ripararsi voleva dire che la necessità era estrema non essendo lui,
come la maggior parte de' suoi connazionali, propenso a cedere alle
prepotenti velleità dell'Oceano.
CAPITOLO XXVII
IL DESERTO
Torniamo alla bella omonima del superbo e valoroso Yacht ed ai suoi
compagni di solitudine. Orazio, siccome era convenuto con Giulia,
accese un bel fuoco sulla spiaggia appena fu notte e con molta ansietà
stette per un pezzo osservando se compariva il palischermo che doveva
condurre le donne a bordo. Ma l'arrivo istantaneo della bufera e
l'agitazione conseguente dell'onde lo persuasero ben tosto che era
inutile pensare all'imbarco durante quella notte.
Orazio inoltre, benché non fosse uomo di mare, s'era accorto prima
ancora dell'imbrunire che lo Yacht ch'egli non aveva perduto di vista
dopo uscito dal porto si trovava tutt'altro che in istato d'inviare
imbarcazioni alla costa; anzi coll'imperversare della tempesta egli
temette per la salvezza del legno.
Dopo aver cercato un ricovero alle donne nelle rovine d'una vicina
torre(37). Orazio si mise a percorrere in su ed in giù la spiaggia con
l'intento di prestar aiuto se ne fosse stato d'uopo a qualche
naufrago. E non fu invano. Fregandosi gli occhi acciecati dagli
sprazzi del mare e dalla pioggia che gli flagellavano il volto
parvegli scorgere sulla cresta di un maroso che brillò un istante
nell'oscurità qualche cosa di scuro che si sforzava di tenersi a
galla. Questa scoperta spinse Orazio ad avvicinarsi vieppiù verso
l'onda e nell'andirivieni di questa finalmente ei giunse ad afferrare
un corpo umano che si moveva a stento. Era il povero John che si
dibatteva contro la morte, dopo aver lottato con sovrumani sforzi co'
flutti imperversanti.
(37) In quasi tutte le coste del Mediterraneo vi sono torri di
guardia, che servivano al tempo dei pirati barbareschi per dar
avviso delle loro apparizioni.
Colse Orazio nelle robuste sue braccia il giovane Inglese e lo
trasportò verso le donne situate in un canto della torre, dove
d'accordo si sforzavano ad alimentare un fuoco preziosissimo in quella
disastrosa notte.
Era John una di quelle simpatiche fisonomie di giovine marinaro
inglese, dagli undici ai dodici anni, però sviluppato e forte. Lascio
pensare con che amorevolezza lo accolsero le nostre Romane. Lo
spogliarono, lo asciugarono, lo coprirono dei loro abiti asciutti;
mancava il grog(38) per il piccolo John, ma un fiasco d'Orvieto di cui
Orazio aveva provvisto le viaggiatrici vi supplì dovutamente e John
dopo due ore coi suoi abiti asciutti, rifocillato ed in sì bella
compagnia, avea dimenticato Yacht, tempesta, il mondo e russava colla
testa sopra un sasso ed i piedi vicini al fuoco, come se fosse in un
letto di piume.
(38) Bevanda fatta d'acquavite o rhum allungata con acqua.
Orazio dopo aver percorso la spiaggia un gran pezzo ad onta
dell'infuriante tempesta col timore e la speranza di poter essere
utile a qualch'altro disgraziato, tornò alla torre e procurò anch'egli
d'asciugarsi i panni e rifocillarsi.
Clelia accantucciata colla madre in un angolo col capo appoggiato in
grembo di lei, avea pur essa ceduto alla stanchezza ed alla gioventù,
beandosi in un profondo sonno.
Silvia non dormiva, sonnecchiava. Coll'indole sua delicata e gentile
essa era stata troppo scossa dalla sequela di così terribili
avvenimenti. Madre affettuosissima, sosteneva il caro peso della sua
Clelia e stava immobile per timore di svegliarla; un pensiero
affannoso le annuvolava la fronte piena di mestizia: "Che sarà del mio
Manlio in questo finimondo?". E poi, quasi un rimorso la colpisse di
consacrare i suoi pensieri unicamente allo sposo, aggiungeva: "e la
povera Aurelia?!". E sonnecchiava affannosamente!
Non così il Romano. Egli sapeva d'esser troppo vicino alle volpi
pretine di Porto d'Anzo perché s'abbandonasse al riposo. Seduto sopra
un gran sasso delle ruine ch'egli avea avvicinato al fuoco, lo
alimentava di quando in quando vigilando.
