attanagliato nei polsi da Orazio e da Attilio mentre Muzio apriva la
via, non facile ad aprirsi, in mezzo a quella moltitudine. Finalmente
giunsero i quattro in un'osteria situata in una viuzza che metteva
nella Riva degli Schiavoni.
CAPITOLO LVI
DECRETO DI MORTE
Passiamo presto, e sulla punta dei piedi
quel mucchio di limo e di sangue che si
chiama Popolo.
(_Guerrazzi_)
Non è molto tempo trascorso che l'idra sacerdotale del Vaticano
innalzava i suoi roghi nei chiostri della capitale del mondo cattolico
ed all'aria aperta tra parecchie delle infelici nazioni che avevano la
disgrazia d'essere ammorbate dalle sue dottrine come ad esempio la
Spagna. Nei tempi moderni codesti errori non si tollerano più, ma
l'idra dalle mille teste satolla ancora le sue libidini di sangue in
molte altre guise: ferro, veleno, brigantaggi ed assassinii d'ogni
specie.
Nella Curia romana una sentenza di morte, era stata pronunziata contro
il principe T., fratello della nostra Irene, e Cencio con otto sicari
della santa sede a' suoi ordini, doveva eseguire l'atroce mandato,
profittando della confusione in cui si troverebbe Venezia all'arrivo
del _solitario_.
Gli otto complici dell'ex-liberale erano in parte stati appostati nei
dintorni dell'_Albergo Vittoria_, in tutti gli sbocchi da dove poteva
capitare la vittima. Quattro di loro tenevansi in agguato in una
gondola ben pagata, con istruzione segreta, di sbarazzarsi anche del
gondoliere a cose finite per non avere indiscreti testimoni, che
potessero deporre contro di loro. Cencio, si era riserbato, non
l'azione principale dell'omicidio ma quella del segugio che si doveva
tenere ostinatamente sulle calcagna del principe. Per fortuna del
nobile romano la cabala fallì perché il segugio era stato tolto dalla
pesta e non solo si trovava al sicuro nelle ugne dei tre amici ma
doveva fare i suoi conti anche con un quarto personaggio che valeva
ciascuno dei primi e questo quarto era niente meno che il nostro
vecchio e ben noto Gasparo.
Gasparo, dopo i fatti da noi raccontati nei capitoli precedenti,
toccato il suolo non pontificio, s'era offerto a servire da domestico
il principe T., che ben volentieri lo prese seco. Con lui venne a
Venezia e mentre il padrone s'intratteneva nei saloni del palazzo
Zecchin, il poco paziente domestico, che s'era fermato sull'ingresso
del palazzo a godersi le scene del popolo festante, vedendo i tre
romani, che amava come figli fendere la folla con tanta precipitazione
volle seguirli e così anche lui si trovò all'osteria sulla Riva degli
Schiavoni alle calcagna di Cencio.
Descrivere lo stupore e la paura del mercurio clericale in mezzo ai
quattro è cosa ben difficile. Essi Io condussero nella stanza più
recondita dell'osteria in un piano superiore, dissero al cameriere che
portasse loro da bere, e poi li lasciasse perché dovevano trattare
d'affari, chiusero l'uscio a chiave, ordinarono allo sgherro di
sedersi contro il muro, presero posto su di una panca collocata al di
qua della tavola e cogli occhi fissi sul malvivente rimasero in
attitudine di giudici inesorabili.
In altre circostanze forse il malandrino avrà sentito rimorsi, e si
sarà pentito de' suoi tradimenti ma in questa vi assicuro che egli ne
avea ben d'onde.
I quattro amici, freddi e tranquilli, come chi ha la coscienza della
forza e dell'anima intemerata, contentavasi di fissare i loro occhi in
quelli del perverso e questi fuori di sé, colla bocca e gli occhi
spalancati sforzavasi di articolare delle voci che non volevano
uscirgli dalla strozza, riuscendo penosamente a balbettare:
"signori... io non..." ed altre parole mozze.
Fu un po' barbara la tranquilla pacatezza dei quattro romani e chi
avesse potuto contemplare quella scena certo coll'immaginazione
sarebbe corso al paragone del sorcio sotto l'inesorabile sguardo del
gatto, che ne spia ogni minimo movimento, per lanciarvisi sopra e
stritolarne le ossa sotto i denti. Se un pittore avesse potuto
trovarsi presente a quel muto consesso ne avrebbe tolto il soggetto di
un bellissimo quadro.
