Tornando ancora al 1849 ed alla scena fatale in cui il nostro povero

Muzio all'età di due anni fu derubato del suo patrimonio a beneficio

della Compagnia di S. Vincenzo di Paola, ricordiamo ancora che un

servo di casa, Siccio, aveva introdotto quel furfante di Don Ignazio

con tale piglio che abbiamo creduto necessario doverlo notare.

Siccio era il più antico dei famigliari di casa Pompeo; in quella casa

era nato, era stato beneficato in varie circostanze da' suoi buoni

padroni ed amava l'orfano Muzio con affetto di padre.

Buon uomo ma non molto astuto diffidò tuttavia delle mene del paolotto

e della sua complice, ma in Roma, al curatore delle anime, al medico

spirituale, al confessore della padrona di casa, chi ardirebbe fare

uno sfregio?

Ai preti importa troppo la confessione, e per ciò sanno circondarla di

particolare prestigio.

La confessione! quell'arma terribile del pretismo, elemento primo

delle sue seduzioni, veicolo per cui esso giunge al conoscimento

d'ogni cosa, spionaggio infernale ch'egli esercita massime sul sesso

debole per il quale egli può signoreggiare ancora, benché disprezzato

e maledetto, la maggior parte del sesso più forte!

Il povero Siccio, per l'amore che portava al bambino ed alla casa, fu

il primo congedato quando la caterva dei paolotti penetrò nel

Santuario domestico per impadronirsi d'ogni cosa.

"E il ragazzo?" dimandava Suor Flavia ad Ignazio.

"Il ragazzo--rispondeva costui.--Non abbiamo noi l'orfanotrofio? Egli

là sarà al sicuro dagli sviamenti di questo secolo perverso e

dall'eretiche dottrine che oggi dominano il mondo. Poi là noi lo

terremo sempre d'occhio, Suora!". E lì nuovo ricambio d'uno di quegli

sguardi, cui si preferirebbe una pugnalata.

Fu ventura per Muzio che la ricchezza della preda avesse abbarbagliato

i ladri a tal che, dopo quella conversazione del prete colla strega

sul conto suo, non ne fecero più caso ed egli rimase in un canto

dimenticato come uno straccio, piangendo dalla fame e dal freddo.

Siccio, l'onesto Siccio, non lo dimenticò. Pratico della casa profittò

della confusione dei depredatori, e col pretesto di andare per la roba

sua menò seco Muzio in una stanza recondita di Roma ove egli aveva

preso dimora.

Gioverà sapere che il padre di Muzio era stato antiquario, e che nelle

sue peregrinazioni fra i monumenti e le ruine aveva l'abitudine di

condur seco Siccio.

Egli dunque nelle escursioni col suo padrone erasi fatto pratico

alquanto delie meraviglie di Roma e ciò gli valse per professare il

_ciceronismo_ nel presente suo stato di bisogno poiché, col carico del

giovine, egli non avrebbe potuto più oltre stare a padrone.

Come cicerone(17) egli poteva vivere miseramente sì, ma indipendente

ed il profitto della sua industria serviva al mantenimento proprio e

del suo protetto ch'egli amava ogni giorno di più vedendolo crescere

vispo, robusto e bello come un Adone. Egli non tornava mai a casa

senza portare al suo caro qualche cosa che sapeva gradirgli, e certo

egli si sarebbe privato del bisognevole, piuttosto che lasciarne

mancante il suo giovane amico.

(17) _Ciceroni_ si chiamano in Roma coloro che conducono gli

stranieri a visitare i monumenti, l'opere dell'arte e le ruine e

ne fanno spiegazioni più o men bene.

Così durò vari anni, ma Siccio diventava vecchio, alcuni malanni

dell'età lo impedivano sovente di recarsi alle consuete occupazioni, e

pur troppo, dal _ciceronismo_ alla mendicità v'è un passo solo.

Accattare era doloroso per l'anima onesta di Siccio, ma bisognava pur

mangiare e bisognava mantenere il suo protetto.

All'età di quindici anni Muzio era un tipo di perfezione, Gli artisti

di Roma che lo videro s'invaghirono delle sue forme e lo richiesero di

stare a modello per loro.