Il suo mantello lo avea lasciato alle donne che se ne coprivano; tutti
i pezzi delle vestimenta bagnati nelle sue escursioni sulla spiaggia
erano stati asciugati l'un dopo l'altro e rivestiti; la sua
cartucciera di cuoio maestrevolmente lavorata, cingeva alla cintura.
Due revolver pendevano ai suoi fianchi nelle rispettive fonde, il suo
pugnale a larga lama da potersi usare come arma di guerra e coltello
da caccia, sporgeva obliquamente dalla cartucciera ov'era immerso per
metà e la fida carabina ch'egli avea minutamente ispezionata pria di
sedersi, posava adagiata alla sua sinistra.
Era vestito di velluto oscuro con bottoni inargentati. Le uose
affibbiate fino al ginocchio coprivano un piede comparativamente
piccolo e ben fatto e contornavano graziosamente la polputa sua gamba.
Al collo cingeva una cravatta di seta nera ed un elegante fazzoletto
di raso rosso sciolto circondava le sue magnifiche spalle annodato sul
petto. Un cappello nero di forma quasi calabrese un po' inclinato
sulla destra copriva il capo di cui si sarebbe onorato Marte, e
compieva l'abbigliamento.
Quando il chiarore della fiamma da lui ravvivata risplendea
sull'abbronzata e maschia fisionomia del liberatore, un maestro
dell'arte del bello chi sa cosa avrebbe dato, per poter ritrarre in
quel marziale aspetto il simbolo della forza, del coraggio e
dell'eroismo!
E qual delitto era se la sensibile Silvia, sonnecchiante, tra una
beccata e l'altra contemplava il suo protettore con occhi spalancati e
dimenticava per un momento solo il suo caro Manlio battuto dalla
tempesta e forse in quell'istante non troppo dolcemente stretto dalle
braccia d'Aurelia?
Dican pur ciò che vogliono gli ermafroditi moderni inginocchiati
davanti al menzognero simulacro d'una teocrazia buffona o dinanzi ai
gradini del trono d'uno spergiuro straniero, brutto di sangue
concittadino e nostro! Chiamino pure briganti come il prezzolato dal
prete il mio Orazio Coclite. Ove il suo brigantaggio si confini a
voler l'Italia una e sia sempre pronto a menar le mani contro
l'impostura e contro lo straniero io dirò sempre: Ecco il mio uomo!
Ecco il mio eroe! Ecco l'Italiano com'io lo sogno e come diverrà
quando non sia più educato dai settari di Lojola.
"Signora!--disse Orazio con una voce che fe' rimescolare ancor più la
nostra buona Silvia tanto essa era dolce e filiale--Signora! il giorno
non deve trovarci in queste macerie e subito che vi sia tanta luce da
poter mettere il piede sicuro sul sentiero della foresta noi dobbiamo
internarci allontanandoci dalla sede dei nostri nemici". "E Manlio,
Aurelia, e Giulia?" disse la donna volta dolorosamente col pensiero a
quei cari.
"Essi--rispose Orazio--sono probabilmente lontani in alto mare e
speriamo fuori di pericolo. Nonostante pria d'internarci nel bosco
ricercheremo la spiaggia ove è meglio che non si trovino".
"Dio li liberi!--esclamò la donna colle mani giunte e gli occhi
rivolti al cielo--Dio li liberi! d'esser stati gettati alla costa da
sì furioso uragano!".
Un silenzio assoluto succedeva a queste parole. Orazio che non cessava
di spiare l'apparire dell'alba, quando s'accorse che le donne ci
potevan vedere tanto da non mettere in fallo il piede sul terreno si
alzò e disse: "È tempo di porci in viaggio".
Silvia scosse dolcemente la sua Clelia; col calcio della carabina fu
destato John ed in pochi minuti i quattro con Orazio alla testa
uscivan dalle macerie dirigendosi verso tramontana e seguendo l'orlo
della macchia non lontani dalla costa.
