pascolava nei dintorni della foresta avrebbe udito rispondersi, che
nel centro di quella v'era un castello abitato dagli spiriti cui
nessuno aveva mai potuto avvicinarsi perché de' più coraggiosi che lo
tentarono non se n'ebbe mai più notizia.
Raccontavano ancora, che una figlia del ricco principe I..., che con
la famiglia s'era trovata ai bagni marini di Porto d'Anzo, essendosi
avvicinata colle sue damigelle all'orlo del bosco, era stata, a' loro
occhi veggenti, portata per aria dagli spiriti e più nulla se ne era
saputo ad onta delle minute indagini fatte praticare dal padre in
tutti gli angoli della foresta.
Ecco, in quel paese di meraviglie capitò la comitiva condotta da
Orazio.
CAPITOLO XXXI
LA BELLA IRENE
Sul peristilio del castello ove giungevano i nostri quattro
viaggiatori scorgevasi una giovine donna, il cui aspetto indicava la
matrona romana forse un po' più delicata del tipo antico.
Ai suoi vent'anni, al vederla si avrebbe potuto aggiungere un lustro
di più perché al suo sorriso angelico corrugavansi alquanto le
bellissime guancie. Neri gli occhi e la capigliatura il suo portamento
era incantevole e maestoso.
Avvertite le donne, con un inchino graziosamente le salutò, mentre
Orazio le diceva: "Irene, ti presento Silvia e Clelia, la sposa e la
figlia del nostro celebre scultore Manlio", e allora con un bacio
cordiale Irene accolse le ospiti.
Il piccolo John incantato di trovare tanta bellezza e tanta grandezza
ove aveva supposto di non trovar altro che solitudine e deserto fu più
sorpreso ancora quando, seguendo la compagnia nell'interno del
castello, s'accorse che in uno splendido salotto stava preparata una
ancor più splendida mensa riccamente e copiosamente imbandita di ogni
specie di vivande.
"Tu m'aspettavi dunque stasera?" disse amorosamente Orazio ad Irene.
"Oh sì! me lo diceva il cuore, che non avresti passata un'altra notte
fuori", e un nuovo amplesso dei due amanti chiudeva il breve
colloquio.
Clelia, la bella Clelia fu ben lungi dall'esserne gelosa. Ella era già
troppo affezionata a quei due esseri e in quella vece il suo pensiero
ed il suo cuore corsero ad Attilio. Credo non affermare cosa che il
lettore non abbia indovinato aggiungendo che la buona Silvia mandò un
sospiro pel suo povero Manlio.
John coll'appetito di dodici anni, stimolato da una passeggiata ben
lunga per un povero _tar_(44), all'aspetto della mensa imbandita non
ebbe pruriti d'amore, ma di sincerissima fame.
(44) _Tar_, marinaro in inglese.
Una nuova scena di lì a poco colpì la madre e la figlia, e più di
queste John, che ancora se ne stava a bocca aperta. Avendo Orazio dato
di piglio a quel suo magico corno, comparvero come per incanto, l'uno
dopo l'altro, quindici nuovi ospiti e tutti poco più, poco meno,
vestiti alla foggia d'Orazio, ed armati.
L'ora già tarda, e la sala poco illuminata fecero più solenne sulle
prime quella comparsa, ma venendo accesi i lumi le aperte, maschie e
gentili fisonomie dei nuovi arrivati, guadagnarono loro l'ammirazione
e la fiducia universali. Orazio allora "a tavola" gridò, facendo
sedere Silvia alla sua destra, alla sinistra Clelia e dopo lei Irene.
I compagni d'Orazio, sedute che furono le donne ed il loro capo, per
cui mostravano gran rispetto, presero posto a tavola, mentre John
s'era già collocato allato a Silvia.
Un bicchiere di wermuth brindato "alla libertà di Roma" iniziò il
pranzo, che continuò poscia con molta alacrità per parte di tutti i
commensali.
Terminato il pranzo, le donne si ritirarono nelle stanze d'Irene e
mentre una serva di lei, conformandosi agli ordini ricevuti, preparava
i letti per le nuove arrivate, esse con Irene contraccambiarono
quattro paroline, siccome è uso del bel sesso, sulla reciproca loro
storia.
