Quando si pensa: essere sì pochi coloro che godono o per meglio dire

monopolizzano i benefici della società incivilita e che tanti sono i

sofferenti, non si può fare a meno di dubitare: se veramente la classe

povera ritrae molto profitto dalla civiltà presente. Egli è lecito

chiedersi ancora, se essa può qualche volta, questa classe che pure è

la maggioranza, desiderare la condizione selvaggia dei primitivi

abitatori della terra tra i quali se non v'eran palazzi e cuochi, e

mode, ed abiti e vivande raffinate. Non v'eran preti, birri, prefetti,

esattori di tasse; non v'eran carichi insopportabili di balzelli e

d'imposte, non vi prendevan i figli a servire i capricci di un

despota, più o meno mascherato da liberale, col pomposo pretesto di

servire la patria e di lavar le macchie delle bandiere non

contaminate!

Comunque sia, una cena frugale nella foresta sulla magnifica verdura,

non ancora calpestata dal piede profano e desolatore dell'uomo, seduti

sui tronchi delle vecchie piante che, più del sedile, vi danno un

fuoco stupendo e vivificatore, accanto poi a creature, come Clelia,

Giulia ed Irene; oh! per Dio! io sono per una cena nella foresta

s'anco non mi presentasse altro che frutta e caccia come qualche volta

ho veduto.

Ma quella sera li c'era ben altro. Gasparo, comandante del bagaglio,

e John--che ambi s'occupavano della somministrazione dei

viveri--giunsero in mezzo al crocchio dei capi con una cesta ben

fornita, tagliarono dei freschi ramoscelli che distesero sulle zolle

verdeggianti, e vi sparsero delle vivande fredde che avrebbero fatto

gola ad un Lucullo.

Alcuni fiaschi di Montepulciano e d'Orvieto fincheggiavano le vivande

che condite dall'appetito, di cui erano dotati i proscritti dopo una

giornata laboriosa, sparivano con una celerità sorprendente.

Giulia era in estasi! Essa per la prima volta divideva quella scena

campestre in mezzo a quei cari e simpatici compagni che erano il bello

ideale della sua immaginazione romantica e cavalieresca. Lì era il suo

Muzio, che ella aveva indovinato sotto le vesti del mendico, che

mendico essa avea amato ed ora trovava il discendente d'una

nobilissima famiglia e forse il più ricco erede di Roma.

Quel sentimento dell'anima che la ravvicina come per elettrico

influsso all'anima amata, innamorata! che attrae come calamità, teneva

Muzio accanto alla donna del suo cuore e la custodiva e la provvedeva

d'ogni cosa gradita e la beava con quello sguardo che invano l'arte

cerca d'imitare e non può essere descritto che da chi ama con amore

squisito, celeste, insuperabile.

Giulia trovava nuovo diletto in udire nella sua bella lingua la

conversazione di Clelia e d'Irene col loro beniamino John, sempre

gioviale ed interessante. Vedendo l'amica star sospesa ai loro

discorsi, stuzzicarono a raccontare gli episodi della sua giovine vita

di mare: le tempeste, i pericoli trascorsi, massime nel suo lungo

viaggio nelle Indie ed in China che egli aveva cominciato a cinque

anni.

La descrizione di John, degli uomini in China che fanno ogni servizio

di donna in casa, mentre le mogli vanno in barca remando e portando in

un panno dietro le spalle i bambini, faceva ridere smodatamente le

belle interlocutrici e tutta la comitiva quando la traduzione ne

veniva fatta da una di esse.

"La nautica professione è quella a cui il mio paese deve la sua

grandezza--diceva Giulia--ed i miei concittadini l'apprezzano sopra

ogni altra e l'onorano. Là, non solo nei paesi del littorale marittimo

vi si fanno continue esercitazioni della gioventù, remando,

addestrandosi e pericolando, ma anche nei paesi interni dell'isola,

ovunque ci sia un fiume o un lago. Di lì quel semenzaio di uomini di

mare che son pervenuti a signoreggiare gli Oceani. Io ho veduto, in

Francia ed in Italia, i giovani destinati a divenire ufficiali di

marina, passar la miglior parte della gioventù alle scuole tecniche in

terra, e giungere poi a bordo oltre l'età di quindici o diciotto anni.

A quell'età lo stomaco non si fa più al mare, i giovani ne soffrono le

nausee e sono disprezzati dai marinai.

