splendida e più lieta per la cordiale e patriarcale semplicità di quei
buoni abitanti. Tutti parevan contenti e felici e il capitano
Thompson, benché un po' confuso, era in un vero paradiso. Onorato del
braccio di quella cara e bellissima creatura ora divenuta comare sua
egli più nulla udiva, né vedeva, tanto che incespicò lungo la scabrosa
via del villaggio che conduce alla chiesa e senza l'aiuto efficace del
braccio di Giulia, egli certamente andava ad infrangere il suo
bompresso(55) sul lastrico d'irregolari macigni che ivi formavano
mosaico.
(55) Albero inclinato sul davanti della nave.
Per buona sorte Giulia non era confusa come il nuovo compare e col
contegno suo freddo ma dignitoso, rimise alla via(56) l'andatura del
capo marino il quale dappoi, temendo qualche nuova secca da prora(57)
e per non ripetere il grottesco primitivo scappuccio contava
camminando tutti i ciottoli della via. Così si giunse al tempio.
(56) Termine di mare.
(57) Da prora, davanti.
Quivi Thompson fece buona figura: Un po' noiato dalle superflue
cerimonie egli non dié segno d'impazienza e la noia in parte gli venne
compensata dal piacere di sorreggere il suo nuovo figlioccio, un
grosso e ben formato bimbo, che nelle robuste braccia del capitano
sembrava però leggiero come una piuma.
Terminata la cerimonia, la brigata riprese la via della casa del
compare, ove un lauto banchetto stava preparato e dove l'eccellente
vino di Capo-Liberi era destinato a riportare i maggiori e ben
meritati onori.
Il capitano Thompson si contentò di farne gli elogi perché dovendo
ricondurre la signorina a bordo, e ricordandosi di quella tale
inciampata, credette indispensabile il mantenersi moderatissimo.
Un altro motivo, diciamolo pure, trattenne il capitano Thompson da
certe indulgenze che la professione sua qualche volta permette: ed
era, il desiderio di piacere alla Aurelia. Quella buona signora,
benché non più sul fiore degli anni, si manteneva abbastanza fresca e
grassetta, poi piena di gratitudine alle attenzioni che il capitano le
avea prodigate in quel finimondo di tempesta pareva corrispondere un
po' ai segni di simpatia non cortigianeschi, ma leali ed aperti
dell'inglese il quale ripeteva tra sé stesso un adagio spagnolo
imparato a Cadice:
_Tiempo d'hambra no hai pan duro_(58).
(58) In tempo di fame non c'è pan duro.
E tutto andò perfettamente per i nostri quasi-naufraghi della
_Clelia_, giacché, per lupo di mare che uno sia, la terra co' suoi
divertimenti, ed i suoi agi è sempre preferibile ad una tempesta
marittima. Giulia andava in estasi dinanzi alla semplicità antica di
quegli eccellenti ospiti; Manlio, meditava il concetto di un gruppo in
marmo per il suo arrivo in Roma, che rappresentasse la bellissima
Giulia sostenente il suo compare barcollante e in procinto di dare del
naso in terra. Aurelia e Thompson avean dimenticato la natura intiera
tormentati da certo pizzicore, le cui espressioni erano occhiate
incendiarie. Così retrocedevano a bordo, accompagnati dall'intiero
villaggio con suoni ed evviva generali.
CAPITOLO XLII
LA SOLITARIA
Nell'arcipelago italiano, che comincia al mezzogiorno colla Sicilia, e
termina a tramontana colla Corsica, trovasi un'isola quasi deserta.
Composta di puro granito, le sue sorgenti d'acqua dolce sono stupende
benché non siano in estate abbondanti. L'isola è ricca di vegetazione,
non d'alto fusto, non concedendolo le buffere, che la spazzan via
senza misericordia. Il guaio dei venti quasi continui e troppo forti
vi produce il beneficio della salubrità dell'aria. I cespugli surti
nell'interstizio de' massi, sono tutti aromatici; e se ospite su
questa terra deserta tu accendi il fuoco senti la fragranza dei rami
bruciati imbalsamare l'aria.
Il poco bestiame che pascola, vagando per i dirupi, è basso di
statura, ma robustissimo. Così i pochi suoi abitatori, i quali vivono
non splendidamente ma in un'abbondante agiatezza, coi prodotti della
pesca e della caccia, un po' coll'agricoltura, e molto mercé la
generosa provvidenza d'amici che dal continente inviano il necessario.
