non gridavi ahi! nella notte in cui hai derubato un orfano delle sue
sostanze e lo riducevi alla mendicità. Non mormoravi ahi! quando
portavi le vergini infelici a questo infame stupratore!".
Non voglio nauseare chi legge con tutte le bassezze, le
giustificazioni, i giuramenti, le preghiere di questi tre perversi,
per aver salva la vita. Invano! troppo sanguinose eran le ingiurie
ricevute dai nostri tre amici e troppo prezioso l'olocausto dei tre
mostri alla libertà di Roma. Clelia, Camilla, Manlio, vittime loro,
dovevano essere vendicate. Colle mani legate dietro alla schiena ed
una corda al collo, uno dopo l'altro, i tre malfattori presto
penzolarono fuori della finestra della stanza di un'altezza di due
piani dal terreno, ed al far del giorno, nella folla che si riuniva a
contemplare l'orrendo spettacolo, una voce s'udì risuonare dicendo:
"Così, devono finire coloro che in quindici secoli di menzogne, di
corruzioni e d'inganni hanno ridotto la Metropoli del mondo una
cloaca".
CAPITOLO XVIII
L'ESILIO
Era la mattina del quindici Febbraio, e la campagna di Roma era
illuminata dai primi raggi del sole.
Quel solenne deserto ove un dì sorgevano città cospicue oggi è
seminato di macerie e presenta all'attonito passeggiero un'immagine di
desolazione e di morte. I miserabili abitatori che s'incontrano in
quelle steppe riflettono sulle loro gialle e squallide fisonomie i
patimenti e la malaria. Pianure immense ove una volta prosperavano
numerose popolazioni sono oggi percorse da bufali selvaggi e da
cignali. I giardini, le ville, gli orti, che alimentavano di legumi e
di frutta i due milioni d'abitatori dell'immensa metropoli sono
sostituiti da macchie e paludi pestilenziali.
Qua e là alcune croci di legno attestano al viandante gli omicidi
frequenti a cui la miseria e l'ignoranza pretina trascinano i
discendenti del gran popolo, oggi ridotti ad una masnada di fanatici e
di briganti.
I vestigi delle vie consolari che solcavano per tutti i versi quelle
pianure e che ricordano il passaggio delle immortali legioni, appena
si scorgono tra i bronchi e le rovine che lo ricoprono. Siccome
l'anima degli abitatori il prete padrone(20) ha inaridito quel terreno
fecondo.
(20) Tutta la Campagna di Roma appartiene oggi a pochi Monsignori e
prelati che l'abbandonano per immergersi nelle crepule della
capitale.
In quella mattina, da una carrozza giunta al crocicchio di casa
Marcello, scendevano quattro donne che noi conosciamo e
s'incamminavano verso l'abitato. Con che gioia si abbracciassero
padre, madre e figlia lo lascio pensare a voi, dopo tanti disagi e
tanti pericoli. Giulia e Aurelia con gli occhi umidi di lagrime
contemplavano silenziose tanto affetto, e maledicevano in cuor loro
chi aveva cagionato sì fiero rammarico a questa onesta famiglia.
Camilla istupidita osservava l'insolito spettacolo e non era capace di
formare parola. Se avesse potuto indovinare la fine atroce del suo
tentatore, chi sa non fosse ritornata in sé, allora non comprendeva
nulla.
Marcellino dopo aver egli pure girato lo sguardo curioso dall'uno
all'altro, dal bellissimo volto di Giulia al non men bello di Clelia,
si dirigeva verso la stalla per mugnere la vaccarella ed offrire un
bicchiere di latte fresco alle simpatiche visitatrici.
Dopo mille domande e risposte e ragguagli, Manlio volto a Giulia
diceva: "l'esilio dunque ci resta, non ci vedo altra via. Questo
governo infernale finirà presto, non ne dubito, ma intanto dopo tutto
quel ch'è accaduto bisogna sottrarci agli ultimi parossismi del prete
sanguinario, oggi tutto astio e vendetta".
E Giulia, "io sono del vostro parere: sottrarvi alle persecuzioni di
quegli scellerati e non perder tempo. Dio farà il resto e certo in
breve potrete tornare nella vostra Roma ringiovanita e redenta".
Il modo di mettersi in salvo fu presto trovato dalla coraggiosa
straniera. "Io--essa soggiunse,--ho il mio yacht a Porto d'Anzo".