La tempesta aveva rimesso della sua furia ma non abbastanza perché le
donne non ne fossero disturbate nel procedere; per buona sorte la
pioggia avea cessato ma i frangenti del mare inviavano i loro sprazzi
sul volto dei viaggiatori in guisa da incomodarli assai. Pur bisognava
scoprire il lido pria di addentrarsi nel bosco ed Orazio salito su
d'un monticello di sabbia con dietro John spingeva l'acuto suo sguardo
su tutta l'estensione del litorale già abbastanza rischiarato dal
giorno. Fortunatamente nulla scoprì che dasse indizio di naufragio in
quello sconquasso spumante dell'onde infuriate sulle deserte e
desolate spiagge romane.
Tornati alle donne, ch'erano rimaste in una specie di avvallamento del
terreno, Orazio disse: "I nostri amici sono fuori di pericolo, tocca
ora a noi a fare altrettanto". Così dicendo prese a destra per un
sentiero a lui conosciuto e s'internò nel deserto accompagnato dalla
silenziosa comitiva.
CAPITOLO XXVIII
LA RITIRATA
Dopo l'avvenuto nelle Terme di Caracalla, la posizione d'Attilio, e
de' suoi amici divenne ben pericolosa. Il traditore avea pagato il fio
con la sua vita; i cagnotti del Governo avevano avuto la peggio, ma la
polizia era sulle tracce della cospirazione e certo ne conosceva, od
almeno ne sospettava i capi.
Se gli amici di fuori fossero stati pronti come lo erano i romani,
nella stessa notte del 15 febbraio si poteva farla finita coi preti e
lo si poteva in qualunque altro giorno. Ma i moderati sempre paurosi
ed indissolubilmente legati al carro dei potenti non volevano saperne
di menar le mani e volevano a qualunque costo aspettare la manna dal
cielo, e dal beneplacito dello straniero, la libertà della patria.
Che importava loro del decoro nazionale? del sogghigno beffardo di
tutte le nazioni Europee, di provincie compre coll'oro, e coll'oro
vendute? Essi, avviticchiati ai lucri ed agli impieghi, eran sordi a
qualunque proposito generoso che potesse compromettere l'Eldorado(39)
a loro consegnato dalla Rivoluzione, che altro per sé non volle che il
bene e l'unità nazionale. Quindi l'Italia da tanti secoli divisa,
depredata, avvilita, corrotta da quella caterva di iene in sottana, si
trova oggi ancella ringiovanita, riportata all'altare del sacerdozio
di Satana a rinnovare l'antico bacio della pantofola.
(39) Paese dell'oro.
I porporati, assoldatori di briganti, tornarono alle grasse prebende,
il popolo alle solite miserie ed i valorosi che bagnarono del loro
sangue tutte le terre italiane obbligati a ripigliare la via
dell'esilio, ad errare nelle foreste per sottrarsi alle vendette dei
preti.
Tale era la condizione di Roma nei primi mesi di quest'anno 1867 in
cui si vedevano mercenarii stranieri sostituiti da altri mercenarii
ancora peggiori impossessarsi della città nostra; si vedeva l'Italia
prostrata ai cenni di un devoto assassino rinnegare Roma e le sue
glorie per compiacergli e potendo viver bella, rigenerata, rigogliosa,
sorta colla superba aureola di libertà e d'indipendenza sì caramente
acquistate per virtù de' suoi figli, la si vedeva ravvoltolarsi
spudoratamente nel fetido brago dei corruttori e persecutori del
genere umano.
Ma torniamo indietro al nostro racconto,
Una sera dei primi di marzo in una stanzuccia sul di dietro della casa
di Manlio in Trastevere s'eran riuniti, Attilio, Muzio e Silvio per
conferire sul da farsi. Dal 15 febbraio eran rimasti in Roma per
tentare la fortuna; ma la fortuna di Roma era intricata in un
labirinto tale che tutto il generoso patriottismo dei nostri giovani
eroi e de' loro trecento bellicosi compagni, non poteva trovarne
l'uscita.
"Oggi,--diceva Attilio,--non v'è più merito a dar la vita per il
proprio paese quando è santificato il principio del _non fare_ per non
disturbare il bell'andamento di cose ordite dal moderantume. I nostri
amici di fuori sonosi rappattumati vergognosamente con questi nemici
d'Italia, ma noi!... come lo potremo mai? Potremo noi vivere in
famiglia e concordi cogli scellerati, che ci venderebbero cento volte
allo straniero, che corruppero, che depravarono questa nostra città e
la prostituirono come solo loro sono capaci di prostituire, che arsero
i nostri padri, che stuprarono le nostre vergini, che fecero della
nostra Roma, un bordello! una cloaca!!!".