Il numero ristretto degli abitanti rende superflui Governo e Polizia.
L'assenza dei preti è la maggior benedizione dell'isola. Dio vi si
adora come si deve, col culto dell'anima, senza sfarzo, nel grandioso
tempio della natura che ha il cielo per volta e gli astri per
luminari.
Il capo della famiglia, che primeggia in quell'isola, è un uomo come
gli altri, colle sue fortune e i suoi malanni. Ebbe la sorte di
servire qualche volta la causa dei popoli servi come qualunque
mortale, ha la sua dose di difetti. Cosmopolita, egli ama però
svisceratamente il suo paese, l'Italia, e Roma, con idolatria. Odia i
preti, come istituzione menzognera e nociva, ma il giorno in cui
spoglino il lor carattere, malignamente buffone, e tornino uomini,
egli è pronto ad accoglierli e perdonare i loro errori passati.
Professa idee di tolleranza universale e vi si uniforma, ma i preti,
come preti non li accetta perché egli non intende siano tollerati
malfattori, ladri e assassini; e considera i preti quali assassini
dell'anima, peggiori degli altri.
Egli ha passato la sua vita colla speranza di vedere nobilitata la
plebe e ne ha propugnato dovunque i diritti e sempre. Ma con rammarico
confessa pure che egli è rimasto in parte deluso poiché il plebeo
innalzato dalla fortuna a più alto stato, ha patteggiato col
dispotismo ed è diventato peggiore forse del patrizio.
Per questo non dispera del miglioramento umano; si duole soltanto di
vederlo progredire lentamente.
Per lui, i peggiori nemici della libertà dei popoli, sono i dottrinari
democratici o repubblicani, che hanno predicato e predicano le
rivoluzioni per mestiere e per avanzamento proprio e ritiene sian
stati loro che hanno rovinato tutte le Repubbliche, non solo, ma
screditato il sistema e il nome repubblicano. Cita ad esempio le
grandi e gloriose Repubbliche Francesi, quella dell'ottantanove
particolarmente, la cui memoria s'adopera dal despotismo come
spauracchio contro coloro che predicano la bontà e l'eccellenza di una
tal forma di reggimento.
Quanto a lui, crede che Repubblica sia: "il governo della gente
onesta" e lo prova: accennando alla caduta delle Repubbliche quando i
cittadini sprofondandosi nel vizio, hanno cessato di esser virtuosi.
Non crede però alla durata del governo Repubblicano composto da
cinquecento individui.
Egli è d'avviso che la libertà d'un popolo consista nella facoltà di
eleggersi il proprio governo. Questo governo, secondo lui, dev'essere
dittatoriale, cioè d'un uomo solo. A questa istituzione dovette la
propria grandezza il più grande dei popoli della terra.
Sventura però a chi in luogo di un Cincinnato elegge un Cesare!
Vuole poi limitata a tempo determinato la Dittatura, e solo in caso
straordinario, come quello di Lincoln nell'ultima guerra degli Stati
Uniti, consentirebbe la proroga. In nessun caso accorderebbe
ereditario il potere.
Egli però non è esclusivo: pensa che il sistema del Governo veramente
voluto dalla maggioranza della Nazione, qualunque esso sia, equivalga
alla Repubblica, come avviene, per esempio, del Governo Inglese.
Giudica il sistema presente Europeo un bordello e i Governi tutti
colpevoli dello scandalo perché tutti, anzi che cercare la prosperità
dei popoli non fanno altro che assicurarsi nella loro posizione di
despotismo mascherato od aperto. Di qua gl'immensi eserciti stanziali
di truppe, d'impiegati e di birri che divorano la produzione del paese
senza faticare, con rinascente appetito e senza produrre altro che
corruzione.
E la parte più improduttiva e prava della Nazione non si contenta di
consumar per uno co' suoi vizi, le sue lussurie ed il suo sfarzo,
ciascuno vuol consumare per cinquanta.
