Il Governo mi teme perché sa che io non temo di lui come glielo provai

in tanti incontri. Il governo mi teme perché sa d'avermi

vigliaccamente ingannato e tradito e s'io ritorno alla testa de' miei

coraggiosi compagni egli sa che gli farò pagar caro la sua malafede ed

i suoi tradimenti. Sì, alcuna volta io mi son servito dell'avvocato

Carabina per far giustizia ed ho la coscienza d'averlo sempre fatto

conformemente ai dettati del diritto. Posson dire lo stesso i preti?".

Qui giungeva John, ed Orazio pensò bene di marciare colla preda ed il

nuovo compagno verso il castello, per provvedere agli avvenimenti che

si preparavano.

CAPITOLO XXXIV

L'ASSALTO

Avendo il Principe riconosciuto per relazione di spie più fidate di

Gasparo che i liberali trovavansi nel castello preparossi a dargli

l'assalto dopo avere disposto la sua gente in modo da circondare il

castello ed impedire da ogni parte l'uscita ai rinchiusi.

Ma simile a molti generali che sprecando e disseminando la loro gente

per eccesso di precauzioni su troppi punti, con sentinelle, picchetti,

distaccamenti, osservazioni, ecc. finiscono a rimanere con poche forze

sotto mano e sono bene sovente sconfitti, il Principe più che al

vincere, parve provvedere ad assicurarsi la vittoria.

Da' suoi esploratori egli avea avuto un'idea della situazione del

castello, ma inesatta. Avea mandato anche Gasparo in esplorazione, ma

questi non compariva onde impaziente egli dispose la sua gente, che

ammontava a circa un migliaio d'uomini, in vari distaccamenti. Li

inviò in diverse direzioni a fine di chiudere ermeticamente il nemico

e quindi avanzare restringendo il cerchio per finalmente assaltare la

posizione.

Successe per l'appunto ciò che doveva succedere con tante precauzioni

e movimenti combinati. La parte verso Roma, da tramontana, ove il

Principe stesso comandava, seguì veramente la sua marcia diretta verso

il castello; ma gli altri distaccamenti un po' per incuria, naturale

ai soldati del Papa, un po' per colpa dei pratici, anche loro poco

vogliosi di venire a combattimenti, invece di seguire vie praticabili,

s'intricavano nel folto del bosco ove, chiama di qua rispondi di là,

vi volevano delle ore per intendersi, e si finiva qualche volta, dopo

d'aver faticato molto, col tornare al punto di partenza.

Il Principe avendo tenuto seco circa dugento uomini dei più fidi,

giunse verso le 4 pomeridiane alla vista del castello, ove s'accorse

che v'erano già preparativi di difesa. Contando sulla bravura de' suoi

e sulla cooperazione degli altri distaccamenti, egli da prode com'era

veramente, la sciabola alla mano, fece spiegare la metà della sua

gente a modo di tiratori, l'altra metà tenne in colonna ed ordinò alle

trombe la carica.

Orazio co' suoi giovani Romani, avrebbe potuto scansare il

combattimento scendendo colla sua gente giù pe' sotterranei. Ma

sdegnando una ritirata prima di misurarsi coi mercenari della Corte

papale fu deciso di tener fermo. Perciò si costrussero prontamente

della barricate a tutte le porte del Castello si aprirono feritoie, ed

infine si tenne pronta ogni cosa per la difesa.

L'ordine dato da Orazio alla sua gente era di non tirare da lontano,

aspettare il nemico a bruciapelo ed allora dovesse ciascuno col suo

tiro abbattere il suo uomo. E così si fece. Gli assalitori avanzavano

con passo ardito verso il castello, e già la catena di tiratori era

giunta a toccare quasi il peristilio dell'edilizio, quando una scarica

generale di quei di dentro distese sul terreno tanti papalini quanti

furono i tiri. Quell'improvvisa scarica scosse alquanto i primi

arrivati. Vi furono alcuni che vedendo i compagni caduti volgevano

indietro per fuggire ma il Principe, alla testa della sua colonna,

veniva sui talloni dei tiratori e giunse infatti al castello poco dopo

loro.

Orazio, da capitano avveduto, avea fatto preparare cariche quante armi

si trovavano nel castello ed alle donne, aveva lasciata la cura di

ricaricarle insieme ad alcuni domestici, a misura che si sparavano.

