Muzio, Orazio
e Gasparo, ascoltava un vecchio Cicerone che gli narrava le antiche
glorie della Repubblica e dopo aver parlato d'ogni cosa, giungendo
alla descrizione della festa del Buccintoro, esprimeva il rammarico di
non aver più nemmeno la speranza di rivedere una di quelle feste ed
accennava al sito ove dal molo partiva il legno famoso.
Seguendo la direzione del dito, l'occhio di Muzio si fermò su di una
figura ben conosciuta che si teneva in piedi in una gondola col gomito
appoggiato al _felze_ e stava per approdare ai gradini della piazza.
Sparì Muzio e in un lampo comparve al cospetto di Attilio che
scendendo strinse la mano dell'amico ed appena potè articolare la
mesta parola "morto!".
"Dunque era destino, che questo resto di grandezza romana venisse qui
a finire" mormorò l'ex mendico avendo in parte inteso e parte
indovinato la fatale storia. "Egli morì da prode" disse il capo dei
trecento. E molti italiani sanno morire da prodi, pensava Muzio, ma
fosse almeno contro i loro oppressori!
"Io torno alla comitiva, disse Muzio, m'intenderò col _solitario_
acciocché devii la passeggiata per altra parte perché Irene ed Orazio
non abbiano ad abbattersi nella salma del loro caro. Ti raggiungerò
poi con Gasparo".
CAPITOLO LXII
LA SEPOLTURA
Un sasso!
Che distingue le mie dall'infinite
Ossa che in terra e in mar semina morte.
(_Foscolo_)
Io, idolatra del Carme dei sepolcri del grandissimo poeta, sono per
l'onoranza ai morti e veramente, credo, che onorare la virtù nei
defunti serva d'incentivo ai viventi per imitarli. Ma quando si pensa
alle smodate cerimonie con cui il pretismo accompagna il viaggio
finale della salma d'un potente non si può a meno di deplorare le
spese e lo sfarzo.
La morte! quel tipo vero dell'uguaglianza che distrugge
inesorabilmente ogni superiorità mondana e confonde in un ammasso di
putredine gli avanzi dell'imperante e del mendico! la morte deve
stupire di tanta differenza fra i funerali del povero e quelli del
ricco! Deve stupirsi di tanto apparato alla sepoltura d'un cadavere,
ridere direi (se la morte potesse ridere) per tante fandonie di lutto
che sovente altro non è che gioia nell'animo del vorace erede e nei
più, indifferenza.
E i piagnistei per moneta non sono cose da far compassione? Io ho
veduto in Moldavia (e lo credo uso d'altri paesi) all'accompagnamento
del cadavere d'un Bojardo una frotta di donne pagate per piangere.
E che pianto! e che grida, mandavano quelle sciagurate! Del dolore che
ne risentivano, lascio giudicare i miei lettori.
Colesti piagnistei li ho ricordati qualche volta, alla lettura delle
discussioni parlamentari, ove certa gente pagata o che spera d'esserlo
si sfiata ripetendo dei _bravo, bravissimo_ alle insulse e sovente
liberticide ragioni di questo o di quell'altro primo ministro.
Il feretro del principe T. fu seguito da molta gente perché si seppe
egli essere un principe e nella massa degli uomini che accompagnavano
_il titolo_ per altro colla maggiore indifferenza, si distinguevano
pure alcune fisonomie meste e queste erano i veri amici del defunto:
Attilio, Muzio e Gasparo. Quest'ultimo si vedeva chiaro avere gli
occhi gonfi dal pianto.
La fiera natura del vecchio sovrano della campagna di Roma era stata
scossa dalla perdita del suo amico e padrone a cui s'era affezionato
sinceramente il che provava la buona indole dell'uno e l'eccellente
cuore dell'antico proscritto.
Piangeva egli il principe? No! egli piangeva l'amico, il benefattore!
Quanti amici potrebbero avere i grandi della terra ed a poco costo se
volessero aprire l'anima loro alla beneficenza e far sentire men dura
l'ingiustizia della sorte a coloro cui fu matrigna.
Molti io conosco tra i grandi benefici, anzi angeli di bontà tra il
sesso vezzoso, ma sono pochi in paragone delle moltitudini sofferenti
e la maggioranza dei favoriti della fortuna non solo è indifferente
pei tapini ma li sprezza, li scaccia da sé, li scortica in mille modi.
Cura di governo dovrebbe essere quella di migliorare la condizione del
povero e non è così sventuratamente. I governi pensano alla propria
conservazione e per consolidarsi corrompono gran parte del popolo col
fine d'avere dei satelliti e dei complici.
La massa dei benestanti potrebbe in gran parte correggere questo
capitale difetto dei governi sorreggendo i miseri e migliorandone la
sorte ma non lo fanno. Pure loro sarebbe facile! se soltanto volessero
privarsi d'una parte del loro superfluo. Il povero manca del
necessario per sostentarsi e il ricco nuota tra le copiose vivande e
gli squisiti e variati vini il più delle volte nauseato
dell'abbondanza e dalla penosa sazietà.