Già abbiamo descritto i primi tre, veri tipi degli antichi romani, di
bellezza, di forme veramente artistiche.
Gasparo era, e con ragione, una di quelle figure che un romanziere
francese avrebbe pagato a peso d'oro per poterne fare il suo "_Brigant
Italien_" e fotografato da Bernieri(69) il suo ritratto, avrebbe
prodotto assai maggior lucro all'artista, che quello di qualunque
sovrano d'Europa.
(69) Bernieri, Maggiore e fotografo a Torino.
Era veramente una gran bella figura di brigante quel vecchio Gasparo,
ma di buon brigante, di quelli che l'hanno a morte coi birri, ma che
non si macchiano con azioni infami come quei mostri assoldati dai
preti che commettono eccessi da far inorridire una tigre.
Anche il successore di Gianni, avrebbe fatto un'idonea comparsa in un
quadro caratteristico e certo per rappresentarne la paura in tutta la
sua bruttezza, nessuno avrebbe potuto servir meglio di lui. Inchiodato
al muro cui appoggiava le spalle egli lo avrebbe rovesciato, forato,
se la forza fosse stata pari alla volontà, coll'intento di potersi
allontanare un po' più da quei quattro tremendi osservatori lì davanti
a lui, fissi, impassibili, e che pure meditavano la sua rovina, forse
il suo esterminio.
La voce austera di Muzio, dell'antico capo della contropolizia di
Roma, fu la prima che s'udì rompere quel sepolcrale silenzio.
"Dunque:--disse egli--io ti voglio contare una storia o Cencio, forse
da te conosciuta come Romano, e che imparerai se per caso non la
conosci; sta attento:
Un giorno i nostri padri, stanchi delle prepotenze del primo re di
Roma che fra le altre amabili imprese, aveva ucciso con un pugno il
fratello Remo perché si divertiva per scherzo a saltare il fosso di
cinta fatto da Romolo, i nostri padri dico, in un senato consulto
decisero di sbarazzarsi del loro re, un po' troppo manesco e con
disposizioni un po' troppo dispotiche. Detto fatto! gli saltano
addosso colle daghe sguainate e Romolo, benché valorosissimo, dovette
cadere sotto i loro colpi. L'affare era fatto, ma al popolo romano
alquanto innamorato del suo re guerriero, per non avere de1 guai,
bisognava contare qualche fandonia su quella morte e l'avviso d'un
vecchio senatore prevalse su quello degli altri sul da farsi.
--Noi conteremo al popolo--disse il vecchio:--che Marte padre di
Romolo disceso tra noi, dopo averci rimproverato d'essere un po'
troppo ladri e quindi indegni d'aver a capo il figlio di un Dio, se
l'ha preso seco e trasportato in cielo.
--E cosa faremo del corpo?--soggiunsero più voci di senatori.
--Del corpo?--disse il vecchio.--Niente di più facile che
provvedervi--e sguainando la sua daga cominciò a tagliare a pezzi il
cadavere. Quando ebbe terminata tale anatomia--ognun di voi, ora
--disse--prenda uno di questi pezzi, lo nasconda sotto la toga e vada
a gettarlo nel Tevere. Prima di domattina, i mostri marini avranno
dato degna sepoltura a questi avanzi del fondatore di Roma.
Che te ne pare, Cencio? Senza essere re di Roma, né figlio di Dio, una
morte cotale non ti parrebbe onorevole? per te che altro non sei che
un miserabile traditore?".
"Per l'amor di Dio!..." gridò il satellite esterrefatto e piangente
come un fanciullo e le lacrime per un pezzo gli soffocarono la voce.
Alla fine alquanto sollevato dallo stesso pianto, ripigliò: "Io farò
quanto mi chiederete, ma per l'amore che portate ai vostri amici, alle
vostre donne, alle vostre madri, non mi fate soffrire una morte così
crudele!".
"Parli di morte crudele!? Ma per uno sgherro, una spia, un traditore
c'è forse morte troppo crudele?" rispondeva Muzio con quella
impassibilità che Io distingueva. "Hai forse scordato quando vendevi
la gioventù romana ai preti che poco mancò non la facessi crudelmente
trucidare tutta dai loro carnefici?".
Nuovo pianto! nuovo pianto ancora scorreva dagli occhi del codardo.
