Provvisto di un voluminoso gomitolo di filo, un mazzo di torcie, pane

in sacoccia ed un fiasco di vino a tracolla, mi avventurai di buon

mattino nel seno della terra, legai un capo del filo all'entrata della

catacomba e cominciai il mio misterioso viaggio.

Cammina cammina, sotto quelle tetre volte, più avanzavo e più cresceva

in me la curiosità di scoprire.

Pare impossibile come l'essere umano destinato da Dio alla superficie

della terra, godendone i frutti e la luce benedetta del sole, si sia

condannato a quelle tenebre eterne e vi abbia lavorato tanto per

costruirsi, simile alla talpa, un'abitazione sicura ma spaventosa!

Dovevano essere ben infelici e fieramente perseguiti coloro che si

procuravano questa terribile dimora a furia di tante fatiche! E molto

ricco doveva essere chi pagava l'esecuzione di opere sì gigantesche.

Mentre questi pensieri mi passavano per la mente, io camminava al

chiaror del mio cero, scioglievo il filo del gomitolo e procedevo

procurando di seguire la direzione indicata dalla ristretta linea

dell'imboccatura. Ma coll'andare innanzi il sotterraneo si dilatava e

presentava tra le colonne di tufo, che ne sostenevano l'immenso tetto,

vari anditi che conducevano in direzioni diverse e un po' fantastiche

e fuori di simmetria, come se l'architetto avesse voluto gettare

nell'inganno il visitatore raggirandolo in una specie d'inestricabile

labirinto.

Tutte queste viste ed osservazioni m'inquietavano alquanto, e dico il

vero: qualche volta mi sentivo fallire il coraggio. Ero sul punto di

tornare indietro ma l'amor proprio mi gridava: vergogna! a che tanti

preparativi per fare un fiasco? e allora mi adontavo contro me stesso

per la mia paura. Poi non avevo in mano il filo salvatore, che doveva

ricondurmi a rivedere il cielo?

E cammina, e cammina, sgomitolando il mio filo ed accendendo un nuovo

cero a misura che si consumava l'acceso!

Giunsi finalmente al termine, non del sotterraneo ma del mio filo e

con mio dispiacere riscontrai che non avevo nella mia impresa scoperto

altro che la terribile solitudine che mi stava ancora davanti. Stanco,

forse alquanto scoraggiato di dover rifare sì lungo tratto di strada,

me ne stavo lì, preoccupato dalla vanità delle ricerche e dalla noia

della mia posizione. Stringevo il filo che temevo di perdere e

contemplavo il lume che temevo di spegnere. Credo che dovessi essere

alquanto istupidito quando uno strascichio, come di veste di donna, si

fece udire dietro di me e mi destò quasi di soprassalto. Curioso,

sorpreso, impaurito mi volgo verso la parte dove mi pareva aver udito

il fruscio. Ma nell'atto di volgermi un soffio spegne il lume, il filo

mi viene strappato di mano, robuste braccia cingono e stringono le mie

in modo da stritolarmi le ossa ed un panno mi viene avvolto intorno

alla testa forse per bendarmi gli occhi, ma in guisa da impedirmi

quasi la respirazione.

Il presentimento del pericolo spesso è peggiore del pericolo stesso:

ed io che veramente era stato colpito da timore al primo segno

dell'avvicinarsi di qualcuno, come fui in potere di quel qualcuno,

sentendomi condotto per mano come un bambino, il timore si dileguò e

camminai francamente dietro la guida.

Benché cogli occhi bendati m'accorsi che un nuovo lume era stato

acceso: dal tocco e dai passi che io udiva accanto a me conobbi ch'ero

guidato da esseri viventi, non da spiriti, ma le mie scoperte rimasero

lì, ed in tal guisa procedetti per vari minuti.

Finalmente la benda mi fu levata e allora i miei occhi poterono vedere

che ero stato condotto, con mio grande stupore, in un salotto

magnificamente illuminato, in mezzo al quale stava una mensa imbandita

ed intorno una ventina di gioviali e festosi commensali".

Durante il racconto dell'antiquario un sorriso di compiacenza, velato

d'una tal quale mestizia, sfiorava la ruvida guancia di Gasparo.