Di Silvia e Clelia noi già lo sappiamo e ne resta a sapere ciò che la
bella castellana raccontasse sul conto suo alle nuove amiche e il suo
racconto fu il seguente:
"Sono figlia del principe T... che credo voi conosciate in Roma,
famoso per le sue ricchezze, splendidamente educata da mio padre, a me
non mancò nessuna specie d'istruzione, ma cosa singolare!, invece di
propendere a studi che sembrerebbero più adatti al nostro sesso come
la musica, il ballo ed altri femminili passatempi ed occupazioni, mi
sentiva attratta verso gli studi seri e d'indole più grave che alle
donne forse non si convenga. Quando venni allo studio della nostra
Roma me ne appassionai in un modo strano, ed in quella stupenda storia
della Repubblica sì piena di grandi fatti, di leggende e d'eroismo la
mia giovine fantasia s'esaltava al punto da divenirne pazza.
Paragonando poi quei tempi eroici con gli obbrobrii dell'impero e
della decadenza e in ispecie colla più moderna storia dei preti, così
avviluppata in un caos di umiliazioni, di prostituzioni, di miserie,
sentii tutto il peso d'una mortificazione inesprimibile. Studiando
concepii un immenso disprezzo, un odio profondo per il Clericume,
istrumento principale dell'abbassamento e del servilismo del nostro
popolo. Con indole tale e tali sentimenti, vi persuaderete facilmente
che le occupazioni e i divertimenti principeschi della mia casa, gli
sterminati omaggi dell'aristocrazia Romana serva del prete e dello
straniero, non potevano avere le mie predilezioni. Non tra le
cortigianesche passeggiate, le feste, i balli e le dissipazioni vane,
ma tra le splendide ed immense ruine di cui è seminata la nostra
Metropoli, io trovavo le mie delizie, e cavalcando o a piedi, quasi
ogni giorno, passavo alcune ore tra quei superbi avanzi della
grandezza Romana. Giunta all'età di quindici anni, più dell'ago, dei
ricami e delle mode, mi erano famigliari i capi d'opera dei maestri
dell'arti belle, le macerie del Foro e quelle sparse nella deserta
campagna intorno a Roma.
Soleva fare le mie escursioni lontane a cavallo accompagnata da un
vecchio e fido domestico di casa. Una sera, di ritorno da una di
quelle passeggiate, mentre traversavamo Transtevere alcuni soldati
stranieri ubbriachi, i quali avevano attaccato rissa in una osteria
uscirono colle sciabole perseguitandosi. Il mio cavallo si spaventò,
prese il morso coi denti e di carriera precipitandosi per la via mi
trasportava colla celerità del baleno rovesciando quanto gli si parava
davanti, non potendo io rallentarne il corso per quanti sforzi
facessi.
Era forte in sella e coloro che senza pericolo mi vedevano correre
ammiravano, ma finalmente il corsiero continuando la sua furia la lena
venne a mancarmi ed ero lì lì per lasciarmi cadere. Certo cadendo, mi
sarei fatta in pezzi sul selciato, o contro qualche ostacolo della
via, quando un giovane coraggioso lanciatosi dal marciapiedi come un
lampo attraversa la via, getta la sua mano sinistra alle briglie e mi
cinge robustamente colla destra mentre già mi abbandonavo sfinita.
Allo strappo violento della mano del mio salvatore il cavallo fa un
mezzo giro a sinistra, inciampa e va a fracassarsi il cranio contro il
muro di una casa. Io era salva, ma svenuta e quando ripresi i sensi mi
trovai nel mio letto, in casa mia, attorniata dalle mie donne. E chi
era stato il mio salvatore? a chi chiederlo? Feci chiamare il
domestico che mi accompagnava ma tutto quanto egli mi seppe dire era:
che seguendomi da lontano giunse sul luogo della catastrofe quando io
era già trasportata in una casa vicina da dove, palesando il mio nome
mi fece trasferire subito nel mio palazzo. Altro non seppe dirmi del
mio salvatore se non che egli era un giovine e che s'era ritirato dopo
avermi consegnata alle donne di quella casa.
Però la mia ardente immaginazione aveva indovinato o distinto anche in
mezzo a tale pericolo i lineamenti atletici di quell'agile e robusto
giovine.
I suoi occhi avevan lampeggiato un solo istante nei miei ma quel lampo
si era indelebilmente trasfuso ed impresso nel mio cuore. Io non potei
più dimenticare quella sua fisionomia che ricordava gli eroi Romani
scolpiti nell'anima mia. Oh! lo riconoscerò ben io se lo rivedo, dicea
tra me, fosse egli romano! se è romano dev'essere della schiatta de'
quiriti, del mio popolo ideale! del mio culto!
