La festa per essere più semplice che nella capitale non fu meno

splendida e più lieta per la cordiale e patriarcale semplicità di quei

buoni abitanti. Tutti parevan contenti e felici e il capitano

Thompson, benché un po' confuso, era in un vero paradiso. Onorato del

braccio di quella cara e bellissima creatura ora divenuta comare sua

egli più nulla udiva, né vedeva, tanto che incespicò lungo la scabrosa

via del villaggio che conduce alla chiesa e senza l'aiuto efficace del

braccio di Giulia, egli certamente andava ad infrangere il suo

bompresso(55) sul lastrico d'irregolari macigni che ivi formavano

mosaico.

(55) Albero inclinato sul davanti della nave.

Per buona sorte Giulia non era confusa come il nuovo compare e col

contegno suo freddo ma dignitoso, rimise alla via(56) l'andatura del

capo marino il quale dappoi, temendo qualche nuova secca da prora(57)

e per non ripetere il grottesco primitivo scappuccio contava

camminando tutti i ciottoli della via. Così si giunse al tempio.

(56) Termine di mare.

(57) Da prora, davanti.

Quivi Thompson fece buona figura: Un po' noiato dalle superflue

cerimonie egli non dié segno d'impazienza e la noia in parte gli venne

compensata dal piacere di sorreggere il suo nuovo figlioccio, un

grosso e ben formato bimbo, che nelle robuste braccia del capitano

sembrava però leggiero come una piuma.

Terminata la cerimonia, la brigata riprese la via della casa del

compare, ove un lauto banchetto stava preparato e dove l'eccellente

vino di Capo-Liberi era destinato a riportare i maggiori e ben

meritati onori.

Il capitano Thompson si contentò di farne gli elogi perché dovendo

ricondurre la signorina a bordo, e ricordandosi di quella tale

inciampata, credette indispensabile il mantenersi moderatissimo.

Un altro motivo, diciamolo pure, trattenne il capitano Thompson da

certe indulgenze che la professione sua qualche volta permette: ed

era, il desiderio di piacere alla Aurelia. Quella buona signora,

benché non più sul fiore degli anni, si manteneva abbastanza fresca e

grassetta, poi piena di gratitudine alle attenzioni che il capitano le

avea prodigate in quel finimondo di tempesta pareva corrispondere un

po' ai segni di simpatia non cortigianeschi, ma leali ed aperti

dell'inglese il quale ripeteva tra sé stesso un adagio spagnolo

imparato a Cadice:

_Tiempo d'hambra no hai pan duro_(58).

(58) In tempo di fame non c'è pan duro.

E tutto andò perfettamente per i nostri quasi-naufraghi della

_Clelia_, giacché, per lupo di mare che uno sia, la terra co' suoi

divertimenti, ed i suoi agi è sempre preferibile ad una tempesta

marittima. Giulia andava in estasi dinanzi alla semplicità antica di

quegli eccellenti ospiti; Manlio, meditava il concetto di un gruppo in

marmo per il suo arrivo in Roma, che rappresentasse la bellissima

Giulia sostenente il suo compare barcollante e in procinto di dare del

naso in terra. Aurelia e Thompson avean dimenticato la natura intiera

tormentati da certo pizzicore, le cui espressioni erano occhiate

incendiarie. Così retrocedevano a bordo, accompagnati dall'intiero

villaggio con suoni ed evviva generali.

CAPITOLO XLII

LA SOLITARIA

Nell'arcipelago italiano, che comincia al mezzogiorno colla Sicilia, e

termina a tramontana colla Corsica, trovasi un'isola quasi deserta.

Composta di puro granito, le sue sorgenti d'acqua dolce sono stupende

benché non siano in estate abbondanti. L'isola è ricca di vegetazione,

non d'alto fusto, non concedendolo le buffere, che la spazzan via

senza misericordia. Il guaio dei venti quasi continui e troppo forti

vi produce il beneficio della salubrità dell'aria. I cespugli surti

nell'interstizio de' massi, sono tutti aromatici; e se ospite su

questa terra deserta tu accendi il fuoco senti la fragranza dei rami

bruciati imbalsamare l'aria.

