Muzio all'età di due anni fu derubato del suo patrimonio a beneficio
della Compagnia di S. Vincenzo di Paola, ricordiamo ancora che un
servo di casa, Siccio, aveva introdotto quel furfante di Don Ignazio
con tale piglio che abbiamo creduto necessario doverlo notare.
Siccio era il più antico dei famigliari di casa Pompeo; in quella casa
era nato, era stato beneficato in varie circostanze da' suoi buoni
padroni ed amava l'orfano Muzio con affetto di padre.
Buon uomo ma non molto astuto diffidò tuttavia delle mene del paolotto
e della sua complice, ma in Roma, al curatore delle anime, al medico
spirituale, al confessore della padrona di casa, chi ardirebbe fare
uno sfregio?
Ai preti importa troppo la confessione, e per ciò sanno circondarla di
particolare prestigio.
La confessione! quell'arma terribile del pretismo, elemento primo
delle sue seduzioni, veicolo per cui esso giunge al conoscimento
d'ogni cosa, spionaggio infernale ch'egli esercita massime sul sesso
debole per il quale egli può signoreggiare ancora, benché disprezzato
e maledetto, la maggior parte del sesso più forte!
Il povero Siccio, per l'amore che portava al bambino ed alla casa, fu
il primo congedato quando la caterva dei paolotti penetrò nel
Santuario domestico per impadronirsi d'ogni cosa.
"E il ragazzo?" dimandava Suor Flavia ad Ignazio.
"Il ragazzo--rispondeva costui.--Non abbiamo noi l'orfanotrofio? Egli
là sarà al sicuro dagli sviamenti di questo secolo perverso e
dall'eretiche dottrine che oggi dominano il mondo. Poi là noi lo
terremo sempre d'occhio, Suora!". E lì nuovo ricambio d'uno di quegli
sguardi, cui si preferirebbe una pugnalata.
Fu ventura per Muzio che la ricchezza della preda avesse abbarbagliato
i ladri a tal che, dopo quella conversazione del prete colla strega
sul conto suo, non ne fecero più caso ed egli rimase in un canto
dimenticato come uno straccio, piangendo dalla fame e dal freddo.
Siccio, l'onesto Siccio, non lo dimenticò. Pratico della casa profittò
della confusione dei depredatori, e col pretesto di andare per la roba
sua menò seco Muzio in una stanza recondita di Roma ove egli aveva
preso dimora.
Gioverà sapere che il padre di Muzio era stato antiquario, e che nelle
sue peregrinazioni fra i monumenti e le ruine aveva l'abitudine di
condur seco Siccio.
Egli dunque nelle escursioni col suo padrone erasi fatto pratico
alquanto delie meraviglie di Roma e ciò gli valse per professare il
_ciceronismo_ nel presente suo stato di bisogno poiché, col carico del
giovine, egli non avrebbe potuto più oltre stare a padrone.
Come cicerone(17) egli poteva vivere miseramente sì, ma indipendente
ed il profitto della sua industria serviva al mantenimento proprio e
del suo protetto ch'egli amava ogni giorno di più vedendolo crescere
vispo, robusto e bello come un Adone. Egli non tornava mai a casa
senza portare al suo caro qualche cosa che sapeva gradirgli, e certo
egli si sarebbe privato del bisognevole, piuttosto che lasciarne
mancante il suo giovane amico.
(17) _Ciceroni_ si chiamano in Roma coloro che conducono gli
stranieri a visitare i monumenti, l'opere dell'arte e le ruine e
ne fanno spiegazioni più o men bene.
Così durò vari anni, ma Siccio diventava vecchio, alcuni malanni
dell'età lo impedivano sovente di recarsi alle consuete occupazioni, e
pur troppo, dal _ciceronismo_ alla mendicità v'è un passo solo.
Accattare era doloroso per l'anima onesta di Siccio, ma bisognava pur
mangiare e bisognava mantenere il suo protetto.
All'età di quindici anni Muzio era un tipo di perfezione, Gli artisti
di Roma che lo videro s'invaghirono delle sue forme e lo richiesero di
stare a modello per loro.