Quando il primo ebbe finito, il vecchio si levò, avvicinossi, lo prese

per la mano, la scosse e con voce commossa: "quelli erano bei tempi,

amico caro!--sclamò, poi dirigendosi alla brigata:--Io allora

abitavo--continuò--le catacombe colle mie bande e gli sgherri di Roma

pria di avventurarsi in questa immensa campagna erano soliti a far

testamento.

La donna che vi spense il lume, e che poi fu ben gentile con voi, come

lo era con tutti, era la mia Alba, morta non è molto dal dolore de'

miei patimenti e della mia prigionia".

"Oh!--sclamò alla sua volta l'antiquario,--eravate dunque quello

seduto in capo alla mensa e tenuto in tanto rispetto dai vostri che un

sovrano non potrebbe esser di più?".

"Era io--rispondeva dolorosamente il bandito.--Gli anni hanno

corrugata questa fronte e s'è imbiancato il pelo tra i ferri e le

sevizie di quegli scellerati che si chiamano ministri di Dio. La mia

sola coscienza è rimasta pura! Io ho trattato ogni creatura infelice

benignamente e lo potete attestar voi se vi fu torto un capello, se

alcun danno v'incolse tra noi. Certo! ho voluto abbassare quei superbi

sibariti, che vivono nel vizio e nella lussuria a spese dell'umanità

sofferente, come ora coll'aiuto vostro e di Dio, vecchio come sono, io

non dispero di vedere la mia patria libera da quei mostri".

"Sì,--rispose l'antiquario affettuosamente--io fui trattato con

gentile cortesia dalla vostra donna e da voi e lo ricorderò tutta la

vita con gratitudine". Poi rivolto ai compagni, proseguì: "Scosso

dalla fatica del viaggio, forse dalle commozioni dell'incontro, rimasi

due giorni febbricitante in quel sotterraneo e in tutto quel tempo

ebbi cordiali affettuosissime cure da quell'amabile Alba, la quale non

solo di ogni cosa necessaria mi provvide ma assiduamente mi visitava

al mio capezzale.

Dopo due giorni, rinvigorito, appena ne feci richiesta, fui condotto

per una nuova via che mi parve lieve alla luce del sole che io aveva

creduto sulle prime di non più rivedere. La nuova uscita delle

catacombe si trovava nella foresta. Data la mia parola d'onore di

mantenere il segreto sulla mia involontaria scoperta, uno della banda

mi scortò sulla via di Roma".

CAPITOLO XXXIX

L'ESERCITO ROMANO

"Ora ci si fa davanti la bella regione in cui l'uomo crebbe più grande

che in qualunque altra contrada del mondo, e vi operò portenti di

energia e di senno: entriamo nella sacra terra da cui venne la luce

che illuminò l'universo. Anche qui alla rigogliosa vita d'un tempo è

succeduta la morte; e in molti luoghi non trovi più che macerie in

mezzo a vasto deserto, a solitudine desolata, a silenzio d'essere

umano. Caddero le città dei dominatori del mondo ma i rottami dei

monumenti che ingombrano il suolo, mandano ancora una voce eloquente

che rompe il silenzio dei secoli, e dice della grandezza degli antichi

abitatori nelle campagne latine, comecché desolate tutto è magnifico.

L'austera natura accresce solennità alle rovine delle città e dei

sepolcri e alle grandi memorie. In mezzo al deserto, ad ogni passo,

sono le vestigie di una potenza che ti sgomenta il pensiero. Spesso

nel medesimo luogo e sul medesimo sasso, ti è dato di leggere i

ricordi, gli affetti, i dolori di età fra loro lontanissime. Qui tu

trovi le colonne dei templi, dai quali gli antichi ciurmatori coi loro

oracoli ingannavano le turbe per renderle schiave: e più in là

incontri ciurmadori moderni che la religione fanno stromento di sozza

tirannide: tristizie antiche e nuove, memorie di prepotenza e

prepotenze viventi.

Se ti fa fremere il grido lontano dei miseri che la fiera aristocrazia

precipitava dalle gemonie, fremito più profondo ti desta il grido

vivente che esce dalle prigioni piene delle vittime del furore papale:

e scavando la terra, puoi trovar le ceneri dei difensori del popolo

antico, miste a quelle dei martiri che all'età nostra in nome di Dio e

del popolo dettero il sangue alla nuova Repubblica, e caddero

protestando contro il barbaro dominio sacerdotale. E dal meditare

sulle memorie recenti ed antiche, trarrai coll'afflitto animo qualche

conforto vedendo che per volger di secoli, e per imperversar di

tirannide, i lontani figli non perderono l'energia dei primi padri, e

su questa terra degli augurii prenderai lieti presagi alla nostra

povera patria, che le antiche fortune ha ormai scontate con troppo

lunghe sventure"(50).

