in tanti incontri. Il governo mi teme perché sa d'avermi
vigliaccamente ingannato e tradito e s'io ritorno alla testa de' miei
coraggiosi compagni egli sa che gli farò pagar caro la sua malafede ed
i suoi tradimenti. Sì, alcuna volta io mi son servito dell'avvocato
Carabina per far giustizia ed ho la coscienza d'averlo sempre fatto
conformemente ai dettati del diritto. Posson dire lo stesso i preti?".
Qui giungeva John, ed Orazio pensò bene di marciare colla preda ed il
nuovo compagno verso il castello, per provvedere agli avvenimenti che
si preparavano.
CAPITOLO XXXIV
L'ASSALTO
Avendo il Principe riconosciuto per relazione di spie più fidate di
Gasparo che i liberali trovavansi nel castello preparossi a dargli
l'assalto dopo avere disposto la sua gente in modo da circondare il
castello ed impedire da ogni parte l'uscita ai rinchiusi.
Ma simile a molti generali che sprecando e disseminando la loro gente
per eccesso di precauzioni su troppi punti, con sentinelle, picchetti,
distaccamenti, osservazioni, ecc. finiscono a rimanere con poche forze
sotto mano e sono bene sovente sconfitti, il Principe più che al
vincere, parve provvedere ad assicurarsi la vittoria.
Da' suoi esploratori egli avea avuto un'idea della situazione del
castello, ma inesatta. Avea mandato anche Gasparo in esplorazione, ma
questi non compariva onde impaziente egli dispose la sua gente, che
ammontava a circa un migliaio d'uomini, in vari distaccamenti. Li
inviò in diverse direzioni a fine di chiudere ermeticamente il nemico
e quindi avanzare restringendo il cerchio per finalmente assaltare la
posizione.
Successe per l'appunto ciò che doveva succedere con tante precauzioni
e movimenti combinati. La parte verso Roma, da tramontana, ove il
Principe stesso comandava, seguì veramente la sua marcia diretta verso
il castello; ma gli altri distaccamenti un po' per incuria, naturale
ai soldati del Papa, un po' per colpa dei pratici, anche loro poco
vogliosi di venire a combattimenti, invece di seguire vie praticabili,
s'intricavano nel folto del bosco ove, chiama di qua rispondi di là,
vi volevano delle ore per intendersi, e si finiva qualche volta, dopo
d'aver faticato molto, col tornare al punto di partenza.
Il Principe avendo tenuto seco circa dugento uomini dei più fidi,
giunse verso le 4 pomeridiane alla vista del castello, ove s'accorse
che v'erano già preparativi di difesa. Contando sulla bravura de' suoi
e sulla cooperazione degli altri distaccamenti, egli da prode com'era
veramente, la sciabola alla mano, fece spiegare la metà della sua
gente a modo di tiratori, l'altra metà tenne in colonna ed ordinò alle
trombe la carica.
Orazio co' suoi giovani Romani, avrebbe potuto scansare il
combattimento scendendo colla sua gente giù pe' sotterranei. Ma
sdegnando una ritirata prima di misurarsi coi mercenari della Corte
papale fu deciso di tener fermo. Perciò si costrussero prontamente
della barricate a tutte le porte del Castello si aprirono feritoie, ed
infine si tenne pronta ogni cosa per la difesa.
L'ordine dato da Orazio alla sua gente era di non tirare da lontano,
aspettare il nemico a bruciapelo ed allora dovesse ciascuno col suo
tiro abbattere il suo uomo. E così si fece. Gli assalitori avanzavano
con passo ardito verso il castello, e già la catena di tiratori era
giunta a toccare quasi il peristilio dell'edilizio, quando una scarica
generale di quei di dentro distese sul terreno tanti papalini quanti
furono i tiri. Quell'improvvisa scarica scosse alquanto i primi
arrivati. Vi furono alcuni che vedendo i compagni caduti volgevano
indietro per fuggire ma il Principe, alla testa della sua colonna,
veniva sui talloni dei tiratori e giunse infatti al castello poco dopo
loro.
Orazio, da capitano avveduto, avea fatto preparare cariche quante armi
si trovavano nel castello ed alle donne, aveva lasciata la cura di
ricaricarle insieme ad alcuni domestici, a misura che si sparavano.
John avea sdegnato rimanere colle donne come volea lasciarlo il suo
protettore, impugnò la sua brava carabina, si pose a fianco d'Orazio e
lo seguì durante il combattimento come fosse la sua ombra.