Ciò sollevò alquanto la miseria dei nostri poveri congiunti, ma Muzio

che aveva imparato la sua storia e conosciuta la propria condizione da

Siccio, ripensando alla trama scellerata con cui egli era stato

ridotto alla presente poverissima condizione, sdegnava di posare

davanti a persone che spesso non conosceva. Avendo sovente seguito

Siccio nelle sue escursioni _ciceronesche_, poteva ei pure condurre un

forestiere al campo Vaccino o nel tempio di S. Pietro, e preferiva

questa professione. Né Muzio repugnava anche dai lavori manuali, anzi

spesso era occupato negli studi degli scultori a muovere massi di

marmo; e quando ve n'erano degli enormemente grossi che a mala pena

tre uomini potevano levare, Muzio a 18 anni li maneggiava quasi

scherzando.

Ma intanto niuno lo aveva mai veduto stendere la mano, ragione per cui

gli altri mendichi lo chiamavano con sarcasmo: il signor mendico.

Un giorno una donna velata, entrò nella stanzuccia di Siccio e pose

sulla tavola una borsa piena di monete d'oro, dicendo con voce austera

al vecchio: "Questo denaro servirà a migliorare la condizione vostra e

quella di Muzio. Voi non mi conoscete ma quand'anche giungeste a

conoscermi non dite mai al vostro compagno da che parte vi sia venuta

questa piccola fortuna" e senza aspettare risposta, disparve.

CAPITOLO XV

IL PALAZZO CORSINI

"M'è proprio cascato il cacio sui maccheroni" diceva tra sé,

stropicciandosi le mani, il dissoluto prelato alla vista delle tre

donne, "e la provvidenza (badate provvidenza di quell'infame!) mi

serve meglio stavolta che tutti i birbanti che mi attorniano".

Così pensando ei gettava occhiate di coccodrillo sulla bellissima

fanciulla, che così ardentemente egli aveva desiderato contaminare,

"Venga la supplica" ei disse: come se da quella egli dovesse conoscere

con chi aveva a che fare e di che si trattava, mentre alla prima

occhiata aveva riconosciuto le sue interlocutrici.

"Venga dunque la supplica", tornò a dire il mezzano, vedendo le donne

silenziose e sbigottite. Aurelia, che la pretendeva da più delle

compagne, si fece innanzi e gliela porse.

Con apparente attenzione il Cardinale parve intento alla lettura,

quindi ripiegato il foglio sclamò: "Ah siete voi signora!" e il

furfante si dirigeva ad Aurelia, come se le altre due non le avesse

conosciute, "siete voi la moglie di quel Manlio che si permette tener

nascosti in casa i nemici dello Stato e di sua Santità?". Queste

parole furono profferite con tale aria di severità e di comando che ti

pareva udire un magistrato che desse delle ammonizioni ad un

delinquente che non abbia scusa.

"Non è dessa la moglie di Manlio,--s'affrettò a dire Silvia,--sono

io! Essa venne solo per accompagnarci e testimoniare all'E. V.

ch'ella sin da fanciulla conosce la nostra famiglia e può giurare

non esserci noi frammischiati mai in cose politiche. Donna Aurelia

può dirlo--continuava incalorendosi la povera Silvia,--ella può dire

se mio marito non è un uomo d'una onestà a tutta prova".

"D'un'onestà a tutta prova--ripeteva fingendosi corrucciato il

malandrino.--E se siete onesti, perché albergate eretici e nemici

dello Stato? e l'onesto Manlio, perché fugge violentemente di

prigione adoperando mezzi imperdonabilmente colpevoli?".

Un momento di silenzio seguì quelle parole e Clelia la quale più

d'ogni altro conservava il suo sangue freddo pensò subito: "Fuggito!

dunque non è più nelle unghie di questi demonii!" ed un lampo di

contentezza sfavillò sulla bella fronte della fanciulla che mormorò:

"Fuggito!".

"Sì fuggito--ripeteva il chercuto indovinando l'effetto prodotto da

quella parola sull'animo di Clelia,--però badate, niuno può fuggire

dalla spada della giustizia! e Manlio cadrà sotto la doppia colpa

d'essere stato il ricettatore dei nemici di S. Santità e di avere con

criminosa violenza forzato l'inviolabilità delle carceri pontificie".

Alla povera Silvia le altosonanti parole del porporato fecero

l'effetto della folgore. Impallidì, stese le braccia verso la sua

Clelia, quindi sentendosi stringere il cuore cadde svenuta.

Procopio, agguerrito a questi colpi di scena, non si scosse, anzi ne

profittò, chiamò i domestici, ordinò che le donne fossero condotte in

altra stanza e si cercasse con ogni cura di richiamare in sé la

svenuta.