"A che tanto dolore per la perdita d'un nostro nemico, signor
Capitano?" Queste parole furon precedute da un picchio sulla spalla
destra dato a Gasparo da una figura singolare che gli veniva dietro
nel funebre convoglio. Il vecchio voltossi, stette un momento a
considerare il famigliare suo interlocutore, e poi con una
esclamazione poco convenevole alla santità della circostanza e con
sorpresa dei vicini "Accidenti ai settandue!(78) Ma sei proprio tu
Marzio?!" "E chi ha da essere altro che il tuo luogotenente, mio
venerabile comandante!".
(78) I 72 cardinali--bestemmia dei Romani.
Oh Dumas! Oh romanzieri francesi! che magnifica scena per voi! Qui,
avevate veramente il tipo del _brigand italien_.
Il vegliardo, in molti mesi di vita principesca, avea alquanto
ripulita la sua fisionomia brigantesca, ma Marzio conservava il feroce
aspetto del masnadiero romano. Alto della persona e quadrato, era
difficile sopportare senza un brivido di timore lo sguardo tagliente
che due nerissimi occhi vi lanciavano saettandovi. La sua chioma, nera
e pulita come l'ala del corvo contrastava colla lunga barba dello
stesso colore brizzolata di grigio in molte parti. Le sue vesti eran
forse poco diverse da quelle portate, quando spargeva il terrore per
le romane campagne ma alquanto più pulite. Il famoso farsetto di
velluto nuovo, non mancava, e se non si vedevano al di fuori di
quell'indispensabile accessorio del brigante pistole o daghe. Un
_coltello-pugnale_ era di certo religiosamente nascosto dalla parte di
dentro. I cappelli sono portati in diversa foggia anche dai briganti e
Marzio portava il suo un po' inclinato sulla destra, però di forma
somigliante ad un cappello d'operaio. Le ghette di cuoio erano state
abbandonate da Marzio ed il suo abito di color azzurro con ampie
saccoccie non offriva oltre l'ampiezza alcun'altra singolarità.
La circostanza non era opportuna a lunghe espansioni.
Si leggeva però su quelle due straordinarie fisonomie un vero e mutuo
sentimento di piacere e di simpatia.
Tant'è; io sono innamorato dei briganti e se fossi una donna chi sa,
che non diventassi una brigantessa.
In questi tempi ove la gloria e l'onore italiano hanno avuto certi
spiacevoli sfregi, dico il vero: quel pugno d'uomini chiamati briganti
che per sette anni si sostiene contro un esercito numeroso altri due
eserciti di carabinieri e di guardie di pubblica sicurezza un quarto
esercito di guardie nazionali ed un'intiera ostile popolazione; quel
pugno d'uomini dico: chiamateli come volete, sono almeno uomini di
grande coraggio. E se voi signori governanti in luogo di mantenere la
scellerata istituzione _prete_ vi foste adoperati all'istruzione del
popolo quegli stessi briganti in luogo di essere stromenti di reazione
pretina sarebbero oggi nelle file nostre dandovi l'esempio del come si
combatte, uno contro venticinque.
Dunque: Viva i briganti! meno gli assassini, s'intende.
E ancora una parola all'orecchio, signori alto-locati che m'intend'io!
Quando voi assaltaste le mura di Roma (per devozione lo si sa) foste
voi meno briganti derubando e sgozzando un povero popolo che vi
credeva amici. Voi, non solo siete briganti, ma per di più traditori!
Ma mi direte: quelli erano repubblicani, gente infesta al mondo. E
cosa eravate voi, signor Menzogna? non repubblicano certamente, perché
per esserlo bisogna essere onesto. E... quanto ad onestà vi lascio
metter la mano sulla coscienza... se pure ne avete una.
E a Castelfidardo, a Gaeta, non erano republicani che assaltavate! Con
che legalità, con che diritto di genti? né più né meno di quello che
vanti un brigante sulla strada od in casa colla sola differenza, che
il brigante spoglia, e non sempre uccide, e vi siete imbrattate le
mani nel sangue innocente.
Chiedo perdono al lettore d'averlo piantato per tanto tempo nel poco
piacevole funerale d'un principe per disgredire favellando di grande e
piccolo brigantaggio.
Giunto il convoglio al camposanto e sepolto il cadavere non una voce
vi fu che in suo onore dicesse una parola di orazione funebre. Il
povero principe con tutta la sua volontà di fare il bene n'era stato
impedito da prematura morte.
E che cosa si sarebbe potuto dire di bontà, d'eroismo o d'altre
qualità commendevoli non avendo egli avuto il tempo d'esercitarle?
CAPITOLO LXIII
IL RACCONTO
Noi lasceremo i nostri amici occupati a consolare l'afflitta Irene per
la perdita del fratello che sinceramente amava.
Ultimo rampollo dello splendido suo casato, il principe ne troncava
colla sua morte la prosapia; e questa idea, sono certo, non mancava di
martellare il cervello della nostra bella matrona la quale, sebbene
non repugnasse da un'alleanza plebea, come abbiam veduto, ci teneva al
titolo onorevole della famiglia paterna.
Alla immensa fortuna che la morte del fratello lasciava in sua balia
non pensò punto, essendo troppo generosa di carattere da anteporre
l'interesse alla vita del suo caro. Poi i beni di casa T... sul
territorio Romano, erano stati confiscati da quelle perle di servi di
Dio, i cui beni _non sono di questo mondo_.