Tale considerazione e l'ineguaglianza delle forze spinsero il prode

Orazio a decidersi per la ritirata, non però senza mostrare ai

mercenari del prete che i liberi italiani non li temono, anche nelle

circostanze più sfavorevoli.

Ordinò a Silvio, che comandava la retroguardia, di collocarsi in

posizione vantaggiosa per proteggere la ritirata ed il cacciatore,

colla sagacia che lo distingueva, collocò i suoi cinquanta uomini con

tale maestria come se li avesse destinati alla posta del cervo o del

cignale.

Avendo comunicate tali disposizioni ad Attilio ed ingiuntogli che non

s'impegnasse fortemente ma eseguisse l'ordine di ritirata in

scaglioni, Orazio andò verso Muzio già pronto a ricevere il nemico che

si avvicinava celeramente.

Scambiate alcune parole col comandante della squadra, il capo supremo

ascese il punto più alto della posizione donde poteva distinguere ogni

cosa accompagnato da soli due aiutanti.

Il Generale Haricot, che non mancava di una certa bravura, degna di

miglior causa, assaliva francamente le posizioni dei liberali colla

sua vanguardia in catena, sostenendola lui stesso con piccole colonne

in massa.

In un combattimento od in una battaglia, il comandante supremo deve

collocarsi in posizione da poter vedere il campo di battaglia più che

sia possibile, il che gli verrà sempre fatto più facilmente, ove egli

possa tenersi tra le sue prime truppe impegnate.

Dovendo avere informazioni di quanto accade nella pugna, se il

generale in capo è lontano dall'azione ha il pregiudizio della perdita

di tempo, dell'inesattezza dei rapporti e ciò che più importa, non può

con un colpo d'occhio discernere le parti del suo esercito che

abbisognano di un pronto soccorso o, quando sia vittorioso, lanciare

in perseguimento del nemico quei corpi leggeri di cavalleria e

fanteria che possono compiere la vittoria.

Tale non fu qui il torto dei due capi, che comandavano le forze

opposte. Haricot, giustamente baldanzoso per la superiorità delle sue

forze, le spingeva all'attacco senza riguardo ed Orazio, deciso a

ritirarsi per l'inferiorità del numero, disponevasi a dare al nemico

una lezione che lo facesse guardingo e meno furioso nel suo

inseguimento.

La scabrosità del terreno e le folte piante avevano permesso a Muzio

di collocare i suoi al coperto in vantaggiosa posizione. Egli aveva

ordinato d'assaltare il nemico a bruciapelo, di scaricare a colpo

sicuro e ritirarsi poscia dietro la linea degli altri scaglionati.

Così fecero i suoi valorosi. Quella prima scarica seminò il terreno di

cadaveri nemici e di feriti. La vanguardia dei mercenari ne fu

rovesciata ed i sostegni condotti avanti dall'intrepido loro capo,

rallentarono il loro progresso e diedero tempo agli italiani di

compiere la loro ritirata in buon ordine.

Quando Cortez sbarcato al Messico abbruciò le navi, quando i mille di

Marsala sbarcando in Sicilia abbandonarono i loro piroscafi al nemico,

si tolsero ogni speranza di ritirata e tale risoluzione fruttò il

contegno trepido delle due spedizioni. Ma la vicinanza di frontiere

amiche è stata spesso causa di defezione nelle fazioni degli italiani.

Io ho veduto tale scandalo in Lombardia nel 1848 per la vicinanze

della Svizzera e disgraziatamente nell'agro romano per essere il

territorio regio troppo vicino.

Così successe al corpo dei trecento, nelle circostanze qui raccontate.

Benché composto d'uomini coraggiosi, si sciolse come la nebbia al

toccare la frontiera italiana non pontificia e dopo avere ricordato ai

militi che schiava ancora rimaneva la loro terra e che era dovere di

tutti di prepararsi a muover di nuovo pugna per liberarla, i soli

quattro capi, che noi ben conosciamo, con Gasparo e John, presero la

via della Toscana per recarsi a Livorno ove dovevano trovare lo Yacht

e notizie dei loro cari e dove li lasceremo godere un po' di riposo

per rivederli sovra nuove scene e in mezzo a nuove avventure.

FINE DELLA PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

CAPITOLO LII

LA PEREGRINAZIONE

Il _solitario_ è sul continente ove lo chiamarono i suoi amici. Egli

ha lasciato la sua dimora per compiere un dovere verso quella Italia a

cui egli ha dedicato l'intiera sua vita.

