maggior parte si levò portando minacciosamente la mano sull'elsa, ma
uno fra loro più maturo di età tranquillandoli, disse: "Amici! non
conviene turbare la quiete della città, dove sapete che siamo venuti
per rimetter l'ordine. All'alba ci troveremo co' tre nostri
provocatori; solamente bisogna assicurarsi che questi signori non
vadano via nella notte, e ci privino dell'onore d'uno scontro".
"Troppo fortunata è l'occasione che a noi si presenta di combattere i
nemici del nostro paese,--rispose Attilio--; perché ce la lasciamo
sfuggire. Se vi garba staremo insieme tutti sino all'alba per movere
uniti al luogo della pugna".
Gli stranieri chiesero della carta per scrivere i loro nomi e tirare a
sorte chi dovesse combattere; tra i pacifici commensali italiani se ne
trovarono tre che si offrirono di servire da secondi ai loro
concittadini e quanto alle armi, siccome v'era insulto manifesto, da
ambe le parti, si chiese il duello ad oltranza. A quindici passi: e al
segnale dei padrini i combattenti marcerebbero ad incontrarsi,
sciabola e pugnale.
I tre campioni dei preti usciti dall'urna, ossia da un cappello, ove
erano stati deposti i nomi, furono un francese legittimista, uno
spagnuolo carlista ed un austriaco. Il primo si chiamava Goulard, il
secondo Sanchez ed il terzo Haynau.
I padrini nel resto della notte si occuparono a visitare le armi per
fare in modo che le condizioni dei combattenti si trovassero
pareggiate sul terreno.
CAPITOLO XLV
LA PUGNA
L'alba del primo maggio spuntava appena dall'alto della selva Cimina,
oggi Monte di Viterbo; quando per la via montana che la accavalla
s'internavano nella selva dodici individui, avviluppati nei loro
mantelli.
Procedevano tutti in silenzio, ma quando furono su di un poggio, che
domina parte della foresta, Attilio disse:
"Qui, in questa selva, si rifugiarono gli ultimi avanzi
dell'indipendenza Etrusca, battuti e perseguitati dai padri nostri, i
Romani, e qui in un'ultima battaglia sparì dal novero delle genti
italiche il più antico, il più celebre ed il più civile dei popoli
della penisola".
Il capitano Goulard, che sapeva abbastanza d'italiano per capire il
discorso d'Attilio e che credette fosse a lui indirizzato: "Credo che
non lungi di qui,--soggiunse--; i miei antenati Galli dessero delle
famose sconfitte ai vostri padri Romani e senza le oche, a cui si
raccomandarono, sarebbero scomparsi allora dalla terra".
Attilio, stizzito, ma con calma, rispose: "Quando i vostri antenati
camminavano su quattro gambe per le foreste della Gallia i nostri
padri, i Romani, li trassero fuori, li piantarono su due piedi, e
dissero loro: "siate uomini! a loro dovete la vostra civiltà moderna e
la poca gratitudine verso di essi...".
"Che mi parlate di gratitudine?--intervenne il legittimista.--Dovreste
ricordarvi, che senza la Francia, questa vostra Italia una non sarebbe
esistita mai e poca gratitudine dimostrate voi per tanti generosi
francesi, che han seminato le loro ossa sui piani della Lombardia".
"Oh!--ripigliò Attilio con veemenza.--Noi sappiamo distinguere la
Francia generosa, ed i suoi prodi, pronti sempre a spargere il loro
sangue per la libertà del mondo, dalla Francia Napoleonica che si è
fatta propugnatrice del dispotismo dovunque, conculcando le giuste
aspirazioni dei popoli". Ma soggiunse poi dopo un istante di pausa:
"del resto noi siamo venuti per combattere e non per disputare".
Il luogo che i dodici avevano raggiunto era uno di quei prati ameni
che natura si compiace lasciare senza ingombro d'alberi nelle foreste
e che sembra di nascosto compiacersi ad ornare con prodigalità di
tutto lo sfolgorante suo lusso. Quel prato incantevole doveva servire
a scene di furore, ed essere imbrattato di sangue.
Il sito era scelto, misurate le distanze, i sei padrini sgombrarono
dal centro, dopo aver gettato un'occhiata agli antagonisti; pronti a
corrersi addosso. Il primo e il secondo segnale erano dati e si
aspettava con ansia il terzo quando uno squillo di tromba che suonava
la carica si fece udire improvviso dalla stessa via percorsa dai
duellanti. Quasi simultaneamente si vide una compagnia di soldati
stranieri del papa seguiti dal delegato Sempronio ed alcuni de' suoi
fidi ribaldi avanzarsi sul luogo della pugna.