John avea sdegnato rimanere colle donne come volea lasciarlo il suo

protettore, impugnò la sua brava carabina, si pose a fianco d'Orazio e

lo seguì durante il combattimento come fosse la sua ombra.

Giunto il Principe al coperto della barricata del peristilio e vedendo

la strage che s'era fatta della sua gente in poco tempo capì con che

nemici avea da fare, vide dipinto sulla fisionomia dei suoi il timore.

Ma poiché la ritirata era morte sicura, dovendo percorrere di nuovo lo

spazio avanzato sotto il fuoco micidiale di tali tiratori com'eran

quei di dentro e pungendolo di più la vergogna di una ritirata che

avrebbe somigliato a una fuga risolvette di tentare l'assalto della

barricata.

Passò l'ordine ai migliori ufficiali che gli stavano vicini diede

comando alle trombe di suonar la carica, saltò per il primo sull'orlo

della barricata, superolla e si lanciò fra i pochi difensori di

quella, menando sciabolate da disperato.

Uno dei difensori all'aspetto del Principe rimase immobile e come di

sasso. Era Orazio! Egli aveva ravvisato sulla maschia fisionomia del

nemico le care sembianze della sua Irene.

Orazio aveva una canna della sua carabina carica e poteva ammazzarlo

ma non si mosse. John all'incontro senz'altre cerimonie spianò la sua

arma al petto del nemico e lasciò andare il colpo ma il braccio

robusto di Orazio deviò l'arma, che andò a ferire uno degli assalitori

che varcava allora la barricata.

Pochi furono i seguaci del Principe che gli tenner dietro e quei pochi

o sulla barricata o già dentro furono spacciati dai valorosi campioni

della libertà di Roma.

Finalmente, una circostanza inaspettata liberò del tutto il castello

dai suoi assalitori, che sparvero in tutte le direzioni come la nebbia

al vento.

Dalla parte orientale del bosco mentre la truppa era tutta raccolta

sotto le barricate e gli officiali la incoraggiavano a seguire il

Principe s'udì un grido spaventoso d'una decina d'armati e si videro

questi dieci leoni (che potevano esser cento, pensarono i soldati)

precipitarsi sul fianco destro della truppa e sbaragliarla e

disperderla come fosse stato un branco di pecore.

Da prima i soldati li avevan creduti dei loro e rimanevano in

osservazione, quando però alla foggia del vestire ed alle busse che

menavano riconobbero essere i liberali, colla paura che già avevan

nelle ossa pel numero degli uccisi a gambe se la diedero e lasciarono

il campo di battaglia interamente in potere dei coraggiosi che gli

avevano assaliti.

Il Principe, rimasto solo, avendo notato l'atto generoso del suo

nemico, pensò esser oramai inutile il combattere e rimise la sua spada

ad Orazio. Questi la ricevè e vedendo che ormai non v'eran più nemici,

condusse il suo prigioniero ad Irene.

CAPITOLO XXXV

UN ACQUISTO PREZIOSO

Dobbiamo confessare essersi fatti degli immensi progressi in questo

ultimo secolo. Non parlerò di quelli delle scienze fisiche e

meccaniche, veramente portentosi, ma dei progressi morali

specialmente.

L'emancipazione del popolo dal prete è un gran fatto non interamente

avverato, ma che cammina a passi di gigante al suo compimento.

Quando si pensa che la distruzione del pretismo è proprio opera degli

stessi preti!

Chi può calcolare quale consolidamento avrebbe ottenuto il Papato se

Pio IX continuava nel sistema di riforme iniziato e se identificava la

causa sua con quella della Nazione italiana disposta di darsi al

diavolo purché il diavolo la costituisse? Eppure la Provvidenza accecò

quel vecchio tentenna per il bene di questo povero popolo, e lo lasciò

sulla perversa e miserabile via de' suoi antecessori a patteggiare

cioè collo straniero, vendendogli vilmente il sangue de' suoi

concittadini.

La Nazione italiana vide alla luce del sole il ceffo deforme degli

impostori, marciare col crocefisso in mano alla testa delle masnade

straniere(47) suscitando dovunque quel brigantaggio che devasta ancora

le nostre province meridionali con ogni specie di orribili delitti per

tentare la dissoluzione dell'unità nazionale sì felicemente

costituita.

(47) Li ho veduti io, marciare alla testa degli Austriaci contro di

noi.

Un altro fatto che attesta grandemente il progresso umano della

nostr'età è l'avvicinamento dell'aristocrazia al popolo.