Egli deve fare una peregrinazione di propaganda in molte parti della

penisola e principiare dal Veneto.

Lo scopo è d'illuminare sulle elezioni politiche le popolazioni, non

solo, ma di seminare il germe dell'emancipazione della coscienza che

può portare l'Italia ad un nuovo primato, ad una nuova iniziativa che

conduca l'umanità alla distruzione di quel tabernacolo d'idolatria e

d'impostura che si chiama Papato, guidandola sulla via della religione

del _Vero_.

Noi ne seguiremo le orme tra il clamore delle moltitudini

entusiastiche, festanti, alla vista dell'uomo del popolo, plaudenti

alle sue dottrine d'insofferenza di dominio straniero e di umiliazioni

e soprattutto esultanti alle schiette sue manifestazioni sulle

turpitudini clericali e sul connubio liberticida tra il Papato e le

volpi di Corte che governano l'Italia.

"Io seguo la religione di Dio!--egli dice--non la religione del prete.

Dio, padre dell'umanità intiera, vuol tutti gli uomini fratelli e

felici. I preti dividono gli uomini in cento sette diverse, che

reciprocamente si maledicono.

Essi attizzano gli uni contro gli altri popoli a sbranarsi,

trucidarsi, distruggersi e condannano senza pietà alle pene

dell'inferno i novecento milioni d'esseri umani che non appartengono

alla loro bottega.

Non seguo la religione del prete io, perché il prete degrada Dio, ne

fa un essere materiale, passionato, coi difetti stessi che offuscano

questo misero insetto chiamato uomo, a cui fa mangiare Dio, lo fa

digerire! e poi!... Anatema all'impostore che si chiama ministro di

Dio! e che così lo deturpa e lo prostituisce!

Il prete che insegna Dio è un mentitore, poiché nulla egli sa di Dio.

Egli, sacerdote dell'ignoranza, persecutore della sapienza, insegna

Dio! Ma se Dio avesse voluto rivelarsi all'uomo lo avrebbe fatto ai

Kepleri, ai Galilei, ai Newton, non a questi miserabili adoratori del

ventre.

E fu veramente una scintilla divina che illuminò quei grandi nelle vie

celesti, quando essi scorsero sotto _l'etereo padiglione rotare i

mondi_ e ne manifestarono alle nazioni attonite i moti, le leggi e

l'armonia a loro impressa dell'Onnipotente. Il prete, sacerdote delle

tenebre, colpito nelle sue miserie e nelle sue menzogne, trascinò il

più grande degli italiani, Galileo, sull'altare dell'impostura, e con

torture orribili volle fargli abiurare la grande dottrina del vero!

Ed i preti passeggiano sulla terra di Galileo da padroni; e l'Italiano

porge le impudiche sue labbra all'umiliante, vergognoso baciamano!

La fratellanza umana è impossibile coi preti.

Il cattolico danna all'inferno l'umanità non cattolica. Il dervis,

prete dei turchi ci chiama, infedeli, maledetti, ed eccita le plebi a

lapidarci. Il bonzo e tant'altra canaglia impostura fa lo stesso. E

voi non potete passeggiare per le vie di Stamboul e di Canton perché

la vostra vita è messa in pericolo da quei fanatici.

La maggior parte delle guerre, e le più sanguinose, furono, e sono

fomentate dai preti.

La recente guerra di Crimea, ove perirono tante migliaia d'uomini e

dove s'inghiottirono immensi tesori, fu suscitata dai preti. In una

chiesa di Gerusalemme chiamata il Santo Sepolcro celebravano la messa

un prete greco e un prete cattolico. Un bel giorno quegli oziosi

litigarono sulla preminenza, uno volendo dir messa prima dell'altro.

La lite fu portata davanti gli imperatori di Francia e di Russia; ne

seguì la guerra e vi presero parte l'Inghilterra e l'Italia e se ne

ebbe per risultato l'immenso macello.

L'Inghilterra è oggi in angustie per l'insurrezione dell'Irlanda

suscitata dai preti. Dio salvi il mondo da una simile insurrezione

negli Stati Uniti ove su trentatré milioni d'abitanti quasi la metà è

di cattolici fanatici e compatti sotto la dittatura d'un vescovo,

mentre le altre sette sono divise e si odiano cordialmente".