Qui conviene confessare che, quantunque mercenarii, gli ufficiali
stranieri parvero mortificati e quasi sul punto di prender parte alla
difesa dei loro avversarii. Certo poi li avrebbero consigliati ed
aiutati a mettersi in salvo, se la truppa guidata dal delegato avesse
dato tempo a riflessioni e non fosse venuta caricando impetuosamente
alla baionetta la parte italiana.
Contro gente comune, quella carica sarebbe stata decisiva e una fuga
precipitosa, se fosse stato possibile fuggire, ne sarebbe stato il
risultato inevitabile; ma i nostri romani erano tali da sostenere
qualunque assalto per ineguale che fosse il numero. Al primo squillo
essi gettarono un colpo d'occhio sugli avversarii, e riscontrarono con
soddisfazione che non eran complici della sorpresa. Poi, facendo
fronte agli assalitori, si ritirarono in ordine, senza precipitazione,
senza sgomento, verso la selva, col _revolver_ alla mano.
La truppa, giunta sul luogo, vedendo che tra la gente che era venuta
per assalire c'erano dei suoi ufficiali rimase perplessa senza sapersi
che fare. Ma Sempronio che era prudentemente rimasto indietro, vedendo
l'inutile risultato di ciò che chiamava il suo piano di battaglia,
inferocì, gridando a tutta gola: "fuoco! fuoco! da quella parte! da
quella parte!" segnando a dito i suoi concittadini del cui sangue
aveva sete, e che vedea lentamente ritirarsi verso la foresta e
raggiuntala far fronte alla truppa.
I soldati, come abbian detto, esitarono un momento; ma i birri che
accompagnavano il delegato fecero fuoco sugli italiani, i quali
sebbene fossero coperti dalle prime piante del bosco ebbero due
padrini feriti, ma leggermente. Il _revolver_ d'Attilio fece immediata
vendetta dei compagni feriti e la sua palla andò diritta al naso di
Don Sempronio (poiché egli era un prete, vestito da birro) e gliene
portò via una metà.
Fu quello un colpo da maestro; perché Sempronio con grida e lamenti
che destavano le beffe, non la compassione negli astanti se la diede a
gambe verso Viterbo lasciando ad altri l'esecuzione del suo famoso
piano di battaglia.
Non tutti gli ufficiali stranieri erano vergognosi della brutta figura
che facevano in questa circostanza: parendo evidente, che per paura di
scontrarsi sul terreno cogli italiani, essi avessero preparato la
sorpresa della truppa. La sorpresa era dovuta ad un maneggio del
delegato di polizia che dalle sue spie, aveva conosciuta la presenza
dei tre capi proscritti ed avea preso le sue misure per assicurarne la
cattura, sperando con questo di meritarsi un berretto di cardinale.
Ma, come dicemmo, non tutti gli ufficiali erano scrupolosi come i sei
duellisti (e non lo era certo il capitano Tortiglia, comandante la
compagnia di spedizione, carlista sfegatato). Allettato da un'impresa
che credeva facile, contro pochi proscritti, si accinse ad inseguirli
nel bosco col maggiore accanimento.
Fin che durarono le cariche, i nostri amici che avevano pregato i due
feriti d'inselvarsi, tennero testa agli assalitori; ma scarichi i
revolver, furono obbligati a ritirarsi davanti ai soldati, che il
comandante eccitava, spingeva, trascinava alla difficile impresa. Il
capitano Tortiglia ripetendo ad ogni istante dei "_Voto a Dios!_ e dei
_Caramba!_"(61) continuava tenacemente l'inseguimento e giurava
impadronirsi di quei malviventi, cattura che sperava gli avesse a
fruttare non piccola onorificenza dal governo dei preti. Però, Orazio,
si ricordò che aveva seco l'inseparabile corno, lo trasse fuori e
cominciò a ripetere alcune note che già udimmo al suo arrivo al
castello di Lucullo. Non appena aveva egli cessato di suonare, che da
ogni parte della selva s'udì un fracasso come di torrente che si fa
strada fra i diruppi e le piante a precipizio.
(61) _Voto a Dios, Caramba_, giuramenti spagnuoli.