Il mio _yacht!_, ma questa parola sarà inintelligibile a chi legge, se
uomo e più ancora se donna italiana. _Il mio yacht_! Una signorina col
suo yacht! Ma che razza d'arnese è questo yacht, che portano le
fanciulle inglesi ed offrono agli amici?
Lo yacht non è un arnese ma una nave, su cui l'inglese ricco e
coraggioso solca gli Oceani e passeggia il mondo tutto, come fosse la
propria casa.
I francesi, gli spagnuoli, gli italiani non hanno yacht, benché essi
presumano di essere nazioni marittime. La loro educazione è troppo
molle. Ricchi, si danno alle lussurie delle metropoli e non
avventurano l'effeminata loro esistenza sul mare tempestoso e perciò
l'Italia, la Spagna, la Francia non contano i loro Rodney, i Jervis, i
Nelson.
L'inglese, anche millionario, repugna dall'ozio, compra un yacht e si
spinge sull'Oceano a cercare le tempeste. Egli non teme i calori della
zona torrida, né i ghiacci del polo. Veleggia, corre, s'istruisce e
diventa robusto di corpo e di mente. Con tali figli Albione
signoreggia il mare da secoli. Co' suoi baluardi di legno essa rese
inviolabile e sacra la sua terra d'asilo e si può sperare che coi
nuovi baluardi di ferro essa saprà sfidare qualunque tentativo
d'invasione straniera.
Dunque, "Ho il mio yacht a Porto d'Anzo,--diceva Giulia,--noi andremo
là; e spero di potervi imbarcare inosservati e veleggiare con voi
verso il solitario".
CAPITOLO XIX
LE TERME DI CARACALLA
Lascio pensare a voi quale scompiglio vi fosse in Roma il giorno
quindici febbraio che seguì la notte tragica di Palazzo Corsini. Un
andirivieni, un diavolo per le strade, un chiedersi: "che è, che non
è? È ora di menar le mani? Di mandare a rotoli questo esoso
temporale(21) e lo spirituale con lui?".
(21) Sottinteso: "il potere" (N.d.C.)
Frattanto i tre cadaveri penzolavano dalle finestre e siccome in
quella tana di birbanti uno diffidava dell'altro, niuno ardiva di
avvicinarsi alla stanza fatale per non suscitare sospetti. Finalmente,
un battaglione straniero, che la paura dei preti aveva richiesto,
comparve nella Laguna ed invase l'immenso palazzo. I soldati se la
ridevano sotto i baffi nel vedere appiccati i due chercuti e l'eunuco.
Senza nessuna reverenza al mondo s'andavan dicendo fra loro: "Che bei
salami! Se ne hanno esposti per mostra tre, vuol dire che ne ha molti
il pizzicagnolo".
Nella folla ognuno diceva la sua mentre i soldati davano opera a far
rientrare i cadaveri.
"Lasciali andar giù a rompicollo, avrai più presto fatto", diceva
l'uno. "Maneggia il pesce che non si strappi", diceva l'altro, e tutti
a fischiare, mentre sforzandosi i soldati a tirar su il corpulento
cadavere di Procopio, si spezzava la fune e il corpo precipitava sul
lastrico con grande fracasso.
Nella folla, mentre durava l'osceno schiamazzo, il mendico diceva a
Silvio:
"Questo popolaccio mi nausea, esso ama ridere di tutto. Pasquino solo
ci rimane dell'antica Roma. Io vorrei che questo popolo avesse la
gravità, con cui i nostri padri, nel Foro, vendevano e comperavano ad
alto prezzo il terreno occupato dalle schiere di Annibale vincitore,
oppure eleggevano un Dittatore per salvare la Repubblica in pericolo,
senza ingannarsi mai nella scelta. Ma quanto tempo dovrà passare prima
di averlo degno ancora dell'antica fama, corrotto com'è dai preti? Di
tutti i danni fatti da questi impostori al nostro paese, il più
imperdonabile è la corruzione con cui han potuto talmente snaturarlo".
"Cosa vuoi?--rispondeva Silvio.--Il servaggio fa dell'uomo una belva e
questo nostro è stato il più maligno, il più perverso di quanti si
conoscono. I chercuti hanno il garbo di farci schiavi e farci adorare
i nostri tiranni".