Ciò sollevò alquanto la miseria dei nostri poveri congiunti, ma Muzio
che aveva imparato la sua storia e conosciuta la propria condizione da
Siccio, ripensando alla trama scellerata con cui egli era stato
ridotto alla presente poverissima condizione, sdegnava di posare
davanti a persone che spesso non conosceva. Avendo sovente seguito
Siccio nelle sue escursioni _ciceronesche_, poteva ei pure condurre un
forestiere al campo Vaccino o nel tempio di S. Pietro, e preferiva
questa professione. Né Muzio repugnava anche dai lavori manuali, anzi
spesso era occupato negli studi degli scultori a muovere massi di
marmo; e quando ve n'erano degli enormemente grossi che a mala pena
tre uomini potevano levare, Muzio a 18 anni li maneggiava quasi
scherzando.
Ma intanto niuno lo aveva mai veduto stendere la mano, ragione per cui
gli altri mendichi lo chiamavano con sarcasmo: il signor mendico.
Un giorno una donna velata, entrò nella stanzuccia di Siccio e pose
sulla tavola una borsa piena di monete d'oro, dicendo con voce austera
al vecchio: "Questo denaro servirà a migliorare la condizione vostra e
quella di Muzio. Voi non mi conoscete ma quand'anche giungeste a
conoscermi non dite mai al vostro compagno da che parte vi sia venuta
questa piccola fortuna" e senza aspettare risposta, disparve.
CAPITOLO XV
IL PALAZZO CORSINI
"M'è proprio cascato il cacio sui maccheroni" diceva tra sé,
stropicciandosi le mani, il dissoluto prelato alla vista delle tre
donne, "e la provvidenza (badate provvidenza di quell'infame!) mi
serve meglio stavolta che tutti i birbanti che mi attorniano".
Così pensando ei gettava occhiate di coccodrillo sulla bellissima
fanciulla, che così ardentemente egli aveva desiderato contaminare,
"Venga la supplica" ei disse: come se da quella egli dovesse conoscere
con chi aveva a che fare e di che si trattava, mentre alla prima
occhiata aveva riconosciuto le sue interlocutrici.
"Venga dunque la supplica", tornò a dire il mezzano, vedendo le donne
silenziose e sbigottite. Aurelia, che la pretendeva da più delle
compagne, si fece innanzi e gliela porse.
Con apparente attenzione il Cardinale parve intento alla lettura,
quindi ripiegato il foglio sclamò: "Ah siete voi signora!" e il
furfante si dirigeva ad Aurelia, come se le altre due non le avesse
conosciute, "siete voi la moglie di quel Manlio che si permette tener
nascosti in casa i nemici dello Stato e di sua Santità?". Queste
parole furono profferite con tale aria di severità e di comando che ti
pareva udire un magistrato che desse delle ammonizioni ad un
delinquente che non abbia scusa.
"Non è dessa la moglie di Manlio,--s'affrettò a dire Silvia,--sono
io! Essa venne solo per accompagnarci e testimoniare all'E. V.
ch'ella sin da fanciulla conosce la nostra famiglia e può giurare
non esserci noi frammischiati mai in cose politiche. Donna Aurelia
può dirlo--continuava incalorendosi la povera Silvia,--ella può dire
se mio marito non è un uomo d'una onestà a tutta prova".
"D'un'onestà a tutta prova--ripeteva fingendosi corrucciato il
malandrino.--E se siete onesti, perché albergate eretici e nemici
dello Stato? e l'onesto Manlio, perché fugge violentemente di
prigione adoperando mezzi imperdonabilmente colpevoli?".
Un momento di silenzio seguì quelle parole e Clelia la quale più
d'ogni altro conservava il suo sangue freddo pensò subito: "Fuggito!
dunque non è più nelle unghie di questi demonii!" ed un lampo di
contentezza sfavillò sulla bella fronte della fanciulla che mormorò:
"Fuggito!".
"Sì fuggito--ripeteva il chercuto indovinando l'effetto prodotto da
quella parola sull'animo di Clelia,--però badate, niuno può fuggire
dalla spada della giustizia! e Manlio cadrà sotto la doppia colpa
d'essere stato il ricettatore dei nemici di S. Santità e di avere con
criminosa violenza forzato l'inviolabilità delle carceri pontificie".
Alla povera Silvia le altosonanti parole del porporato fecero
l'effetto della folgore. Impallidì, stese le braccia verso la sua
Clelia, quindi sentendosi stringere il cuore cadde svenuta.
Procopio, agguerrito a questi colpi di scena, non si scosse, anzi ne
profittò, chiamò i domestici, ordinò che le donne fossero condotte in
altra stanza e si cercasse con ogni cura di richiamare in sé la
svenuta.