In Inghilterra la cosa è diversa. La gioventù destinata al mare, va a

bordo all'età di cinque anni e vi fa lunghissimi viaggi, compie i suoi

studi a bordo e dà al suo paese la prima ufficialità del mondo. I

ricchi non ammassano moneta per contemplarla(64), ma la impiegano e

pochi ve ne sono che non possiedano qualche barca grande o piccola per

darsi all'esercizio di un'arte che fa la gloria e la prosperità del

paese.

(64) Genova particolarmente che ha la prima marinerìa dell'Italia

non ha un Yacht. Eppure v'è della ricchissima gente in quella

capitale della Liguria.

In Italia voi avete marinai non secondi ai migliori di qualunque

nazione ma vi mancano gli ufficiali che stieno al paragone. Aveste

sempre ministri di marina che non s'intendono di mare, e quindi

incapaci di stimolare una professione che può fare dell'Italia una

delle più importanti e prospere nazioni dell'orbe".

L'argomento trattato da Giulia era un po' estraneo ai nostri Romani

ignari delle cose di mare, essendoché i loro istitutori-preti, avendo

trovato pesante il remo e le reti degli apostoli, s'eran piuttosto

dati al buon tempo delle gozzoviglie per la maggior gloria di Dio.

"Anche Gasparo, il valoroso principe dei banditi, potrà contarci

qualche cosa della sua vita avventurosa", disse Orazio: ed il vecchio

che forse ruminava qualche reminiscenza della sua vita passata

rispose: "Avventure di mare io non potrei contarne veramente, perché

pochissimo vi sono andato ma in terra ne ho passata la mia parte e se

non vi dà noia l'udirmi vi racconterò cose da far rabbrividire".

CAPITOLO XLIX

IL PARRICIDA

L'uomo nasce più grande in questa terra ne

sono una prova i grandi delitti che vi si

commettono

(_Alfieri_)

"Nacqui nella piccola città di S.... nello stato pontificio non lungi

dalla frontiera napoletana. I miei genitori furono gente onesta,

dediti alla pastorizia, al servizio del cardinale B. Di buon'ora,

custodendo le mandre di vacche, di buffali, di pecore, quasi sempre a

cavallo, io, forte di costituzione, come mi vedete ancora, divenni

robustissimo e destro cavaliere.

Fino all'età di diciott'anni rimasi un vero figlio del deserto non

conoscendo altro affetto, che quello del mio cavallo, del mio laccio e

delle mie armi, con cui ero divenuto formidabile ai cervi ed ai

cignali delle foreste romane. Appassionatissimo per la caccia,

esercizio confacente alla mia natura, ero capace di passare delle

notti intiere in agguato del cignale nelle paludi ove esso ama

avvoltolarsi nel fango; conoscevo la posta del cervo e bene spesso

tornavo a casa portando sulle spalle uno di quei superbi corridori.

Un giorno, avendo lasciato il mio cavallo a certa distanza, stavo

nascosto nel bosco alla posta del cervo quando un rumore si fece udire

sul sentiero che dietro di me conduceva al paese. Sulle prime pensai,

potesse essere una belva e tenni pronta la mia carabina; ma a misura

che il rumore si avvicinava, mi sembrò udire una voce umana. Mi tenni

più celato allora e attesi, finché mi comparve alla vista un giovane

prete che aveva vedute alcune volte nelle mie rare escursioni alla

città, il quale trascinava per mano una fanciulla sui sedici anni.

Il prete, circa ventenne, alto di statura e robustissimo, mancava

d'una carabina, d'un cappello puntato e del giustacuore di guerra, per

sembrare un vero e magnifico masnadiero.

La fanciulla!... perdonatemi la commozione!--e le pupille del

vegliardo s'erano inumidite,--la fanciulla era un angiolo! Non so come

non fui scoperto, poiché vedendola fui invaso da un'emozione, da un

palpito dell'anima, sì delizioso, sì nuovo per me, che mi spinse ad

involontaria esclamazione. Ma troppo erano affacendati i nuovi venuti

per poter udire la mia voce nella selva. Il prete, col volto di

bragia, stringeva col braccio destro la fanciulla e con tutta la sua

forza cercava di trascinarla avanti, ad onta degli sforzi di lei per

non avanzare.

Giunta finalmente a quei modo a venti passi dal mio nascondiglio, la

coppia fermossi ed io udii distintamente la ragazza piangendo,

esclamare: "Giacomo, per l'amor di Dio, lasciami! non hai vergogna di

usar violenza alla tua sorella?".