Il poco bestiame che pascola, vagando per i dirupi, è basso di

statura, ma robustissimo. Così i pochi suoi abitatori, i quali vivono

non splendidamente ma in un'abbondante agiatezza, coi prodotti della

pesca e della caccia, un po' coll'agricoltura, e molto mercé la

generosa provvidenza d'amici che dal continente inviano il necessario.

Il numero ristretto degli abitanti rende superflui Governo e Polizia.

L'assenza dei preti è la maggior benedizione dell'isola. Dio vi si

adora come si deve, col culto dell'anima, senza sfarzo, nel grandioso

tempio della natura che ha il cielo per volta e gli astri per

luminari.

Il capo della famiglia, che primeggia in quell'isola, è un uomo come

gli altri, colle sue fortune e i suoi malanni. Ebbe la sorte di

servire qualche volta la causa dei popoli servi come qualunque

mortale, ha la sua dose di difetti. Cosmopolita, egli ama però

svisceratamente il suo paese, l'Italia, e Roma, con idolatria. Odia i

preti, come istituzione menzognera e nociva, ma il giorno in cui

spoglino il lor carattere, malignamente buffone, e tornino uomini,

egli è pronto ad accoglierli e perdonare i loro errori passati.

Professa idee di tolleranza universale e vi si uniforma, ma i preti,

come preti non li accetta perché egli non intende siano tollerati

malfattori, ladri e assassini; e considera i preti quali assassini

dell'anima, peggiori degli altri.

Egli ha passato la sua vita colla speranza di vedere nobilitata la

plebe e ne ha propugnato dovunque i diritti e sempre. Ma con rammarico

confessa pure che egli è rimasto in parte deluso poiché il plebeo

innalzato dalla fortuna a più alto stato, ha patteggiato col

dispotismo ed è diventato peggiore forse del patrizio.

Per questo non dispera del miglioramento umano; si duole soltanto di

vederlo progredire lentamente.

Per lui, i peggiori nemici della libertà dei popoli, sono i dottrinari

democratici o repubblicani, che hanno predicato e predicano le

rivoluzioni per mestiere e per avanzamento proprio e ritiene sian

stati loro che hanno rovinato tutte le Repubbliche, non solo, ma

screditato il sistema e il nome repubblicano. Cita ad esempio le

grandi e gloriose Repubbliche Francesi, quella dell'ottantanove

particolarmente, la cui memoria s'adopera dal despotismo come

spauracchio contro coloro che predicano la bontà e l'eccellenza di una

tal forma di reggimento.

Quanto a lui, crede che Repubblica sia: "il governo della gente

onesta" e lo prova: accennando alla caduta delle Repubbliche quando i

cittadini sprofondandosi nel vizio, hanno cessato di esser virtuosi.

Non crede però alla durata del governo Repubblicano composto da

cinquecento individui.

Egli è d'avviso che la libertà d'un popolo consista nella facoltà di

eleggersi il proprio governo. Questo governo, secondo lui, dev'essere

dittatoriale, cioè d'un uomo solo. A questa istituzione dovette la

propria grandezza il più grande dei popoli della terra.

Sventura però a chi in luogo di un Cincinnato elegge un Cesare!

Vuole poi limitata a tempo determinato la Dittatura, e solo in caso

straordinario, come quello di Lincoln nell'ultima guerra degli Stati

Uniti, consentirebbe la proroga. In nessun caso accorderebbe

ereditario il potere.

Egli però non è esclusivo: pensa che il sistema del Governo veramente

voluto dalla maggioranza della Nazione, qualunque esso sia, equivalga

alla Repubblica, come avviene, per esempio, del Governo Inglese.

Giudica il sistema presente Europeo un bordello e i Governi tutti

colpevoli dello scandalo perché tutti, anzi che cercare la prosperità

dei popoli non fanno altro che assicurarsi nella loro posizione di

despotismo mascherato od aperto. Di qua gl'immensi eserciti stanziali

di truppe, d'impiegati e di birri che divorano la produzione del paese

senza faticare, con rinascente appetito e senza produrre altro che

corruzione.

E la parte più improduttiva e prava della Nazione non si contenta di

consumar per uno co' suoi vizi, le sue lussurie ed il suo sfarzo,

ciascuno vuol consumare per cinquanta.