Una sera (voi conoscete l'uso in Roma di visitare il Colosseo al
chiarore della luna), una sera, dico, accompagnata dallo stesso
domestico io usciva da quel gigante delle ruine per tornare a casa. Ad
una certa distanza essendosi diradata la folla, nel girare il canto
della via che dal Tarpeo mette al Campidoglio ed all'ombra di
quell'immenso edificio, un colpo di bastone rovesciò il mio domestico
e due malandrini afferrandomi per le braccia cominciarono a
trascinarmi violentemente verso l'arco di Severo(45). In quel punto le
svelte forme dell'uomo che io aveva scolpito in cuore si delinearono
nel chiaroscuro delle ruine: una lotta corpo a corpo s'impegnò tra i
tre, ed in meno ch'io nol dico, i due assassini erano rovesciati nella
polve. Vedendo il domestico rialzarsi e venire a noi, lo sconosciuto
mi prese la mano, la baciò ed allontanossi frettolosamente.
(45) _Tarpeo_: Rocca donde i Romani precipitavano i rei.
_Campidoglio_: Palazzo di governo degli antichi. _Arco di
Severo_: Magnifica ruina che s'incontra entrando nel campo
Vaccino, che fu edificato da Settimio Severo Imperatore.
Io era rimasta così attonita da tanti e sì subitanei avvenimenti che
non ebbi la presenza di spirito di articolare una sola parola.
Mio padre, amorevolissimo, (io non aveva conosciuta mia madre) soleva
nella stagione estiva andare ai bagni di mare in Porto d'Anzo forse
più per compiacermi che per desiderio proprio, sapendo che io amava il
mare e soprattutto amava di allontanarmi dalla società aristocratica
della Metropoli per la quale non avevo la più lieve simpatia.
Fuori di Porto d'Anzo, a poca distanza verso il settentrione e non
lontana dal mare, vi era una villa proprietà di mio padre da noi
abitata nelle nostre escursioni estive.
Io amava la vista del mare, quivi vivea più volentieri che a Roma, ma
vi era un vuoto nella mia esistenza, una smania nell'anima mia che mi
turbava, che mi rendeva inquieta e malinconica. Io sentivo di amare
perdutamente lo sconosciuto mio liberatore.
Sovente passava delle ore al balcone del mio appartamento, gettando lo
sguardo in tutte le direzioni e su tutti i passanti, cercando le
sembianze dell'uomo de' miei pensieri. Se scorgeva un palischermo, una
navicella sul mare, puntava il mio binocolo su quel punto, non per
altra brama che di scoprire fra la ciurma o tra i passeggeri l'idolo
del mio cuore.
Una sera era già tardi ed io seduta al balcone della mia stanza in
balìa ai mesti miei pensieri, quasi involontariamente stava
contemplando l'astro della notte che spuntava sul lontano orizzonte
delle pianure Pontine. Il tonfo d'un corpo che pareva piombare
dall'alto del muro della villa mi trasse dalle mie contemplazioni: il
cuore cominciò a battermi, non di paura però, e mentre l'astro
notturno alzavasi ed aumentava il chiarore mi sembrò discernere tra le
piante qualche cosa che s'avvicinasse. Poi mi parve distinguere una
persona. Quando l'ombra o la persona uscì dal folto delle piante e si
trovò all'aperto, un raggio di luna, che quasi orizzontale la
illuminava, mi fece palesi le fattezze di colui che io aveva cercato
invano per tanto tempo. Un grido di sorpresa e di gioia m'uscì
incontanente dal petto e, lo confesso, tutto il mio pudore di donna
bastò appena per trattenermi dal corrergli incontro e gettarmi nelle
sue braccia. Il mio carattere solitario e sdegnoso de' costumi della
Capitale mi aveva mantenuta in una innocenza eccezionale ed io, prole
di principi appartenente alla più corrotta delle corti del mondo, era
rimasta una semplice ed ingenua figlia della natura.
Irene!--mi disse una voce che mi scese nel più profondo
dell'anima.--Irene! potrei avere la fortuna di dirvi due parole là o
qua giù, come a voi piace?
Scendere mi sembrò più conveniente che introdurlo nelle mie stanze, e
scesi! Ei mi prese quasi timidamente la mano, poi mi condusse verso il
bosco e là ci sedemmo sopra un banco campestre l'uno accanto
all'altro, all'ombra delle piante. Egli avrebbe potuto condurmi seco
fino agli estremi confini della terra: io mi sarei lasciata guidare
dove a lui meglio piaceva.