"Alba--rispondeva lo sciagurato--non mi parlare così, non chiedermi

l'impossibile. Alba! mia bella Alba! così bella e che io amo tanto!

l'anima mia, vedi, brucia come il cratere di un vulcano!". Così

dicendo la stringeva nelle nerborute sue braccia e cercava carpirle un

bacio. La giovane, robusta anch'essa e animata dall'ira, si svincolava

dagli osceni abbracciamenti come un'anguilla. Così durarono un pezzo

ma finalmente il perverso essendo giunto ad atterrarla con uno sforzo

supremo, e tenerla ferma al suolo, con un fazzoletto le andava legando

le mani ad onta del pianto e delle lamentazioni dell'infelice. Né qui

è tutto--continuò il vecchio corrugando terribilmente la fronte;--quel

demonio trasse fuori di tasca una funicella e colla fredda e spietata

tranquillità del carnefice che applica la tortura assicurò alle verdi

piante le membra della vittima a cui intanto ripeteva: "Vedi Alba! che

ora ti tengo?".

Alba non rispondeva perché la misera era svenuta.

Io là, a venti passi, l'ebbi più di dieci volte quell'assassino sotto

la mira della mia carabina e non so perché non mandai l'anima sua

all'inferno. Non avevo ancora versato sangue umano e, lo confesso, mi

repugnava il cominciare.

Ma quando lo svergognato tentò andare oltre, feci un salto da tigre

per raggiungerlo ed il calcio della mia carabina, come fosse una

clava, lo stese sul terreno senza movimento.

Slegai la fanciulla svenuta, la presi nelle mie braccia e la portai

accanto ad una corrente che non era lontana, spruzzai con acqua fresca

quel volto d'angiolo, ch'io tengo qui scolpito nell'anima mia ed essa

rinvenne. Rinvenne, mi strinse la mano in segno di gratitudine

guardandomi commossa, esterrefatta. Da quell'istanze fu deciso il

destino della mia vita, ed io amai Alba come si può amare la divinità

stessa.

Il terribile sacerdote di lucifero tornando in sé ripigliò la strada

di S.... imprecando e giurando vendetta contro tutto il genere umano.

Chiese contezza di me e lascio pensare in quale esecrazione poi mi

tenne. Forte come lui, e con anima diversa, poco lo temevo.

Ma contro di me non doveva sfogarsi la rabbia di quel mostro, bensì

contro il vecchio suo genitore, testimonio più immediato de' suoi

turpi tentativi. La prima vittima fu lui. Ingiuriarlo, maltrattarlo,

batterlo, era poca cosa: un giorno il vecchio fu trovato col cranio

fracassato sul lastrico del cortile interno di casa sua. Sarà caduto?

o precipitato dal terrazzo? Il cadavere non rivelò il parricida!

Che importa al prete un delitto, s'ei lo può coprire? Non ne commette

uno grandissimo, quello di mentire, dicendosi ministro di Dio coprendo

quell'enorme delitto coll'ignoranza del prossimo, ch'ei deride?

La professione del prete è questa: godere e far credere alle

moltitudini stupide ch'egli soffre di privazioni e di disagi.

Povero prete! Ricordo d'aver veduto un quadro in America che

rappresentava un prete nella sua sala da pranzo a tavola. Vivande

d'ogni specie erano imbandite sulla mensa e molteplici le bottiglie di

vini prelibati. Accanto al prete stava la polputa e rubiconda sua

Perpetua che egli carezzava amorosamente.

Alla porta dell'abitazione di quel gaudente giungeva un povero

contadino irlandese, colla moglie che teneva un bambino sulle spalle.

Tutte e tre le povere creature si vedevano sparute ed in miserabile

stato. Il marito metteva una moneta nel bussolo del prete sul quale

era scritto: "_Fate l'elemosina pel povero parroco_".

Non è questa la genuina storia del prete? Da una parte il godimento,

l'ipocrisia e la menzogna, dall'altra l'ignorante credulità e la

miseria!

Godere dunque, per chi non deve godere per legge e per i giuramenti

suoi è delitto! Quindi si copra il delitto ed incesti, infanticidi ed

ogni scelleraggine, ogni bruttura si tenga celata.