Così la parte laboriosa del popolo è caricata d'imposte e priva della
miglior gioventù che si strappa dai campi e dagli opifizi per
l'esercito col pretesto della difesa della patria, ma in realtà per
sostenere un sistema di Governo mostruoso. Le campagne abbandonate e
sterili e le popolazioni malcontente ed immiserite ne sono il finale
risultato
Prova che l'Europa è scelleratamente governata, si è pure lo stato di
guerra quasi continuo in cui essa si trova sotto uno od altro
pretesto. Colpa e vergogna questa poiché se i popoli fossero ben
governati non avrebbero bisogno di uccidersi reciprocamente per
intendersi.
Date un'Unione europea delle nazioni con un rappresentante per
ciascuna e uno statuto fondamentale il cui primo articolo suoni: "La
guerra è impossibile" ed il secondo: "Ogni lite fra le Nazioni sarà
liquidata dal Congresso". Ecco veramente la guerra, flagello e
vergogna umana, divenuta impossibile. Allora non più eserciti
permanenti ed i figli del popolo che si guidavano al macello, coi
boriosi nomi di patriottismo e di gloria resi alle loro famiglie ed ai
campi, che fecondati col lor sudore, contribuirebbero davvero a
migliorare la condizione generale delle nazioni.
Ecco quali sono le credenze del _solitario_, e confesso anche la mia.
Quest'isola era il luogo di rifugio, che Giulia avea scelto, d'accordo
con Manlio, per i fuggitivi suoi amici. Ma poiché erano rimaste Clelia
e Silvia senza poter raggiungere lo Yacht, essa avea modificata tale
decisione a questo modo: si visiterebbe cioè l'isoletta per prendervi
parere ma si tornerebbe sul continente per aver notizia del resto
della famiglia.
CAPITOLO XLIII
IL SOLITARIO
Era una di quelle aurore che ti fan dimenticare ogni miseria della
vita per rivolgerti tutto intiero alle meraviglie colle quali il
Creatore ha fregiato i mondi. L'alba primaverile che spuntava
dall'orizzonte, così graziosamente tinta dei bellissimi colori
dell'Iride, t'incantava. Gli astri minori impallidendo erano scomparsi
nella brillante atmosfera di luce del grandissimo benefattore della
natura, e l'aura mediterranea che appena increspava l'onde, ti
dilatava il cuore.
Con tinta cenerognola usciva l'Isoletta dall'onda all'Occidente, e la
Clelia spinta da leggerissima brezza da Levante, lentamente
s'avvicinava.
Partito il giorno antecedente da Porto Longone lo Yacht aveva avuto un
traversata felice e breve, con molta soddisfazione dei passeggieri
romani in ispecie ed in quella bellissima mattinata primaverile esso
spuntava dalla punta settentrionale dell'isola già a vista degli
abitatori.
L'arrivo dello Yacht della bella Giulia era sempre una festa per gli
abitanti della Solitaria, che già lo avevano veduto altre volte e lo
conoscevano perfettamente. Tutti corsero alla marina festosi ad
accogliere la cara ospite, seguiti pure dal vecchio capo della
famiglia che per gli anni e i malanni divenuto lento seguiva da
lontano la giovine e svelta brigata.
Giulia con Aurelio e Manlio scesero sulla spiaggia, ed ebbero oneste e
liete accoglienze da ognuno. Giulia presentò ai suoi amici gli ospiti
Romani e tutti insieme salirono verso l'abitato.
Giunti in casa--e dopo qualche riposo--il _Solitario_ impaziente
chiese a Giulia:
"Ebbene, quali nuove dalla nostra Roma? Sono gli stranieri fuori? Ed i
preti quando lasceranno respirare quelle infelici popolazioni che
tormentano da tanti secoli?".
"Le loro miserie non son finite ancora",--rispose la bella Inglese--"e
chi sa quando lo saranno! Gli stranieri si sono ritirati veramente, ma
altri stranieri peggiori dei primi si assoldano ed il Governo del
vostro paese spudoratamente si accinge a sostituire soldati italiani a
soldati stranieri nell'infame incarico di mantenere nel servaggio del
prete gli infelici Romani".
E riprendendo, Giulia continuava: "io, Inglese di nascita, ma italiana
di cuore, mi vergogno nel dirvelo: Roma non sarà più capitale
d'Italia! Il governo vi rinuncia ed il Parlamento sancisce quest'atto
nefando per compiacere alle voglie liberticide del Bonaparte".