Muzio: "Ora poi, la tua venuta a Venezia, bel soggetto! cosa
significa? Chi t'ha inviato? A che sei venuto qui, perverso?".
"Vi racconterò tutto" era la risposta del malandrino. E l'altro:
"Conterai tutto, vedremo! e nulla ti resti in fondo di quel sacco di
malizie e di tradimenti che tieni al posto della coscienza".
"Tutto! tutto!" gridava Cencio come un energumeno. E come dimentico di
quanto doveva narrare e sopraffatto ancora da immensa paura non sapeva
da dove cominciare.
"Saresti più lesto nelle tue delazioni al Sant'Ufficio, boccone da
forca", sussurrava Gasparo, col suo vocione. "Avanti!" esclamarono
Orazio ed Attilio, rimasti pazientemente silenziosi sino a quel punto.
Un momento d'assoluto silenzio seguì quel primo atto un po'
tempestoso, e Cencio principiava a narrare così: "Se vi è cara la vita
del principe T....". "Del principe T.? il fratello d'Irene", sclamò
Orazio varcando d'un salto la tavola ed afferrando il traditore per la
gola!
Cencio, tra l'ugne di una tigre o tra gli abbracciamenti del re delle
foreste avrebbe corso meno pericolo che non tra le mani del principe
della campagna di Roma, che l'aveva agguantato al collo. Ma Attilio,
con modo gentile: "Fratello,--disse ad Orazio,--abbi pazienza,
lasciamolo parlare".
Veramente spacciato Cencio, addio rivelazioni. Ciò era chiaro come il
sole, onde la suggestione del capo dei trecento di Roma fu capita da
Orazio e sciolse dalla gola di Cencio le sue mani frementi.
"Se vi è cara la vita del principe T.--ripigliava il malvagio--andiamo
insieme a farlo avvisato che un agguato di otto emissari del
Sant'Ufficio lo apposta nei dintorni dell'_Albergo Vittoria_, ove egli
sta d'alloggio".
CAPITOLO LVII
MORTE AI PRETI
Morte ai preti! Morte a nessuno! gridava il _solitario_ dall'alto del
balcone alle moltitudini rispondendo alla terribile loro esclamazione!
Morte a nessuno! "Eppure, chi è più meritevole di morte che la setta
malvagia la quale ha fatto dell'Italia _un paese di morti_(70), un
cimitero? O Beccaria! le tue dottrine sono sante! io ripugno dal
sangue! ma non so se l'Italia potrà liberarsi da' suoi tiranni
dell'anima e del corpo senza distruggerne, senza annientarne sino
l'ultimo rampollo!".
(70) Lamartine.
Queste considerazioni passavano per la mente dell'uomo del popolo e lo
distraevano.
Frattanto quella parte di popolo che non avea potuto udire la voce che
partiva dal balcone Zecchin ma solo il grido di _morte_ che mille
infocate voci avevano esclamato, quella parte di popolo dico, più
distante dal _solitario_, ma più vicina al palazzo principesco del
Patriarca, s'avanzava come l'onda d'un torrente che precipita dalle
montagne ed assaltava il vestibolo del palazzo suddetto rovesciando
quanti ostacoli si opponevano alla sua furia.
In pochi minuti ogni salone, ogni stanza del maestoso palazzo erano
invasi e per le finestre si vedevano svolazzare tutti que' simulacri
d'idolatria con cui i preti sì spudoratamente beffeggiano le ingannate
moltitudini.
Molti artisti innamorati del bello avrebbero potuto gridare allo
scandalo, al sacrilegio! in quel rovinìo d'ogni oggetto d'arte e per
vero dei ben preziosi capolavori sotto forme di santi o di madonne
andaron travolti ed in pezzi nel generale esterminio.
Tra le astuzie dei sardanapali pretini, ricchissimi com'eran furon
sempre mercé la stupidità dei fedeli, non ultima fu quella d'impiegare
gli artisti più eminenti nell'illustrazione delle loro favole. Quindi
i Michelangeli ed i Raffaelli d'ogni età, furon da loro assoldati ed
il popolo anche persuaso della vanità delle proprie credenze, e
dell'impostura dei leviti di Roma rispetta ancora i simulacri della
sua prostituzione perché sono capi d'opera di molto pregio.
Ma il primo capo d'opera d'un popolo non è la libertà? non è la
dignità nazionale? E tutti quei portenti dell'arte, benché portenti
che gli rammentano il suo servaggio e la sua degradazione, oh!, non
sarebbe meglio che ei li mandasse all'inferno?