(50) Il Lazio, i suoi abitatori, e le sue città. Tradizioni sui

primi tempi di Roma, i re, la rivoluzione e la guerra ai tiranni.

(Atto Vannucci, Cap. I)

Questo superbo squarcio di poesia patria del grandissimo scrittore

dell'_Italia antica_ io ho voluto addurre per sorreggermi nella

troppo, per me, ardua impresa di descrivere la Roma dei tempi eroici e

la non morta virtù degli abitatori del Lazio moderno. E dovendo

narrare di quell'accozzaglia di gente nostrana e straniera, che oggi

si chiama Esercito Romano io desidero che si consideri cosa ponno

essere uomini che si consacrano al servizio di un governo come quello

del Papa, il quale non può ispirare che disprezzo.

Giova ripetere ciò che già dissi: solo il prete poteva cambiar

nell'ultimo popolo della terra, questo "che nacque in una regione ove

l'uomo crebbe più grande che in qualunque altra contrada del mondo".

L'esercito romano è composto di Romani che sono sotto la vigilanza di

soldati stranieri, e di soldati stranieri e romani custoditi da birri,

sotto il nome di gendarmi. Mercenarii tutti poiché qual uomo d'onore e

non spinto dalla sete dell'oro potrebbe adagiarsi su tale letamaio?

Il nome di soldato del papa è schernito. Lo straniero, per malandrino

che sia, giungendo a far parte di questo esercito crede nobilitarlo.

Disprezza quindi lo straniero, i soldati romani, e di qui le botte tra

romani e stranieri, quasi sempre con la peggio degli ultimi, perché

gli indigeni malgrado tutto lo studio dei preti per corromperli ed

imbastardirli conservano ancora qualche avanzo dell'antico valore.

Ecco lo stato del moderno esercito romano, ed ecco perché i nostri

proscritti informati d'ogni cosa se ne stavano tranquillamente

aspettandone le mosse, mentre le mosse tardavano perché la confusione

e la discordia regnavano in quella parodia d'esercito.

Gli stranieri, sprezzatori dei romani, volevano la destra nell'ordine

di battaglia; e questi non temendo gli stranieri e giustamente

credendosi migliori di loro non volevano cederla. Le sottane,

impotenti a metter ordine in quella ciurmaglia, si rodevano

d'impazienza, di rabbia e di paura.

Il giorno di Pasqua destinato allo sterminio dei _briganti_ poco mancò

non segnasse la distruzione dei mercenarii e se le malve(51) italiane

di fuori non avessero gridato "alla moderazione, all'ordine!" era

questo il momento di farla finita con quella canaglia, morbo e

disonore del nostro paese.

(51) Nome dei moderati.

Regolo e con lui la maggior parte dei trecento, dinanzi al veto che

era giunto di fuori "di non tentare nulla per allora a favore di

Roma", non vollero rimanere inoperosi, e per molestare l'eterno nemico

presero queste determinazioni. Si arrolarono nelle truppe pontificie

indigene; e catechizzarono i soldati in modo che nell'ordinanza di

marcia, col pretesto che lor toccava la destra si ammutinarono. Gli

ufficiali che volevano usare la loro autorità furono bastonati ed

avendo il Generale D. mandato alcune compagnie straniere per metterli

all'ordine cominciò una di quelle zuffe peggiori di una battaglia

campale il risultato della quale fu che gli stranieri volti in fuga

riguadagnarono le loro caserme.

Uno degli instigatori principali della sommossa era stato il nostro

sergente di dragoni, Dentato.

Uscito dalle torture dell'inquisizione che avea sostenute con uno

stoicismo degno de' tempi antichi avea giurato di vendicarsi alla

prima occasione e non l'avea perduta. Alla testa de' suoi dragoni, col

suo sciabolone alla mano, egli era stato visto caricare nel più folto

di un gruppo straniero dove avea fatta strage di mercenarii.

Terminata la zuffa, sapendo quale premio gli serbavano i preti per le

sue sciabolate, senza smontare da cavallo si avviò coi compagni fuori

di Roma in cerca dei proscritti che lo accolsero fraternamente. Narrò

loro i successi della capitale e con grande ilarità di tutti ne fu

udito il racconto.