"Oh! voi non uscirete di qui senza avermi pagato un prezioso tributo",

pensò tra sé il lussurioso Cardinale tornandosi a stropicciare le

mani. Chiamò a sé il Gianni, il quale non s'era allontanato di molto,

prevedendo che il suo padrone poteva abbisognare dell'opera sua.

"Ebbene, vedete un po' signor Gianni" (e Gianni sapeva ciò che

richiedeva da lui il porporato quando chiamavalo signore).

"Vedete,--dicevagli con aria giuliva,--se la provvidenza non ci

favorisce meglio che noi sappiate far voi colla vostra abilità!"

"Io l'ho sempre detto che l'E. V. è nata sotto una buona stella, è

destinata ad esser felice" rispondeva l'eunuco inchinandosi e

strisciando come un rettile.

"Dunque, ora che la Provvidenza (e dalli colla Provvidenza malmenata

da quella bocca sacrilega) ci ha favorito tocca a te il resto. Bada

che quelle donne sieno trattate con ogni riguardo. Esse furono or ora

condotte negli appartamenti posteriori del palazzo, di là, col

pretesto di chiamarle ad interrogatorio presso Monsignor Ignazio (il

lettore conosce già il buon soggetto), fate che sieno divise. Quando

poi sieno tornate in calma e sciolte da ogni sospetto io avrà bisogno

di trattenermi da solo a sola colla Clelia.

Siamo intesi, eh!".

E dopo essersi passata la mano sul mento con compiacenza, il Cardinale

accennando col dito faceva segno a Gianni di andare. Quindi, senza far

parola, con un profondo inchino si allontanava l'eunuco accompagnato

dallo sguardo semi-austero semi-sorridente del suo padrone. Non appena

uscito il Gianni, un domestico annunciò la signorina inglese.

"Ma avanti! avanti!" diceva il Prelato e tra sé: "Ma proprio dal cielo

mi cade la manna quest'oggi". E passava e ripassava la mano sul liscio

mento dove fra le macchie di cui avevanlo chiazzato la lussuria e la

depravazione, si scorgeva la pallida e giallognola cute del

camaleonte.

"Avanti, signorina!" tornò a gridare il Cardinale quando l'uscio

s'aperse e fece alcuni passi per prender la mano dell'altiera e

bellissima artista.

"Che fortuna è la mia di possedervi un istante sotto questo tetto, in

questa stanza istessa che fu abbellita una volta dalla vostra presenza

e mi sembra deserta da che la vostra preziosa persona l'ha

abbandonata".

"Quanta galanteria sfoggia questa serpe" pensò fra sé la nostra

Giulia, mentre che ascoltava il grandiloquente sermone del cicisbeo, e

sedutasi, con poche cerimonie, rispondeva "Gentile e graziosa è l'E.

V. e io le ne sono grata. Una volta io veniva qui più spesso per

copiare i capi d'opera di cui va adorno questo palazzo, ma già da

alcun tempo ho terminate le mie copie ed oggimai qui non saprei quello

che dovrei venirci a fare".

"Non ci sapreste più che fare?! oh! questa poi è una dichiarazione

poco galante da parte vostra, signora Giulia! qui come ovunque voi

avrete un culto, bellissima fanciulla!". Biascicando queste e simili

frasi melate, Don Procopio cercava di avvicinare frattanto la sua

poltrona a quella di lei ma ella ritirava la propria d'altrettanto

dimodoché le due poltrone avevano l'aria di onde agitate che si

perseguono sempre, e non si raggiungono mai.

Stanco di perseguitare la giovine straniera a corso di poltrona, il

prelato si alzò e risolutamente mosse verso di lei. "Ma sedete, od io

parto!" esclamò Giulia alzandosi e mettendo la poltrona tra lei e

l'indecente Cardinale mentre gli figgeva due occhi in volto che lo

atterrarono. Il prete si lasciava andare sulla seggiola come colpito

dal fulmine e Giulia sedutasi pure cominciò:

"La mia visita non è senza grave motivo, già lo sapete che per vedervi

non ci verrei. Io son qui a chiedervi notizie d'una famiglia che

m'interessa: della famiglia dello scultore Manlio".

"Fu qui è vero, ma se n'è andata" rispose Procopio, rinvenuto dal

primo stupore.

"È molto tempo che se n'è andata?" chiese Giulia, con accento da cui

trapelava la sua incredulità.

"Sono pochi momenti che le donne lasciarono queste stanze" fu la

risposta di Don Procopio.