Comunque fossero, opere preziose o volgari, il popolo rovesciava, e
precipitava sul lastrico ogni cosa, e tutto mandava in frantumi.
Ed il Patriarca!? guai a lui se fosse caduto nelle mani della turba
furente! Ma la pelle è cara ai discendenti degli Apostoli! ai campioni
della fede! Essi edificarono veramente la loro baracca sul martirio
degli antichi seguaci di Gesù e su quello del Nazzareno, ma di
martirio questi grassi epuloni, non ne vogliono sapere nemmen per
sogno!
L'Eminenza sua al primo ruggito della tempesta popolare, se l'era
svignata e per un uscio segreto avea guadagnato una delle sue gondole
e con essa si era posto al sicuro.
Intanto la voce del _solitario_ che esclamava: "Morte a nessuno!" era
ripetuta nella moltitudine e giungeva fino agli assalitori del
Patriarcato. Quella voce amata e rispettata dal popolo, calmò il
fremito delle turbe, ed in pochi momenti la tranquillità venne
interamente ristabilita.
CAPITOLO LVIII
IL PRINCIPE T....
Nei bei tempi del diritto della coscia(71) i principi non avevano
bisogno di correre dietro ad una forosetta per implorarne il favore e
ben fortunate eran quelle cui capitava di poter fissare per un momento
lo sguardo de' loro sultani,
(71) Diritto dei signori feudali, come già dicemmo, altrimenti
chiamato diritto della prima notte, che gli sposi vassalli
dovevano subire, o redimere a danaro, a beneplacito del signore.
Oggi le cose corrono alquanto diverse: benché vi siano dei principi
con tanta autorità quanta ne avevano gli antichi, anzi molti con più,
perché il loro despotismo si copre con maschera liberale, pure ne
vediamo nei giorni che corrono parecchi conformarsi a più moderate
pretensioni ed aspirare anche all'adorazione di qualche divinità
plebea. Così la pensava il nostro povero principe T.... obbligato a
rimanere lontano da' suoi beni e bersaglio a tutta la rabbia pretina,
tanto più accanita in quanto che giovinetto lo avevano iniziato ai
segreti più intimi della Corte di Roma.
Giovane ancora ed avvenente della persona, il principe prevenuto della
reputazione meritamente stabilita delle venete bellezze, non mancava
di certo prurito, di certo desiderio di voler fare una conquista.
Dobbiamo a giustificazione del giovane principe notare, che quel suo
prurito è pure comune anche ai vecchi, il che sia detto senza mancar
loro di rispetto.
Egli trovavasi dunque sul vestibolo del palazzo Zecchili ammirando le
graziose visitatrici che per pura curiosità donnesca giungevano a
vedere il _solitario_.
In mezzo alla calca dei saloni era arduo poter contemplare le
fisonomie e massime il portamento della persona ma da quella parte del
vestibolo sulla prima gradinata ove s'era collocato il romano
l'osservazione riusciva più facile ed abbracciava quelle che entravano
e quelle che passavano senza entrare.
Dall'interna folla, sguizza traversando il _sottoportico_ del Cappello
una di quelle figure che basta vedere una volta perché vi restino
impresse nell'anima tutta la vita. Le ciglia, gli occhi, i capegli
d'ebano il più pulito e brillante adornavano un volto che avrebbe
potuto servire a Tiziano per dipingere le sue Veneri famose. Il tipo
di quella donna era veramente l'ideale della veneta bellezza.
Il principe sino allora impassibile dinanzi al gran numero di
passeggieri che formicolavano in un andirivieni continuo fu colpito da
uno sguardo dell'incantatrice la quale sembrava adocchiare ogni cosa,
ogni persona, senza fissarne alcuna. Colpito da questa apparizione, il
principe precipitossi sui passi della sconosciuta i cui piedi
sfioravano il suolo, in quella guisa che il Colibrì(72) sfiora i fiori
eterni della zona torrida. Precipitossi sui suoi passi. Ma altro era
il volere, altro il potere. La graziosa e bellissima fanciulla o più
svelta o più assuefatta a scivolare fra la folla nelle calluzze della
sua città era già seduta in fondo alla sua gondola, e già aveva
comandato al gondoliere di andare, quando il T.... giunse alla riva
del canale.
(72) Il più piccolo degli uccelli, variopinto, che succhia il
polline dei fiori come l'ape. Molti ve ne sono nell'America
tropicale.