Vi sono bensì ancora dei baroni, più o meno duri, più o meno forti e

coperti di ferro, che affettano ancora l'alterigia e le prepotenze de'

bei tempi del diritto della coscia(48). Ma questi sono pochi e la

maggior parte dei nobili e i veramente nobili d'animo si avvicinano a

noi, ed accomunano le loro alle aspirazioni nostre.

(48) Antico diritto feudale sui matrimoni, un po' osceno a narrare.

Di tal tempra era il fratello d'Irene. Egli avea bensì fatto l'ultimo

tentativo da noi riferito per liberare la sorella che credeva in mano

d'assassini, ma quando conobbe che erano tutt'altro gli uomini coi

quali aveva combattuto, e Romani, egli sentì orgoglio di tanta bravura

de' suoi concittadini. Poi egli doveva la vita a quel magnifico e

valoroso soldato della libertà ch'era Orazio e venne a conoscer esser

lui lo sposo legittimo di sua sorella, ch'egli teneramente amava.

Allora cambiò concetto. E tutte le suddette considerazioni militarono

in favore della nostra Irene quando, riconosciuto il fratello, essa

diede un grido di sorpresa e si precipitò ai suoi ginocchi

stringendoli fortemente e dirottamente piangendo commossa nel

rivederlo, anche perché la presenza di lui richiamavale il genitore

perduto che il fratello maggiore rappresentava per l'aspetto e per

l'autorità.

Il Principe sollevò Irene gentilmente ed ambi rimasero per più minuti

abbracciati, spargendo lacrime di commozione. Orazio, commosso lui

pure sino al fondo dell'anima, prese la spada del Principe, per la

punta e presentandogli l'elsa gli disse: "Un valoroso non deve essere

privo dell'arma". Il Principe l'accettò con gratitudine, e strinse

affettuosamente la mano abbronzata del duce della foresta.

E Clelia non l'aveva essa riconosciuto il suo Attilio nel ruggito che

avevan mandato agli assalitori? Oh sì! quando il grido di quei dieci

fece risuonar le volte del castello e tanto spavento suscitò

nell'anima dei papalini, Clelia abbandonò un'arma che aveva allora

terminato di caricare e volò a un balcone da dove potè osservare la

scena. Essa vide per un istante il volto che portava scolpito nel

cuore ma bastò quell'istante per farla felice.

Ed era veramente il nostro Attilio con Muzio, Silvio e sette altri

compagni che avevan così bravamente caricate e fugate le masnade del

papa.

Silvio conosceva perfettamente il castello di Lucullo e spesso era

stato ospite d'Orazio non solo, ma compagno, ed era lui il veicolo di

comunicazione tra i liberali di dentro e quelli della campagna. Egli

dunque, quando in Roma per parte dei capi liberali si prese la

determinazione di pigliare il campo e riunirsi alla banda d'Orazio si

pose alla lor testa per guidarli e come s'è veduto, giunse felicemente

in tempo per dar l'ultimo colpo alle truppe papaline.

Lascio pensare qual fu la gioia nel castello all'arrivo dei nuovi

amici che sì potentemente avean contribuito alla liberazione dei

fratelli.

Quante interrogazioni! quanti abbracciamenti, quante richieste di

parenti, di fatti, di speranze, di delusioni!

"Mio! mio!" ripeteva Clelia a sé stessa, mentre Attilio, per la prima

volta, coglieva un bacio sulla fronte dell'adorata vergine. "Mio! a

dispetto della trista caterva dei chercuti e del mondo!".

"Eh! signorina! l'odore della polvere ed il fragore della battaglia vi

hanno esaltato alquanto la testolina. Ma ve la passiamo". L'amore

vero, sublime, eroico, l'amore che si portavano quelle due angeliche

creature, non è egli la vita dell'anima, il fomite di quanto s'opera

di grande, l'incivilitore dell'umana razza?

Un bell'acquisto l'avean fatto davvero i liberali nella persona del

principe E. Trasformato dalle scene che noi abbiamo descritte, si

trovò un altr'uomo intieramente, perché egli, generoso e prode per

natura, sentiva nell'anima l'umiliazione della patria ed ardeva di

vederla liberata da' suoi oppressori stranieri e chercuti. Educato

fuori di Roma ed in condizioni diverse da quelle dei giovani che

tenevan nelle mani la trama della rivoluzione Romana ad onta del suo

carattere e de' suoi sentimenti v'era rimasto estraneo. Poi per

condiscendere al desiderio del padre egli aveva accettato un posto

nell'esercito pontificio e si comprende di leggeri che un tale impegno

lo allontanava ancora più dai nostri amici.

