in sacoccia ed un fiasco di vino a tracolla, mi avventurai di buon
mattino nel seno della terra, legai un capo del filo all'entrata della
catacomba e cominciai il mio misterioso viaggio.
Cammina cammina, sotto quelle tetre volte, più avanzavo e più cresceva
in me la curiosità di scoprire.
Pare impossibile come l'essere umano destinato da Dio alla superficie
della terra, godendone i frutti e la luce benedetta del sole, si sia
condannato a quelle tenebre eterne e vi abbia lavorato tanto per
costruirsi, simile alla talpa, un'abitazione sicura ma spaventosa!
Dovevano essere ben infelici e fieramente perseguiti coloro che si
procuravano questa terribile dimora a furia di tante fatiche! E molto
ricco doveva essere chi pagava l'esecuzione di opere sì gigantesche.
Mentre questi pensieri mi passavano per la mente, io camminava al
chiaror del mio cero, scioglievo il filo del gomitolo e procedevo
procurando di seguire la direzione indicata dalla ristretta linea
dell'imboccatura. Ma coll'andare innanzi il sotterraneo si dilatava e
presentava tra le colonne di tufo, che ne sostenevano l'immenso tetto,
vari anditi che conducevano in direzioni diverse e un po' fantastiche
e fuori di simmetria, come se l'architetto avesse voluto gettare
nell'inganno il visitatore raggirandolo in una specie d'inestricabile
labirinto.
Tutte queste viste ed osservazioni m'inquietavano alquanto, e dico il
vero: qualche volta mi sentivo fallire il coraggio. Ero sul punto di
tornare indietro ma l'amor proprio mi gridava: vergogna! a che tanti
preparativi per fare un fiasco? e allora mi adontavo contro me stesso
per la mia paura. Poi non avevo in mano il filo salvatore, che doveva
ricondurmi a rivedere il cielo?
E cammina, e cammina, sgomitolando il mio filo ed accendendo un nuovo
cero a misura che si consumava l'acceso!
Giunsi finalmente al termine, non del sotterraneo ma del mio filo e
con mio dispiacere riscontrai che non avevo nella mia impresa scoperto
altro che la terribile solitudine che mi stava ancora davanti. Stanco,
forse alquanto scoraggiato di dover rifare sì lungo tratto di strada,
me ne stavo lì, preoccupato dalla vanità delle ricerche e dalla noia
della mia posizione. Stringevo il filo che temevo di perdere e
contemplavo il lume che temevo di spegnere. Credo che dovessi essere
alquanto istupidito quando uno strascichio, come di veste di donna, si
fece udire dietro di me e mi destò quasi di soprassalto. Curioso,
sorpreso, impaurito mi volgo verso la parte dove mi pareva aver udito
il fruscio. Ma nell'atto di volgermi un soffio spegne il lume, il filo
mi viene strappato di mano, robuste braccia cingono e stringono le mie
in modo da stritolarmi le ossa ed un panno mi viene avvolto intorno
alla testa forse per bendarmi gli occhi, ma in guisa da impedirmi
quasi la respirazione.
Il presentimento del pericolo spesso è peggiore del pericolo stesso:
ed io che veramente era stato colpito da timore al primo segno
dell'avvicinarsi di qualcuno, come fui in potere di quel qualcuno,
sentendomi condotto per mano come un bambino, il timore si dileguò e
camminai francamente dietro la guida.
Benché cogli occhi bendati m'accorsi che un nuovo lume era stato
acceso: dal tocco e dai passi che io udiva accanto a me conobbi ch'ero
guidato da esseri viventi, non da spiriti, ma le mie scoperte rimasero
lì, ed in tal guisa procedetti per vari minuti.
Finalmente la benda mi fu levata e allora i miei occhi poterono vedere
che ero stato condotto, con mio grande stupore, in un salotto
magnificamente illuminato, in mezzo al quale stava una mensa imbandita
ed intorno una ventina di gioviali e festosi commensali".
Durante il racconto dell'antiquario un sorriso di compiacenza, velato
d'una tal quale mestizia, sfiorava la ruvida guancia di Gasparo.
Quando il primo ebbe finito, il vecchio si levò, avvicinossi, lo prese
per la mano, la scosse e con voce commossa: "quelli erano bei tempi,
amico caro!--sclamò, poi dirigendosi alla brigata:--Io allora
abitavo--continuò--le catacombe colle mie bande e gli sgherri di Roma
pria di avventurarsi in questa immensa campagna erano soliti a far
testamento.