Erano i compagni di Orazio e parte dei trecento che riuniti nella
selva Ciminia dopo i fatti accaduti nella campagna di Roma stavano in
attesa dei loro Capi, allontanatisi per alcuni giorni con missioni
importanti.
Chi precedeva la banda or giunta sulla scena d'azione e la capitanava
erano, niente meno che Clelia e Irene, or nuove amazzoni in cerca
della pugna. Al loro fianco stava l'intrepido John, bramoso di menar
le mani in sì bella compagnia.
I proscritti non fecero fuoco, ma, innestate le baionette alla punta
delle loro carabine, cacciarono i mercenarii stranieri al grido di
_Viva l'Italia!_ spingendoli rovinosamente dinanzi a sé, con furia
uguale a quella di montano torrente che seco travolge ciotoli e
rottami. I soldati impauriti dall'irrompente tempesta, se la diedero a
gambe, non curando le minacce e le sciabolate dei loro ufficiali, che
invano cercavano di trattenerli.
Il capitano Tortiglia non mancava di coraggio e poiché s'era spinto
alla testa de' suoi era ora rimasto l'ultimo. Convien dire puranco ad
onor suo ch'egli era mortificato e sdegnoso di fuggire correndo,
quando fu raggiunto da Attilio, il quale gli intimò la resa.
Tortiglia, gridò, morrebbe prima di arrendersi, onde l'italiano allora
attortigliatosi il mantello al braccio sinistro, allontanò con quello
la spada del capitano e gli si avventò addosso col pugnale nella
destra. Lo spagnuolo, che era piccolo di statura ma agile e svelto,
lottò, dimenossi per un pezzo; ma l'artista lo sollevò da terra e
stizzito dalia resistenza di quel fantoccio che ei non voleva uccidere
lo gettò con impeto contro il suolo, come fosse un sacco di stracci.
Fu ventura per Tortiglia che il suolo era erboso se no, l'arte
d'Esculapio non sarebbe bastata ad accomodargli le ossa sconquassate.
Non oltre il limitare della selva i proscritti perseguirono la truppa,
salutandola con alcuni tiri per toglierle la voglia di voltarsi
indietro, poi, medicati alcuni feriti d'ambo le parti, inviati a
Viterbo sotto la scorta dei soldati prigionieri, gli stranieri feriti,
internarono nella selva i propri. Il capitano Tortiglia trattennero
solo, più per ostaggio che come prigioniero.
Clelia e Irene furono festeggiate da tutti per la loro bravura e
Muzio, dopo avere baciato loro la mano con affetto, manifestò la
propria riconoscenza ed i propri sentimenti in questa guisa:
"Coraggiose e degne figlie di Roma, siate benedette per l'esempio che
avete dato non a questi prodi compagni che non ne abbisognano, ma agli
infingardi d'Italia che aspettano la manna dal cielo e dai nemici la
loro libertà. Essi non si vergognano di piegare dinanzi alle esigenze
di un tiranno straniero, di rinnegare la loro Roma, Metropoli naturale
d'Italia, votata Capitale dal Parlamento, e voluta dalla Nazione; e
non si vergognano di lasciarvi quel pandemonio di preti, flagello ed
onta del genere umano.
Alle donne! sì alle donne toccherà di lavare tanta vergogna, giacché
gli uomini non ne sono capaci".
Era giunto Muzio a questo punto del veemente suo discorso in onore del
bel sesso, quando un'apparizione di donna, come discesa dal cielo, col
volto e col portamento di un angelo, apparve agli occhi suoi sul
sentiero di Viterbo e a quella vista tutta l'eloquenza del giovane
romano svanì ed egli rimase come una statua contemplando l'adorata
sovrana del suo cuore.
Ma la stupefazione di Muzio, fu meno osservata della corsa precipitosa
di John verso la bella sua padrona. Questi, lasciata andare per terra
la sua preziosa carabina, che non avrebbe abbandonata per tutto l'oro
del mondo in altra circostanza, correndo e saltando, in un istante
raggiunse Giulia, le prese la mano, la coprì di baci e lagrime di
gioia si videro sgorgare dai suoi occhi. Poverino! In quella carissima
donna si riassumevano per lui mille affetti e ricordi di famiglia,
d'amici e di patria!
Giulia amorevolmente baciò in fronte il giovane inglese, poi Clelia e
Silvia l'abbracciarono con singolare espansione, e la presentarono ad
Irene di cui Giulia non ignorava la romantica storia e tanto
desiderava di conoscerne l'eroina.