"Oh! voi non uscirete di qui senza avermi pagato un prezioso tributo",
pensò tra sé il lussurioso Cardinale tornandosi a stropicciare le
mani. Chiamò a sé il Gianni, il quale non s'era allontanato di molto,
prevedendo che il suo padrone poteva abbisognare dell'opera sua.
"Ebbene, vedete un po' signor Gianni" (e Gianni sapeva ciò che
richiedeva da lui il porporato quando chiamavalo signore).
"Vedete,--dicevagli con aria giuliva,--se la provvidenza non ci
favorisce meglio che noi sappiate far voi colla vostra abilità!"
"Io l'ho sempre detto che l'E. V. è nata sotto una buona stella, è
destinata ad esser felice" rispondeva l'eunuco inchinandosi e
strisciando come un rettile.
"Dunque, ora che la Provvidenza (e dalli colla Provvidenza malmenata
da quella bocca sacrilega) ci ha favorito tocca a te il resto. Bada
che quelle donne sieno trattate con ogni riguardo. Esse furono or ora
condotte negli appartamenti posteriori del palazzo, di là, col
pretesto di chiamarle ad interrogatorio presso Monsignor Ignazio (il
lettore conosce già il buon soggetto), fate che sieno divise. Quando
poi sieno tornate in calma e sciolte da ogni sospetto io avrà bisogno
di trattenermi da solo a sola colla Clelia.
Siamo intesi, eh!".
E dopo essersi passata la mano sul mento con compiacenza, il Cardinale
accennando col dito faceva segno a Gianni di andare. Quindi, senza far
parola, con un profondo inchino si allontanava l'eunuco accompagnato
dallo sguardo semi-austero semi-sorridente del suo padrone. Non appena
uscito il Gianni, un domestico annunciò la signorina inglese.
"Ma avanti! avanti!" diceva il Prelato e tra sé: "Ma proprio dal cielo
mi cade la manna quest'oggi". E passava e ripassava la mano sul liscio
mento dove fra le macchie di cui avevanlo chiazzato la lussuria e la
depravazione, si scorgeva la pallida e giallognola cute del
camaleonte.
"Avanti, signorina!" tornò a gridare il Cardinale quando l'uscio
s'aperse e fece alcuni passi per prender la mano dell'altiera e
bellissima artista.
"Che fortuna è la mia di possedervi un istante sotto questo tetto, in
questa stanza istessa che fu abbellita una volta dalla vostra presenza
e mi sembra deserta da che la vostra preziosa persona l'ha
abbandonata".
"Quanta galanteria sfoggia questa serpe" pensò fra sé la nostra
Giulia, mentre che ascoltava il grandiloquente sermone del cicisbeo, e
sedutasi, con poche cerimonie, rispondeva "Gentile e graziosa è l'E.
V. e io le ne sono grata. Una volta io veniva qui più spesso per
copiare i capi d'opera di cui va adorno questo palazzo, ma già da
alcun tempo ho terminate le mie copie ed oggimai qui non saprei quello
che dovrei venirci a fare".
"Non ci sapreste più che fare?! oh! questa poi è una dichiarazione
poco galante da parte vostra, signora Giulia! qui come ovunque voi
avrete un culto, bellissima fanciulla!". Biascicando queste e simili
frasi melate, Don Procopio cercava di avvicinare frattanto la sua
poltrona a quella di lei ma ella ritirava la propria d'altrettanto
dimodoché le due poltrone avevano l'aria di onde agitate che si
perseguono sempre, e non si raggiungono mai.
Stanco di perseguitare la giovine straniera a corso di poltrona, il
prelato si alzò e risolutamente mosse verso di lei. "Ma sedete, od io
parto!" esclamò Giulia alzandosi e mettendo la poltrona tra lei e
l'indecente Cardinale mentre gli figgeva due occhi in volto che lo
atterrarono. Il prete si lasciava andare sulla seggiola come colpito
dal fulmine e Giulia sedutasi pure cominciò:
"La mia visita non è senza grave motivo, già lo sapete che per vedervi
non ci verrei. Io son qui a chiedervi notizie d'una famiglia che
m'interessa: della famiglia dello scultore Manlio".
"Fu qui è vero, ma se n'è andata" rispose Procopio, rinvenuto dal
primo stupore.
"È molto tempo che se n'è andata?" chiese Giulia, con accento da cui
trapelava la sua incredulità.
"Sono pochi momenti che le donne lasciarono queste stanze" fu la
risposta di Don Procopio.