In questa guisa parlava il _solitario_ alle moltitudini che lo

richiedevano d'una parola e le moltitudini applaudivano a quelle

verità sacrosante e piangevano e baciavano le falde del mantello del

popolano e giuravano di essere con lui a qualunque cimento.

Alla mattina, la maggior parte di quella folla che avea pianto e

giurato di seguire i precetti del _solitario_ era ammassata nel

peristilio d'una bottega ove si vende l'indulgenza di Dio a contanti,

ove l'idolatria, sotto le forme della creatura, ha eretto il simulacro

vano e mentitore dell'onnipotente.

Tale è il popolo e tale sarà forse per molto tempo ancora. Terribile

nelle sue ire suscita sovente il cataclisma delle rivoluzioni e più

sovente è guidato con un fil di seta dall'impostura e dall'astuzia

quasi sempre da chi è men degno di guidarlo e tende a profittare del

frutto delle sue fatiche e del suo sangue.

Socrate, Gesù, Rienzi, Masaniello, i Gracchi, tribuni coraggiosi del

popolo, sacrando ad esso la loro vita, son rinnegati e crocifissi! E

la sorte dei tribuni moderni, sarà essa più fortunata? Che importa!

Cos'è la vita? tanto sotto il saio come sotto la rossa camicia può

battere la coscienza del giusto!

In fine i Cesari ed i Napoleoni vengono a scialacquare il frutto del

cruento eroismo delle nazioni, ma un pugnale o il tedio delle nequizie

rovescia talora nella polve anche que' simulacri della grandezza e

dell'ingiustizia.

CAPITOLO LIII

VENEZIA

Parata a festa, la regina della laguna accoglieva su d'un Buccintoro

moderno il suo simpatico visitatore, colui che per due volte

(1848-1849) aveva voluto partecipare ai disagi, ai pericoli ed alle

battaglie di lei. Egli la prima volta, già col piede sul legno che

dovea trasportarlo a Venezia, fu chiamato alla difesa della

pericolante metropoli delle nazioni e pugnò contro i discendenti di

Brenno; e tinse del suo sangue il granito del ponte ove Coclite avea

da solo sostenuto l'urto dell'intiero esercito di Porsenna.

Sulle alture di Preneste e di Velletri egli vide in fuga il tiranno,

padre del tirannello che poi abbandonò il trono ai valorosi suoi mille

e così fu rovesciato nella polve quel governo _prima negazione di

Dio_.

Dio gli dia vita per contemplare i frantumi del secondo governo,

negazione più impudente di Dio che il primo e più fatale all'Italia,

la _Negromanzia_.

Ma Roma cadeva sotto i colpi del dispotismo Europeo, spaventato dal

rivivere della padrona del mondo e dal terribile incubo della

repubblica, e capitanato dalla grande repubblica di Francia condannata

a morte per questo suo orrendo misfatto.

Il Bonaparte, nemico di tutte le libertà, e protettore di tutti i

tiranni, volle, come per saggio, provare le sue armi contro Roma ove

approdò sulle ali della menzogna e, consumato quel delitto di

lesa-nazione, rovesciò i suoi inganni ed i suoi satelliti sul popolo

credulo di Parigi e ne fe' macello per le strade senza distinzione di

età e di sesso.

Dio rimeriti l'assassino del due dicembre e della libertà del mondo!

Cessata la difesa di Roma, non disperando delle sorti dell'Italia, il

_solitario_ ne uscì con pochi seguaci, decisi a tener la campagna ma

ci vuol altro ai popoli per liberarsi! Un pugno di prodi all'Italia

non manca mai; ma contro quattro eserciti, un pugno di prodi non

basta!

È vero, che in questi giorni lo spirito nazionale è innalzato e il

pugno di prodi accresciuto, ma in quegli infausti giorni le

popolazioni guardavan passare stupite ed impaurite considerando

perduti irremissibilmente quegli avanzi della difesa di Roma. Non un

sol uomo venne ad accrescere le loro file. Al contrario, ogni mattina

una quantità d'armi sparse sul terreno attestava il numero dei

fuggiaschi. E quelle armi si caricavano sui muli e sui carri che

accompagnavano la colonna e la colonna a poco a poco, avea più carri e

muli che individui. E a poco a poco la speranza di sollevare quel

popolo di servi svaniva nell'anima dei fedeli e coraggiosi superstiti.

A San Marino, vedendo che non v'era più volontà di combattere uscì un

ordine del giorno del _Solitario_ che congedava i militi rimandandoli

alle loro case.