Così la parte laboriosa del popolo è caricata d'imposte e priva della

miglior gioventù che si strappa dai campi e dagli opifizi per

l'esercito col pretesto della difesa della patria, ma in realtà per

sostenere un sistema di Governo mostruoso. Le campagne abbandonate e

sterili e le popolazioni malcontente ed immiserite ne sono il finale

risultato

Prova che l'Europa è scelleratamente governata, si è pure lo stato di

guerra quasi continuo in cui essa si trova sotto uno od altro

pretesto. Colpa e vergogna questa poiché se i popoli fossero ben

governati non avrebbero bisogno di uccidersi reciprocamente per

intendersi.

Date un'Unione europea delle nazioni con un rappresentante per

ciascuna e uno statuto fondamentale il cui primo articolo suoni: "La

guerra è impossibile" ed il secondo: "Ogni lite fra le Nazioni sarà

liquidata dal Congresso". Ecco veramente la guerra, flagello e

vergogna umana, divenuta impossibile. Allora non più eserciti

permanenti ed i figli del popolo che si guidavano al macello, coi

boriosi nomi di patriottismo e di gloria resi alle loro famiglie ed ai

campi, che fecondati col lor sudore, contribuirebbero davvero a

migliorare la condizione generale delle nazioni.

Ecco quali sono le credenze del _solitario_, e confesso anche la mia.

Quest'isola era il luogo di rifugio, che Giulia avea scelto, d'accordo

con Manlio, per i fuggitivi suoi amici. Ma poiché erano rimaste Clelia

e Silvia senza poter raggiungere lo Yacht, essa avea modificata tale

decisione a questo modo: si visiterebbe cioè l'isoletta per prendervi

parere ma si tornerebbe sul continente per aver notizia del resto

della famiglia.

CAPITOLO XLIII

IL SOLITARIO

Era una di quelle aurore che ti fan dimenticare ogni miseria della

vita per rivolgerti tutto intiero alle meraviglie colle quali il

Creatore ha fregiato i mondi. L'alba primaverile che spuntava

dall'orizzonte, così graziosamente tinta dei bellissimi colori

dell'Iride, t'incantava. Gli astri minori impallidendo erano scomparsi

nella brillante atmosfera di luce del grandissimo benefattore della

natura, e l'aura mediterranea che appena increspava l'onde, ti

dilatava il cuore.

Con tinta cenerognola usciva l'Isoletta dall'onda all'Occidente, e la

Clelia spinta da leggerissima brezza da Levante, lentamente

s'avvicinava.

Partito il giorno antecedente da Porto Longone lo Yacht aveva avuto un

traversata felice e breve, con molta soddisfazione dei passeggieri

romani in ispecie ed in quella bellissima mattinata primaverile esso

spuntava dalla punta settentrionale dell'isola già a vista degli

abitatori.

L'arrivo dello Yacht della bella Giulia era sempre una festa per gli

abitanti della Solitaria, che già lo avevano veduto altre volte e lo

conoscevano perfettamente. Tutti corsero alla marina festosi ad

accogliere la cara ospite, seguiti pure dal vecchio capo della

famiglia che per gli anni e i malanni divenuto lento seguiva da

lontano la giovine e svelta brigata.

Giulia con Aurelio e Manlio scesero sulla spiaggia, ed ebbero oneste e

liete accoglienze da ognuno. Giulia presentò ai suoi amici gli ospiti

Romani e tutti insieme salirono verso l'abitato.

Giunti in casa--e dopo qualche riposo--il _Solitario_ impaziente

chiese a Giulia:

"Ebbene, quali nuove dalla nostra Roma? Sono gli stranieri fuori? Ed i

preti quando lasceranno respirare quelle infelici popolazioni che

tormentano da tanti secoli?".

"Le loro miserie non son finite ancora",--rispose la bella Inglese--"e

chi sa quando lo saranno! Gli stranieri si sono ritirati veramente, ma

altri stranieri peggiori dei primi si assoldano ed il Governo del

vostro paese spudoratamente si accinge a sostituire soldati italiani a

soldati stranieri nell'infame incarico di mantenere nel servaggio del

prete gli infelici Romani".

E riprendendo, Giulia continuava: "io, Inglese di nascita, ma italiana

di cuore, mi vergogno nel dirvelo: Roma non sarà più capitale

d'Italia! Il governo vi rinuncia ed il Parlamento sancisce quest'atto

nefando per compiacere alle voglie liberticide del Bonaparte".