La donna che vi spense il lume, e che poi fu ben gentile con voi, come
lo era con tutti, era la mia Alba, morta non è molto dal dolore de'
miei patimenti e della mia prigionia".
"Oh!--sclamò alla sua volta l'antiquario,--eravate dunque quello
seduto in capo alla mensa e tenuto in tanto rispetto dai vostri che un
sovrano non potrebbe esser di più?".
"Era io--rispondeva dolorosamente il bandito.--Gli anni hanno
corrugata questa fronte e s'è imbiancato il pelo tra i ferri e le
sevizie di quegli scellerati che si chiamano ministri di Dio. La mia
sola coscienza è rimasta pura! Io ho trattato ogni creatura infelice
benignamente e lo potete attestar voi se vi fu torto un capello, se
alcun danno v'incolse tra noi. Certo! ho voluto abbassare quei superbi
sibariti, che vivono nel vizio e nella lussuria a spese dell'umanità
sofferente, come ora coll'aiuto vostro e di Dio, vecchio come sono, io
non dispero di vedere la mia patria libera da quei mostri".
"Sì,--rispose l'antiquario affettuosamente--io fui trattato con
gentile cortesia dalla vostra donna e da voi e lo ricorderò tutta la
vita con gratitudine". Poi rivolto ai compagni, proseguì: "Scosso
dalla fatica del viaggio, forse dalle commozioni dell'incontro, rimasi
due giorni febbricitante in quel sotterraneo e in tutto quel tempo
ebbi cordiali affettuosissime cure da quell'amabile Alba, la quale non
solo di ogni cosa necessaria mi provvide ma assiduamente mi visitava
al mio capezzale.
Dopo due giorni, rinvigorito, appena ne feci richiesta, fui condotto
per una nuova via che mi parve lieve alla luce del sole che io aveva
creduto sulle prime di non più rivedere. La nuova uscita delle
catacombe si trovava nella foresta. Data la mia parola d'onore di
mantenere il segreto sulla mia involontaria scoperta, uno della banda
mi scortò sulla via di Roma".
CAPITOLO XXXIX
L'ESERCITO ROMANO
"Ora ci si fa davanti la bella regione in cui l'uomo crebbe più grande
che in qualunque altra contrada del mondo, e vi operò portenti di
energia e di senno: entriamo nella sacra terra da cui venne la luce
che illuminò l'universo. Anche qui alla rigogliosa vita d'un tempo è
succeduta la morte; e in molti luoghi non trovi più che macerie in
mezzo a vasto deserto, a solitudine desolata, a silenzio d'essere
umano. Caddero le città dei dominatori del mondo ma i rottami dei
monumenti che ingombrano il suolo, mandano ancora una voce eloquente
che rompe il silenzio dei secoli, e dice della grandezza degli antichi
abitatori nelle campagne latine, comecché desolate tutto è magnifico.
L'austera natura accresce solennità alle rovine delle città e dei
sepolcri e alle grandi memorie. In mezzo al deserto, ad ogni passo,
sono le vestigie di una potenza che ti sgomenta il pensiero. Spesso
nel medesimo luogo e sul medesimo sasso, ti è dato di leggere i
ricordi, gli affetti, i dolori di età fra loro lontanissime. Qui tu
trovi le colonne dei templi, dai quali gli antichi ciurmatori coi loro
oracoli ingannavano le turbe per renderle schiave: e più in là
incontri ciurmadori moderni che la religione fanno stromento di sozza
tirannide: tristizie antiche e nuove, memorie di prepotenza e
prepotenze viventi.
Se ti fa fremere il grido lontano dei miseri che la fiera aristocrazia
precipitava dalle gemonie, fremito più profondo ti desta il grido
vivente che esce dalle prigioni piene delle vittime del furore papale:
e scavando la terra, puoi trovar le ceneri dei difensori del popolo
antico, miste a quelle dei martiri che all'età nostra in nome di Dio e
del popolo dettero il sangue alla nuova Repubblica, e caddero
protestando contro il barbaro dominio sacerdotale. E dal meditare
sulle memorie recenti ed antiche, trarrai coll'afflitto animo qualche
conforto vedendo che per volger di secoli, e per imperversar di
tirannide, i lontani figli non perderono l'energia dei primi padri, e
su questa terra degli augurii prenderai lieti presagi alla nostra
povera patria, che le antiche fortune ha ormai scontate con troppo
lunghe sventure"(50).