CAPITOLO XL

IL MATRIMONIO

Il più santo dei vincoli che esistano nell'umana famiglia è il

matrimonio. Lega per la vita due esseri e li fa felici se veramente

meritano d'esserlo.

Dico "se lo meritano" poiché quell'atto solenne deve essere contratto

coll'intendimento reciproco di rendersi felici, e base dell'unione

deve essere il vero amore, l'amore celeste!(52)

(52) Amore celeste; vero amore dell'anima. Gli antichi lo

distinguevano dal sensuale.

A questa base, a questo amore, un calcolo mercantile è macchia, il

sentimento materiale lo riduce al termine di pretta brutalità.

L'amoreggiamento che precede il matrimonio ha già aggentilito gli

amanti, poiché essi vogliono piacersi reciprocamente e lo devono,

altrimenti c'è il pericolo di rifiuto.

Il sentimento d'essere felici fa poi migliori i coniugi. L'amore che

portano alla prole li ingentilisce e li rende umani verso gli altri,

colla speranza che i loro figli godano il ricambio della gentilezza

altrui.

L'infedeltà è sciaguratamente fedele compagna di molti matrimoni

moderni. Ma coloro stessi, d'un sesso o dell'altro, che son venuti

meno al dovere, ove non siano induriti nel vizio, provano tale rimorso

che se potessero tornare indietro alla primitiva loro purezza

sarebbero per l'innanzi ben forti contro la tentazione.

Oh! se sono giovani i miei lettori, badino al mio consiglio, tengano

la fedeltà in pregio, come un impegno d'onore, si risparmieranno

afflizioni pungenti per l'innanzi e godranno il vero paradiso sulla

terra ancorché la loro condizione non sia delle più brillanti. I

disagi stessi, passati in comune, sono alleggeriti dalle cure

amorevoli del consorte e lasciano di sé cara e non dolorosa

ricordanza.

Ma anche nel matrimonio la prava istituzione pretesca semina e

diffonde una diabolica influenza. Il morbo pretino, si sente in tutti

i matrimoni dell'orbe in ragione diretta del numero di coloro che

vengono congiunti da quegli esseri maleficamente parassiti. S'immagini

poi quello che deve accadere in Roma, ove i preti, sono tanti, ricchi,

sovrani, onnipossenti?

Ho già detto che Roma è la città del mondo che conta più nascite

illegittime, e ciò deriva naturalmente dalla prostituzione delle

nubili. Su questo dato, benché non pubblico nelle conseguenze, quale

sarà la prostituzione nel matrimonio?

Tiriamo un velo sulle turpitudini e mi perdoni chi legge se per

avventura lo scandalizzai. Ma quando penso ad un governo, che si disse

riparatore e che per interesse e per compiacere ai libidinosi capricci

di un despota s'inginocchia davanti a quel corrotto e corruttore

fantoccio supplicandolo quasi di non disertare la terra che desolò per

tanti secoli, il popolo grande che umiliò all'ultima delle

degradazioni umane, allora non so frenarmi, e voi mi potete perdonare,

potete concedermi uno sfogo di rammarico al pensiero delle miserie e

delle vergogne del mio povero paese!

Pur mi si dirà: voi lamentate l'intervento dei preti e lo credete

dannoso; ma fino a ieri, chi consacrava il matrimonio se non il prete,

ed il prete esclusivamente?

Pur troppo è vero! La nascita e la morte, ogni più importante atto

della vita, l'educazione della gioventù, tutto fu monopolio dei preti,

perfino il mondo futuro che offrono agli altri, tenendosi caro per sé

il presente.

Dacché la società umana ebbe impostori, sorsero preti, se già i primi

non furono essi. Certo però i maggiori, i più astuti, i più fortunati

impostori del genere umano furono sempre i preti. Più furbi degli

alchimisti e dei ciarlatani essi posarono le basi della loro scienza

in parte ov'era difficile che la luce giungesse a smascherarli.

L'alchimista cercò la formazione di pietre preziose e dell'oro con

elementi di poco costo e morì, lasciando l'eredità del desiderio

insoddisfatto accanto al vero tesoro delle esperienze, dalle quali

partendo, i moderni chimici hanno fatto portenti.