"Saranno dunque a quest'ora fuori del palazzo", ripigliava la
straniera. Ed il prete: "lo saranno", rispose colla certezza di
mentire.
Giulia con un gesto d'incredulità troncava il dialogo e maestosamente
ripigliava la sua via, appena salutando con un cenno del capo
l'eminente canaglia.
Ha pure i suoi vizi i suoi difetti la razza britannica. E cosa v'è di
perfetto nell'umana famiglia? Ma se v'è popolo ch'io mi compiaccia a
paragonare ai nostri antichi padri di Roma, è certamente l'inglese.
Egoista e conquistatore come quelli, la sua storia rigurgita di
delitti; delitti commessi nel suo seno e nel seno delle altre nazioni.
Molti sono i popoli che egli ravvolse e ravvolge nelle sue spire di
ferro per contentare l'insaziabile sua sete d'oro e di predominio. Pur
non si può negare che egli non abbia immensamente contribuito al
progresso umano e gettato la base di quella dignità individuale che
presenta l'uomo diritto, inflessibile, maestoso, davanti alle esigenze
dispotiche che padroneggiano l'uman genere.
A forza di costanza e di coraggio egli ha saputo conciliare l'ordine
governativo colle libertà adeguate ad un popolo padrone di sé stesso.
L'isola sua divenne il santuario e l'asilo inviolabile di tutte le
sventure, il despota, come il proscritto dal despota, vivono insieme
su quella terra ospitale, colla sola condizione di essere uomini.
Egli ha proclamato l'emancipazione dei negri oggi felicemente
conseguita dalla lotta gigantesca della sua stessa razza sul nuovo
continente; a lui infine deve l'Italia in parte la propria
ricostituzione, grazie alla maschia sua voce di non intervento da lui
fatta risuonare nello stretto di Messina nel 1860.
Alla Francia come all'Inghilterra molto deve l'Italia. Alla Francia
molto deve l'umanità per la propaganda de' principi filosofici, per
l'affermazione dei diritti dell'uomo. Alla Francia si deve
l'annientamento della schiavitù barbaresca nel Mediterraneo. La
Francia seppe mettersi alla testa della civiltà umana ma non lo è più.
Oggi strisciando davanti al simulacro d'una grandezza fittizia essa
distrugge l'opera grandiosa del suo passato.
Un giorno la Francia proclamava e propagava la libertà nel mondo, oggi
è dessa che cerca distruggerla dovunque.
La Dea ragione, quel parto straordinario dell'intelligenza emancipata,
essa oggi la rinnega ed i suoi soldati fanno il gendarme al Sacerdote
dell'oscurantismo.
Speriamo per il bene dell'umanità veder presto le due grandi Nazioni
rimettersi insieme all'avanguardia dell'umano progresso.
CAPITOLO XVI
LA TRIADE
Nella meschina stanzaccia di Siccio quella stessa sera stavan raccolti
tre individui che avrebbero fatto l'ammirazione di colui "che nuovo
Olimpo alzò in Roma a' Celesti" e di qualunque dei grandi Maestri del
bello.
Eppure non è egli mero caso il nascer bello? e non ho conosciuto io
molta gente con cuore d'angiolo e pur deformi di corpo? Che volete? è
così; l'uomo per irresistibile istinto è portato al bello, forse più
dell'uomo la donna.
Le belle forme della persona ispirano istintivamente maggiore fiducia.
Piace d'aver il padre bello, la madre ed i figli, d'aver un capo le
cui fattezze sieno quelle dell'Achille, non del Tersite(18).
(18) Buffone deforme nel campo dei Greci all'assedio di Troia.
La bellezza del capitano, suscita più entusiasmo nei militi, più timor
nei nemici. Infine, comunque sia, è una gran fortuna il nascer belli,
ed in questo, come in tante altre cose, non si capisce perché
l'Onnipotente sia stato prodigo con gli uni, avaro con gli altri, si
direbbe quasi capriccioso.
Quante mortificazioni un povero diavolo deve soffrire se ha la
disgrazia di essere deforme! Che smorfie! che sogghigni da ogni parte!
Non beato dal sorriso delle belle (e meno ancora delle brutte, le
quali, o mancano dell'istinto di compassione o temono, mostrandosi
generose, d'essere sospettate richiedere per se stesse il ricambio
affermando la propria deformità) gli si fa sentire la pietà a traverso
un'umiliante protezione e quando non s'aggiunge qualche satira o beffa
di begli spiriti è una fortuna per il poveretto.