Ora dai suoi occhi era caduta la benda e senza quell'impaccio egli

potè arditamente contemplare tutta la grandezza dell'avvenire

italiano. Una nazione sminuzzata in tante parti, e perciò esposta al

disprezzo e al ludibrio del mondo vide costituita in un corpo solo,

potente, rispettata, come lo fu nei bei tempi di Roma, come la

sognarono i grandi italiani di tutte le età.

Appena intravveduta la vita nuova il principe si sentì attratto verso

di lei, innamorato de' suoi nuovi compagni e così deciso a rifarsi del

tempo perduto, che fece sacramento a sé stesso di vivere e morire per

la causa santa del suo paese.

Ricco e potente come egli era e generoso, diventò nel futuro il più

forte sostegno dei proscritti, i quali dal canto loro non ebbero che a

rallegrarsi d'aver collocata la loro fiducia in quel nobile carattere.

CAPITOLO XXXVI

IL MIGLIORAMENTO UMANO

Orazio dopo aver accolto e lodato i nuovi amici e fratelli pensò di

provvedere alla sicurezza generale. Chiamò a sé Attilio ed il

Principe, ormai consacrato corpo ed anima alla causa nazionale, e

parlò loro così:

"Noi fummo felici nell'ultimo incontro, è vero; credo però esser

questo sito ormai troppo noto ai nemici, e quindi per noi pericoloso.

Il Governo farà di tutto, impiegherà ogni mezzo per snidarci e

distruggerci: di questo non c'è dubbio. Esso è capace di mandare qui

tutto il suo esercito e con la sua artiglieria rovesciare queste

antiche mura. Io non consiglio una subita ritirata perché anche il

Governo abbisogna di tempo per fare i suoi preparativi. Ma da qui

innanzi, fa mestieri usare tutta la vigilanza possibile, per conoscere

le mosse del nemico e non essere sorpresi.

Voi, Principe, dovete tornare a Roma. La vostra presenza qui non è

necessaria per ora, mentre là, potete esserci utile, credetemi, di

un'utilità somma. Potete dire che vi abbiamo posto in libertà sotto il

vincolo della vostra parola d'onore, di non combattere contro di noi.

Dimettendovi dal servizio voi non potete temere di essere molestato".

Rispose il Principe. "Il vostro consiglio è savio ed io farò quanto

voi dite. Comprendo che più utile vi potrò essere in Roma e vi dò la

mia parola d'onore che sarò con voi per la vita e per la morte!".

Attilio fu della stessa opinione, quindi soggiunse che per le

relazioni sulle mosse del nemico bisognava far capo a Regolo, e Regolo

darebbe avviso di tutti i movimenti delle truppe papaline. Poi, avendo

il Principe desiderato un mezzo sicuro per restare in relazione con

loro, Attilio, su d'un pezzettino di carta tanto piccolo da potersi

inghiottire al bisogno, scrisse a Regolo una linea di riconoscimento

pel Principe.

Il resto della giornata fu impiegato a seppellire i morti, che non

eran pochi, ed alla cura dei feriti, sì gli uni come gli altri quasi

tutti papalini. I liberali ebbero tre feriti soli, e questi non

gravemente perché nella pugna i valorosi pericolano meno e se si desse

un colpo d'occhio alla statistica di tutte le battaglie, si vedrebbe

sempre che i fuggenti hanno perduto un numero immensamente maggiore di

uomini che i vittoriosi.

Nella notte il Principe partì per Roma e sapete con che guida? con

Gasparo, il Cesare dei banditi di tutte le età, divenuto anche lui uno

sviscerato liberale, siccome lo avea provato nell'ultimo combattimento

facendo prodigi coll'infallibile sua carabina.

Io sono di natura tutt'altro che pessimista e quindi credente nel

miglioramento umano sotto tutte le forme e se l'umanità non migliora

con sensibile progresso la maggior colpa l'hanno i governi. Coi buoni

trattamenti e le carezze si dominano, si addomesticano le belve e se

ne migliora l'indole feroce.