Attilio fuori di sé alzava la voce oltre misura, onde Silvio più
pacato gli disse: "Parla sommesso, fratello! Tu sai come siamo
perseguiti e non è difficile che nei dintorni di questa casa vi sieno
sgherri appiattati. Qui già non si può più stare, lasciamo Regolo
incaricato delle cose nostre in città e prendiamo la campagna. Là, non
mancano amici, i coraggiosi vivono dovunque. Lasciamo che Italia si
stanchi d'essere ludibrio di queste sue mignatte in maschera liberale,
di questi mercanti di uomini tra l'impostura e il dispotismo!
Andiamo!--continuò Silvio dopo un istante di pausa, durante la quale
pareva che un'ignota forza volesse collocarsi fra lui e il suo
divisamento.--I nostri nemici ci chiameranno briganti, avventurieri,
come ci chiamarono nella gloriosa spedizione di Marsala. Che importa?
come allora, noi tuteleremo la libertà di questa nostra patria
infelice e marceremo alla riscossa quando essa voglia devvero
emanciparsi dalla tirannide".
CAPITOLO XXIX
LA FORESTA
Dopo aver camminato per circa due ore nella foresta, per sentieri ove
in molti luoghi mancavano le traccie dell'uomo e somigliavan piuttosto
ad aperture dovute alle corna del bufalo. Orazio che era sempre alla
testa della comitiva composta di Silvia, Clelia e John, e che
adoperavasi a sbarazzare il sentiero da piante cadute, e dai rami che
lo attraversavano, fermossi finalmente in uno spiazzato, ove il bosco
aprivasi per lasciare il posto ad un ameno praticello.
Il tempo s'era rasserenato, alcune raffiche di vento, resto della
notturna tempesta, colpivano ancora le cime delle secolari piante ma
nel sito ove si trovavano i nostri viaggiatori appena se ne sentiva il
soffio.
"Signora Silvia,--diceva Orazio:--voi con Clelia, adagiatevi qui in
questo luogo e riposatevi che ne avrete molto bisogno. Io con John
m'allontanerò per poco a cercar da mangiare". Così dicendo distese il
mantello sull'erba e facendo un segno a John che lo seguisse s'imboscò
con lui per una nuova direzione nella foresta e entrambi scomparvero.
Silvia era stanca veramente. Clelia giovane e di costituzione più
robusta lo era meno, però anch'essa trovò ben piacevoli alcuni momenti
di riposo in quel sito ameno e appartato dal mondo ove altra traccia
di creatura umana non si distingueva che quella da loro stessi solcata
sull'erba.
Dopo un momento di riposo la nostra eroina cedendo alla vivacità
dell'età sua ed avendo scoperto che il praticello era variopinto di
fiorellini alzossi e si mise a raccoglierne un mazzolino da presentare
alla mamma. Tornata a Silvia, e sedutasi accanto, nel mentre che
porgeva il mazzo, un tiro di carabina s'udì a non molta distanza e
l'eco della foresta lo ripetè più volte.
Silvia fu scossa dal rimbombo della scarica e certamente per la sua
delicata natura, quel tuonare subitaneo in quella silenziosa
solitudine ebbe qualche cosa di straordinario. Clelia però
accorgendosi dell'effetto provato dalla madre disse sorridendo: "ma
questo è uno sparo del nostro amico; sta pur sicura, mamma, che presto
noi lo vedremo qui di ritorno con della selvaggina". Un abbraccio
amoroso alla sua Clelia fu la risposta di Silvia ed ambe
s'intrattennero a ricordare i loro cari, le straordinarie vicende che
le avean divise da loro, ed a pascersi della speranza di poterli
rivedere presto.
Non tardarono Orazio e John a raggiungere le loro compagne portando a
stanga un giovane cignale che la carabina del Romano aveva atterrato.
"Clelia,--disse Orazio,--fate capire all'Inglese di raccogliere legna
secca per far fuoco"; e Clelia che conosceva un poco quella lingua ed
era stata l'interprete del giovin marinaro glielo spiegò. John si
accinse colla miglior voglia del mondo a spezzare rami, ad ammassarli,
ed in pochi minuti un magnifico fuoco scoppiettava allegramente in
mezzo ai nostri viaggiatori.