"Oh! vituperio dell'età moderna--esclamò il _Solitario_--Italia! un dì
emporio di tutte le glorie! oggi di tutte le vergogne! Giardino del
mondo un giorno, oggi cloaca! Oh! Giulia! un popolo disonorato è
popolo morto! Io quasi dispero dell'avvenire di tal gente!". Ed una
lagrima rigava la guancia arrugata del vecchio avanzo di molte patrie
battaglie.
CAPITOLO XLIV
IL 30 APRILE
Sull'albeggiare del 30 Aprile 1848 un sergente straniero era condotto
in prigione alla presenza del comandante il Gianicolo. Caduto in
un'imboscata di romani, durante la notte, quel soldato, cui i preti
avevano dato ad intendere che i difensori di Roma eran tanti
assassini, giunto che fu alla presenza del capo s'inginocchiò, e
chiese la vita per amore di Dio(59).
(59) Storico.
Il comandante porse la destra al giovine straniero e lo sollevò di
terra, lo confortò amorevolmente, quindi "Buon augurio!" esclamò il
guerriero italiano, rivolto ai circostanti. "Buon augurio! la burbanza
straniera prostrata davanti alla maestà romana, è indizio certo di
vittoria!".
E veramente, quell'esercito straniero, che sbarcato a Civitavecchia,
se ne era con fraude impadronito, e col fallace titolo d'amico,
s'avanzava su Roma, beffandosi della credulità come della bravura del
nostro popolo, ben caramente ebbe a pagare le sue millanterie, e rotto
in fuga dai militi cittadini della Metropoli, dovette ripigliare
vergognoso la via del mare.
Il 30 Aprile, giorno glorioso per Roma, non era dimenticato sui sette
colli ma come festeggiarlo in presenza di tanta sbirraglia? Né in Roma
soltanto, ma in tutte le città ancora soggette al Papa, rinasceva
costante il desiderio di festeggiare l'anniversario della propria
liberazione. A Viterbo, dove sappiamo che al tempo del nostro racconto
non c'erano truppe, la popolazione avea divisato di festeggiare il 30
Aprile, come anniversario della cacciata dello straniero, e
preparativi acconci furono fatti. Ma, se non v'eran truppe, non
mancavano spie ed il Governo di Roma fu informato d'ogni cosa.
Il Comitato Viterbese per la festa avea fissato un programma che
stabiliva: dopo il meriggio i lavori fossero sospesi, la gioventù in
abito di gala si riunisse sulla piazza della Cattedrale con nastro
tricolore al braccio sinistro, di là movesse in processione verso la
porta Romana, per ivi dare un saluto alla vecchia matrona dell'orbe
ricordando il valore de' suoi cittadini in quel giorno glorioso.
Il governo di Roma, spaventato dalla notizia di tale avvenimento,
diede ordini ad un corpo di nuovi soldati stranieri, da poco tempo al
soldo dei preti, di marciare in fretta su Viterbo, per reprimere la
dimostrazione a qualunque costo.
Or, mentre il paese festoso, quasi dimentico del lungo servaggio, si
abbandonava alla gioia, e la gioventù dopo aver fatto solenne saluto
di porta Romana, a dispetto delle autorità pretine passeggiava in buon
ordine preceduta dalla banda che suonava inni patriottici; mentre le
signore, sempre più ardenti degli uomini quando si tratta d'atti
generosi, acclamavano dai balconi, e sventolavano graziosamente
fazzoletti tricolori ai passanti; mentre infine la città intiera, che
i preti come tutte le altre avean tenuta nel lutto, si destava alla
gioia di un ricordo glorioso dalla stessa porta Romana, spuntava la
testa di colonna del corpo straniero, e con baionetta in canna, e a
passo di carica invadeva la via principale della città, ove ancora si
trovavano viterbesi festanti.
Un delegato di polizia, che con alcuni birri precedeva i mercenarii
impose al popolo di ritirarsi. A quell'intimazione risposero fischi
solenni ed alcune pietre ben dirette fecero fuggire il delegato ed i
suoi compagni, che rannicchiandosi fra la soldatesca, gridavano a
squarciagola: "caricate quella canaglia! Fate fuoco per Dio!". Il
comandante di quella ciurmaglia, che voleva guadagnarsi qualche
cindolo e sapeva che facendo macello del popolo si metteva sulla vera
via per ottenerlo, persuaso ancora che giovasse aizzare i suoi
cagnotti contro i cittadini, acciò che l'odio reciproco tra loro non
si raffreddasse, ordinò tosto la carica alla baionetta.