Cosa volete sperare da un popolo ridotto alla miseria dalle vostre

esazioni, dalle vostre imposte, dalle vostre tasse? Egli sa che queste

tasse, imposte ed esazioni non sono, come voi dite, per la difesa

dello Stato e per mantenere l'onore nazionale, ma per ingrassarvi ed

ingrassare la sterminata caterva di parassiti, qualunque sia la loro

denominazione, parassiti che sono pel popolo quel che gl'insetti per

il corpo, i vermi pel cadavere, atti soltanto ad immiserirlo e

divorarlo.

Chi negherà che le popolazioni dell'Italia meridionale non fossero

migliori, perché meglio governate, nel 1860 che non lo sieno al giorno

d'oggi?

Allora, appena si sospettava il brigantaggio e non v'eran prefetti,

non gendarmi non birri. Oggi all'incontro con quell'immensità di

satelliti, che minano le finanze dell'Italia esiste nella parte

meridionale della penisola, l'anarchia, il brigantaggio e la miseria.

Povere popolazioni! Dopo tanti secoli di tirannide e dopo la brillante

rivoluzione del 60, esse speravano un Governo riparatore, un'era di

riposo, di progresso e di prosperità e non l'ottennero!

Sì! Gasparo si era battezzato alla vita dei liberi col sangue degli

oppressori. Egli fu accolto dalla giovine brigata con indulgenza, con

entusiasmo ed ebbe l'importante missione di guidare il Principe I....

fuori della foresta, fin sulla via di Roma.

Le previsioni d'Orazio sugli apparecchi del Governo papale si

avverarono. Dopo il rovescio del castello di Lucullo i mitrati

decisero in consiglio d'inviare a quella volta tutto il loro esercito

con artiglieria e giacché, pensarono con ragione, i liberali, non

staranno molto tempo ad aspettare la tempesta, bisogna mettere il

disegno immediatamente in esecuzione.

E non soltanto i soldati papalini ma si divisò d'impiegare in

quell'ardua impresa tutta la truppa straniera, che si trovava al

servizio del Papa. Un generale straniero di gran fama fu chiamato a

dirigere la grande campagna e tutto si preparò con alacrità per

giungere in tempo che il famoso attacco cadesse nel santo giorno di

Pasqua, generalmente propizio ai preti, poiché in quel giorno grasso

essi satollano meravigliosamente la pancia, loro divinità principale,

alla barba dei divotissimi fedeli.

Orazio ed i suoi compagni non dormivano frattanto. Informati da Roma

di quanto vi accadeva e degli strepitosi preparativi che vi si

facevano i quali, benché il governo cercasse di tenerne segreto lo

scopo, erano senza dubbio al loro indirizzo, dapprima i nostri amici

eseguirono una minuta esplorazione dei sotterranei conosciuti da

Orazio e da taluno de' suoi, particolarmente dal vecchio Gasparo, già

tornato dalla sua missione col Principe.

CAPITOLO XXXVII

I SOTTERRANEI

Fra le meraviglie che si trovano nella gran metropoli dell'orbe, le

catacombe e i sotterranei non sono le meno notevoli.

I primi cristiani, perseguitati dal governo imperiale di Roma, allora

pagano, con atroce accanimento, si rifuggivano nelle catacombe, per

salvezza sovente e sovente per potersi adunare, consigliarsi,

istruirsi nella nuova loro religione.

Quei sotterranei furono pure indubitatamente il rifugio dello schiavo

e di quanti infelici cercavano sottrarsi a quel sistema tirannico, che

fu l'impero a Roma, che produsse i mostri i più abbominevoli della

terra: quali Nerone, Caracalla, Eliogabalo, ecc.

Di quei sotterranei ve ne sono di diverse specie. Alcuni scavati e

costrutti col divisamento di conservarvi i cadaveri, altri per il

servizio d'acquedotti che dovevano portare fiumi d'acqua dolce

nell'immensa capitale, quando la sua popolazione ascendeva a due

milioni. Famoso è quello della Cloaca Massima che da Roma conduceva al

mare e finalmente di molta considerazione erano quelli che

particolari(49) ricchissimi facevano scavare con grandi spese per

sottrarsi alle depredazioni di quei grandissimi ladri che si

chiamavano Imperatori, ed in tempi meno antichi alle persecuzioni ed

alle stragi dei barbari,

(49) Privati cittadini (N.d.C.).