Che fare? Precipitarsi nell'onde, ed aggrapparsi all'orlo della barca,
come un forsennato chiedendo per pietà d'esservi ammesso, fu la prima
e matta sua idea. Un bagno di marzo, nell'acqua fresca della laguna
poco spaventava il nostro affascinato, ma presentarsi alla donna de'
suoi pensieri così grondante, e forse senza cappello in testa, non è
cosa che soddisfaccia nessuno e meno poi un principe. Egli dunque si
attenne al più savio consiglio, imbarcossi in altra gondola e così
pensò inseguire la sconosciuta.
"Voga--egli disse al gondoliere--e se raggiungi quella gondola là,
guadagnerai una buona mancia".
"Lasci fare" rispose il gondoliere, quindi "_Tita, comio!_"(73) gridò
al compagno di prora e rialzando su ambe le braccia la camicia rossa
(poiché molti gondolieri la portavano in quei giorni per onorare
l'ospite di Venezia) si accinse al maneggio del remo con quella grazia
e vigore non superati da altra gente marinaresca del mondo.
(73) _Comio_, gomito, forza Giovanni Battista.
"Voga, voga, elegante gondola, segui e raggiungi la scivolante
fuggitiva che porta seco l'anima mia! E perché non sarà essa l'anima
mia quella fanciulla leggiadra, quella bellezza adriaca, che io sognai
mille volte quando le lagune erano schiave come lo è la mia Roma?
Perché? perché non la vidi che un solo istante? ma essa mi saettò con
quel suo occhio di fiamma che mi vinse, e mi fé' suo per l'eternità?
Però non feriva essa colle sue luci tutti i circostanti egualmente!
Non spargeva essa una atmosfera di balsamo che se inebbriò me doveva
anche inebbriare gli altri?
È questo poi amore? È questo quel passatempo che i mortali succhiano
come l'arancia e scaraventano poi nel letamaio? oppure è quell'amore
celeste! sublime, che avvicina la creatura al creatore, che trasforma
i disagi di questa misera vita... i pericoli... la morte in delizie
indescrivibili?
Potente della terra, vieni a toccarmi questa mia donna ch'io amo
d'amore che non posso descrivere. Vieni col tuo esercito di sgherri,
fossero essi mille volte più numerosi. Vieni! e tocca soltanto il
lembo della sua veste; questo pugnale s'immergerà nel codardo tuo seno
come la lingua del Coral, la più velenosa delle americane serpi, nelle
latebre dell'infame tua vita!"
"Voga! Voga!--gridava ancora il principe impaziente di raggiungere il
fuggente tesoro.--Voga, e se non basta un marengo(74) ne avrai dieci.
Voga!"
(74)In questa fucina di servilismo che si chiama Italia, ad ogni
passo si devono ricordare le glorie dei tiranni.
"E se fosse una plebea?--ruminava ancora nel suo soliloquio il
principe.--Che plebea d'Egitto? Ha forse Dio creato dei plebei e dei
grandi? Non sono la malizia e la prepotenza che imposero alle
moltitudini i despoti ed i tiranni?
E non era Gesù un plebeo?...
E se quella fanciulla sì bella! sì affascinante! fosse contaminata!
fosse una di quelle!... Oh! profano al celeste amore non pronunziare
sacrilegi!
Come potrebbe il volto di una simile donna arieggiare l'angelico viso
della mia sovrana?".
Ed era precisamente plebea l'Annetta: gli scalini della modesta sua
casa ove approdò la gondola ben lo accennavano.
Non atrio, non peristilio con colonnato ma semplici scalinate al di
dentro e al di fuori. Non tappeti sulle scale o ornamenti di ricchi
vasi e d'esotici fiori. Alcuni vasi di fiori potevano scorgersi sulle
finestre perché anche Annetta amava i fiori quanto una principessa ma
piccoli esemplari, non dirò miseri perché cari come erano alla
giovinetta, essi valevano un tesoro.
Una donna attempata che di giorno avrebbe attratto l'attenzione di
tutti tanto era l'ansia espressa sulla sua fisionomia avea aspettato
sin a quell'ora, circa le undici della sera, la sua amatissima
Annetta, che curiosetta avea voluto anch'essa vedere da vicino l'uomo
del popolo e che non potendo essere accompagnata da Mario, unico
fratello, assente, l'avea la madre affidata a Nane, il gondoliere di
casa.