(50) Il Lazio, i suoi abitatori, e le sue città. Tradizioni sui
primi tempi di Roma, i re, la rivoluzione e la guerra ai tiranni.
(Atto Vannucci, Cap. I)
Questo superbo squarcio di poesia patria del grandissimo scrittore
dell'_Italia antica_ io ho voluto addurre per sorreggermi nella
troppo, per me, ardua impresa di descrivere la Roma dei tempi eroici e
la non morta virtù degli abitatori del Lazio moderno. E dovendo
narrare di quell'accozzaglia di gente nostrana e straniera, che oggi
si chiama Esercito Romano io desidero che si consideri cosa ponno
essere uomini che si consacrano al servizio di un governo come quello
del Papa, il quale non può ispirare che disprezzo.
Giova ripetere ciò che già dissi: solo il prete poteva cambiar
nell'ultimo popolo della terra, questo "che nacque in una regione ove
l'uomo crebbe più grande che in qualunque altra contrada del mondo".
L'esercito romano è composto di Romani che sono sotto la vigilanza di
soldati stranieri, e di soldati stranieri e romani custoditi da birri,
sotto il nome di gendarmi. Mercenarii tutti poiché qual uomo d'onore e
non spinto dalla sete dell'oro potrebbe adagiarsi su tale letamaio?
Il nome di soldato del papa è schernito. Lo straniero, per malandrino
che sia, giungendo a far parte di questo esercito crede nobilitarlo.
Disprezza quindi lo straniero, i soldati romani, e di qui le botte tra
romani e stranieri, quasi sempre con la peggio degli ultimi, perché
gli indigeni malgrado tutto lo studio dei preti per corromperli ed
imbastardirli conservano ancora qualche avanzo dell'antico valore.
Ecco lo stato del moderno esercito romano, ed ecco perché i nostri
proscritti informati d'ogni cosa se ne stavano tranquillamente
aspettandone le mosse, mentre le mosse tardavano perché la confusione
e la discordia regnavano in quella parodia d'esercito.
Gli stranieri, sprezzatori dei romani, volevano la destra nell'ordine
di battaglia; e questi non temendo gli stranieri e giustamente
credendosi migliori di loro non volevano cederla. Le sottane,
impotenti a metter ordine in quella ciurmaglia, si rodevano
d'impazienza, di rabbia e di paura.
Il giorno di Pasqua destinato allo sterminio dei _briganti_ poco mancò
non segnasse la distruzione dei mercenarii e se le malve(51) italiane
di fuori non avessero gridato "alla moderazione, all'ordine!" era
questo il momento di farla finita con quella canaglia, morbo e
disonore del nostro paese.
(51) Nome dei moderati.
Regolo e con lui la maggior parte dei trecento, dinanzi al veto che
era giunto di fuori "di non tentare nulla per allora a favore di
Roma", non vollero rimanere inoperosi, e per molestare l'eterno nemico
presero queste determinazioni. Si arrolarono nelle truppe pontificie
indigene; e catechizzarono i soldati in modo che nell'ordinanza di
marcia, col pretesto che lor toccava la destra si ammutinarono. Gli
ufficiali che volevano usare la loro autorità furono bastonati ed
avendo il Generale D. mandato alcune compagnie straniere per metterli
all'ordine cominciò una di quelle zuffe peggiori di una battaglia
campale il risultato della quale fu che gli stranieri volti in fuga
riguadagnarono le loro caserme.
Uno degli instigatori principali della sommossa era stato il nostro
sergente di dragoni, Dentato.
Uscito dalle torture dell'inquisizione che avea sostenute con uno
stoicismo degno de' tempi antichi avea giurato di vendicarsi alla
prima occasione e non l'avea perduta. Alla testa de' suoi dragoni, col
suo sciabolone alla mano, egli era stato visto caricare nel più folto
di un gruppo straniero dove avea fatta strage di mercenarii.
Terminata la zuffa, sapendo quale premio gli serbavano i preti per le
sue sciabolate, senza smontare da cavallo si avviò coi compagni fuori
di Roma in cerca dei proscritti che lo accolsero fraternamente. Narrò
loro i successi della capitale e con grande ilarità di tutti ne fu
udito il racconto.