Così discorrendo i due amici quasi istintivamente s'avviarono verso lo
studio d'Attilio, che trovarono dinanzi. la mensa modestamente
imbandita alla quale parteciparono di tutto cuore. Dopo d'avere
ragguagliato l'amico delle faccende del giorno, i tre si sdraiarono
per cercare un po' di riposo ed era loro ben necessario dopo le
fatiche della notte.
Verso le dieci della sera, i nostri tre amici giungevano alle Terme di
Caracalla, ove sappiamo che i trecento dovevano riunirsi.
CAPITOLO XX
ALLE TERME
Padroni del mondo e ricchissimi delle sue spoglie, i Romani si diedero
al lusso, alle gozzoviglie ed agli eccessi d'ogni specie.
Fastidiose ed insopportabili divennero loro le fatiche del campo,
l'aratro e l'armi che tanto avevano influito a mantenerli sobrii e
robusti. Colle membra rese delicate dall'ozio il peso delle armi
divenne soverchio e tra gli stranieri schiavi si cercarono i più
robusti per farne dei soldati. Gli stranieri forti, armati ed
agguerriti alla scuola di Roma, cominciarono a disprezzare i dissoluti
ed effeminati padroni, poi, ad ammazzarli, per impadronirsi delle loro
donne e delle loro ricchezze.
Ecco la storia della decadenza di quell'impero gigante che finì, come
devono finire tutte le potenze edificate sull'ingiustizia e le
violenze.
Fra i lussi degli antichi c'eran le Terme, ossia i bagni, e vi si
prodigavano ricchezze immense per renderli comodi, doviziosi e
splendidi.
Ve n'erano di particolari e di pubblici, e siccome al tempo degli
Imperatori ognun di loro procurava di farsi celebre con qualche opera
grandiosa, Caracalla, uno dei più abbietti di quei despoti, fece
edificare le famose Terme, i cui avanzi si contemplano oggi
nell'immenso deserto di ruine che segnano la grandezza e la decadenza
di Roma.
Gli edifici più cospicui dell'immensa città, quasi tutti avevano dei
sotterranei, praticati dai grandi con astuta previdenza per
nascondervisi in tempo di pericolo o per nascondervi il frutto delle
loro rapine e violenze.
Nel sotterraneo delle Terme di Caracalla era stabilito il nuovo
convegno dei trecento, nella notte del quindici febbraio, e subito che
l'ombre della notte cominciarono a coprire Roma, già le loro
sentinelle erano collocate nelle vicinanze del luogo di riunione e
sulle vie che vi conducevano.
CAPITOLO XXI
IL TRADITORE
La liberazione di Manlio e l'assalto di palazzo Corsini avevano
spaventato il governo Pontificio. Mentre preparava solenni esequie al
cardinale Procopio e ai compagni, avea messo sotto le armi quanta
truppa straniera ed indigena v'era in Roma. La polizia coi suoi
cagnotti era in grande confusione. Al minimo sospetto si arrestavano
cittadini di ogni classe e le carceri ne rigurgitavano.
Il governo dei preti aveva saputo comprare un traditore perfino fra i
trecento. Per buona sorte costui non s'era trovato coi dieci del
Quirinale, né tra i venti del Corsini. Egli però sapeva della riunione
alle Terme di Caracalla e ne aveva informata la Polizia.
Assuefatti alla congiura, gli italiani, sanno ciò che sia una
contro-polizia. Ma per chi non Io sapesse: essa è una polizia di
congiurati, che regola e conosce le mene di quella del governo.
Il capo della contro-polizia liberale era Muzio e ben gli serviva la
sua qualità di mendico; poiché tra quei tanti infelici che accattano
il pane nelle vie e sulle piazze di Roma i preti trovano sempre alcuno
che si vende coll'infame patto della delazione. Muzio non lo ignorava
e, coll'intelligenza superiore che lo adornava aveva saputo dai suoi
emissari far vigilare gli emissari dei preti.
L'ultime ombre dei congiurati (perché veramente sembravano ombre che
traversassero quelle macerie) eransi introdotte nella gola del
sotterraneo. Attilio aveva fatta la dimanda: se le sentinelle erano a
posto: il lume, dopo la risposta affermativa, aveva rischiarato le
austere fisionomie dei nostri giovani, quando un fischio simile a
sibilo di serpente fece risuonare le antiche volte dello speco.
Era questo segnale d'allarme ed era il mendico che lo mandava, il
quale, messo appena il piede sull'entrata del sotterraneo "non v'è
tempo da perdere--esclamava,--non solo siamo accerchiati da forza
armata da questa parte ma altra forza ha già preso posizione
all'uscita settentrionale del sotterraneo!".