Giunto il Principe al coperto della barricata del peristilio e vedendo
la strage che s'era fatta della sua gente in poco tempo capì con che
nemici avea da fare, vide dipinto sulla fisionomia dei suoi il timore.
Ma poiché la ritirata era morte sicura, dovendo percorrere di nuovo lo
spazio avanzato sotto il fuoco micidiale di tali tiratori com'eran
quei di dentro e pungendolo di più la vergogna di una ritirata che
avrebbe somigliato a una fuga risolvette di tentare l'assalto della
barricata.
Passò l'ordine ai migliori ufficiali che gli stavano vicini diede
comando alle trombe di suonar la carica, saltò per il primo sull'orlo
della barricata, superolla e si lanciò fra i pochi difensori di
quella, menando sciabolate da disperato.
Uno dei difensori all'aspetto del Principe rimase immobile e come di
sasso. Era Orazio! Egli aveva ravvisato sulla maschia fisionomia del
nemico le care sembianze della sua Irene.
Orazio aveva una canna della sua carabina carica e poteva ammazzarlo
ma non si mosse. John all'incontro senz'altre cerimonie spianò la sua
arma al petto del nemico e lasciò andare il colpo ma il braccio
robusto di Orazio deviò l'arma, che andò a ferire uno degli assalitori
che varcava allora la barricata.
Pochi furono i seguaci del Principe che gli tenner dietro e quei pochi
o sulla barricata o già dentro furono spacciati dai valorosi campioni
della libertà di Roma.
Finalmente, una circostanza inaspettata liberò del tutto il castello
dai suoi assalitori, che sparvero in tutte le direzioni come la nebbia
al vento.
Dalla parte orientale del bosco mentre la truppa era tutta raccolta
sotto le barricate e gli officiali la incoraggiavano a seguire il
Principe s'udì un grido spaventoso d'una decina d'armati e si videro
questi dieci leoni (che potevano esser cento, pensarono i soldati)
precipitarsi sul fianco destro della truppa e sbaragliarla e
disperderla come fosse stato un branco di pecore.
Da prima i soldati li avevan creduti dei loro e rimanevano in
osservazione, quando però alla foggia del vestire ed alle busse che
menavano riconobbero essere i liberali, colla paura che già avevan
nelle ossa pel numero degli uccisi a gambe se la diedero e lasciarono
il campo di battaglia interamente in potere dei coraggiosi che gli
avevano assaliti.
Il Principe, rimasto solo, avendo notato l'atto generoso del suo
nemico, pensò esser oramai inutile il combattere e rimise la sua spada
ad Orazio. Questi la ricevè e vedendo che ormai non v'eran più nemici,
condusse il suo prigioniero ad Irene.
CAPITOLO XXXV
UN ACQUISTO PREZIOSO
Dobbiamo confessare essersi fatti degli immensi progressi in questo
ultimo secolo. Non parlerò di quelli delle scienze fisiche e
meccaniche, veramente portentosi, ma dei progressi morali
specialmente.
L'emancipazione del popolo dal prete è un gran fatto non interamente
avverato, ma che cammina a passi di gigante al suo compimento.
Quando si pensa che la distruzione del pretismo è proprio opera degli
stessi preti!
Chi può calcolare quale consolidamento avrebbe ottenuto il Papato se
Pio IX continuava nel sistema di riforme iniziato e se identificava la
causa sua con quella della Nazione italiana disposta di darsi al
diavolo purché il diavolo la costituisse? Eppure la Provvidenza accecò
quel vecchio tentenna per il bene di questo povero popolo, e lo lasciò
sulla perversa e miserabile via de' suoi antecessori a patteggiare
cioè collo straniero, vendendogli vilmente il sangue de' suoi
concittadini.
La Nazione italiana vide alla luce del sole il ceffo deforme degli
impostori, marciare col crocefisso in mano alla testa delle masnade
straniere(47) suscitando dovunque quel brigantaggio che devasta ancora
le nostre province meridionali con ogni specie di orribili delitti per
tentare la dissoluzione dell'unità nazionale sì felicemente
costituita.
(47) Li ho veduti io, marciare alla testa degli Austriaci contro di
noi.
Un altro fatto che attesta grandemente il progresso umano della
nostr'età è l'avvicinamento dell'aristocrazia al popolo.