Io so d'un prete che vive colla sorella in termini matrimoniali e un

altro ne conobbi che con maltrattamenti e battiture cagionò la morte

del padre suo. E ripeto, questi sono delitti che giungono a notizia

della gente. Gl'infiniti che rimangono sepolti nei penetrali della

casa, nei sotterranei del chiostro e nei sepolcri chi li novera?

Una sera--continua Gasparo:--io ero seduto nel mio abituro campestre,

di ritorno dalla caccia. Avevo veduto Alba la notte antecedente poiché

dal giorno fatale in cui risparmiai all'umanità un incesto e che vidi

per la prima volta quella stella della mia vita, raramente passavo una

notte senza vederla, ad onta di tutte le precauzioni dell'innamorato

suo cerbero.

Da quando seppi da Alba prevedevo bensì una catastrofe ma non così

subitanea come la precipitò il parricida, mostro di lussuria, in

quella terribile notte.

Ero dunque seduto nel mio abituro ed appena entrato quando si spalancò

la porta ed Alba scapigliata e fuori di sé precipitossi nella stanza

stramazzando ed esclamando: Parricida! Parricida!".

CAPITOLO L

IMBOSCATA

"Le parole di Alba mi avevan svelato come un lampo l'orribile delitto.

La raccolsi svenuta, l'adagiai sul mio lettuccio e per la prima volta

potei contemplare tranquillo tutta la soave bellezza di quella sovrana

dell'anima mia! Per Dio! sentii quasi menomare il mio aborrimento per

l'assassino incestuoso, parricida, alla vista di sì bella creatura!

forse cagione innocente di tanto delitto!

Alba risensando non mi svelò l'autore della morte del padre, né mi

favellò del fratello ed io per non svegliare in lei reminiscenze

dolorose scansai sempre d'interrogarla.

Il prete però, credendomi consapevole del suo misfatto, coll'odio

immenso che già mi portava e la gelosia per l'amore d'Alba, mise in

giuoco tutte le trame di cui è capace un demone, per annientarmi. Non

ardì accusarmi apertamente della morte del padre, ma insinuò tale

sospetto tra i suoi intimi, mi tese quante insidie egli potè e mise a

disposizione di sicarii per uccidermi, quanto possedeva.

Al mio aspetto benché oppresso dagli anni e da' malanni voi potete

congetturare ch'io dovea essere un giovane svelto, e capace di tener

testa a dieci preti. Eppure quel lucifero fu tanto astuto da tendermi

un'imboscata nella quale poco mancò ci lasciassi la vita.

Invano egli aveva grassamente pagati vari sicari per farmi la pelle.

Io, che sapevo di quanto era capace il mio nemico, dormivo con un

occhio aperto e quando uscivo di casa avevo meco due amici fedeli, il

mio _Lione_ e la mia carabina, con tutti gli accessori. _Lione_ a

cento passi sentiva il rumore d'un uccelletto e cominciava a muovere

la coda ed appuntava gli orecchi. Povero mio cane! egli fu vittima

dell'affetto che mi portava!--e il cuore intenerito del povero vecchio

l'obbligò ad una pausa finché la commozione fosse superata.--Sì, quei

mostri in una mia passeggiata a S.... pervennero ad avvelenarlo.

Fra S.... e il mio abituro esistevano certi folti, certe macchie nella

selva idonei ad imboscate e i sicarii vi si eran nascosti qualche

volta, ma frustrati dalla mia vigilanza ed impauriti dalla mia

carabina eran fuggiti al mio avvicinarsi e confessarono al prete che

volean desistere dall'impresa. Così però non l'intendeva Don Giacomo:

eccitati con lauti pasti e vino abbondante e guadagnati con molto

denaro, una sera condusse seco i tre malandrini e venne ad imboscarsi

vicino alla mia casetta, in una macchia che dava sul sentiero che io

doveva percorrere.

Il mio _Lione_ era sepolto e, ad onta delle mie precauzioni, io fui

sorpreso. Quattro scariche quasi simultanee partirono dalla macchia e

rimbombò un furioso grido di _muori!_ degli assassini che mi corsero

addosso credendomi ferito. Ma non era così: quasi per miracolo, le

quattro palle mi colpirono, ferendomi molto leggermente essendo la

ferita più grave quella che mi portò via questo pezzo di orecchio

sinistro. Un'altra palla colpì nel davanti del mio cinto di cuoio e

fracassò alcune cartuccie, la terza mi forò il cappello radendomi la

testa e la quarta mi sfiorò la spalla destra cagionandomi una semplice

graffiatura.