CAPITOLO XL
IL MATRIMONIO
Il più santo dei vincoli che esistano nell'umana famiglia è il
matrimonio. Lega per la vita due esseri e li fa felici se veramente
meritano d'esserlo.
Dico "se lo meritano" poiché quell'atto solenne deve essere contratto
coll'intendimento reciproco di rendersi felici, e base dell'unione
deve essere il vero amore, l'amore celeste!(52)
(52) Amore celeste; vero amore dell'anima. Gli antichi lo
distinguevano dal sensuale.
A questa base, a questo amore, un calcolo mercantile è macchia, il
sentimento materiale lo riduce al termine di pretta brutalità.
L'amoreggiamento che precede il matrimonio ha già aggentilito gli
amanti, poiché essi vogliono piacersi reciprocamente e lo devono,
altrimenti c'è il pericolo di rifiuto.
Il sentimento d'essere felici fa poi migliori i coniugi. L'amore che
portano alla prole li ingentilisce e li rende umani verso gli altri,
colla speranza che i loro figli godano il ricambio della gentilezza
altrui.
L'infedeltà è sciaguratamente fedele compagna di molti matrimoni
moderni. Ma coloro stessi, d'un sesso o dell'altro, che son venuti
meno al dovere, ove non siano induriti nel vizio, provano tale rimorso
che se potessero tornare indietro alla primitiva loro purezza
sarebbero per l'innanzi ben forti contro la tentazione.
Oh! se sono giovani i miei lettori, badino al mio consiglio, tengano
la fedeltà in pregio, come un impegno d'onore, si risparmieranno
afflizioni pungenti per l'innanzi e godranno il vero paradiso sulla
terra ancorché la loro condizione non sia delle più brillanti. I
disagi stessi, passati in comune, sono alleggeriti dalle cure
amorevoli del consorte e lasciano di sé cara e non dolorosa
ricordanza.
Ma anche nel matrimonio la prava istituzione pretesca semina e
diffonde una diabolica influenza. Il morbo pretino, si sente in tutti
i matrimoni dell'orbe in ragione diretta del numero di coloro che
vengono congiunti da quegli esseri maleficamente parassiti. S'immagini
poi quello che deve accadere in Roma, ove i preti, sono tanti, ricchi,
sovrani, onnipossenti?
Ho già detto che Roma è la città del mondo che conta più nascite
illegittime, e ciò deriva naturalmente dalla prostituzione delle
nubili. Su questo dato, benché non pubblico nelle conseguenze, quale
sarà la prostituzione nel matrimonio?
Tiriamo un velo sulle turpitudini e mi perdoni chi legge se per
avventura lo scandalizzai. Ma quando penso ad un governo, che si disse
riparatore e che per interesse e per compiacere ai libidinosi capricci
di un despota s'inginocchia davanti a quel corrotto e corruttore
fantoccio supplicandolo quasi di non disertare la terra che desolò per
tanti secoli, il popolo grande che umiliò all'ultima delle
degradazioni umane, allora non so frenarmi, e voi mi potete perdonare,
potete concedermi uno sfogo di rammarico al pensiero delle miserie e
delle vergogne del mio povero paese!
Pur mi si dirà: voi lamentate l'intervento dei preti e lo credete
dannoso; ma fino a ieri, chi consacrava il matrimonio se non il prete,
ed il prete esclusivamente?
Pur troppo è vero! La nascita e la morte, ogni più importante atto
della vita, l'educazione della gioventù, tutto fu monopolio dei preti,
perfino il mondo futuro che offrono agli altri, tenendosi caro per sé
il presente.
Dacché la società umana ebbe impostori, sorsero preti, se già i primi
non furono essi. Certo però i maggiori, i più astuti, i più fortunati
impostori del genere umano furono sempre i preti. Più furbi degli
alchimisti e dei ciarlatani essi posarono le basi della loro scienza
in parte ov'era difficile che la luce giungesse a smascherarli.
L'alchimista cercò la formazione di pietre preziose e dell'oro con
elementi di poco costo e morì, lasciando l'eredità del desiderio
insoddisfatto accanto al vero tesoro delle esperienze, dalle quali
partendo, i moderni chimici hanno fatto portenti.