I ciarlatani, spaccianti balsami ed elisiri miracolosi sono scomparsi,

ma prepararono il posto all'utile e matematica chirurgia moderna.

Il prete dura e il suo nebuloso edifizio continua a star ritto. Non

monta che le antiche rivelazioni tentennino all'urto del senso comune;

il prete dura benché i ciechi soltanto non s'accorgono che egli è il

primo a farsi beffe delle favole che spaccia.

Vuol dire che il prete è più astuto d'ogni altro e che i non-sensi e

le assurdità più grandi hanno il privilegio di una più tenace

resistenza.

Non indignazione ma nausea mi sento veramente nel vedere i miei

concittadini inginocchiarsi davanti a quei simulacri dell'impostura!

davanti a quei detrattori di Dio!

"La crepa dell'intonaco, palesa che crolla il muro". "Basta un primo

passo". "Il pugno di neve crea la valanga". E ce n'è voluto per osare

questo primo passo!

Or ora appena si è compreso che il prete è impostore e non degno di

celebrare l'atto più importante della vita: il matrimonio. L'autorità

municipale, che deve sapere ogni cosa dei cittadini e registrarne gli

atti, presiederà a questo atto solenne. Questo è il primo passo, poi

in luogo dell'autorità cittadina verrà la paterna, i genitori, che

sono l'autorità più legale e secondo natura.

A quest'ultimo partito si attennero Clelia ed Attilio.

"Mio! mio!" avea detto Clelia, al racconto d'Irene ed ora che quel suo

caro era lì, ai suoi piedi, beandosi dell'atmosfera benefica che la

circondava, adorandola! Perché essa doveva negarsi alle oneste

sollecitudini dell'amante? "Sì" disse ella finalmente ad Attilio. "Sì,

chiedimi a mia madre e sarò tua per tutta la vita".

Silvia per vero avrebbe voluto avere il suo Manlio accanto per

consultarlo sulla sorte dell'adorata fanciulla, ma benché un po'

timida di carattere, era troppo savia e piena di buon senso, da non

capire la necessità dell'unione dei due amanti, massime nelle

circostante presenti di proscrizione e di solitudine e si teneva

sicura dell'assentimento del marito.

Anche Silvia non era amica dei preti. Municipio lì non ve ne era, né

altra autorità all'infuori di quella dell'onesto lor salvatore Orazio

e la propria per supplirvi. Non fu difficile quindi convincerla che la

più legale autorità era questa, la più naturale e più semplice di ogni

altra.

La celebrazione del matrimonio de' nostri cari fu una vera festa per

tutti nel castello e per Irene sopra ogn'altro. Pratica del matrimonio

silvestre, ch'essa aveva celebrato alcuni anni prima, superba di fare

da sacerdotessa per amici che amava teneramente, essa improvvisò un

altare al piede della più maestosa delle quercie coll'aiuto della sua

ancella e di John, il quale ebbe occasione di fare gran pompa delle

sue capacità ed agilità marinesche arrampicandosi e saltellando per i

rami dell'immensa figlia della terra, docile però sempre agli ordini

dell'amata sua protettrice. In poco tempo fasci di verzura e ghirlande

di fiori silvestri adornarono un magnifico tempietto coperto dalla

gran cupola dell'albero ed illuminato dal maggiore degli astri, figlio

primogenito di Dio.

La cerimonia non fu lunga ma semplice, patriarcale, al cospetto della

maggior parte di quei prodi romani, che facevano corona alla

bellissima coppia.

Irene, collocatasi dinanzi agli sposi, colle seguenti brevi parole ne

sancì l'unione sacra:

"Giovani cari e avventurosi, l'atto da voi compiuto in questo giorno

vi unisce con vincoli indissolubili del corpo e dell'anima. Voi

dividerete per la vita, il bene e la sciagura. Ricordatevi, che

nell'amore e nella fiducia reciproca, troverete sempre felicità

duratura e che, quantunque qualche volta questa felicità possa essere

alterata da afflizioni, queste saranno sempre menomate o dome

dall'amor vostro reciproco. Dio benedica l'unione vostra! e così sia".

Silvia, piangendo amorosamente, pose ambe le mani sul capo de' suoi

cari, e ripetè: "Dio vi benedica!" senza poter articolare altra

parola.

L'atto di matrimonio, anticipatamente scritto, fu presentato da Orazio

alle firme degli sposi, poi a quelle dei testimonii, dopo averlo

firmato egli stesso.