"Oh! vituperio dell'età moderna--esclamò il _Solitario_--Italia! un dì

emporio di tutte le glorie! oggi di tutte le vergogne! Giardino del

mondo un giorno, oggi cloaca! Oh! Giulia! un popolo disonorato è

popolo morto! Io quasi dispero dell'avvenire di tal gente!". Ed una

lagrima rigava la guancia arrugata del vecchio avanzo di molte patrie

battaglie.

CAPITOLO XLIV

IL 30 APRILE

Sull'albeggiare del 30 Aprile 1848 un sergente straniero era condotto

in prigione alla presenza del comandante il Gianicolo. Caduto in

un'imboscata di romani, durante la notte, quel soldato, cui i preti

avevano dato ad intendere che i difensori di Roma eran tanti

assassini, giunto che fu alla presenza del capo s'inginocchiò, e

chiese la vita per amore di Dio(59).

(59) Storico.

Il comandante porse la destra al giovine straniero e lo sollevò di

terra, lo confortò amorevolmente, quindi "Buon augurio!" esclamò il

guerriero italiano, rivolto ai circostanti. "Buon augurio! la burbanza

straniera prostrata davanti alla maestà romana, è indizio certo di

vittoria!".

E veramente, quell'esercito straniero, che sbarcato a Civitavecchia,

se ne era con fraude impadronito, e col fallace titolo d'amico,

s'avanzava su Roma, beffandosi della credulità come della bravura del

nostro popolo, ben caramente ebbe a pagare le sue millanterie, e rotto

in fuga dai militi cittadini della Metropoli, dovette ripigliare

vergognoso la via del mare.

Il 30 Aprile, giorno glorioso per Roma, non era dimenticato sui sette

colli ma come festeggiarlo in presenza di tanta sbirraglia? Né in Roma

soltanto, ma in tutte le città ancora soggette al Papa, rinasceva

costante il desiderio di festeggiare l'anniversario della propria

liberazione. A Viterbo, dove sappiamo che al tempo del nostro racconto

non c'erano truppe, la popolazione avea divisato di festeggiare il 30

Aprile, come anniversario della cacciata dello straniero, e

preparativi acconci furono fatti. Ma, se non v'eran truppe, non

mancavano spie ed il Governo di Roma fu informato d'ogni cosa.

Il Comitato Viterbese per la festa avea fissato un programma che

stabiliva: dopo il meriggio i lavori fossero sospesi, la gioventù in

abito di gala si riunisse sulla piazza della Cattedrale con nastro

tricolore al braccio sinistro, di là movesse in processione verso la

porta Romana, per ivi dare un saluto alla vecchia matrona dell'orbe

ricordando il valore de' suoi cittadini in quel giorno glorioso.

Il governo di Roma, spaventato dalla notizia di tale avvenimento,

diede ordini ad un corpo di nuovi soldati stranieri, da poco tempo al

soldo dei preti, di marciare in fretta su Viterbo, per reprimere la

dimostrazione a qualunque costo.

Or, mentre il paese festoso, quasi dimentico del lungo servaggio, si

abbandonava alla gioia, e la gioventù dopo aver fatto solenne saluto

di porta Romana, a dispetto delle autorità pretine passeggiava in buon

ordine preceduta dalla banda che suonava inni patriottici; mentre le

signore, sempre più ardenti degli uomini quando si tratta d'atti

generosi, acclamavano dai balconi, e sventolavano graziosamente

fazzoletti tricolori ai passanti; mentre infine la città intiera, che

i preti come tutte le altre avean tenuta nel lutto, si destava alla

gioia di un ricordo glorioso dalla stessa porta Romana, spuntava la

testa di colonna del corpo straniero, e con baionetta in canna, e a

passo di carica invadeva la via principale della città, ove ancora si

trovavano viterbesi festanti.

Un delegato di polizia, che con alcuni birri precedeva i mercenarii

impose al popolo di ritirarsi. A quell'intimazione risposero fischi

solenni ed alcune pietre ben dirette fecero fuggire il delegato ed i

suoi compagni, che rannicchiandosi fra la soldatesca, gridavano a

squarciagola: "caricate quella canaglia! Fate fuoco per Dio!". Il

comandante di quella ciurmaglia, che voleva guadagnarsi qualche

cindolo e sapeva che facendo macello del popolo si metteva sulla vera

via per ottenerlo, persuaso ancora che giovasse aizzare i suoi

cagnotti contro i cittadini, acciò che l'odio reciproco tra loro non

si raffreddasse, ordinò tosto la carica alla baionetta.