Quell'ordine del giorno diceva: "tornate alle vostre case, ma

ricordatevi che l'Italia non deve rimanere serva". I più presero la

via del ritorno. Ma v'erano non pochi disertori dell'Austria e del

governo papale soggetti alla fucilazione e questi vollero accompagnare

il loro capo nell'ultimo tentativo di guadagnare Venezia.

Qui comincia una storia più dolorosa ancora. Anita, compagna

inseparabile del _solitario_ neppure in questo terribile estremo

consentì ad abbandonarlo. Invano lo sposo si affaticava a persuaderla

di rimanere a San Marino: incinta, spossata, inferma, non vi fu verso

di persuaderla. La coraggiosa donna non volle udire ammonizioni e

rispondeva al suo diletto: ch'egli voleva abbandonarla!!

Attorniato da corpi di truppe austriache, cacciato dalla polizia

papalina, dopo una marcia di notte, delusi i persecutori, quello

stanco avanzo dell'esercito Romano giunse alle porte di Cesenatico

allo spuntare della mattina.

"Scendete e disarmateli!(65)" esclamava il _solitario_ ai pochi

individui del suo seguito a cavallo e stupefatti i soldati delle

guardie austriache si lasciarono disarmare. Poi si svegliarono le

autorità e si richiesero loro pochi viveri e alcuni bragozzi(66) per

imbarcare la gente.

(65) Storico.

(66) Piccoli trabaccoli o barche

Non si può negare, la fortuna era stata favorevole al _solitario_ in

varie difficili imprese; ma qui, doveva cominciare per lui un infausto

episodio di difficoltà, di contrarietà e di sciagure. Un nembo da

Bora, scoppiato nell'Adriatico in quella stessa notte, aveva

imperversato sul mare e la stretta bocca del porto di Cesenatico era

un frangente. Immensi furono gli sforzi che si fecero per uscire dal

porto co' bragozzi carichi di gente, in numero di tredici! Ma solo

all'alba vi si riuscì ed all'alba gli Austriaci rinforzati e numerosi

entravano in Cesenatico.

Si veleggiò, il vento spirò favorevole ed all'alba dell'altro dì,

quattro dei bragozzi, uno dei quali col _solitario_, Anita,

Cicerovacchio e i figli, con Ugo Bassi, sbarcarono nelle foci del Po.

Anita nelle braccia dell'uomo del suo cuore sbarcò morente! Gli altri

nove bragozzi s'erano arresi alla squadra austriaca, che al chiarore

del plenilunio, scoperti i piccoli legni, li avea fulminati di

cannonate.

Come segugi in traccia delle fiere gli esploratori nemici inviati a

perseguire i fuggenti, gremivano la spiaggia. Anita giaceva poco

lontano in un campo di frumento, e vicino a lei il _solitario_ che le

sorreggeva il capo. Leggiero(67), l'unico compagno, gli rimaneva,

spiando tra gli interstizi degli steli i maledetti bracchi che

cercavano preda di sangue. Cicerovacchio, Bassi e nove compagni che

avevano prese direzioni diverse per sfuggire al nemico, perché così

erano d'intesa con me, furono arrestati tutti dagli Austriaci e

fucilati come cani.

(67) Era un coraggioso Maggiore dell'isola della Maddalena che a

qualunque costo, avea voluto seguire il _Solitario_. Lo avea

seguito in America e poi di là in Italia inseparabilmente.

Eran nove; a forza di bastonate si condussero nove contadini a scavar

nove fosse nella sabbia ed una scarica del picchetto di stranieri

soldati spacciò gli infelici. Il più giovane figlio del tribuno

romano(68) si moveva non ben morto dopo la fucilazione ma il calcio

del fucile d'un austriaco gli fracassava il cranio.

(68) Aveva tredici anni.

Bassi ed il suo compagno Pizzaghi ebbero la stessa sorte a Bologna.

Lo straniero ed il prete gozzovigliarono nel più puro sangue italiano

e la iena di Roma rimontava il suo trono contaminato sui cadaveri dei

cittadini suoi fatti sgabello!

Ecco la storia secolare del papato che il despotismo cerca di eternare

in Italia!

Serva agli italiani questo esempio di freddo eccidio de' loro onesti e

prodi concittadini e possa insegnar loro a non più lasciare la patria

terra in preda allo straniero ed ai preti suoi manutengoli, assuefatti

a servirsene di villeggiatura, poi devastarla e prostituirla!