Stemmo un pezzo silenziosi; finalmente rompendo il silenzio egli mi
disse: Irene! voi perdonate il mio ardimento, non è vero? Io non
risposi, ma senza resistenza lasciai che traesse a sé la mia mano che
egli baciava fervidamente.
Voi saprete, continuava egli, ch'io sono un plebeo. Irene, un orfano!,
i miei genitori perivano entrambi alla difesa di Roma contro gli
stranieri: su questa terra altro non mi rimane che il braccio ed un
animo consacrato all'Italia ed a voi.
Predisposta com'era ad amarlo fin da quando egli non era per me che
una creazione della fantasia che dava una forma al mio liberatore,
potete immaginarvi se in quel momento, in cui l'essere fantastico
della mia immaginazione, e del mio affetto aveva presa forma viva, che
ne udiva la maschia ma affettuosa e soave voce io mi trovassi
veramente beata.
Sentivo di esser sua ed egli avrebbe potuto disporre di me come d'una
schiava; tale era il fascino che esercitava sopra la mia volontà.
Irene!--egli continuava--è d'uopo ascoltiate ancora, che sappiate che
io non solamente sono un povero orfano, ma sono proscritto, condannato
a morte, obbligato a vìvere nelle foreste, perseguitato dagli sgherri
del Governo, inseguito come le belve.
Un presentimento, un intuito della generosa indole vostra, non lo dico
per vantarmene, credetelo, diceva al mio cuore che voi mi amavate e
che quell'amore vi faceva infelice. Per questo sono venuto, o
Irene!... e sono venuto... a dirvi... che voi non potete esser mia!
Dopo un istante di pausa, rinfrancatasi la voce, ch'era andata grado
grado abbassando eì proseguiva: Voi dovete dimenticarmi, Irene, io
sono già pago del poco che ho potuto fare per voi. Me ne sento
superbo, quindi a me non dovete gratitudine e se mai fossi tanto
fortunato da spendere questa povera vita per voi, oh!, credo che
allora il mio sogno sarebbe compiuto! Perdonatemi!... Irene!...--Così
dicendo, egli si alzava, con voce sicura mi diceva addio e lasciando
andare la mia mano che aveva tenuta nella sua, si allontanava...
Io era rimasta tutto quel tempo assorta in tanta estasi da dimenticare
me stessa, il mondo intero! Non udiva, non sentiva più nulla! ma la
parola Addio quasi scintilla elettrica m'infiammò, corsi a lui, e
"fermati!", dissi, prendendolo per il braccio e riconducendolo al
sedile. "Tu sei mio! tu devi essere mio, gridai, ed io tua!... per
tutta la vita! Sì! io voglio essere tua in eterno!" e mi abbandonai
così dicendo nelle braccia di lui.
Dopo pochi giorni di preparativi io seguiva Orazio in questa foresta e
qui dimoro da più anni. Non dirò, per essere esatta nella mia storia,
che sono perfettamente felice. No! provo un'afflizione, l'unica,
quella di aver forse accelerata la morte del mio vecchio ed amoroso
genitore". Qui una lacrima rigava la guancia bellissima della regina
della foresta.
Silvia, quantunque stanca, non aveva potuto a meno di prestare
attenzione all'interessante istoria dell'amabile ospite, Clelia non ne
aveva perduta una parola. Quante volte durante la narrazione non era
essa stata sul punto di esclamare: il mio Attilio anch'esso è bello,
valoroso, degno d'essere amato di un simile amore! Sì! il mio
Attilio!, mio! essa ripeteva a sé stessa, intanto che Irene guidava
alla loro stanza le due nuove amiche.
CAPITOLO XXXII
GASPARO
La storia del Papato è storia di briganti.
Dai condottieri del medio evo che quel governo debole e
demoralizzatore assoldava per mantenere l'Italia in uno stato normale
di dissidenze e di guerre intestine per dominarla ai briganti che ai
nostri giorni mantiene per impedirne la ricostituzione, io lo ripeto!,
quella storia è una storia di brigantaggio.
Chi ha visitato Civitavecchia nel 1849, avrà senza dubbio inteso
parlare di Gasparo, famosissimo capo-brigante, parente del cardinale
A.... Molti stranieri giungevano espressamente in quella città per
vedere quell'uomo straordinario.