I ciarlatani, spaccianti balsami ed elisiri miracolosi sono scomparsi,
ma prepararono il posto all'utile e matematica chirurgia moderna.
Il prete dura e il suo nebuloso edifizio continua a star ritto. Non
monta che le antiche rivelazioni tentennino all'urto del senso comune;
il prete dura benché i ciechi soltanto non s'accorgono che egli è il
primo a farsi beffe delle favole che spaccia.
Vuol dire che il prete è più astuto d'ogni altro e che i non-sensi e
le assurdità più grandi hanno il privilegio di una più tenace
resistenza.
Non indignazione ma nausea mi sento veramente nel vedere i miei
concittadini inginocchiarsi davanti a quei simulacri dell'impostura!
davanti a quei detrattori di Dio!
"La crepa dell'intonaco, palesa che crolla il muro". "Basta un primo
passo". "Il pugno di neve crea la valanga". E ce n'è voluto per osare
questo primo passo!
Or ora appena si è compreso che il prete è impostore e non degno di
celebrare l'atto più importante della vita: il matrimonio. L'autorità
municipale, che deve sapere ogni cosa dei cittadini e registrarne gli
atti, presiederà a questo atto solenne. Questo è il primo passo, poi
in luogo dell'autorità cittadina verrà la paterna, i genitori, che
sono l'autorità più legale e secondo natura.
A quest'ultimo partito si attennero Clelia ed Attilio.
"Mio! mio!" avea detto Clelia, al racconto d'Irene ed ora che quel suo
caro era lì, ai suoi piedi, beandosi dell'atmosfera benefica che la
circondava, adorandola! Perché essa doveva negarsi alle oneste
sollecitudini dell'amante? "Sì" disse ella finalmente ad Attilio. "Sì,
chiedimi a mia madre e sarò tua per tutta la vita".
Silvia per vero avrebbe voluto avere il suo Manlio accanto per
consultarlo sulla sorte dell'adorata fanciulla, ma benché un po'
timida di carattere, era troppo savia e piena di buon senso, da non
capire la necessità dell'unione dei due amanti, massime nelle
circostante presenti di proscrizione e di solitudine e si teneva
sicura dell'assentimento del marito.
Anche Silvia non era amica dei preti. Municipio lì non ve ne era, né
altra autorità all'infuori di quella dell'onesto lor salvatore Orazio
e la propria per supplirvi. Non fu difficile quindi convincerla che la
più legale autorità era questa, la più naturale e più semplice di ogni
altra.
La celebrazione del matrimonio de' nostri cari fu una vera festa per
tutti nel castello e per Irene sopra ogn'altro. Pratica del matrimonio
silvestre, ch'essa aveva celebrato alcuni anni prima, superba di fare
da sacerdotessa per amici che amava teneramente, essa improvvisò un
altare al piede della più maestosa delle quercie coll'aiuto della sua
ancella e di John, il quale ebbe occasione di fare gran pompa delle
sue capacità ed agilità marinesche arrampicandosi e saltellando per i
rami dell'immensa figlia della terra, docile però sempre agli ordini
dell'amata sua protettrice. In poco tempo fasci di verzura e ghirlande
di fiori silvestri adornarono un magnifico tempietto coperto dalla
gran cupola dell'albero ed illuminato dal maggiore degli astri, figlio
primogenito di Dio.
La cerimonia non fu lunga ma semplice, patriarcale, al cospetto della
maggior parte di quei prodi romani, che facevano corona alla
bellissima coppia.
Irene, collocatasi dinanzi agli sposi, colle seguenti brevi parole ne
sancì l'unione sacra:
"Giovani cari e avventurosi, l'atto da voi compiuto in questo giorno
vi unisce con vincoli indissolubili del corpo e dell'anima. Voi
dividerete per la vita, il bene e la sciagura. Ricordatevi, che
nell'amore e nella fiducia reciproca, troverete sempre felicità
duratura e che, quantunque qualche volta questa felicità possa essere
alterata da afflizioni, queste saranno sempre menomate o dome
dall'amor vostro reciproco. Dio benedica l'unione vostra! e così sia".
Silvia, piangendo amorosamente, pose ambe le mani sul capo de' suoi
cari, e ripetè: "Dio vi benedica!" senza poter articolare altra
parola.
L'atto di matrimonio, anticipatamente scritto, fu presentato da Orazio
alle firme degli sposi, poi a quelle dei testimonii, dopo averlo
firmato egli stesso.