"Saranno dunque a quest'ora fuori del palazzo", ripigliava la

straniera. Ed il prete: "lo saranno", rispose colla certezza di

mentire.

Giulia con un gesto d'incredulità troncava il dialogo e maestosamente

ripigliava la sua via, appena salutando con un cenno del capo

l'eminente canaglia.

Ha pure i suoi vizi i suoi difetti la razza britannica. E cosa v'è di

perfetto nell'umana famiglia? Ma se v'è popolo ch'io mi compiaccia a

paragonare ai nostri antichi padri di Roma, è certamente l'inglese.

Egoista e conquistatore come quelli, la sua storia rigurgita di

delitti; delitti commessi nel suo seno e nel seno delle altre nazioni.

Molti sono i popoli che egli ravvolse e ravvolge nelle sue spire di

ferro per contentare l'insaziabile sua sete d'oro e di predominio. Pur

non si può negare che egli non abbia immensamente contribuito al

progresso umano e gettato la base di quella dignità individuale che

presenta l'uomo diritto, inflessibile, maestoso, davanti alle esigenze

dispotiche che padroneggiano l'uman genere.

A forza di costanza e di coraggio egli ha saputo conciliare l'ordine

governativo colle libertà adeguate ad un popolo padrone di sé stesso.

L'isola sua divenne il santuario e l'asilo inviolabile di tutte le

sventure, il despota, come il proscritto dal despota, vivono insieme

su quella terra ospitale, colla sola condizione di essere uomini.

Egli ha proclamato l'emancipazione dei negri oggi felicemente

conseguita dalla lotta gigantesca della sua stessa razza sul nuovo

continente; a lui infine deve l'Italia in parte la propria

ricostituzione, grazie alla maschia sua voce di non intervento da lui

fatta risuonare nello stretto di Messina nel 1860.

Alla Francia come all'Inghilterra molto deve l'Italia. Alla Francia

molto deve l'umanità per la propaganda de' principi filosofici, per

l'affermazione dei diritti dell'uomo. Alla Francia si deve

l'annientamento della schiavitù barbaresca nel Mediterraneo. La

Francia seppe mettersi alla testa della civiltà umana ma non lo è più.

Oggi strisciando davanti al simulacro d'una grandezza fittizia essa

distrugge l'opera grandiosa del suo passato.

Un giorno la Francia proclamava e propagava la libertà nel mondo, oggi

è dessa che cerca distruggerla dovunque.

La Dea ragione, quel parto straordinario dell'intelligenza emancipata,

essa oggi la rinnega ed i suoi soldati fanno il gendarme al Sacerdote

dell'oscurantismo.

Speriamo per il bene dell'umanità veder presto le due grandi Nazioni

rimettersi insieme all'avanguardia dell'umano progresso.

CAPITOLO XVI

LA TRIADE

Nella meschina stanzaccia di Siccio quella stessa sera stavan raccolti

tre individui che avrebbero fatto l'ammirazione di colui "che nuovo

Olimpo alzò in Roma a' Celesti" e di qualunque dei grandi Maestri del

bello.

Eppure non è egli mero caso il nascer bello? e non ho conosciuto io

molta gente con cuore d'angiolo e pur deformi di corpo? Che volete? è

così; l'uomo per irresistibile istinto è portato al bello, forse più

dell'uomo la donna.

Le belle forme della persona ispirano istintivamente maggiore fiducia.

Piace d'aver il padre bello, la madre ed i figli, d'aver un capo le

cui fattezze sieno quelle dell'Achille, non del Tersite(18).

(18) Buffone deforme nel campo dei Greci all'assedio di Troia.

La bellezza del capitano, suscita più entusiasmo nei militi, più timor

nei nemici. Infine, comunque sia, è una gran fortuna il nascer belli,

ed in questo, come in tante altre cose, non si capisce perché

l'Onnipotente sia stato prodigo con gli uni, avaro con gli altri, si

direbbe quasi capriccioso.

Quante mortificazioni un povero diavolo deve soffrire se ha la

disgrazia di essere deforme! Che smorfie! che sogghigni da ogni parte!

Non beato dal sorriso delle belle (e meno ancora delle brutte, le

quali, o mancano dell'istinto di compassione o temono, mostrandosi

generose, d'essere sospettate richiedere per se stesse il ricambio

affermando la propria deformità) gli si fa sentire la pietà a traverso

un'umiliante protezione e quando non s'aggiunge qualche satira o beffa

di begli spiriti è una fortuna per il poveretto.