Vi sono bensì ancora dei baroni, più o meno duri, più o meno forti e
coperti di ferro, che affettano ancora l'alterigia e le prepotenze de'
bei tempi del diritto della coscia(48). Ma questi sono pochi e la
maggior parte dei nobili e i veramente nobili d'animo si avvicinano a
noi, ed accomunano le loro alle aspirazioni nostre.
(48) Antico diritto feudale sui matrimoni, un po' osceno a narrare.
Di tal tempra era il fratello d'Irene. Egli avea bensì fatto l'ultimo
tentativo da noi riferito per liberare la sorella che credeva in mano
d'assassini, ma quando conobbe che erano tutt'altro gli uomini coi
quali aveva combattuto, e Romani, egli sentì orgoglio di tanta bravura
de' suoi concittadini. Poi egli doveva la vita a quel magnifico e
valoroso soldato della libertà ch'era Orazio e venne a conoscer esser
lui lo sposo legittimo di sua sorella, ch'egli teneramente amava.
Allora cambiò concetto. E tutte le suddette considerazioni militarono
in favore della nostra Irene quando, riconosciuto il fratello, essa
diede un grido di sorpresa e si precipitò ai suoi ginocchi
stringendoli fortemente e dirottamente piangendo commossa nel
rivederlo, anche perché la presenza di lui richiamavale il genitore
perduto che il fratello maggiore rappresentava per l'aspetto e per
l'autorità.
Il Principe sollevò Irene gentilmente ed ambi rimasero per più minuti
abbracciati, spargendo lacrime di commozione. Orazio, commosso lui
pure sino al fondo dell'anima, prese la spada del Principe, per la
punta e presentandogli l'elsa gli disse: "Un valoroso non deve essere
privo dell'arma". Il Principe l'accettò con gratitudine, e strinse
affettuosamente la mano abbronzata del duce della foresta.
E Clelia non l'aveva essa riconosciuto il suo Attilio nel ruggito che
avevan mandato agli assalitori? Oh sì! quando il grido di quei dieci
fece risuonar le volte del castello e tanto spavento suscitò
nell'anima dei papalini, Clelia abbandonò un'arma che aveva allora
terminato di caricare e volò a un balcone da dove potè osservare la
scena. Essa vide per un istante il volto che portava scolpito nel
cuore ma bastò quell'istante per farla felice.
Ed era veramente il nostro Attilio con Muzio, Silvio e sette altri
compagni che avevan così bravamente caricate e fugate le masnade del
papa.
Silvio conosceva perfettamente il castello di Lucullo e spesso era
stato ospite d'Orazio non solo, ma compagno, ed era lui il veicolo di
comunicazione tra i liberali di dentro e quelli della campagna. Egli
dunque, quando in Roma per parte dei capi liberali si prese la
determinazione di pigliare il campo e riunirsi alla banda d'Orazio si
pose alla lor testa per guidarli e come s'è veduto, giunse felicemente
in tempo per dar l'ultimo colpo alle truppe papaline.
Lascio pensare qual fu la gioia nel castello all'arrivo dei nuovi
amici che sì potentemente avean contribuito alla liberazione dei
fratelli.
Quante interrogazioni! quanti abbracciamenti, quante richieste di
parenti, di fatti, di speranze, di delusioni!
"Mio! mio!" ripeteva Clelia a sé stessa, mentre Attilio, per la prima
volta, coglieva un bacio sulla fronte dell'adorata vergine. "Mio! a
dispetto della trista caterva dei chercuti e del mondo!".
"Eh! signorina! l'odore della polvere ed il fragore della battaglia vi
hanno esaltato alquanto la testolina. Ma ve la passiamo". L'amore
vero, sublime, eroico, l'amore che si portavano quelle due angeliche
creature, non è egli la vita dell'anima, il fomite di quanto s'opera
di grande, l'incivilitore dell'umana razza?
Un bell'acquisto l'avean fatto davvero i liberali nella persona del
principe E. Trasformato dalle scene che noi abbiamo descritte, si
trovò un altr'uomo intieramente, perché egli, generoso e prode per
natura, sentiva nell'anima l'umiliazione della patria ed ardeva di
vederla liberata da' suoi oppressori stranieri e chercuti. Educato
fuori di Roma ed in condizioni diverse da quelle dei giovani che
tenevan nelle mani la trama della rivoluzione Romana ad onta del suo
carattere e de' suoi sentimenti v'era rimasto estraneo. Poi per
condiscendere al desiderio del padre egli aveva accettato un posto
nell'esercito pontificio e si comprende di leggeri che un tale impegno
lo allontanava ancora più dai nostri amici.