Così ebbe fine quest'atto solenne colla maggiore semplicità possibile.
Celebrato nel vero tempio dell'Onnipotente, rischiarato
dall'universale luminare, non fu per la sua semplicità men sacro, né
men fedeli per tutta la vita si mantennero l'uno all'altro i nostri
sposi.
Dall'altare la comitiva festosa si diresse al castello, ove splendida
mensa l'aspettava.
Dopo il pasto, in mezzo alla universale letizia si fecero brindisi, si
cantarono inni patriottici e sino il piccolo John riscaldato dal
calore della festa volle regalare i suoi amici coi patriottici e
simpatici canti della tua terra: il "_God save the Queen_" ed il
"_Rule Britannia_"(53).
(53) _Dio salvi la Regina_ e _Britannia regge le onde_.
CAPITOLO XLI
IL BATTESIMO
Come si vede, l'esercito di Serse, ossia del Papa, avea concesso tutto
questo bel tempo ai proscritti senza sturbarli ed essi conoscendone le
condizioni, davansi poca briga di allontanarsi.
A noi però, durante questa sosta, converrà tornare ad alcuni
personaggi principali e cari della nostra storia, che abbiam pur
troppo lasciati in dimenticanza; voglio parlare di Giulia e de' suoi
compagni così prodigiosamente scampati dal tempestoso Tirreno.
Dopo due giorni dalla sua partenza da Porto d'Anzo, la Clelia entrava
con vele e bandiere spiegate a Porto Longone.
Appena ancorata i nostri amici videro scendere da Capo Liberi, piccolo
villaggio che domina il porto, un gruppo di gente che giunse alla
marina, imbarcossi in un palischermo e si diresse verso lo Yacht.
Giulia accolse gentilmente la comitiva, composta di persone d'ambo i
sessi, e l'invitò ad asciolvere nella camera della nave ciò che gli
ospiti accettarono volentieri.
Seduti a tavola con davanti un bicchierino di Marsala, vino col quale
gli inglesi amano sempre adornare le loro mense, i nuovi arrivati,
volgendosi a Manlio, che credettero padrone del legno accennarono di
voler parlare. Quindi con accento toscano, non maschio come il romano
e robusto ma più dolce, simpatico e comunque sia coll'accento d'un
dialetto cui l'Italia deve la maggior parte del suo risorgimento
perché in quel dialetto sta uno dei più saldi fondamenti dell'unità
nazionale italiana:
"Signore!--disse l'anziano della comitiva--in Capo Liberi v'è l'uso
che nascendo un bimbo contemporaneamente all'arrivo d'una nave si
preghi il capitano a voler essere padrino al nuovo nato. Vorreste
esser tanto buono di concederci l'onore d'avervi per compare e comare
con questa vostra gentile signorina?".
Manlio sorrise a tale richiesta e tutti ammirarono la facilità con cui
lo straniero può nell'Elba imparentarsi cogli isolani, poi rispose:
"Io sono qui un semplice ospite come voi, la signorina è la padrona
del legno, ed essa deciderà su quel che sia da fare".
Giulia, la bella viaggiatrice, l'antiquaria, l'artista, l'amica della
libertà italiana, fu incantata di trovare tanta semplicità di costumi
in quella buona gente e: "per me accetto volentieri la gentile vostra
offerta--soggiunse--e siccome odo da voi che il padrino deve essere il
capitano della nave lo consulterò e se consente, saremo a disposizione
vostra".
Chiamato il capitano Thompson, Giulia spiegò la cosa al bravo
marinaio, al che Thompson rise graziosamente e rispose con garbo alla
sua signora che sarebbe ben onorato di poterla accompagnare tanto più
colla prospettiva d'aver a diventare suo compare.
Detto fatto! Dopo che Thompson ebbe dato i suoi ordini al Muto(54)
s'imbarcarono tutti, dirigendosi a Capo-Liberi,
(54) Secondo il comando.
Qui mi toccherebbe dir qualche cosa ancora dei preti, ma ne
risparmierò il tedio al lettore. È una fatalità, che ad onta
dell'invincibile antipatia che essi mi suscitano, io me li debba
sempre trovar sulla via. Ma questa volta passiamocela netta a questo
di Capo Liberi, il quale non è che un curato. Meno male!