I prodi militi della libertà di Roma, obbliando un momento la
disciplina, si affollarono intorno alla bellissima figlia d'Albione e
se non la coprirono di carezze almeno poterono bearsi nella sua
contemplazione.
CAPITOLO XLVI
LA QUERCIA ANTICA
Dopo le accoglienze d'Attilio e d'Orazio, il suo forte liberatore,
Giulia si occupò un poco anche del suo amante, che in tanta confusione
era rimasto alquanto eclissato e confuso.
Muzio anche da mendico avea sempre tenuto quel decoro e quella
pulitezza della persona, che il ricordo de' suoi natali gì'imponevano,
pur nondimeno Giulia lo complimentava ora sulla sua eleganza,
complimento che non aveva potuto fargli all'albergo della Luna, per le
circostanze da noi conosciute.
Veramente la condizione dell'ultimo rampollo della famiglia Pompeo,
s'era migliorata assai in questi ultimi tempi. Siccio, quel
fedelissimo ed amoroso servo che lo aveva raccolto bambino, salvato e
nutrito con tanto affetto, era morto ed avea, pria di morire,
trasmesso al cardinale F... zio la storia e una copia dei titoli del
suo giovine padrone. Il prelato avea tosto dato ordine al suo
procuratore di mettersi in relazione con Muzio, fornirlo di quanto
abbisognava e procurare di tirarlo all'ovile. Il cardinale lo aveva
incaricato pure di fargli sapere che nel suo testamento lo avrebbe
fatto padrone degli immensi suoi beni e rimesso anche in possesso di
quelli del padre, fraudolentemente passati nelle ugne dei Paolotti
avoltoi.
Tutto questo rasserenarsi dell'orizzonte del nostro mendico, era
dovuto poi al cambiamento di temperatura politica, occorso verso la
fine del 1866, in cui gli Italiani, sebbene in modo indecoroso,
rientravano in possesso di casa loro. Non era indifferente per il
cardinale A... il poter dire "anch'io ho un nipote liberale(62) e di
prim'ordine" e per questo cercava l'amistà di quel nipote.
(62) Non più _libertino_ come prima ci chiamavano i preti.
Giulia contemplava la trasformazione degli abiti di Muzio con
commozione. Pure ella che tanto lo aveva amato mendico avrebbe quasi
desiderato fosse rimasto lo stesso. Muzio non favellò, ma prendendo la
mano di Giulia, v'impresse un bacio, nel quale versò tanto affetto e
tanto cuore che la penna non potrebbe descrivere e solo donna
innamorata può comprendere.
Clelia ed Irene alla lor volta erano pur felici nel riabbracciare i
loro cari, e la gioia era dipinta su tutti quei giovani volti.
È forza confessarlo. Nemico del sangue come io sono pure trovo che il
giorno d'una vittoria è inebbriante e, come ogni altro, io stesso ne
ho assaporato la selvaggia letizia. Poco importano, il terreno
seminato di cadaveri, le grida dei morenti e la spossatezza propria.
"Siam vincitori! Abbiamo fugato il nemico!" e tutti i crocchi
s'incontrano, si stringono allegri la destra e si fan festa.
"I fratelli hanno ucciso i fratelli"(63) ma che importa in quel
momento se siamo vincitori?...
(63) Manzoni
Bisogna che i popoli diventino assolutamente fratelli.
Sotto una quercia annosa, sulle vergini, verdeggianti zolle della
foresta, sedevano i capi e con loro quelle preziose donne che la sorte
come per incanto avea riunite così attraenti, così belle, spiranti
gioia ed amore, diffondendo intorno un'atmosfera balsamica di
paradiso.
Oh! Manlio perché non sei qui a bearti nell'adorazione de' suoi cari?
tu ne abbozzeresti il gruppo, che l'arte tua, lo scalpello
vivificante, animerebbe ma non potrebbe uguagliare.
Silvia fu la prima a rompere il silenzio, dimandando con titubanza a
Giulia:
"E Manlio, ove l'avete lasciato?". "Manlio,--ripose la bella inglese
-; trovasi col Solitario e l'ho lasciato in florida salute colla
promessa di recargli presto notizie vostre".
"E qual è l'opinione del _Solitario_ circa alle cose di Roma?" chiese
Attilio.