Gasparo alla testa della sua masnada avea sfidato la potenza del
governo pontificio: sostenuti molti scontri e coi gendarmi e colle
truppe e il più delle volte le truppe ed i gendarmi erano stati da
Gasparo messi in fuga.
Non potendo il governo avere quel valoroso bandito colla forza, si
provò a pigliarlo coll'astuzia.
Come abbiamo detto, Gasparo era parente di uno dei cardinali più
autorevoli della Corte, e siccome entrambi erano nativi di S.... ove
avevano parenti comuni, così questi furono intermediari fra il governo
ed il brigante, portando al bandito le splendide offerte del porporato
congiunto.
Gasparo fidatosi delle promesse fattegli, licenziò la banda. Arrestato
e condotto in catene nelle prigioni di Civitavecchia, vi si trovava
nel 49, cioè al tempo della Repubblica ed allora noi potemmo vederlo.
Il principe C...., fratello della nostra Irene, avea per i racconti
de' pastori avuto sentore d'una bella abitatrice della foresta; dai
connotati e dalle circostanze aveva dedotto che essa non poteva essere
che la propria sorella.
D'accordo col cardinale A..... egli divisò di trarla a qualunque costo
da quella che egli chiamava una prigione, ed era un nascondiglio.
Appoggiato dal governo, ed autorizzato a marciare alla testa del
reggimento di cui aveva il comando, il principe non era sicuro per
mancanza di pratica dei luoghi chiusi da foltissimi boschi di poter
riuscire, laonde chiese al cardinale A.... se gli volesse dare come
guida il suo vecchio parente, prigioniero in Civitavecchia.
"Ottima scelta!--rispose il cardinale,--Gasparo vi condurrà nei più
reconditi siti della foresta più facilmente che a traverso le vie di
Roma. Egli è tal uomo che prendendo un pugno di fieno e odorandolo,
anche a mezzanotte, vi saprà dire precisamente ove si trova in
qualunque parte di quei deserti. Badate che è vecchio ora ma per
coraggio lo credo ancora buono ad affrontare il demonio".
Quando Gasparo nelle carceri di Civitavecchia seppe che dovevano
condurlo in Roma si tenne per ispacciato e tra sé stesso diceva:
"Meglio così, bisogna pur finrla una volta! sono già stanco della
vita. Un solo dispiacere porto meco nella tomba,--aggiungeva
picchiandosi la fronte il vecchio Gasparo,--di non potermi vendicare
del tradimento di questi cani in sottana".
Due compagnie di gendarmi, una a piedi, l'altra a cavallo, condussero
l'antico principe dei briganti in Roma. Il governo avrebbe bensì
desiderato ch'ei viaggiasse la notte ma di notte v'era pericolo di
fuga o di rapimento perché i vecchi compagni di Gasparo non erano
ancor morti. Bisognò dunque acconciarsi a tradurlo di giorno: e di
giorno la popolazione correva sullo stradale affollata per contemplare
il famoso bandito. Il passaggio del Papa non avrebbe attratta tanta
gente.
Condotto in Roma alla presenza del Cardinale A. e del principe C. con
molte promesse ed oro, lo impegnarono a coadiuvarli nella proposta
distruzione dei briganti libertini(46) e nel ricupero della
principessa.
(46) Libertini, nome che i preti danno ai liberali.
Gasparo assentì non volendo perdere sì bella occasione di prendere il
largo e vendicarsi di chi lo aveva sì scelleratamente tradito.
CAPITOLO XXXIII
LA SCOPERTA
Eran vari giorni che Clelia, Silvia e John abitavano il Castello di
Lucullo ospiti d'Orazio e d'Irene e non si accorgevano di starvi male.
Fra i compagni d'Orazio ve n'erano di ricchi, di nascosto dal governo
ricevevano sussidi dalle famiglie di Roma e quindi potevano provvedere
la loro nuova dimora di quanto abbisognava; l'abbondante caccia della
foresta forniva ogni specie di selvaggina e la galanteria dei nostri
giovani romani, specialmente verso la perla di Transtevere, non era
poca e, mi perdoni il bel sesso per cui vecchio come sono conservo una
vera adorazione, benché afflitta dall'assenza dell'amante che ella ama
con tutta l'anima, la donna un po' di galanteria l'accetta sempre
volentieri, s'intende bene senza far torto al lontano suo prediletto.