Il _solitario_, col caro peso della compagna sua, vagò addolorato tra

le valli del basso Po sino a che non gli rimase che a chiuderle gli

occhi e pianse sulla fredda salma di lei lacrime di disperazione.

Vagò, vagò per foreste e per monti, incalzato dovunque dalla

sbirraglia del Papa e dell'Austria. Ma la sorte lo serbava a nuove

fatiche ed a nuovi pericoli. I tiranni dell'Italia lo troveranno sul

loro sentiero, sul loro sentiero imbrattato di sangue e di delitti e

guai a loro! perché, codardamente fuggenti, gli lasceranno le loro

mense imbandite ed i tappeti de' loro superbi palagi porteran per un

pezzo l'impronta del suo rozzo calzare!

Intanto egli è a Venezia per cui tanto aveva sospirato. Le lagune

coperte di gondole salutano tripudianti la camicia rossa senza macchia

e senza paura, simbolo del riscatto nazionale, ma puro, ma con ferro

italiano!

CAPITOLO LIV

ROMA IN VENEZIA

Eran le undici della notte. Le gondole ingombravano i canali di

Venezia e la piazza S. Marco, illuminata a giorno, era sì affollata di

gente, da non potersi distinguere un palmo solo del suo lastricato.

Dal balcone del palazzo Zecchin, parte dell'antica Procuratia che

limita la piazza a tramontana, il _solitario_ aveva salutato il popolo

e quel saluto al popolo redento, alla grande mendica, all'antico

baluardo della civiltà europea, alla venduta di Campoformio, era

corrisposto freneticamente dalla moltitudine esultante e commossa.

Ed anche il _solitario_ era commosso e tra sé pensava: "i solchi che

il despotismo lascia impressi sul volto umano, anche qui possono

distinguersi. Gli antichi dominatori del mondo furon trasformati dallo

straniero e dal prete mago, la cui verga tuffata nella melma

d'inferno, è solo atta a cambiare il bene in male, l'oro in immondizie

e le nazioni le più prospere, le più potenti, in una turba di mendichi

e di sagrestani. Questa stirpe, che si dice figlia della romana, fu

pure invilita, degenerata!". E lui, che tanto ama il popolo, ne

piangeva nell'anima addolorata!

Il _solitario_ era commosso ma non per questo lasciava di gettare uno

sguardo scrutatore sulla folla circostante. L'esperienza di cui non

doveva mancare a sessantanni di una vita di tante prove lo avvisava di

star cauto rispetto alla natura delle folle e degli assembramenti

popolari ove nelle moltitudini si nasconde facilmente il ladro,

l'assassino, la spia ed il prete, generalmente occulto sotto mentita

veste. E veramente: in quella povera Venezia, surta appena dalla

tirannide straniera, formicolava ancora gran parte di quella canaglia,

che rende il despotismo possibile, vendendo l'anima a quattrini e

molta se ne poteva distinguere da occhio esperto frammischiata al

buono ed onesto popolo.

Girava dunque il suo sguardo sulla popolazione affollata il

_solitario_ quando un picchio leggiero sulla spalla lo fece accorto di

Attilio. "Non vedi,--gli disse il suo amico,--quel ceffo camuffato col

berretto alla veneziana frammischiarsi fra quei buoni popolani veneti?

Egli è facile il riconoscerlo, come la vipera tra le lucertole, la

tarantola velenosa tra le formiche. Quando cotesti rettili serpeggiano

nelle moltitudini non è senza scopo. È un inviato di Roma, e certo c'è

del nuovo per noi. Colui è Cencio. Addio!".

I nostri lettori ricorderanno l'agente subalterno di Don Procopio, per

cui Gianni aveva affittata una stanza in vista dello studio di Manlio.

Costui dopo la impiccatura del padrone era stato promosso a maggiori

uffici ed era agente principale di S. E. il cardinale A.... primo

ministro del papa.

Cencio, una volta liberale e traditore poi avea fatto tesoro delle

cognizioni acquisite tra i democratici di Roma e perciò era reputato

prezioso come agente segreto dalla curia cardinalesca. Vedremo ora

qual era la sua missione in Venezia.

In un salone di casa Zecchin, affollato di visitatori, risplendevano

sulle venete bellezze, le tre bellissime eroine nostre, Irene, Giulia

e Clelia. La gioventù veneta assuefatta a contemplare le vezzose

figlie della regina adriaca rimaneva ammirata all'aspetto delle tre

romane, dico: tre romane poiché Giulia, che avea sposato il suo Muzio,

benché figlia affettuosa della sua bella patria, vantavasi e si

compiaceva dell'adottiva sua terra chiamandosi ella pure romana.