I Viterbesi, che come tutte le popolazioni Romane, avevano ordine dai

comitati rivoluzionari di non muoversi e quindi non eran preparati

alla pugna. Si dispersero per le vie traverse, il che venne loro

facilitato dalla incipiente oscurità della sera, e dal subitaneo

spegner dei lumi, che le donne come per incanto, eseguirono dovunque.

La carica dei mercenarii non ebbe sfogo che contro alcuni cani e

somarelli di campagna che si ritiravano a casa e non s'udiva altro che

un grande abbaiare dei primi ed un urlar dei secondi, perseguiti colle

baionette alle reni dai valorosi campioni delle sottane.

Eran circa le 10 della sera e tutto era tranquillo in Viterbo. La

truppa aveva formato i fasci sulla piazza principale, riposandosi

sugli allori dalle fatiche e vittorie del giorno. Dei cittadini,

ritirati nelle loro case, non se ne incontrava uno solo per le strade.

Al grande Albergo della Luna il campanello chiamava a raccolta i

commensali alla gran tavola rotonda. Circa cinquanta posti erano

preparati, con quel lusso che nelle odierne locande si suole spiegare.

Verso l'istessa ora, una carrozza a quattro cavalli giungeva alla

porta della locanda, e vi scendeva una donna in abito da viaggio, che

alla sveltezza del passo e alla scioltezza d'ogni movimento si

scorgeva essere giovane. Il maestro di casa, dopo aver introdotto in

una delle più eleganti camere dell'albergo la forestiera, le chiese se

desiderava rifocillarsi senza uscire di stanza; ed essa rispose che

volentieri sarebbe scesa alla tavola rotonda, non piacendole di

pranzar sola.

La sala era già affollata, e la maggior parte degli astanti erano

ufficiali stranieri del corpo recentemente arrivato. Il resto erano

forestieri italiani e cittadini di Viterbo.

All'apparire della viaggiatrice, tutti gli occhi si rivolsero su lei

con ammirazione ed era veramente ammirabile in quella sera la nostra

Giulia, perocché la nuova venuta era lei.

Tutti fecero largo quando traversò la sala, gli italiani assunsero

un'aria di gentile stupore, gli ufficiali affilarono i baffi,

dilatarono il collo e rigonfiarono il torace in aria di conquistatori.

A capo della tavola s'assise il padrone di casa, elegantemente

vestito, e pregò la bella inglese di sedersi alla sua destra. Gli

ufficiali sollecitamente si affollarono verso il capo della tavola per

mettersi accanto alla signorina e così i primi posti in un batter

d'occhio furono occupati da loro. Giulia vedendosi un mercenario alla

destra, si pentì di avere accettato l'offerta, ma era già troppo tardi

e, mentre con aria contrita, girava lo sguardo sui commensali, i suoi

occhi s'incontrarono con due occhi, che la colpirono come folgore.

Erano gli occhi di Muzio! di Muzio che si trovava all'altra estremità

della mensa, collocato fra Attilio ed Orazio niente meno!

Assuefatta a vedere il suo diletto col mantello, poco abituata alla

fisionomia d'Orazio che aveva veduto un sol momento armato da capo a

piedi nella selva, e d'Attilio, che in Roma usava il semplice vestito

dell'artista, rimase incerta ed esitante e vedendoli tutti e tre in

cilindro, e con abito da viaggiatori stranieri, veramente sulle prime

non li riconobbe. Quando fu ben sicura che erano loro, proprio loro,

rimase mortificata di trovarsi accanto a tal vicino. Ma come fare?

Come alzarsi, avvicinarsi, chieder loro mille cose che essa bramava

sapere senza destare sospetti, senza comprometterli, mentre sovr'essa

lampeggiavano cinquanta sguardi d'uomini affascinati dall'incantatore

suo volto?

E Muzio! il medico, il capo della contropolizia Romana, l'uomo che

come il suo omonimo(60) avrebbe posto per Giulia, non la mano, ma la

testa sui carboni ardenti; Muzio, vedeva l'astro della sua vita lì,

accanto ad un soldato straniero, che egli odiava come vile strumento

della tirannide. Lì! la sua Dea! il suo tutto! obbligata ad accettare

le gentilezze d'una mano contaminata o da contaminarsi forse nel

sangue de' suoi concittadini.