L'arte del macellaio è disprezzata e veramente quell'imbrattarsi di
sangue d'altra creatura e sminuzzarne le carni ripugna, ha del
selvaggio, e per indurito che sia il cuore dell'uomo egli non può a
meno di risentirsene. Io, per esempio, mi sarei volentieri conformato
alla vita dei Pittagorici(40) e più crescon gli anni, più aumenta in
me la ripugnanza degli eccidi animali e, devo confessarlo, cacciatore
una volta, io soffro oggi nel vedere anche un uccello ferito.
(40) Seguaci di Pittagora che s'imponevano l'obbligo di non mangiare
altro che vegetabili.
Non so se lo stesso sentimento provasse Orazio, il coraggioso figlio
della foresta; ma repugnante o no, come avrebbe egli potuto vivere
senza la caccia, obbligato com'era a tenersi lontano dall'abitato? Per
quella volta intanto, egli con molta grazia distese la sua preda
sull'erba, trasse il suo coltello pugnale, fece in pezzi il cignale,
acconciò a guisa di spiedo un virgulto di legno verde, v'infilzò la
carne, ed in poco tempo presentò ai suoi compagni affamati un arrosto
da invogliarne anche un moderato.
L'appetito servì di condimento alle vivande, e non mancarono durante
il pasto motti graziosi, massime sul conto del piccolo John che,
eccitato dalla Clelia a parlare italiano principiava, com'era
naturale, col dire spropositi che mettevano la compagnia in una
cordiale ilarità.
Il marinaro poi è un essere più allegro degli altri quando è a terra e
da lungo tempo egli non l'ha toccata. Questo non era veramente il caso
del nostro John ch'era rimasto molti giorni in Porto d'Anzo ed avea
visitato coll'Yacht la maggior parte dei porti d'Italia; ma, comunque
fosse, in questo nuovo mondo della foresta, egli si trovava
perfettamente e non invidiava punto i suoi compagni nel tempestoso
Tirreno. Poi Clelia era così bella! così gentile! ed Orazio uno di
quei tipi che affascinano la gioventù, ed era inoltre il suo
salvatore!
Terminato il pasto frugale, la comitiva si rimise in viaggio, seguendo
all'incirca la stessa direzione tenuta nel venire e dopo aver
camminato a lungo, giunse verso sera alla vista di quegli edifizi
antichi che il tempo sembra avere rispettato, simili all'immortale
Panteon a cui non posso pensare, senza tributargli un pensiero di
rispetto e di ammirazione.
Erano i nostri sul limitare della foresta, ove il sentiero metteva in
un ampio prato quasi circolare. Secolari querce erano sparse con certa
regolarità su tutta la superficie del circolo e le reliquie di quelle
antiche figlie della terra, cadendo per secoli al loro piede,
identificate col piedestallo delle naturali colonne, vi avean formato
dei graziosi tumuli, recessi di verdura, che invitavano gli stanchi
viaggiatori al riposo.
"Riposatevi qui per un momento", disse Orazio alle donne, e mettendo
alla bocca un piccolo corno ch'ei portava a tracolla ne trasse dei
suoni che sembravan sproporzionati alla piccolezza dell'istromento. Un
suono simile rispose da una capanna di guardia, situata sopra uno dei
detti tumuli, capanna che Orazio certo doveva conoscere e della quale
i suoi compagni non si erano accorti.
Un individuo vestito alla foggia d'Orazio uscì dalla capanna, gli si
fece incontro con aria di rispetto ed una stretta di mano dei due
accennò che non si trovavano per la prima volta. La sentinella (perché
tale era lo sconosciuto) dopo breve colloquio, facendo segno alle
donne di alzarsi, incamminossi precedendole verso l'edifizio.
CAPITOLO XXX
IL CASTELLO
Il periodo di grandezza e di gloria durante il quale la capitale del
mondo maggiormente rifulse si chiuse colla Repubblica, e la maestà del
sistema Repubblicano con gli Scipioni. Dopo la battaglia di Zama(41),
quando Roma non ebbe più nemici potenti, e facile divenne mettere le
mani su ciò che v'era ancora da conquistare dei paesi sconosciuti, i
Romani impinguati delle spoglie dei vinti dieronsi alle gare interne e
ad ogni sorta di lussuria da cui furon trascinati poi all'ultimo
stadio di degradazione a diventare gli schiavi dei loro schiavi. E fu
giustizia che così avvenisse: Dio li pagò della stessa moneta con la
quale essi avevano trattate le nazioni.