Quando Rosa si fu accertata che era la propria gondola che giungeva,
lasciò il balcone ove era stata spiando con ansia indescrivibile e con
un lume in mano scese rapidamente la scala a ricevere l'adorata
figliuola.
Erano nelle braccia l'una dell'altra, come se un secolo le avesse
divise, quando il principe sopravvenne e profittando della porta
rimasta aperta e della distrazione delle due donne, via, dentro anche
lui coll'audacia di un soldato in paese di conquista.
Sciolse dall'affettuoso amplesso, mentre la madre con dolce rimprovero
cominciava: "Annetta? ma perché sei rimasta tanto fuori?" ambedue
misero un grido di sorpresa vedendosi in presenza di uno straniero.
Il principe, avventurato in un'impresa così ardita, comprese che
doveva mantenersi in corrispondente contegno, quindi avanzandosi verso
la giovine, che al chiarore della lucerna le sembrò ancora più bella
di quanto se l'aveva figurata, volle prenderle la mano per baciarla e
per ispirarsi ad alcune parole convenevoli di discolpa e di
ammirazione.
Ma una mano ferrea, in quell'istante stesso, colto di dietro il pugno
del principe con una scossa che fece traballare l'intera persona, lo
distaccò dalla donna.
Da una terza gondola approdata poco dopo le prime, era disceso svelto
e risoluto un nuovo e giovine attore su questa interessante scena.
Alto di statura, nerboruto e bellissimo della persona, il nuovo
arrivato vestiva la camicia rossa e sulla parte sinistra dell'ampio
suo petto portava il distintivo dei prodi, la medaglia dei mille.
Morosini era l'amante riamato di Annetta e sul volto della fanciulla
l'osservatore attento avrebbe letto un mondo di espansioni affettuose
alla vista del suo diletto, espansioni alle quali tenne dietro
subitaneo timore quando la voce di lui maschia e sonora, rivolta al
principe lo incalzava con queste parole:
"Credo che vi siate ingannato, signor damerino, non troverete qui ciò
che cercate. Vi prego dunque di rifar la via e andare altrove alla
cerca".
La scossa ricevuta e le austere parole che la seguirono sollevarono
nel principe un certo orgasmo di dispetto e poiché alla indignazione
univa il coraggio, rispose sullo stesso tono al suo interlocutore.
"Non venni qui ad insultare, signor insolente ma ad ossequiare, e del
vostro insulto se siete gentiluomo, me ne darete ragione. Eccovi la
mia carta e sarò all'_Albergo Vittoria_ ai vostri ordini sino al
meriggio di domani".
"Io non vi lascerò aspettar tanto", fu la risposta del Morosini.
CAPITOLO LIX
IL DUELLO
Il contadino non persegue la pernice nel folto delle boscaglie ma,
dopo avere coperto le acque delle fonti circostanti, l'aspetta a
quella fonte che unica lasciò scoperta e lì la caccia col vischio,
colla rete o col piombo micidiale in quell'ora che la povera innocente
vi cerca rifugio e ristoro alla sete.
Così nelle ore meridiane il bifolco aspetta imboscato i renitenti al
giogo da cui rifuggono.
Ed il corsaro, che invano si cercherebbe sugli immensi spazi
dell'Oceano, si aspetta al varco de' suoi nascondigli, ove deve
condurre le prede, e là si cattura.
Analoga fu la risoluzione dei nostri quattro romani per rinvenire il
principe T. che inutilmente avevano cercato in ogni via. Dopo d'aver
riconosciuti e mandati a casa, col mezzo di Cencio i cagnotti del
Sant'Ufficio si posero loro in agguato nei dintorni dell'_Albergo
Vittoria_ aspettando la comparsa del T. il quale verso mezzanotte
arrivò, e fu seguito nella sua stanza dagli amici suoi che gli
palesarono la trama dei porporati ed ogni loro scoperta.
Era troppo nobile d'animo il principe per mettere i suoi amici a parte
dell'imminente duello. Orazio specialmente il cui animo ardente ei
conosceva e che non avrebbe concesso ad altri la parte di secondo.
Pure d'un secondo egli abbisognava e profittando d'un momento di calda
discussione tra gli amici, con un'occhiata chiamò Attilio al balcone,
e lo richiese di fermarsi con lui per quella notte.
Orazio, Muzio e Gasparo si congedarono, ed Attilio rimase col pretesto
d'affari particolari.