(60) Muzio Scevola.

Oh, voi! innamorato d'una donna, avete mai pensato, mai compreso

quanto valete alla sua presenza, quando un profano tenta di rapirtene

il possesso? Voi, se in quell'atto non valete dieci uomini, se in

quell'atto non siete capace di dar dieci vite siete un codardo e la

donna di codardi non ne vuol sapere!

Siate pur delinquente! Essa vi perdonerà; ma la donna non perdona che

ai prodi! E Muzio era degno dell'amore della britanna vergine e guai

allo straniero! Se Muzio avesse dato ascolto alla sua smania di

vendetta! Quegli avrebbe veduto una lingua di fuoco lampeggiare

nell'aria, avrebbe sentito la fredda lama di un pugnale penetrargli

nelle viscere!

Giulia avea letto nell'occhio dell'amante la tempesta del suo cuore e

lo sguardo di lei, indovinato da lui solo, placava l'anima vulcanica

del Romano.

Fra una portata e l'altra, com'è naturale, gli ufficiali stranieri non

mancavano d'intavolare discorsi sulle faccende di Roma e della

giornata: e come al solito con poco rispetto per il popolo Romano, che

erano avvezzi a disprezzare.

Giulia, infastidita dall'indecorosa conversazione, s'alzò con contegno

altero e dimandò di ritirarsi. I nostri tre amici, che Dio sa quanto

erano bramosi di baciarle la mano, s'erano già mossi per alzarsi anche

loro quando uno scoppio di risa generale degli ufficiali stranieri li

tenne curiosamente fermi al loro posto.

Era stata cagione della risata una facezia insolente d'uno di essi sul

fatto della giornata che suonava così: "Io credevo di venire a Viterbo

per menare le mani contro degli uomini e invece vi abbiam trovato

conigli, che si son rintanati al solo nostro apparire. Ove diavolo si

sono appiattati questi liberali che menan tanto romore?".

L'ultima frase aveva fatto ripigliare i loro posti ai tre proscritti

e, fatto un gruppo dei tre guanti, Attilio con piglio sdegnoso lo

scaglia contro il viso del maldicente, senza articolare parola.

"Oh! Oh!--esclamò il provocato--che affare è questo!" e pigliando il

gruppo dei guanti li sciolse e continuò: "dunque sono sfidato da

tre!... bravi! ecco un nuovo saggio del valore italiano: tre contro

uno! tre contro uno!" e se la rideva sgangheratamente insieme coi

compagni.

I tre lasciarono passare il nuovo clamore e quando fu finito Muzio con

voce stentorea gridò: "Tre contro tutti! signori insolenti!".

L'effetto di queste parole fu magico, poiché all'accento di Muzio i

tre amici s'erano alzati fulminando coi loro sguardi or l'uno or

l'altro ufficiale e presentando nelle loro teste scoperte

quell'insieme alla Michelangelo che abbiam descritto, quel bello e

marziale aspetto che natura qualche volta prodiga ad un individuo

colla sua capricciosa e maestra mano: capriccio, forse ingiustizia

relativamente ai molti che non ricevono tale favore, ma dono che noi

ammiriamo sempre con piacere nella persona amata, con odio, nel caso

contrario.

E tale fu l'effetto prodotto sulle due fazioni, che stavano assise

alla stessa mensa. Gli italiani ne furono edificati e con aspetto

ilare e plaudente contemplarono i tre campioni dell'onore nazionale

con ammirazione e gratitudine, mentre gli stranieri rimasero

stupefatti per un pezzo e non poterono a meno di restare sorpresi

dalla maschia bellezza dei tre e dal loro fiero contegno.

Passato quel momento, il sarcasmo straniero tornò in campo ed uno dei

più giovani esclamò: "Amici un brindisi", e poiché tutti si alzarono

col bicchiere in mano: "io bevo,--egli disse--, alla grande nostra

fortuna, d'aver incontrato finalmente dei nemici degni di noi in

questo paese".

Orazio rispose: "Io bevo alla liberazione della nostra Roma da ogni

immondizia straniera!".

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 10 / 19 段