Il primo che venne a me fu il prete, con la carabina nella sinistra, e

la destra armata di pugnale. Sembrava un energumeno, ma il mio tiro

riuscì più efficace dei loro. Il malnato, rotolò ai miei piedi, dando

un grugnito da cignale. Ne rovesciai un secondo coll'altro tiro e i

due ultimi, veduta la sorte dei loro compagni e scorgendomi colla

pistola in mano, pronto a scaricarla, se la diedero a gambe.

La uccisione di un prete e d'un altro assassino, in difesa della mia

vita, furon le mie prime colpe. In un altro paese, facendo valere i

miei diritti d'assalito, avrei forse potuto scamparla perché, sebbene

non avessi testimoni, la cosa era così evidente, che difficile non mi

sarebbe stato provare la mia innocenza. Sotto il governo clericale,

trattandosi della morte d'uno de' suoi, era altra cosa ed io pensai

bene di tenere la campagna. Allora cominciò la storia del mio così

detto brigantaggio; però, vi giuro, che la morte dei tanti sgherri

d'ogni specie da me spacciati fu sempre una necessità per la mia

difesa.

Molti, come me maltrattati dal clericume, mi seguirono, ed in poco

tempo formai una banda formidabile al punto che il governo papale

trattava con me, come si suol dire, con potenza costituita e

riconosciuta. Assassini e ladri di mestiere meco non ne volli mai. Gli

infelici d'ogni specie eran da noi soccorsi e se si assaltavano

qualche volta le autorità pretine ciò accadeva per insegnar loro a non

commettere infamie ed ingiustizie.

Così vissi per molti anni, sovrano della campagna romana, più di colui

che siede al Quirinale, finché i coccodrilli di quella corte

astutissima, vedendo che nulla potevano colla forza, ricorsero agli

inganni, e quella buona lama del cardinale A.... mio degno parente,

che Dio maledica, contribuì più d'ognuno alla mia cattura, avendo io

avuto la debolezza di fidarmi a lui. Così rimasi per quattordici anni

in ferri.

La giustizia di Dio stenderà finalmente la sua mano su quella setta di

malvagi, vero flagello del genere umano.

Nelle galere pontificie, io seppi di voi. Orazio, della coraggiosa

vostra resistenza ai cannibali del Vaticano e, vi assicuro, pregavo

Dio, che pria di morire volesse concedermi d'esservi compagno. La mia

preghiera fu esaudita, ed altro non bramo, che dar questo resto di

vita per la santa causa che voi e i vostri nobili compagni,

propugnate".

Giulia, incantata dal racconto del bandito, era lì lì per chiedere un

cenno della vita avventuriera d'Orazio ma girando lo sguardo sugli

astanti s'avvide che la stanchezza universale e l'ora tarda facevano

necessario il riposo e si astenne e contemplò curiosa i preparativi

dei letti da campo.

Le verdi frasche della selva in un momento distese sulla parte più

piana del sito, coperto dal secolare gigante della natura, formarono

un magnifico letto per le donne, che vollero dormire insieme, ravvolte

con parte dei mantelli dei loro cari. Muzio con cenno supplichevole,

offerse il suo alla bella inglese, e la pagò con uno sguardo di

gratitudine per averlo accettato. Frattanto Orazio ed i compagni

fecero un giro d'ispezione alle guardie e sentinelle avanzate, e

diedero ordini di dare la sveglia prima dell'alba.

Lì, tra quelle piante, distese sulla terra, dormivano le speranze di

Roma, il risorgimento da diciotto secoli di sonno e di vergogna,

l'avanzo illustre dei vecchi conquistatori del mondo anelanti d'essere

accolti nella grande famiglia umana!

CAPITOLO LI

L'INSEGUIMENTO

Dio ebbe proprio a decidere così delle cose umane, che la somma delle

grandezze dovesse venir ridotta al più basso delle umiliazioni. Così

quella ciurmaglia che si chiama _esercito romano_ doveva tenere il

posto, e il nome e calpestare il terreno dove un giorno il vero ROMANO

ESERCITO dominò il mondo conosciuto. Solo il prete, lo ripeto, potè

produrre tale mostruosa trasformazione.

Il generale romano, cioè straniero, al servizio del papa, giunto in

Viterbo con quante forze aveva potuto raccogliere, chiamò a consiglio

nel palazzo municipale gli ufficiali superiori del suo esercito

pigmeo. Tra questi ultimi si trovava un maggiore, col naso enfiato,

come un cocomero e coperto di striscie di cerotto. Era il famoso pugno

con cui il nostro Silvio lo aveva capovolto tra le ruote della

carrozza.