Irene, la più attempatella delle tre, conservava ancora tanta

freschezza da nascondere sotto il maestosissimo portamento gli anni

che aveva di più delle compagne. La sua bellezza era tale da poter

servire di modello all'artista cui piacesse ricordarci le antiche e

severe matrone della Roma dei Cincinnati.

Il matrimonio nulla avea tolto alle bellissime più giovani compagne e

le tre, formavano un ornamento tale nel Veneto salone da tenere, come

dissi, quella gioventù sospesa in ammirazione.

Accanto a Clelia stava Muzio e la buona Silvia con lui, talché delle

nostre donne mancava solo l'Aurelia. Gettata in una vita romanzesca e

di avventure che mai non avea sognato, quest'ultima finì con

l'avvinghiarsi al buon capitano Thompson come l'ellera alla quercia.

Benché un pochino repugnante da quelle certe tempeste il cui saggio

tanto l'avea malconcia, pure col suo caro leone di mare a lato i

marosi le sembravano assai meno spaventevoli.

Orazio e Muzio stavano insieme in un canto del salone conversando

sugli avvenimenti del giorno quando Attilio, giungendo vicino ai due

amici, partecipò loro la sua scoperta ed i tre s'incamminarono giù per

le scale verso Piazza S. Marco.

Non furono pochi gli sforzi dei tre amici per rompere la moltitudine

ammassata sulla piazza e penetrare sino all'oggetto della loro

ricerca, ma vi pervennero alfine e mentre il _solitario_ richiamato

dal popolo al balcone gettava gli occhi verso il punto accennatogli

prima da Attilio potè scorgere i suoi giovani amici che accerchiavano

il finto popolano di Venezia.

La mano di ferro di Orazio strinse il polso dello sgherro come una

tenaglia; Muzio con quel certo accento già noto al malvagio,

fissandogli negli occhi i suoi occhi fiammeggianti:

"Con noi, Cencio--gli sussurrò--e tosto". Il familiare dei preti, il

traditore delle Terme di Caracalla, tremò da capo a piedi, cambiò il

rubicondo suo volto in quello di un cadavere e senza articolare parola

seguì la via indicata da Muzio in mezzo agli altri due romani che lo

spingevano avanti irresistibilmente.

CAPITOLO LV

IL GOVERNO RIPARATORE

Quando si pensa all'unificazione di questa nostra Italia ed a coloro

che l'ebbero a reggere sulla spinosa via che ella percorse, e che

percorre ancora, non si può a meno d'inchinarsi davanti ai decreti

della provvidenza che veramente volle aiutarla fino a costituirsi in

nazione.

Io sovente, meditando sulla sorte di questa bella, grande ed infelice

nostra patria, nell'immaginazione mia, me l'ho figurata: un carro

tirato avanti a stento dalla parte generosa del popolo cui è unica

meta il bene generale e che segue la sua stella provvidenziale come

faro salvatore. Poi, addietro attaccata, immaginai la turba malvagia

de' reggitori coll'immensa coda de' loro satelliti scapigliati e

spossati ma pure disperatamente intesi a far forza per trascinare

indietro il veicolo dello stato anche a rischio d'infrangerlo. Il

popolo, impoverito, umiliato da quella ciurmaglia grassa e nuotante

nel vizio si ferma pacato, tranquillo nelle sue miserie, sgombra

volonteroso gli ostacoli accumulati sulla sua via di redenzione e

procede e procede ingenuamente fiducioso in un avvenire di

riparazione.

Riparazione!? e da chi verrà la riparazione? Povero popolo!... dai

restauratori del clericume, del gesuitismo, dell'impostura, ricondotti

nel tuo seno, a spese delle tue sostanze per mantenerti nell'ignoranza

e nella miseria?

Ai molti mezzi di corruzione impiegati dai potenti per tener in

servaggio le popolazioni si aggiunge oggi il più scellerato, quello

della setta nera, moltiforme, ricca, sostenuta dalla forza della

nazione in mani infami. E questa è la riparazione che tu aspettavi,

popolo infelice! paria!, ilota delle nazioni!

Riparazione!? Da chi riparazione? da chi s'inginocchia ogni giorno,

ogni ora, a piedi del sacerdozio della menzogna?

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 13 / 19 段