"Egli,--rispose Giulia--, approva il nobile contegno dei pochi romani
che mantengono il decoro del paese molestando il Governo dei preti e
protestando dinanzi al mondo: che quell'abbominazione non è più
possibile, né con temporale né con morale autorità. Egli applaude alla
longanimità con cui avete sin'ora sofferto e taciuto per non turbare
l'andamento dell'unità nazionale e non dare agli stranieri pretesto a
creare degli imbarazzi. Nello stesso tempo egli è dell'opinione che,
ove il Governo Italiano continui a stare in ginocchio ai piedi del
despota della Francia e si ostini per fargli piacere a rinnegare la
capitale d'Italia e mantenervi i preti tocchi a voi a decidere la
questione colle armi, persuaso che ogni uomo di cuore in Italia vi
debba sostenere".
"Sì--disse Muzio, che ruminava tra i denti da un pezzo la parola
longanimità.--Si! la pazienza è la virtù del somaro e noi Romani per
averne avuto troppa siamo stati e siamo bastonati. Ed è una vergogna
avere tollerato per tanto tempo la più degradante delle caste! e
d'averla tollerata padrona!".
"Ed è lontana quell'isola solitaria? Non ci potremmo andare noi stessi
a passare alcuni giorni?" disse la buona Silvia ricordando il caro
compagno della sua vita e solleticata forse da un geloso pizzicore
rispetto all'Aurelia.
"Niente di più facile", rispose Giulia, a cui era diretta la domanda.
"Vicini alla frontiera come siamo noi potremo varcarla, dirigerci a
Livorno ove stanzia la _Clelia_ e di là veleggiare per l'isola che non
è lontana.
"Io devo parteciparvi poi" (e questo riuscì gradito alla Silvia) "il
matrimonio del capitano Thompson con Aurelia celebratosi nella
Solitaria con semplice e patriarcale cerimonia perché là non vi son
preti".
"Per la grazia di Dio!" interruppe Orazio, come in un soliloquio; poi
sollevandosi su tutta l'atletica persona gettò lo sguardo verso
l'estremità del bosco dal lato di ponente ed esclamò: "ma qui abbiamo
gente nuova". E veramente si vedeva avanzare verso il loro gruppo un
agile e robusto giovane, accompagnato da una donna a un di presso
dell'età sua ma sulla cui fisionomia, malinconicamente bella,
scorgevansi le traccie di patite sventure.
I nuovi arrivati eran Silvio e la sua Camilla. Il nostro cacciatore,
dopo che la banda decise d'abbandonare la campagna Romana per passare
a tramontana della Metropoli, volle dare un ultimo addio all'infelice
sua donna che egli non poteva ristarsi dall'amare. Tornò dunque alla
casa Marcello, fu accolto al solito da Fido e da Marcellino e trovò
ancora la Camilla inginocchiata sulla tomba del genitore.
"Un delitto altrui può dunque così precipitare nell'afflizione per
tutta la vita una povera creatura?" pensava tra sé Silvio addolorato,
contemplando la prostrata giovane. "Oh Dio! rendimi la stella della
mia vita!" quasi istintivamente egli esclamava fissando lo sguardo al
cielo; e lei volgendosi all'esclamazione che fece vibrare le più
intime fibre dell'anima sua fu in un momento nelle braccia di Silvio.
Ambedue col volto nascosto nel seno l'uno dell'altra, piansero
dirottissimamente ed a lungo senza poter scambiare una parola.
CAPITOLO XLVII
L'ONORE DELLA BANDIERA
I nuovi arrivati furono accolti amorevolmente e le donne che
conoscevano le sventure della giovane la colmarono di carezze.
Camilla conservava ancora qualche cosa di solenne, resto dello stato
di demenza in cui era rimasta tanto tempo, ma pure era tornata in
senno. Un rivolgimento miracoloso, operato dall'apparizione subitanea
dell'uomo del suo cuore, quell'esclamazione di Silvio a cui accennammo
sopra, e finalmente quella piena di commozioni e d'affetti risentita
nell'amoroso abbracciamento, avean trasformato in un essere nuovo e
risanata la povera giovane.