Clelia sarebbe stata felicissima d'avere seco il suo Attilio, anche a
patto di star tutta la vita nella foresta; Silvia, la buona Silvia
talora sospirava incerta del destino del suo Manlio, e John? Oh! John
poi era l'essere più felice di questa terra. Orazio lo aveva armato di
una delle carabine prese ai briganti che assaltarono la carrozza di
Giulia e di più lo teneva come compagno inseparabile in tutte le sue
escursioni di caccia.
Un giorno Orazio e John si trovavano nella foresta cacciando un cervo.
John doveva fare la battuta ed allontanossi seguendo le istruzioni del
suo compagno. Orazio rimase alla posta. Le disposizioni d'Orazio
furono efficaci, poiché dopo circa mezz'ora un grande cervo venne a
pascere sulla sua posta. Col primo tiro lo colpì, ma l'animale non
cadde; allora Orazio lasciò andare il secondo colpo e la belva diede
un lamento e stramazzò.
Aveva appena Orazio scaricato i due tiri della sua carabina quando un
movimento dei cespugli lo fe' accorto che qualche cosa s'avanzava
verso lui dalla parte più folta del bosco. Non poteva essere John,
egli era troppo lontano ancora. Un sospetto balenò alla mente d'Orazio
ed un brivido involontario lo percorse nel sentire le due canne della
carabina vuote.
Non s'era ingannato: appena aveva posto il calcio dell'arme a terra
per ricaricarla, un ceffo molto più somigliante a quello d'una tigre
che d'un uomo sbucò dalla macchia a pochi passi di distanza.
Sui valorosi ancorché colti all'improvviso il timore non ha forza, e
col pugnale alla mano il nostro Coclite s'avanzava impavido contro
l'apparizione quando questa gli gridò: ferma!, con tanta autorità e
sangue freddo che ne fu sorpreso il nostro prode Orazio e fermossi.
Armato da capo a piedi il nuovo venuto aveva un aspetto veramente
straordinario. Un cappello puntato alla calabrese copriva il suo
capo irsuto di folta capigliatura bianca come la neve. La barba
bianca, sprizzata qua e là di qualche ciocca del primitivo colore ed
irta come quella d'un cignale, copriva l'intero volto ad eccezione
degli occhi. Eretta e posata su poderosa spalla gli anni non eran
stati capaci di piegare quella testa maestosa e selvaggia. Sul largo
suo petto teneva affibbiato un giustacuore di velluto stretto al
cinto dall'indispensabile cartucciera. Di velluto oscuro era pure il
resto del vestito e dal ginocchio in giù, uose calzava elegantemente
affibbiate.
"Io non ti sono nemico Orazio--disse Gasparo (poiché era egli
stesso)--anzi io vengo ad avvisarti di un pericolo che ti sovrasta e
che potrebbe essere la tua e la rovina de' tuoi compagni".
"Che non mi sei nemico--rispose Orazio--lo prova il tuo contegno; tu
avresti potuto uccidermi se lo fossi pria ch'io mi trovassi in istato
di difesa, e so di più: che Gasparo sa servirsi assai bene della sua
carabina".
"Sì,--rispose il bandito--vi fu un tempo in cui di rado mi occorreva
di tirare un secondo colpo al cervo ed al cignale ed oggi stesso,
benché gli occhi miei comincino a fallirmi io non starò indietro ad
alcuno, quando si tratti di assalire un nemico. Ma sediamo, devo
narrarti cose importanti".
Seduti sul fusto di una vecchia pianta rovesciata, Gasparo cominciò a
favellare dei disegni della corte papale coadiuvata dal Principe C.
Narrò che lui stesso era stato inviato dal Principe per scoprire ove
potevano trovarsi i liberali ed infine che egli, Gasparo, bramoso di
vendicarsi del governo dei preti offriva invece il suo concorso ad
Orazio colla sola condizione di esser accolto nella banda liberale.
"Ma voi avete molti delitti, mio povero Gasparo, se è vero ciò che si
racconta di voi e noi non potremmo accogliervi in nostra compagnia".
"Delitti!--rispose altiero il bandito.--Io non ho altro delitto che di
aver purgato la società d'alcuni prepotenti e dei loro sgherri, il
delitto d'aver soccorso gli oppressi ed i bisognosi. E credete voi che
se io fossi un miserabile delinquente, il governo dei preti avrebbe di
me tanta paura e che io sarei così generalmente amata dalle
popolazioni?