Così ebbe fine quest'atto solenne colla maggiore semplicità possibile.

Celebrato nel vero tempio dell'Onnipotente, rischiarato

dall'universale luminare, non fu per la sua semplicità men sacro, né

men fedeli per tutta la vita si mantennero l'uno all'altro i nostri

sposi.

Dall'altare la comitiva festosa si diresse al castello, ove splendida

mensa l'aspettava.

Dopo il pasto, in mezzo alla universale letizia si fecero brindisi, si

cantarono inni patriottici e sino il piccolo John riscaldato dal

calore della festa volle regalare i suoi amici coi patriottici e

simpatici canti della tua terra: il "_God save the Queen_" ed il

"_Rule Britannia_"(53).

(53) _Dio salvi la Regina_ e _Britannia regge le onde_.

CAPITOLO XLI

IL BATTESIMO

Come si vede, l'esercito di Serse, ossia del Papa, avea concesso tutto

questo bel tempo ai proscritti senza sturbarli ed essi conoscendone le

condizioni, davansi poca briga di allontanarsi.

A noi però, durante questa sosta, converrà tornare ad alcuni

personaggi principali e cari della nostra storia, che abbiam pur

troppo lasciati in dimenticanza; voglio parlare di Giulia e de' suoi

compagni così prodigiosamente scampati dal tempestoso Tirreno.

Dopo due giorni dalla sua partenza da Porto d'Anzo, la Clelia entrava

con vele e bandiere spiegate a Porto Longone.

Appena ancorata i nostri amici videro scendere da Capo Liberi, piccolo

villaggio che domina il porto, un gruppo di gente che giunse alla

marina, imbarcossi in un palischermo e si diresse verso lo Yacht.

Giulia accolse gentilmente la comitiva, composta di persone d'ambo i

sessi, e l'invitò ad asciolvere nella camera della nave ciò che gli

ospiti accettarono volentieri.

Seduti a tavola con davanti un bicchierino di Marsala, vino col quale

gli inglesi amano sempre adornare le loro mense, i nuovi arrivati,

volgendosi a Manlio, che credettero padrone del legno accennarono di

voler parlare. Quindi con accento toscano, non maschio come il romano

e robusto ma più dolce, simpatico e comunque sia coll'accento d'un

dialetto cui l'Italia deve la maggior parte del suo risorgimento

perché in quel dialetto sta uno dei più saldi fondamenti dell'unità

nazionale italiana:

"Signore!--disse l'anziano della comitiva--in Capo Liberi v'è l'uso

che nascendo un bimbo contemporaneamente all'arrivo d'una nave si

preghi il capitano a voler essere padrino al nuovo nato. Vorreste

esser tanto buono di concederci l'onore d'avervi per compare e comare

con questa vostra gentile signorina?".

Manlio sorrise a tale richiesta e tutti ammirarono la facilità con cui

lo straniero può nell'Elba imparentarsi cogli isolani, poi rispose:

"Io sono qui un semplice ospite come voi, la signorina è la padrona

del legno, ed essa deciderà su quel che sia da fare".

Giulia, la bella viaggiatrice, l'antiquaria, l'artista, l'amica della

libertà italiana, fu incantata di trovare tanta semplicità di costumi

in quella buona gente e: "per me accetto volentieri la gentile vostra

offerta--soggiunse--e siccome odo da voi che il padrino deve essere il

capitano della nave lo consulterò e se consente, saremo a disposizione

vostra".

Chiamato il capitano Thompson, Giulia spiegò la cosa al bravo

marinaio, al che Thompson rise graziosamente e rispose con garbo alla

sua signora che sarebbe ben onorato di poterla accompagnare tanto più

colla prospettiva d'aver a diventare suo compare.

Detto fatto! Dopo che Thompson ebbe dato i suoi ordini al Muto(54)

s'imbarcarono tutti, dirigendosi a Capo-Liberi,

(54) Secondo il comando.

Qui mi toccherebbe dir qualche cosa ancora dei preti, ma ne

risparmierò il tedio al lettore. È una fatalità, che ad onta

dell'invincibile antipatia che essi mi suscitano, io me li debba

sempre trovar sulla via. Ma questa volta passiamocela netta a questo

di Capo Liberi, il quale non è che un curato. Meno male!

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 9 / 19 段