L'oro solo mitiga alquanto le deformità del corpo.
Intanto con aria di trionfo, e contento di sé, passeggia da dominatore
nella folla, colui che senza merito proprio ebbe dalla natura forme
prestanti e forse bello spirito.
Sarà calcolo, sarà sorte, sarà capriccio di chi poteva far meglio?
Giulia, che Attilio e Muzio avevano aspettata per aver notizie della
famiglia di Manlio cominciò: "Sì! esse sono in casa Corsini;
quell'indecente Procopio lo ha negato ma voi sapete in quella tana di
vizi quanto sia facile di coprire ogni cosa coll'oro".
Attilio si alzò, fece un moto d'impazienza come volesse partire, passò
la mano sulla fronte, poi come pentito di quella manifestazione tornò
a sedere.
Giulia che lesse nell'atto d'impazienza del giovane qual vulcano
bolliva in quell'anima ripigliò:
"Attilio! vi bisogna più che mai conservare il vostro sangue freddo.
Vi sarà necessario per liberare la vostra fidanzata dagli artigli di
quell'avvoltoio. Ora è troppo presto. Voi dovete aspettare almeno sin
dopo le dieci per tentarlo".
"Sicuro--aggiunse Muzio--e frattanto io andrò ad avvisare Silvio che
si trovi pronto coi compagni nelle vicinanze del palazzo. Non ti
muovere sinché io non sia di ritorno".
Noi sappiamo quanto il povero Muzio amasse la bella straniera, pure
un'ombra di sospetto, di gelosia, non annuvolò la sua fronte al
lasciarla così sola in compagnia dell'avvenente suo amico. E Giulia,
sola col più bel giovine di Roma e sì giovane e bellissima lei stessa,
non correva pericoli? No! l'amore di Giulia per il suo Muzio, era di
pura e forte tempra, amore che non s'altera, che non muore, che non
cambia per cambiar d'età o di fortuna. E poi Muzio era infelice e
questa qualità assai più caro lo rendea alla generosa.
CAPITOLO XVII
LA GIUSTIZIA
Giustizia! santa parola, prostituita, derisa dai potenti della terra!
Cristo era inchiodato sulla croce per mano della giustizia, Galileo
dalla giustizia posto alla tortura. E non sono la giustizia, l'ordine,
le leggi, che governano questa babilonia che si chiama Europa civile?
L'Europa! ove chi fatica muore dalla fame e gli oziosi nuotano
nell'abbondanza e nella lussuria, ove poche famiglie signoreggiano le
Nazioni e le mantengono in un perpetuo stato di guerra colle
altisonanti parole di patriottismo, lealtà, onore della bandiera,
gloria militare, ove una metà del popolo è schiava e l'altra metà fa
giustizia, bastonando gli schiavi quando hanno l'ardire di
lamentarsi!...
Sovente un po' di "giustizia-pugnale" o "giustizia-carabina" rompono
la monotonia delle giustizie legali, ed allora si grida
all'assassinio. Orsini(19) assassino è decapitato, e Bonaparte che
assassinò nessuno a Parigi, a Roma, al Messico, è un magnanimo! e che
so io!
(19) Felice Orsini giustiziato a Parigi per aver attuato un
sanguinoso attentato alla persona di Napoleone III il 13 gennaio
1858
Qui però si prepara giustizia, vera giustizia, sia essa fatta col
pugnale o col cannone, mentre là in quella tana di iene sollazzano,
banchettano i depredatori delle sostanze del povero, i depravatori di
una nazione di venticinque milioni.
Là nel Palazzo Corsini stanno Procopio ed Ignazio che noi conosciamo e
di cui conosciamo i delitti, e qui fuori, pronto a fare giustizia
degli scellerati stanno Attilio, Muzio, Silvio e venti compagni dei
nostri trecento.
Questi superbi figli di Roma hanno capito e sentono che per Io schiavo
non v'è pericolo, non v'è impresa difficile quando si consideri la
vita quale l'hanno resa i tiranni: un disprezzevole arnese.
L'anima di questi prodi è tranquilla come alla vigilia d'una festa, il
loro cuore batte, ma di speranza, ma di desiderio che venga presto
l'ora di menar le mani e l'ora non è lontana! Essi passeggiano per la
Longara aspettando le dieci, ma non passeggiano insieme perché il
governo dei preti vieta le riunioni.
"Saranno riuniti all'opera!".