I Viterbesi, che come tutte le popolazioni Romane, avevano ordine dai
comitati rivoluzionari di non muoversi e quindi non eran preparati
alla pugna. Si dispersero per le vie traverse, il che venne loro
facilitato dalla incipiente oscurità della sera, e dal subitaneo
spegner dei lumi, che le donne come per incanto, eseguirono dovunque.
La carica dei mercenarii non ebbe sfogo che contro alcuni cani e
somarelli di campagna che si ritiravano a casa e non s'udiva altro che
un grande abbaiare dei primi ed un urlar dei secondi, perseguiti colle
baionette alle reni dai valorosi campioni delle sottane.
Eran circa le 10 della sera e tutto era tranquillo in Viterbo. La
truppa aveva formato i fasci sulla piazza principale, riposandosi
sugli allori dalle fatiche e vittorie del giorno. Dei cittadini,
ritirati nelle loro case, non se ne incontrava uno solo per le strade.
Al grande Albergo della Luna il campanello chiamava a raccolta i
commensali alla gran tavola rotonda. Circa cinquanta posti erano
preparati, con quel lusso che nelle odierne locande si suole spiegare.
Verso l'istessa ora, una carrozza a quattro cavalli giungeva alla
porta della locanda, e vi scendeva una donna in abito da viaggio, che
alla sveltezza del passo e alla scioltezza d'ogni movimento si
scorgeva essere giovane. Il maestro di casa, dopo aver introdotto in
una delle più eleganti camere dell'albergo la forestiera, le chiese se
desiderava rifocillarsi senza uscire di stanza; ed essa rispose che
volentieri sarebbe scesa alla tavola rotonda, non piacendole di
pranzar sola.
La sala era già affollata, e la maggior parte degli astanti erano
ufficiali stranieri del corpo recentemente arrivato. Il resto erano
forestieri italiani e cittadini di Viterbo.
All'apparire della viaggiatrice, tutti gli occhi si rivolsero su lei
con ammirazione ed era veramente ammirabile in quella sera la nostra
Giulia, perocché la nuova venuta era lei.
Tutti fecero largo quando traversò la sala, gli italiani assunsero
un'aria di gentile stupore, gli ufficiali affilarono i baffi,
dilatarono il collo e rigonfiarono il torace in aria di conquistatori.
A capo della tavola s'assise il padrone di casa, elegantemente
vestito, e pregò la bella inglese di sedersi alla sua destra. Gli
ufficiali sollecitamente si affollarono verso il capo della tavola per
mettersi accanto alla signorina e così i primi posti in un batter
d'occhio furono occupati da loro. Giulia vedendosi un mercenario alla
destra, si pentì di avere accettato l'offerta, ma era già troppo tardi
e, mentre con aria contrita, girava lo sguardo sui commensali, i suoi
occhi s'incontrarono con due occhi, che la colpirono come folgore.
Erano gli occhi di Muzio! di Muzio che si trovava all'altra estremità
della mensa, collocato fra Attilio ed Orazio niente meno!
Assuefatta a vedere il suo diletto col mantello, poco abituata alla
fisionomia d'Orazio che aveva veduto un sol momento armato da capo a
piedi nella selva, e d'Attilio, che in Roma usava il semplice vestito
dell'artista, rimase incerta ed esitante e vedendoli tutti e tre in
cilindro, e con abito da viaggiatori stranieri, veramente sulle prime
non li riconobbe. Quando fu ben sicura che erano loro, proprio loro,
rimase mortificata di trovarsi accanto a tal vicino. Ma come fare?
Come alzarsi, avvicinarsi, chieder loro mille cose che essa bramava
sapere senza destare sospetti, senza comprometterli, mentre sovr'essa
lampeggiavano cinquanta sguardi d'uomini affascinati dall'incantatore
suo volto?
E Muzio! il medico, il capo della contropolizia Romana, l'uomo che
come il suo omonimo(60) avrebbe posto per Giulia, non la mano, ma la
testa sui carboni ardenti; Muzio, vedeva l'astro della sua vita lì,
accanto ad un soldato straniero, che egli odiava come vile strumento
della tirannide. Lì! la sua Dea! il suo tutto! obbligata ad accettare
le gentilezze d'una mano contaminata o da contaminarsi forse nel
sangue de' suoi concittadini.