Ora dai suoi occhi era caduta la benda e senza quell'impaccio egli
potè arditamente contemplare tutta la grandezza dell'avvenire
italiano. Una nazione sminuzzata in tante parti, e perciò esposta al
disprezzo e al ludibrio del mondo vide costituita in un corpo solo,
potente, rispettata, come lo fu nei bei tempi di Roma, come la
sognarono i grandi italiani di tutte le età.
Appena intravveduta la vita nuova il principe si sentì attratto verso
di lei, innamorato de' suoi nuovi compagni e così deciso a rifarsi del
tempo perduto, che fece sacramento a sé stesso di vivere e morire per
la causa santa del suo paese.
Ricco e potente come egli era e generoso, diventò nel futuro il più
forte sostegno dei proscritti, i quali dal canto loro non ebbero che a
rallegrarsi d'aver collocata la loro fiducia in quel nobile carattere.
CAPITOLO XXXVI
IL MIGLIORAMENTO UMANO
Orazio dopo aver accolto e lodato i nuovi amici e fratelli pensò di
provvedere alla sicurezza generale. Chiamò a sé Attilio ed il
Principe, ormai consacrato corpo ed anima alla causa nazionale, e
parlò loro così:
"Noi fummo felici nell'ultimo incontro, è vero; credo però esser
questo sito ormai troppo noto ai nemici, e quindi per noi pericoloso.
Il Governo farà di tutto, impiegherà ogni mezzo per snidarci e
distruggerci: di questo non c'è dubbio. Esso è capace di mandare qui
tutto il suo esercito e con la sua artiglieria rovesciare queste
antiche mura. Io non consiglio una subita ritirata perché anche il
Governo abbisogna di tempo per fare i suoi preparativi. Ma da qui
innanzi, fa mestieri usare tutta la vigilanza possibile, per conoscere
le mosse del nemico e non essere sorpresi.
Voi, Principe, dovete tornare a Roma. La vostra presenza qui non è
necessaria per ora, mentre là, potete esserci utile, credetemi, di
un'utilità somma. Potete dire che vi abbiamo posto in libertà sotto il
vincolo della vostra parola d'onore, di non combattere contro di noi.
Dimettendovi dal servizio voi non potete temere di essere molestato".
Rispose il Principe. "Il vostro consiglio è savio ed io farò quanto
voi dite. Comprendo che più utile vi potrò essere in Roma e vi dò la
mia parola d'onore che sarò con voi per la vita e per la morte!".
Attilio fu della stessa opinione, quindi soggiunse che per le
relazioni sulle mosse del nemico bisognava far capo a Regolo, e Regolo
darebbe avviso di tutti i movimenti delle truppe papaline. Poi, avendo
il Principe desiderato un mezzo sicuro per restare in relazione con
loro, Attilio, su d'un pezzettino di carta tanto piccolo da potersi
inghiottire al bisogno, scrisse a Regolo una linea di riconoscimento
pel Principe.
Il resto della giornata fu impiegato a seppellire i morti, che non
eran pochi, ed alla cura dei feriti, sì gli uni come gli altri quasi
tutti papalini. I liberali ebbero tre feriti soli, e questi non
gravemente perché nella pugna i valorosi pericolano meno e se si desse
un colpo d'occhio alla statistica di tutte le battaglie, si vedrebbe
sempre che i fuggenti hanno perduto un numero immensamente maggiore di
uomini che i vittoriosi.
Nella notte il Principe partì per Roma e sapete con che guida? con
Gasparo, il Cesare dei banditi di tutte le età, divenuto anche lui uno
sviscerato liberale, siccome lo avea provato nell'ultimo combattimento
facendo prodigi coll'infallibile sua carabina.
Io sono di natura tutt'altro che pessimista e quindi credente nel
miglioramento umano sotto tutte le forme e se l'umanità non migliora
con sensibile progresso la maggior colpa l'hanno i governi. Coi buoni
trattamenti e le carezze si dominano, si addomesticano le belve e se
ne migliora l'indole feroce.