L'oro solo mitiga alquanto le deformità del corpo.

Intanto con aria di trionfo, e contento di sé, passeggia da dominatore

nella folla, colui che senza merito proprio ebbe dalla natura forme

prestanti e forse bello spirito.

Sarà calcolo, sarà sorte, sarà capriccio di chi poteva far meglio?

Giulia, che Attilio e Muzio avevano aspettata per aver notizie della

famiglia di Manlio cominciò: "Sì! esse sono in casa Corsini;

quell'indecente Procopio lo ha negato ma voi sapete in quella tana di

vizi quanto sia facile di coprire ogni cosa coll'oro".

Attilio si alzò, fece un moto d'impazienza come volesse partire, passò

la mano sulla fronte, poi come pentito di quella manifestazione tornò

a sedere.

Giulia che lesse nell'atto d'impazienza del giovane qual vulcano

bolliva in quell'anima ripigliò:

"Attilio! vi bisogna più che mai conservare il vostro sangue freddo.

Vi sarà necessario per liberare la vostra fidanzata dagli artigli di

quell'avvoltoio. Ora è troppo presto. Voi dovete aspettare almeno sin

dopo le dieci per tentarlo".

"Sicuro--aggiunse Muzio--e frattanto io andrò ad avvisare Silvio che

si trovi pronto coi compagni nelle vicinanze del palazzo. Non ti

muovere sinché io non sia di ritorno".

Noi sappiamo quanto il povero Muzio amasse la bella straniera, pure

un'ombra di sospetto, di gelosia, non annuvolò la sua fronte al

lasciarla così sola in compagnia dell'avvenente suo amico. E Giulia,

sola col più bel giovine di Roma e sì giovane e bellissima lei stessa,

non correva pericoli? No! l'amore di Giulia per il suo Muzio, era di

pura e forte tempra, amore che non s'altera, che non muore, che non

cambia per cambiar d'età o di fortuna. E poi Muzio era infelice e

questa qualità assai più caro lo rendea alla generosa.

CAPITOLO XVII

LA GIUSTIZIA

Giustizia! santa parola, prostituita, derisa dai potenti della terra!

Cristo era inchiodato sulla croce per mano della giustizia, Galileo

dalla giustizia posto alla tortura. E non sono la giustizia, l'ordine,

le leggi, che governano questa babilonia che si chiama Europa civile?

L'Europa! ove chi fatica muore dalla fame e gli oziosi nuotano

nell'abbondanza e nella lussuria, ove poche famiglie signoreggiano le

Nazioni e le mantengono in un perpetuo stato di guerra colle

altisonanti parole di patriottismo, lealtà, onore della bandiera,

gloria militare, ove una metà del popolo è schiava e l'altra metà fa

giustizia, bastonando gli schiavi quando hanno l'ardire di

lamentarsi!...

Sovente un po' di "giustizia-pugnale" o "giustizia-carabina" rompono

la monotonia delle giustizie legali, ed allora si grida

all'assassinio. Orsini(19) assassino è decapitato, e Bonaparte che

assassinò nessuno a Parigi, a Roma, al Messico, è un magnanimo! e che

so io!

(19) Felice Orsini giustiziato a Parigi per aver attuato un

sanguinoso attentato alla persona di Napoleone III il 13 gennaio

1858

Qui però si prepara giustizia, vera giustizia, sia essa fatta col

pugnale o col cannone, mentre là in quella tana di iene sollazzano,

banchettano i depredatori delle sostanze del povero, i depravatori di

una nazione di venticinque milioni.

Là nel Palazzo Corsini stanno Procopio ed Ignazio che noi conosciamo e

di cui conosciamo i delitti, e qui fuori, pronto a fare giustizia

degli scellerati stanno Attilio, Muzio, Silvio e venti compagni dei

nostri trecento.

Questi superbi figli di Roma hanno capito e sentono che per Io schiavo

non v'è pericolo, non v'è impresa difficile quando si consideri la

vita quale l'hanno resa i tiranni: un disprezzevole arnese.

L'anima di questi prodi è tranquilla come alla vigilia d'una festa, il

loro cuore batte, ma di speranza, ma di desiderio che venga presto

l'ora di menar le mani e l'ora non è lontana! Essi passeggiano per la

Longara aspettando le dieci, ma non passeggiano insieme perché il

governo dei preti vieta le riunioni.

"Saranno riuniti all'opera!".