Il terreno sui cui Roma è edificata, come quello de' suoi dintorni,

offre facilità alle escavazioni, essendo un composto di tufo

Vulcanico, facile a scavare e sufficientemente solido ed impermeabile

da poter formare abitazioni sicure. Io ho veduto molte mandre e

mandriani alloggiati in quelle caverne.

Colle esplorazioni nei sotterranei si pensò pure ad inviare i feriti

più gravi, accompagnati da quelli che lo erano meno e sotto la

custodia dei vicini pastori, verso Roma.

Dei liberali, come dicemmo, non v'eran gran feriti e dei papalini

molti chiesero di rimanere e seguire la sorte dei proscritti, poiché

non v'è milite per poco onorevole che egli sia (degli italiani

s'intende), che serva volentieri i preti. Quando l'ora suoni di

liberar l'Italia e Roma da quell'immondizie non vi sarà un soldato che

resti con loro, meno alcuni mercenari stranieri.

Inviati i feriti, introdotta ogni cosa migliore ed utile del castello

nel sotterraneo, con provviste d'ogni specie per vari giorni, i

liberali colla maggiore pacatezza aspettarono l'oste numerosa che

doveva giungere coll'ordine preciso di sterminarli. I nostri non

mancarono di prendere tutte le misure necessarie di precauzione,

distendendo una rete di sentinelle e di esploratori in tutte le

direzioni ad onta della precisione degli avvertimenti che ricevevano

da Roma su tutte le mosse del nemico.

La comitiva s'era accresciuta in questi ultimi giorni. Colla venuta

d'Attilio e de' suoi compagni, coll'accettazione d'alcuni soldati

romani, che non volevan più sapere di preti e col l'arrivo da Roma di

vari giovani, che la notizia della recente vittoria aveva esaltati, si

componeva di circa sessanta individui, senza contare le donne.

L'autorità d'Orazio sulla banda crebbe invece di diminuire

coll'aumento del numero. Attilio, quantunque fosse stato alla

direzione delle cose di Roma, e comandante dei trecento, era quello

che mostrava maggiore docilità agli ordini del bellicoso e prode

fratello d'armi.

In quattro legioni suddivise Orazio la banda; e queste furono

comandate da Attilio, Muzio, Silvio ed Emilio, l'antiquario, che era

stato secondo in comando prima dell'arrivo dei nuovi amici.

Emilio tenne ad onore di cedere la sua posizione di secondo comandante

al capo dei trecento, ma Attilio non volle accettarla e già una

generosa gara s'era iniziata tra loro e non sarebbe finita senza

l'interposizione d'Orazio il quale assicurava Attilio non ritenere

egli per sé il primo comando se non coll'assoluta condizione

accettasse lui il secondo.

Tale era l'abnegazione di quei militi della libertà di Roma. Liberare

la patria o morire! era il loro proposito, e poco loro importava di

gradi, ciondoli e decorazioni che stimavano mezzi adoperati dal

dispotismo a corrompere la metà della Nazione, per avvilire ed

incatenare l'altra.

CAPITOLO XXXVIII

L'ANTIQUARIO

Era la vigilia di Pasqua, tutto si trovava in ordine nel castello ed i

proscritti che non eran di guardia stavano con Orazio, Attilio e le

donne nella vasta sala da pranzo. Là dopo una cena lieta ed alcuni

brindisi patriottici, per rallegrar la serata poiché bisognava tenersi

desti e stare sull'avviso per qualunque cosa potesse succedere, Emilio

l'antiquario chiese permesso al suo comandante di narrare una sua

istoria alla brigata. E così cominciò:

"Giacché noi dovremo viaggiare per sotterranei e catacombe, vi voglio

raccontare un fatto che accadde proprio a me, or fan pochi anni, nelle

vicinanze di Roma.

Voi ricordate il superbo Mausoleo di Cecilia Metella, eretto dal padre

in onore della figlia morta dodicenne. Anche quel mausoleo, voi

sapete, è l'orgoglio delle rovine e con il Pantheon è una delle meglio

conservate. Ciò che voi non sapete forse, si è l'esistenza

dell'immensa catacomba, che comincia nell'interno del monumento e non

si sa dove vada a finire.

Un giorno io mi proposi d'investigar da me le latebre di quell'immenso

sotterraneo; mi sembrò che facendolo accompagnato avrei menomato il

merito dell'impresa; quindi nel mio orgoglio giovanile ed

inconsiderato mi accinsi ad eseguirla da solo.

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 8 / 19 段