L'imminente pericolo in luogo di far impallidire quei prodi, gettò
sulle loro maschie fisonomìe un'aria di giubilo. Tale è la coscienza
del vero coraggio, massime quando serve la sacrosanta causa della
libertà e della patria, ed Attilio girato uno sguardo di compiacenza
sul consesso imponente ordinò a Silvio di recarsi con due compagni
all'estremità del sotterraneo ed informarlo di quanto accadeva.
All'entrata compariva una sentinella e confermava quanto Muzio aveva
asserito, ma dalla parte opposta, niuno si faceva innanzi, il che dava
a supporre che le sentinelle, da quella parte, potessero essere state
arrestate.
Appena però Silvio giungeva all'estremità del sotterraneo alcune
fucilate dal di fuori annunziavano il conflitto, mentre rientravano al
tempo istesso i quattro compagni, che si trovavano di guardia in
quella parte, per dar notizia dell'arrivo di numerose truppe. Silvio
tornò indietro e ragguagliò il suo capo di quanto accadeva.
Attilio allora diede questi ordini: "Muzio formerà la avanguardia coi
suoi cento, io lo seguiterò coi miei. Silvio colla sua schiera starà
alla retroguardia. Con uomini come voi, io posso risparmiare ogni
incoraggiamento: dirò soltanto, che qualunque sia la forza che noi
abbiamo a fronte, dobbiamo caricarla in massa col pugnale alla mano. I
primi venti della tua schiera, disse a Mimo, marcino radi e adagio
sino ad incontrare il nemico. Scoperto, lo assaltino gridando e a
passo di corsa. Noi vi seguiremo da vicino".
Dopo queste poche parole Muzio, disposti i venti e dato un colpo
d'occhio al resto della sua schiera, si avvolse la toga al braccio
sinistro e col pugnale nella destra si avanzò dicendo: "seguitemi!".
L'antro sembrò in quel momento vomitare un torrente di lava ed
all'oscuro, perché ogni lume era spento, cupi, silenziosi,
s'avanzarono i discendenti dei Fabii, pronti ad affrontare i satelliti
del dispotismo.
I primi soldati che s'incontrarono coi nostri ebbero appena il tempo
di spianare i fucili, che in un lampo si trovarono avviluppati dai
terribili aggressori e volti in fuga. Un urlo tremendo di "avanti!!!"
uscito da trecento maschie e sonore voci incuteva una paura di morte
anche nei men codardi di quella bordaglia.
In men ch'io noi dica il Campo Vaccino e poi le vie di Roma
diventarono fiumi di fuggenti. Elmi, sciabole, fucili, si trovarono
seminati sul lastrico delle vie e più feriti vi furon dagl'inciampi in
quelle armi che da mano nemica. Molti incespicando rovesciati
cagionavano la caduta dei vegnenti dimodoché in certi luoghi si
trovavano qua e colà monti di mercenari e di birri. Alcuni si
lamentavano, altri mostravan tanta paura nelle ossa che gridavano:
"Non mi uccidete, signor liberale, ch'io mi sono arreso".
Frattanto i prodi campioni della libertà di Roma, dopo d'aver fugato i
mercenari pretini si separavano e tranquillamente ripigliavano la via
delle loro case sparpagliati in piccoli gruppi.
Quanto valga l'uomo di coraggio è cosa incredibile! Un uomo può
mettere in fuga un esercito e non è esagerazione. Io ho veduto degli
eserciti colti dal panico fuggire davanti non ad un uomo solo ma a
meno d'un uomo, davanti ad un pericolo immaginario. Un grido di "salva
chi può!", "Cavalleria!", "il nemico!", risonante di notte ed anche di
giorno con qualche tiro di fucile o senza, basta a mettere in fuga un
corpo di truppa che ha combattuto e combatterà in altra circostanza
col maggiore coraggio. Comunque sia, il panico è vergognoso e,
veramente veduto e considerato con pacatezza, esso ha qualche cosa di
degradante. Io vorrei non aver mai a vedere gl'Italiani colti da
terror panico. Eppure pare che i popoli meridionali e più spiritosi,
come il Francese, l'Italiano, lo Spagnolo vi siano più soggetti dei
popoli freddi e posati del settentrione.