Costui, col volto infiammato dal vino di cui egli aveva bevuto

copiosamente per coprire la sua vergogna, consigliava di marciare

subito all'assalto dei _briganti_. Ma il generale più pacato opinò,

che meglio sarebbe stato, muovere all'alba non essendo sicuro a

quell'ora tarda di poter raccogliere i soldati, quasi tutti ubbriachi.

Dopo alcune discussioni, si deliberò di seguire il parere del capo.

All'alba i campioni dell'altare e del trono suonarono a raccolta, ma

ci vuol altro per mettere insieme quei coraggiosi adoratori del fiasco

italiano, una parte stanchi dalla marcia forzata da Roma a Viterbo e

della vergognosa scappata degli altri dal Ciminio.

Il sole già si presentava sulle vette dell'Appennino, quando

l'esercito principiò le sue mosse complicate al solito di combinazioni

difficili ad eseguirsi in una selva montuosa ove il capo ignorante era

obbligato di servirsi di guide indigene che mal volentieri lo

servivano.

I proscritti all'incontro, praticissimi, s'eran mossi all'alba e

quando il sole spuntava, già dominavano il vertice del monte e potevan

di là scoprire il nemico da qualunque parte si fosse avvicinato.

Orazio, cui nessuno contendeva il comando, aveva disteso circa cento

dei suoi, comandati da Muzio in bersaglieri, tra i massi ed il bosco

che dominavano il monte dalla parte ove si vedeva il nemico avanzare.

Il resto, circa dugento, era in colonna dietro lo stesso vertice,

pronti a caricare al primo cenno.

Avendo così disposto i suoi trecento, il capo fece chiamare a sé il

capitano Tortiglia, e gli chiese degli Ufficiali che conducevano la

colonna nemica e che si vedevano ascendere il monte, benché ancora

lontani. "Chi comanda la vanguardia--disse Tortiglia--e viene avanti

risolutamente è il maggiore Rascal, coraggioso ufficiale, ma un

Rodomonte di prima categoria".

"Oh! se non m'inganno,--disse Silvio, che aveva puntato il

binoccolo,--quegli è lo stesso che voleva ieri farsi portare il

bagaglio da me; lo riconosco al suo naso impiastricciato di cerotti".

"E quell'altro?--dimandò Orazio--che viene a cavallo alla testa credo

del corpo principale?".

"Prestatemi il binoccolo,--disse Tortiglia, e dopo averlo puntato

sull'individuo accennato:--Oh per Dio!--egli esclama,--quegli è

proprio il Generale in Capo dell'Esercito; e vedete che spunta anche

il suo stato maggiore a cavallo".

"Ed il suo nome?".

"Il suo nome, è Conte de la Roche... de la Roche-Haricot. Questi

legittimisti francesi, rappresentanti del feudalismo, hanno certi

nomi, quasi tutti di Roche e che per noi della lingua del _sì_ sono

ben difficili a pronunciarsi".

"Ma anche voi siete della lingua del sì signor spagnuolo?" gli disse

Orazio un po' stizzito.

"_I Como nò_,--articolò in spagnolo il capitano--siete forse voi soli

figli degli antichi latini e soli possessori di quella universale

lingua? sappiate che v'è tanta differenza tra la lingua italiana e la

spagnuola e portoghese quanta tra il volto di un Calabrese e quello di

un Andaluso o d'un Lusitano, che si somigliano come fratelli".

"Bravo capitano Tortiglia" disse Attilio giunto in quel momento dal

corpo di battaglia che comandava. "Voi siete un vero erudito, e noi

Romani educati dai preti a baciamani, a inginocchiarci, e servire la

messa, nulla sappiamo di ciò che avviene fuori dalle mura di Roma".

Ma l'esercito papale avanzava ed Orazio da esperto capitano ne

misurava il progresso, senza turbarsi ma con quell'ansia che non può a

meno di risentire chi ha la responsabilità di un corpo di militi in

presenza del nemico ed in procinto di venire alle mani. Uno degli

inconvenienti della guerra per bande e che più preoccupa il capo è il

dover spesso abbandonare i feriti, o affidarli agli abitanti per lo

più paurosi e che temono di compromettersi.

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 12 / 19 段