Cosa volete sperare da un popolo ridotto alla miseria dalle vostre
esazioni, dalle vostre imposte, dalle vostre tasse? Egli sa che queste
tasse, imposte ed esazioni non sono, come voi dite, per la difesa
dello Stato e per mantenere l'onore nazionale, ma per ingrassarvi ed
ingrassare la sterminata caterva di parassiti, qualunque sia la loro
denominazione, parassiti che sono pel popolo quel che gl'insetti per
il corpo, i vermi pel cadavere, atti soltanto ad immiserirlo e
divorarlo.
Chi negherà che le popolazioni dell'Italia meridionale non fossero
migliori, perché meglio governate, nel 1860 che non lo sieno al giorno
d'oggi?
Allora, appena si sospettava il brigantaggio e non v'eran prefetti,
non gendarmi non birri. Oggi all'incontro con quell'immensità di
satelliti, che minano le finanze dell'Italia esiste nella parte
meridionale della penisola, l'anarchia, il brigantaggio e la miseria.
Povere popolazioni! Dopo tanti secoli di tirannide e dopo la brillante
rivoluzione del 60, esse speravano un Governo riparatore, un'era di
riposo, di progresso e di prosperità e non l'ottennero!
Sì! Gasparo si era battezzato alla vita dei liberi col sangue degli
oppressori. Egli fu accolto dalla giovine brigata con indulgenza, con
entusiasmo ed ebbe l'importante missione di guidare il Principe I....
fuori della foresta, fin sulla via di Roma.
Le previsioni d'Orazio sugli apparecchi del Governo papale si
avverarono. Dopo il rovescio del castello di Lucullo i mitrati
decisero in consiglio d'inviare a quella volta tutto il loro esercito
con artiglieria e giacché, pensarono con ragione, i liberali, non
staranno molto tempo ad aspettare la tempesta, bisogna mettere il
disegno immediatamente in esecuzione.
E non soltanto i soldati papalini ma si divisò d'impiegare in
quell'ardua impresa tutta la truppa straniera, che si trovava al
servizio del Papa. Un generale straniero di gran fama fu chiamato a
dirigere la grande campagna e tutto si preparò con alacrità per
giungere in tempo che il famoso attacco cadesse nel santo giorno di
Pasqua, generalmente propizio ai preti, poiché in quel giorno grasso
essi satollano meravigliosamente la pancia, loro divinità principale,
alla barba dei divotissimi fedeli.
Orazio ed i suoi compagni non dormivano frattanto. Informati da Roma
di quanto vi accadeva e degli strepitosi preparativi che vi si
facevano i quali, benché il governo cercasse di tenerne segreto lo
scopo, erano senza dubbio al loro indirizzo, dapprima i nostri amici
eseguirono una minuta esplorazione dei sotterranei conosciuti da
Orazio e da taluno de' suoi, particolarmente dal vecchio Gasparo, già
tornato dalla sua missione col Principe.
CAPITOLO XXXVII
I SOTTERRANEI
Fra le meraviglie che si trovano nella gran metropoli dell'orbe, le
catacombe e i sotterranei non sono le meno notevoli.
I primi cristiani, perseguitati dal governo imperiale di Roma, allora
pagano, con atroce accanimento, si rifuggivano nelle catacombe, per
salvezza sovente e sovente per potersi adunare, consigliarsi,
istruirsi nella nuova loro religione.
Quei sotterranei furono pure indubitatamente il rifugio dello schiavo
e di quanti infelici cercavano sottrarsi a quel sistema tirannico, che
fu l'impero a Roma, che produsse i mostri i più abbominevoli della
terra: quali Nerone, Caracalla, Eliogabalo, ecc.
Di quei sotterranei ve ne sono di diverse specie. Alcuni scavati e
costrutti col divisamento di conservarvi i cadaveri, altri per il
servizio d'acquedotti che dovevano portare fiumi d'acqua dolce
nell'immensa capitale, quando la sua popolazione ascendeva a due
milioni. Famoso è quello della Cloaca Massima che da Roma conduceva al
mare e finalmente di molta considerazione erano quelli che
particolari(49) ricchissimi facevano scavare con grandi spese per
sottrarsi alle depredazioni di quei grandissimi ladri che si
chiamavano Imperatori, ed in tempi meno antichi alle persecuzioni ed
alle stragi dei barbari,
(49) Privati cittadini (N.d.C.).