Dei liberi, pochi furono i feriti, il che succede sempre ai valorosi;
dei mercenari però molti furono i feriti da loro stessi, e si
contarono alcuni morti.
Tra i cadaveri che all'albeggiare si distinsero nelle vicinanze delle
Tenne, v'era un giovane col mento appena coperto di lanugine, era
supino e sul suo petto a grandi caratteri si leggeva la parola
_traditore_.
Giovinetto senza esperienza, Paolo, ebbe la disgrazia d'innamorarsi
della figlia d'un prete. La Dalila astuta, ammaestrata dal padre, era
giunta a scoprire che il suo amante apparteneva ad un gruppo di
cospiratori. Dal primo errore lo sciagurato cadde in altri e finì con
l'abbandonarsi intieramente all'infame vita del delatore.
Quella notte n'ebbe degna ricompensa!
CAPITOLO XXII
LA TORTURA
Siccome l'ora della solenne vendetta della popolare giustizia non era
sonata ancora, i preti se la cavarono con la sola paura. Essi ben
temettero in quella spaventosa notte di veder rompere il capello a cui
la giustizia di Dio tien sospesa la spada sterminatrice che reciderà
il loro capo nefario: ma fu differito il castigo. Non, che la misura
non sia colma, ma forse le colpe degli uomini meritano ancora
quell'abbominevole flagello!
Conoscete voi la tortura?
Sapete voi italiani che dai preti fu torturato Galileo? il più grande
degli italiani? e chi se non i preti poteva istituire la tortura? Ci
voleva l'animo d'un arcivescovo, per condannare a morire di fame in
carcere murato Ugolino con quattro figli!
Sì! la tortura! Dacché nella famiglia umana, vi furono uomini che
svestirono le forme umane per farsi impostori, cioè preti, dacché vi
furono preti nel mondo, vi furono torture.
Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell'ignoranza, quando
emergeva alcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da
capire le loro menzogne, quell'intelligente era da questi demoni
torturato, acciò confessasse che la luce era tenebra, che l'eterno,
l'infinito, l'onnipotente, era un vecchio dalla barba bianca seduto
sulle nubi; che una donna, madre d'un bellissimo maschio, era una
vergine e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate era il
creatore dei mondi che vi passava per le vie digestive, e poi e poi!!!
Quando si pensa che una gran parte del popolo ci crede ancora e che in
questo secolo in cui l'intelligenza umana ha pur partorito delle
grandi cose, il prete la fa ancora da padrone; quando si vedono i
reggitori delle nazioni fingere (perché è finzione ed iprocrisia) di
proteggere e mantenere con ogni rispetto l'istituzione diabolica del
pretismo, c'è veramente da impazzire, e non si capisce se ci sia più
malvagità dalla parte dei potenti e degl'impostori o più stupida
imbecillità da parte di chi li tollera.
In molti paesi, come l'America, l'Inghilterra, la Svizzera, la tortura
è realmente abolita, né colà il progresso è vana parola.
In Roma pure non se ne parla, è vero: ma chi riesce a penetrare nei
reconditi recessi di quei pandemoni, che si chiamano claustri,
seminari, conventi? in quei covili ove un'assoluta reclusione isola
l'individuo dall'umana famiglia, ove l'essere maschio o femmina che
appartiene alla confraternita è legato da giuramenti tremendi ed
appartato per sempre dal consorzio del resto degli uomini: massime se
vi sia sospetto ch'egli non sia intieramente corpo ed anima consacrato
all'istituzione ove il despotismo è assoluto, irresponsabile, potente!
Sì! in Roma, ove siede il vicario del Dio di pace, del redentore degli
uomini, v'è la tortura come ai tempi di S. Domenico(22) e di
Torquemada!(23) ed in questi giorni di convulsioni politiche e di
paure pretine la corda e la tenaglia erano all'ordine del giorno negli
orridi sotterranei di Roma.
(22) Inventore dell'Inquisizione.
(23) Uno dei più feroci inquistori di Spagna.
Povero Dentato! il bravo sergente de' dragoni che facilitò l'evasione
di Manlio. Dentato era messo alla tortura mattina e sera per
strappargli di bocca la delazione dei complici!