(60) Muzio Scevola.
Oh, voi! innamorato d'una donna, avete mai pensato, mai compreso
quanto valete alla sua presenza, quando un profano tenta di rapirtene
il possesso? Voi, se in quell'atto non valete dieci uomini, se in
quell'atto non siete capace di dar dieci vite siete un codardo e la
donna di codardi non ne vuol sapere!
Siate pur delinquente! Essa vi perdonerà; ma la donna non perdona che
ai prodi! E Muzio era degno dell'amore della britanna vergine e guai
allo straniero! Se Muzio avesse dato ascolto alla sua smania di
vendetta! Quegli avrebbe veduto una lingua di fuoco lampeggiare
nell'aria, avrebbe sentito la fredda lama di un pugnale penetrargli
nelle viscere!
Giulia avea letto nell'occhio dell'amante la tempesta del suo cuore e
lo sguardo di lei, indovinato da lui solo, placava l'anima vulcanica
del Romano.
Fra una portata e l'altra, com'è naturale, gli ufficiali stranieri non
mancavano d'intavolare discorsi sulle faccende di Roma e della
giornata: e come al solito con poco rispetto per il popolo Romano, che
erano avvezzi a disprezzare.
Giulia, infastidita dall'indecorosa conversazione, s'alzò con contegno
altero e dimandò di ritirarsi. I nostri tre amici, che Dio sa quanto
erano bramosi di baciarle la mano, s'erano già mossi per alzarsi anche
loro quando uno scoppio di risa generale degli ufficiali stranieri li
tenne curiosamente fermi al loro posto.
Era stata cagione della risata una facezia insolente d'uno di essi sul
fatto della giornata che suonava così: "Io credevo di venire a Viterbo
per menare le mani contro degli uomini e invece vi abbiam trovato
conigli, che si son rintanati al solo nostro apparire. Ove diavolo si
sono appiattati questi liberali che menan tanto romore?".
L'ultima frase aveva fatto ripigliare i loro posti ai tre proscritti
e, fatto un gruppo dei tre guanti, Attilio con piglio sdegnoso lo
scaglia contro il viso del maldicente, senza articolare parola.
"Oh! Oh!--esclamò il provocato--che affare è questo!" e pigliando il
gruppo dei guanti li sciolse e continuò: "dunque sono sfidato da
tre!... bravi! ecco un nuovo saggio del valore italiano: tre contro
uno! tre contro uno!" e se la rideva sgangheratamente insieme coi
compagni.
I tre lasciarono passare il nuovo clamore e quando fu finito Muzio con
voce stentorea gridò: "Tre contro tutti! signori insolenti!".
L'effetto di queste parole fu magico, poiché all'accento di Muzio i
tre amici s'erano alzati fulminando coi loro sguardi or l'uno or
l'altro ufficiale e presentando nelle loro teste scoperte
quell'insieme alla Michelangelo che abbiam descritto, quel bello e
marziale aspetto che natura qualche volta prodiga ad un individuo
colla sua capricciosa e maestra mano: capriccio, forse ingiustizia
relativamente ai molti che non ricevono tale favore, ma dono che noi
ammiriamo sempre con piacere nella persona amata, con odio, nel caso
contrario.
E tale fu l'effetto prodotto sulle due fazioni, che stavano assise
alla stessa mensa. Gli italiani ne furono edificati e con aspetto
ilare e plaudente contemplarono i tre campioni dell'onore nazionale
con ammirazione e gratitudine, mentre gli stranieri rimasero
stupefatti per un pezzo e non poterono a meno di restare sorpresi
dalla maschia bellezza dei tre e dal loro fiero contegno.
Passato quel momento, il sarcasmo straniero tornò in campo ed uno dei
più giovani esclamò: "Amici un brindisi", e poiché tutti si alzarono
col bicchiere in mano: "io bevo,--egli disse--, alla grande nostra
fortuna, d'aver incontrato finalmente dei nemici degni di noi in
questo paese".
Orazio rispose: "Io bevo alla liberazione della nostra Roma da ogni
immondizia straniera!".