Nel palazzo la triade de' perversi col pretesto dell'interrogatorio

aveva separate le donne e lasciata sola la Clelia. Questa, prevedendo

inganni, traeva dalla capigliatura un pugnaletto che si usa portare

dalle donne romane e dopo d'averlo considerato ed assaggiatane la

punta, lo nascose alla cintura sotto le pieghe del vestito. Clelia era

degna di coloro che anelavano alla sua liberazione.

Dopo le nove il prelato, adornata la persona nel modo ch'egli credeva

più ricco ed attraente, si accinse all'assalto della fortezza (così

chiamava lui le sue seduzioni infami). Aprì dolcemente la porta della

stanza ove si trovava Clelia, biascicò un "Buona sera, signorina", a

cui con voce piuttosto disdegnosa rispondeva la Clelia: "Buona sera".

"Mi scuserete se vi ho trattenuta per tanto tempo in questa stanza,

ma--soggiungeva con voce melliflua il volpone,--volevo proprio io

stesso venire a congedarvi ed annunziarvi che qualunque cosa sia

successa a vostro padre sarà da me dimenticata.

Volevo poi che sapeste, bellissima fanciulla,--continuava a dire

l'infame--ch'io non vi vedo per la prima volta e che da quando vi vidi

io arsi per voi dell'amore il più puro".

Nel terminar questo astuto discorso, trascinando la serica sottana, il

tentatore si avvicinava a Clelia. Ma questa, inarcando certe ciglia

leonine, si mantenne tra un tavolino ed il prelato a cui sarebbe stato

impossibile poterla raggiungere s'anco fosse stato agile e svelto al

pari di lei.

Invano egli la supplicò, adoperando tutte le lusinghe di cui era

capace. Sempre più fieramente le rispondeva la nostra eroina, laonde,

furioso il prete che vedeva scorrere il tempo senza approdare a nulla

tornò alla porta, fece un segno e comparivano in suo soccorso Don

Ignazio e Gianni.

Accortasi del pericolo di dover lottare contro i tre, Clelia trasse

risolutamente il pugnaletto e mentre furibonda e con voce commossa

esclamava: "Piuttosto m'immergerò questo ferro nel cuore" il maledetto

vecchio, ladro delle sostanze del povero Muzio, s'andava avvicinando

in modo da poter lanciare la sua mano di falco sulla destra della

fanciulla, che strinse come una tenaglia. L'eunuco alla sua volta

dalla parte sinistra la raggiunse e tra i due tentarono di domarla,

disarmandola del pugnale.

Non fu però facile impresa. Clelia si dibattè con tanto furore che il

demonio di prete e l'eunuco avevan già le mani intrise di sangue

quando si fece innanzi anche il corpulento e dissoluto ausiliario. I

tre riuniti finirono a domare la povera fanciulla, disarmarla e

condurla scapigliata in un'alcova attigua alla stanza, alcova senza

dubbio destinata a tali oscene nequizie.

Chi ha letto la storia dei Preti ricorderà che un Farnese, figlio di

Papa, turpemente violò un vescovo di Fano di cui s'era innamorato

facendolo tenere dai suoi scherani. Che cosa ci sarebbe di strano

adunque, se lo stesso spediente si usasse con una femmina? A tanto si

preparavano questi servi di Dio contro la svenuta, sventurata

fanciulla!

In quel mentre però un baccano d'inferno s'intese di fuori, un urto

terribile sconficcò la porta e in mezzo alla stanza furono visti

piombare due uomini il cui volto avrebbe fatto impallidire il demonio.

Eppure eran bei volti quelli! belle fattezze! ingigantite da quel

sentimento sublime che crea gli eroi!

Attilio fuori di sé, corse all'amata fanciulla e forse i malandrini

profittando di quell'errore avrebbero potuto svignarsela, che, lì era

Muzio solo, freddo e solenne, girando lo sguardo tagliente sui tre

atterriti. Dopo un momento entrava Silvio, all'arrivo del quale,

Muzio, additandogli la porta, "Nessuno esca" disse.

Poi col pugnale alla mano ordinò, pena la vita, al prelato di

coricarsi boccone. La stessa ingiunzione fece ai due complici; quando

furono in quell'attitudine, tirò fuori una corda e cominciò a legare

il più grasso colle mani di dietro. Chiese poscia ad Attilio altra

fune e legò Gianni. Il Monsignore riservò per ultimo e mentre

stringeva il legame tanto da stritolare le ossa degli scellerati, un

maligno sorriso sfiorava la bella bocca del mendico.

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 3 / 19 段