(41) Zama in Africa ove Annibale fu disfatto da Scipione.
Ma l'ultimo periodo della Repubblica ha in sé qualche cosa di grande.
Prima di morire, quella schiatta di giganti (parlo degli ultimi
Repubblicani), presenta alla storia un complesso di uomini tali da far
giustamente meravigliare. Lucullo, Sertorio, Mario, Silla, Pompeo,
Cesare son tali uomini, tali generali, uno solo dei quali basterebbe
per illustrare i fasti guerrieri d'una grande nazione.
Se la perfezione fosse possibile all'uomo e Cesare alle sue qualità
avesse unita l'abnegazione di Silla, io direi come l'autore della
Grandezza e Decadenza dell'Impero romano "Cesare è il più grande di
tutti i grandi uomini del mondo".
Di Silla in fatti strenuo generale anche lui questo racconta la
storia. Dopo aver voluto correggere i Romani e sottrarli alla
corruzione con mezzi terribili sino ad ordinare l'eccidio di ottomila
cittadini in una volta, un bel giorno radunò il popolo nel Foro e
sedendo in mezzo alla adunanza al posto di dittatore, rimproverò ai
Romani i loro incorreggibili vizi, quindi disse loro: "Tenni la
dittatura colla speranza di migliorarvi. Oggi mi son convinto che non
lo posso. Ritorno privato cittadino, pronto a dar ragione del mio
operato a chi me lo chieda". Così dicendo scese dalla tribuna, e si
confuse nella folla tranquillo ed altero, mentre dei Romani non uno
gli chiese conto di un torto.
E sì a molti dei presenti egli avea ucciso congiunti, amici, fratelli.
Cesare non sanguinario al pari di Silla ma d'un'intelligenza a lui
superiore, non seppe imitarne l'abnegazione, si lasciò cullare dalla
propria ambizione, e sognò di poter cingere la fronte d'una corona. I
pugnali degli ultimi Romani distrussero il suo sogno trafiggendolo a
morte.
Sulle rovine della Repubblica sorse l'Impero.
Fra gl'Imperatori ve ne furono dei meno tristi come Trajano, Tito
Antonino e Marco Aurelio. La maggior parte però furon mostri che non
contenti delle immense ricchezze che possedevano nelle loro condizioni
supreme, cercavano ancora usurpare le sostanze altrui, e guai al ricco
Romano ch'essi potevano depredare con uno od altro pretesto!
I cittadini che possedevan grandi ricchezze procuravano d'allontanarsi
da Roma. Alcuni cercavan rifuggire in paesi stranieri, altri in siti
reconditi ove non vi fosse probabilità di venire molestati. Tra questi
ultimi un discendente di Lucullo sotto il regno di Nerone era andato a
stabilirsi nel luogo ove all'estremità della foresta i nostri
viaggiatori avevano scorto un antico monumento. Colà egli si credette
di trovarsi al sicuro dalle carezze di quel pezzo di galantuomo ch'era
l'incendiario di Roma(42).
(42) Nerone un giorno fece mettere fuoco a Roma per godere lo
spettacolo dell'incendio dall'alto del suo Belvedere.
Il sito adunque ove Marco Lucullo edificò il suo castello era lo
stesso in cui noi lasciammo la nostra Clelia coi compagni e forse
alcuna fra le quercìe che ne adornavano il parco ricordavasi del
figlio di quel vincitore dell'Asia(43).
(43) Lucullo fu uno dei generali romani che maggiori conquiste ebbe
a fare nell'Asia.
L'architettura del castello era superba e superbamente conservata. Le
facciate esterne dell'edificio erano ricoperte d'edera ingigantita dai
secoli, ma, l'interno ripulito accuratamente dai moderni abitatori, se
non presentava tutti gli agi che si possono aspettare in una casa
moderna, offriva buon numero di sale e stanze ben conservate e
spaziosissime.
Privo d'abitatori per molto tempo, oltre all'edera che lo tappezzava,
il castello era pure nascosto dalle piante gigantesche che lo
circondavano, e questa circostanza lo rendeva acconcio ai bisogni
d'Orazio e dei suoi compagni di proscrizione. Di più, come tutte le
abitazioni edificate in quei tempi di sospetto, il castello aveva i
suoi sotterranei in cui non solo era agevole il nascondersi, ma a
traverso i quali si poteva percorrere immenso tratto di paese nel seno
della terra.