"Io sono passato per Viterbo" disse finalmente Silvio ad Orazio, "e vi
ho veduto un finimondo, che è impossibile esattamente descrivervi: I
cittadini che gli affari o la necessità fanno uscire di casa non
camminano più, ma vanno correndo per le strade, e cercano rifugio
quando s'imbattono nella soldatesca. Le truppe, rinforzate da forte
distaccamento venuto da Roma, hanno smessa la paura che li trasportò
fuggendo dalla selva Ciminìa e vogliono infilzare quanti italiani vi
sono sulla superficie della terra. Per attuare il loro bellicoso
disegno, hanno cominciato a saccheggiare alcune botteghe e magazzini
di vino ove si sono ubbriacati a morte. Le autorità pretine che
volevano arginare quel torrente di canaglie furono prese a calci di
fucile e fugate verso Roma coi loro sgherri che non torneranno per un
pezzo"
"I nuovi rinforzi arrivati, gridano: che l'onore della bandiera è
stato macchiato e che bisogna lavarlo".
L'onore della bandiera! ciò mi ricorda la velleità di certa nostra
vicina Repubblica, che dopo aver violato infamemente il nostro
territorio, impadronitasi per inganno del principale nostro porto di
mare, attaccata proditoriamente la nostra capitale e ricevute delle
meravigliose botte, gridava: al tradimento! ed al macchiato onore
della bandiera!
"Infine,--ripigliava Silvio--: quel tramestio mi ha facilitato il
poter indagare innosservato ogni cosa e il potermela svignare verso di
voi. Soltanto, aggiungeva, mi è successo un episodio curioso e che ben
poteva impedire la mia venuta. Mentre passavo davanti all'Albergo
della Luna, da una carrozza scendevano alcuni ufficiali nuovamente
arrivati da Roma ed in tanta confusione non trovando domestici per
portare il loro bagaglio uno di loro venne a me e gridandomi:
_coquin!_ e non so che altro mi prese per il petto e voleva
trascinarmi verso la vettura.
Per fortuna, io avevo fatto un segno a Camilla di precedermi. Il primo
pensiero, fu quello di metter mano al pugnale. Ma mi trattenni e,
strappando la sua mano dal mio petto, gli aggiustai sul muso tale un
pugno che andò a ruzzolare tra le ruote del veicolo senza più
articolar parola. Come ben capite, io non rimasi a raccogliere gli
allori della vittoria e con quel passo che ben conoscete raggiunsi la
mia compagna e senza voltarmi indietro presi la via della selva".
L'ilarità dell'uditorio e qualche "bravo, Silvio!" fecero eco al
racconto del cacciatore, che riprese ancora dicendo:
"Badate che non dobbiamo rimaner qui con troppa sicurezza, giacché non
dubito che domani al più tardi avremo sulle braccia la intiera masnada
degli stranieri".
"Qui in questa selva--disse Orazio--noi terremo testa all'intero
esercito del Papa. Qui gli antichi Etruschi dopo essere stati disfatti
in battaglia campale dai Romani nella pianura, fecero fronte per molto
tempo ancora alle legioni vittoriose.
Non pensano certo gli assalitori,--egli soggiunse--: che non siamo più
in pochi, e che abbiamo giù le nostre donne da proteggere!".
"Ehi!? che donne da proteggere?--esclamò Irene con ironia--avete
scordato presto, signor Rodomonte che queste stesse donne oggi hanno
protetto voi!".
E lì uno scoppio di risa ed un affettuoso bacio sulla mano della sua
cara dal coraggioso sovrano della foresta.
Intanto l'ombra lunga ed opaca dei giganti della selva stendendosi
verso levante annunciava il tramonto ed il sole nel suo glorioso
variopinto manto stava per nascondersi oltre le onde del Tirreno
quando Clelia rivolta a John che col predominio della bellezza, della
bontà e della dolcezza aveva reso docile ed obbediente, e prima di
sedersi l'avea incaricato delle vivande, gli disse in inglese: "Eh!
amico mio, tutti questi eroi da romanzo, pare non si curino della cena
e se non ve ne occupate voi credo che anche questa notte andremo a
letto senza".
"Aye! Aye!" rispose l'allegro figlio dell'Oceano: ed in due salti egli
arrivava a venti passi di distanza, ove gli assistenti avevano
scaricato due muli che col bagaglio dei Capi portavano pure qualche
cosa da mangiare.
CAPITOLO XLVIII
LA CENA CAMPESTRE
Chi è che non parteggia per la civiltà in confronto del barbarismo e
della vita selvaggia? Chi non preferisce gli agi di una buona casa,
fresca di state ben riscaldata d'inverno, con ogni comodo e buone
vivande, un po' di superfluo alle intemperie della campagna, ai disagi
e alle privazioni?