Io risparmierò ai miei lettori l'orrido quadro dei patimenti inflitti
a quel prode romano straziato colla corda, attanagliato, ridotto a una
massa informe, abbandonato in un canto del suo carcere segreto,
spirante, ed implorando la morte come un beneficio. Quello ch'io non
posso tacere è che il prete non si contenta di martoriare, di avvilire
il corpo. Egli vuole insudiciare l'anima, e quando il sofferente
svenuto pei patimenti articola un'indistinta parola, egli la raccoglie
e l'interpreta a modo suo, spargendo la vergogna e l'infamia sul capo
dell'infelice torturato.
Il povero Dentato così scontava il suo amore per l'Italia e per Roma
nelle unghie dei luciferi umani, e non era il solo! In quei giorni di
paura e di rabbia, furono numerosi gli arresti ed i torturati, ed
anche rinvenuto dal terrore il prete si dava alle sevizie, condizione
essenziale per riconoscere i codardi. I tiranni più crudeli, i più
sanguinari di tutte le epoche, furono vili e pieni di paura.
Infelice Dentato! i suoi carnefici rapportavano ch'egli aveva
confessato complici e quindi nuovi arresti, nuovi tormenti, e nuove
torture!
Ecco! come da tanti secoli è trattato questo nostro povero paese, ed
il mondo tollera questi carnefici, li protegge, li impone all'Italia!
Non si sa se più scellerati i preti e chi li sorregge o più stupido
questo miserabile popolo che li soffre nel suo seno e non fulmina, non
annienta questi istrumenti del suo servaggio, delle sue miserie e
delle sue umiliazioni.
CAPITOLO XXIII
I BRIGANTI
Lasciamo per un momento queste scene di desolazione e d'orrore,
quest'atmosfera infetta dal fiato prestilenziale de' carnefici e
seguiamo sulla strada di Porto d'Anzo le graziose nostre viaggiatrici,
meste, perché il loro cuore rimaneva in Roma co' loro cari ma
finalmente respirando l'aria libera della campagna in quella stagione
purissima.
La campagna romana, un dì sì popolata e fertile, è oggi, lo ripeto, un
deserto seminato di macerie e coperto di paludi e di macchie.
L'ammiratore della natura selvaggia trova pascolo colà all'esaltata
immaginazione e forse è difficile rinvenire un altro lembo di terra
sulla superficie del globo che presenti alla memoria tante ricordanze
di peripezie, di grandezza e di miseria.
Il cacciatore vi trova selvaggina d'ogni specie, dalle quaglie al
cignale, ed alimento del corpo e dell'anima vi trova colui, che alla
infezione della capitale, alle sue lussurie, preferisce la quiete del
deserto.
Pochi, lo abbiamo detto, sono i proprietari di quelle feraci ed
immense pianure e tutti son preti, ingolfati nei vizi della metropoli,
che non hanno mai veduti questi loro possessi e vi tengono al più
qualche mandra di bufali e pecore.
Ma nella campagna romana si trova qualche altra cosa.
La pianta brigante è inseparabile dal governo dei preti, ed è
naturale; essa non può non prosperare accanto ad un governo codardo,
servito da mercenari imbelli ed abbrutiti. Quindi il ladro, l'omicida
o il compromesso politico, trovandosi questa immensa campagna vicina
ove loro non mancherà rifugio ed alimento, vi si gettano e molti vi
passano l'intiera lor vita.
Le statistiche assicurano essere gli omicidi in Roma più frequenti che
in alcun'altra parte, e non può essere altrimenti coll'educazione
corruttrice dei preti e la miseria prodotta dal loro infame governo.
Quindi necessariamente la campagna è popolata da molti di questi
fuorusciti delinquenti od innocenti, tutti conosciuti sotto la
denominazione di briganti.
A questa non piccola famiglia di briganti per necessità vanno aggiunte
le numerose e terribili bande assoldate dai preti stessi contro il
presente governo italiano, bande abbastanza note e che tante stragi
commisero in questi ultimi anni.
Eppure, con tutto questo, io ho simpatia dei briganti!
Le mie simpatie non si stendono certo alle iene assetate di sangue che
mutilano i loro prigionieri prima di trucidarli, che bruciano,
devastano, distruggono per selvaggio istinto di distruzione. No!
costoro mi mettono orrore!
Ma quei briganti che odiano un governo scellerato come quello dei
preti, o simile, che piuttosto di sottostare ai soprusi ed alle
umiliazioni a cui ogni giorno il cittadino è esposto, preferiscono la
vita vagante della foresta, senza macchiarsi con furti o con omicidi,
quelli là hanno la mia simpatia.