Il terreno sui cui Roma è edificata, come quello de' suoi dintorni,
offre facilità alle escavazioni, essendo un composto di tufo
Vulcanico, facile a scavare e sufficientemente solido ed impermeabile
da poter formare abitazioni sicure. Io ho veduto molte mandre e
mandriani alloggiati in quelle caverne.
Colle esplorazioni nei sotterranei si pensò pure ad inviare i feriti
più gravi, accompagnati da quelli che lo erano meno e sotto la
custodia dei vicini pastori, verso Roma.
Dei liberali, come dicemmo, non v'eran gran feriti e dei papalini
molti chiesero di rimanere e seguire la sorte dei proscritti, poiché
non v'è milite per poco onorevole che egli sia (degli italiani
s'intende), che serva volentieri i preti. Quando l'ora suoni di
liberar l'Italia e Roma da quell'immondizie non vi sarà un soldato che
resti con loro, meno alcuni mercenari stranieri.
Inviati i feriti, introdotta ogni cosa migliore ed utile del castello
nel sotterraneo, con provviste d'ogni specie per vari giorni, i
liberali colla maggiore pacatezza aspettarono l'oste numerosa che
doveva giungere coll'ordine preciso di sterminarli. I nostri non
mancarono di prendere tutte le misure necessarie di precauzione,
distendendo una rete di sentinelle e di esploratori in tutte le
direzioni ad onta della precisione degli avvertimenti che ricevevano
da Roma su tutte le mosse del nemico.
La comitiva s'era accresciuta in questi ultimi giorni. Colla venuta
d'Attilio e de' suoi compagni, coll'accettazione d'alcuni soldati
romani, che non volevan più sapere di preti e col l'arrivo da Roma di
vari giovani, che la notizia della recente vittoria aveva esaltati, si
componeva di circa sessanta individui, senza contare le donne.
L'autorità d'Orazio sulla banda crebbe invece di diminuire
coll'aumento del numero. Attilio, quantunque fosse stato alla
direzione delle cose di Roma, e comandante dei trecento, era quello
che mostrava maggiore docilità agli ordini del bellicoso e prode
fratello d'armi.
In quattro legioni suddivise Orazio la banda; e queste furono
comandate da Attilio, Muzio, Silvio ed Emilio, l'antiquario, che era
stato secondo in comando prima dell'arrivo dei nuovi amici.
Emilio tenne ad onore di cedere la sua posizione di secondo comandante
al capo dei trecento, ma Attilio non volle accettarla e già una
generosa gara s'era iniziata tra loro e non sarebbe finita senza
l'interposizione d'Orazio il quale assicurava Attilio non ritenere
egli per sé il primo comando se non coll'assoluta condizione
accettasse lui il secondo.
Tale era l'abnegazione di quei militi della libertà di Roma. Liberare
la patria o morire! era il loro proposito, e poco loro importava di
gradi, ciondoli e decorazioni che stimavano mezzi adoperati dal
dispotismo a corrompere la metà della Nazione, per avvilire ed
incatenare l'altra.
CAPITOLO XXXVIII
L'ANTIQUARIO
Era la vigilia di Pasqua, tutto si trovava in ordine nel castello ed i
proscritti che non eran di guardia stavano con Orazio, Attilio e le
donne nella vasta sala da pranzo. Là dopo una cena lieta ed alcuni
brindisi patriottici, per rallegrar la serata poiché bisognava tenersi
desti e stare sull'avviso per qualunque cosa potesse succedere, Emilio
l'antiquario chiese permesso al suo comandante di narrare una sua
istoria alla brigata. E così cominciò:
"Giacché noi dovremo viaggiare per sotterranei e catacombe, vi voglio
raccontare un fatto che accadde proprio a me, or fan pochi anni, nelle
vicinanze di Roma.
Voi ricordate il superbo Mausoleo di Cecilia Metella, eretto dal padre
in onore della figlia morta dodicenne. Anche quel mausoleo, voi
sapete, è l'orgoglio delle rovine e con il Pantheon è una delle meglio
conservate. Ciò che voi non sapete forse, si è l'esistenza
dell'immensa catacomba, che comincia nell'interno del monumento e non
si sa dove vada a finire.
Un giorno io mi proposi d'investigar da me le latebre di quell'immenso
sotterraneo; mi sembrò che facendolo accompagnato avrei menomato il
merito dell'impresa; quindi nel mio orgoglio giovanile ed
inconsiderato mi accinsi ad eseguirla da solo.