Nel palazzo la triade de' perversi col pretesto dell'interrogatorio
aveva separate le donne e lasciata sola la Clelia. Questa, prevedendo
inganni, traeva dalla capigliatura un pugnaletto che si usa portare
dalle donne romane e dopo d'averlo considerato ed assaggiatane la
punta, lo nascose alla cintura sotto le pieghe del vestito. Clelia era
degna di coloro che anelavano alla sua liberazione.
Dopo le nove il prelato, adornata la persona nel modo ch'egli credeva
più ricco ed attraente, si accinse all'assalto della fortezza (così
chiamava lui le sue seduzioni infami). Aprì dolcemente la porta della
stanza ove si trovava Clelia, biascicò un "Buona sera, signorina", a
cui con voce piuttosto disdegnosa rispondeva la Clelia: "Buona sera".
"Mi scuserete se vi ho trattenuta per tanto tempo in questa stanza,
ma--soggiungeva con voce melliflua il volpone,--volevo proprio io
stesso venire a congedarvi ed annunziarvi che qualunque cosa sia
successa a vostro padre sarà da me dimenticata.
Volevo poi che sapeste, bellissima fanciulla,--continuava a dire
l'infame--ch'io non vi vedo per la prima volta e che da quando vi vidi
io arsi per voi dell'amore il più puro".
Nel terminar questo astuto discorso, trascinando la serica sottana, il
tentatore si avvicinava a Clelia. Ma questa, inarcando certe ciglia
leonine, si mantenne tra un tavolino ed il prelato a cui sarebbe stato
impossibile poterla raggiungere s'anco fosse stato agile e svelto al
pari di lei.
Invano egli la supplicò, adoperando tutte le lusinghe di cui era
capace. Sempre più fieramente le rispondeva la nostra eroina, laonde,
furioso il prete che vedeva scorrere il tempo senza approdare a nulla
tornò alla porta, fece un segno e comparivano in suo soccorso Don
Ignazio e Gianni.
Accortasi del pericolo di dover lottare contro i tre, Clelia trasse
risolutamente il pugnaletto e mentre furibonda e con voce commossa
esclamava: "Piuttosto m'immergerò questo ferro nel cuore" il maledetto
vecchio, ladro delle sostanze del povero Muzio, s'andava avvicinando
in modo da poter lanciare la sua mano di falco sulla destra della
fanciulla, che strinse come una tenaglia. L'eunuco alla sua volta
dalla parte sinistra la raggiunse e tra i due tentarono di domarla,
disarmandola del pugnale.
Non fu però facile impresa. Clelia si dibattè con tanto furore che il
demonio di prete e l'eunuco avevan già le mani intrise di sangue
quando si fece innanzi anche il corpulento e dissoluto ausiliario. I
tre riuniti finirono a domare la povera fanciulla, disarmarla e
condurla scapigliata in un'alcova attigua alla stanza, alcova senza
dubbio destinata a tali oscene nequizie.
Chi ha letto la storia dei Preti ricorderà che un Farnese, figlio di
Papa, turpemente violò un vescovo di Fano di cui s'era innamorato
facendolo tenere dai suoi scherani. Che cosa ci sarebbe di strano
adunque, se lo stesso spediente si usasse con una femmina? A tanto si
preparavano questi servi di Dio contro la svenuta, sventurata
fanciulla!
In quel mentre però un baccano d'inferno s'intese di fuori, un urto
terribile sconficcò la porta e in mezzo alla stanza furono visti
piombare due uomini il cui volto avrebbe fatto impallidire il demonio.
Eppure eran bei volti quelli! belle fattezze! ingigantite da quel
sentimento sublime che crea gli eroi!
Attilio fuori di sé, corse all'amata fanciulla e forse i malandrini
profittando di quell'errore avrebbero potuto svignarsela, che, lì era
Muzio solo, freddo e solenne, girando lo sguardo tagliente sui tre
atterriti. Dopo un momento entrava Silvio, all'arrivo del quale,
Muzio, additandogli la porta, "Nessuno esca" disse.
Poi col pugnale alla mano ordinò, pena la vita, al prelato di
coricarsi boccone. La stessa ingiunzione fece ai due complici; quando
furono in quell'attitudine, tirò fuori una corda e cominciò a legare
il più grasso colle mani di dietro. Chiese poscia ad Attilio altra
fune e legò Gianni. Il Monsignore riservò per ultimo e mentre
stringeva il legame tanto da stritolare le ossa degli scellerati, un
maligno sorriso sfiorava la bella bocca del mendico.