dragoni; "fu la scorsa notte verso le undici, e lo hanno rinchiuso in
una segreta come fosse un gran delinquente. Dicono però che presto lo
trasporteranno in castel S. Angelo, essendo queste prigioni soltanto
di transito".
"E si sa per ordine di chi sia stato arrestato?" riprese Attilio.
"Eh! per ordine del favorito, del cardinale ministro; si dice e si
aggiunge," continuò il militare, "che Sua Eminenza voglia stendere la
mano potente non solo sul padre, ma anche sulla figlia, la perla di
Trastevere".
Un movimento convulsivo di rabbia agitò Attilio alle ultime parole del
sergente e:
"A che ora tenteremo di liberarlo?" chiese con visibile impazienza.
"Liberarlo! ma siamo in pochi per riuscire davvero", rispose Dentato.
"Fra un'ora sarà qui Silvio con dieci dei nostri; con tal rinforzo
saremo sufficienti ad assalire tutta quella caterva di birri e di
preti", soggiunse Attilio con accento d'uomo convinto.
Un istante di silenzio successe a queste ultime parole. Allora
Dentato:
"Poiché hai deciso di tentare questa notte, dovremo aspettare almeno
sino alle dodici. Allora direttori e custodi saranno in potere di
Bacco e forse già addormentati. Il mio tenente poi ha trovata certa
Lucrezia nelle vicinanze, la quale basterà per tenercelo discosto fin
presso al mattino".
Le parole di Dentato furono tronche dall'entrare del dragone lasciato
di guardia alla porta, il quale annunzio l'arrivo di Silvio co' suoi.
CAPITOLO IX
LA LIBERAZIONE
Una delle cose ch'io notai come straordinaria in Roma fu il contegno e
la bravura del soldato Romano. Quei soldati propriamente che si
chiamano _soldati del Papa_ e servono il più schifoso dei governi
hanno conservato certo robusto piglio marziale e tanto valore
individuale da far stupire davvero.
Alla difesa di Roma ho veduto gli artiglieri Romani combattere con
tale coraggio da andarne superbo, ed ho pure veduto i pochi dragoni,
allora esistenti, condursi valorosissimamente.
Nelle frequenti risse tra soldati romani e stranieri dopo caduta la
città non v'è forse esempio di Romani sopraffatti, anche se gli
avversari prevalevan di numero.
I preti lo sanno, e sanno pure che il coraggio disdegna essere guidato
dalla viltà e sono certi che in caso d'insurrezione i soldati romani
saranno col popolo; di qua il bisogno di mercenari, di qua le
implorate invasioni straniere tutte le volte che il popolo accenna di
avere perduta la pazienza.
Silvio fu accolto dalla brigata con amorevolezza. Anch'egli era uno di
coloro che portavan nell'anima l'impronta del romano antico e su cui
il compagno poteva fidare come sul proprio ferro.
"I nostri sono al loro posto. Li ho rimpiattati", disse Silvio, "tra
le gambe dei cavalli di granito. Saranno pronti al primo cenno".
"Bene" rispose Attilio. Poi impaziente di farla finita, rivoltosi a
Dentato: "il mio piano" soggiunse, "è questo: io andrò dal custode
delle carceri con Muzio per le chiavi e tu guida Silvio co' suoi dieci
per assicurarti dei birri collocati alla porta delle prigioni".
"E così sia" rispose Dentato; "Scipio (il dragone che annunziò Silvio)
ti condurrà dal custode. Ma bada ch'hai a fare con un demonio. Quel
signor Pancaldo è capace di metter le manette al Padre Eterno ed una
volta che lo tiene non lo lascia andare nemmeno per la gloria del
Paradiso. Bada ai fatti tuoi!".
"Lasciami fare" replicò Attilio, e senza perdere più tempo
incamminossi con Muzio sui passi di Scipio che li precedeva.
Un'impresa di questo genere non presenta in Roma le difficoltà che
presenterebbe in altro Stato ove il Governo è più rispettato ed i suoi
agenti meno avviliti, ma qui ove il soldato non s'inspira all'amore di
patria, al decoro nazionale, all'onore della bandiera, ma sa di
servire un governo d'impostori, disprezzato e maledetto da tutti, qui,
dico, tutto è possibile ed il giorno in cui lo straniero porrà davvero
il piede fuori di Roma, quello stesso giorno il governo delle sottane
sfumerà davanti al disprezzo dei cittadini e dei soldati romani.
Dentato condusse la brigata di Silvio verso il picchetto de' birri
stanziati alla porta del carcere e ciò non era difficile essendo lui
sergente di guardia ed avendo i dragoni la custodia esterna del
palazzo. Era inteso che egli non doveva svelarsi, potendo giovare di
più se l'affare si fosse andato ingrossando.
Silvio, avendo dal difuori adocchiato la sentinella, attese che nel
suo uniforme va e vieni gli avesse rivolte le spalle e allora colla
destrezza ed agilità con cui si avventava sul cignale della foresta le
fu sopra in un baleno, colla sinistra l'agguantò al collo, colla
destra le tolse il fucile ed assestandole un colpo di ginocchio nel
fianco la rovesciò supina sul pavimento. I suoi compagni che l'avean
seguito da vicino prima che il rumore delle grida e della caduta
potesse sollevare in armi il picchetto gli furon sopra e con garbo ma
senza cerimonie, mentre i birri fregavansi gli occhi, te li pigliarono
tutti e incominciarono a legarli.
CAPITOLO X
L'ORFANA
Quando Silvio colla disperazione nell'anima ebbe raccolto la povera
Camilla nel Colosseo e la condusse verso la casa di Marcello non una
parola fu articolata dai due durante il viaggio.
Silvio aveva un cuore d'angelo. Egli sapeva che la società tollera
ogni specie d'impudicizia, colla sola condizione che le apparenze si
salvino; ma che si mostra inesorabile contro l'errore di una fanciulla
sia essa stata la vittima dell'insidia o della violenza. Egli sapeva
che mercé questo pregiudizio passeggia a fronte alta il delitto, e
vilipesa è l'innocenza tradita. In cuor suo protestava contro questa
evidente ingiustizia. Egli che aveva tanto amato la sua Camilla e che
la ritrovava ora sì infelice, poteva egli non impietosirsi alla sua
sorte? Oh! anche in questa terribile notte egli avrebbe difeso la
povera fanciulla contro un esercito!
Pieno di questi sensi gentili ei la sorreggeva poiché la sentiva
stanca e lei si contentava di quando in quando di alzare uno sguardo
timidamente supplichevole verso il suo protettore. Così camminavano
verso la casa paterna che Silvio non aveva più riveduta dacché era
stata deserta da Camilla, e camminavano silenziosi.
Un terribile presentimento invadea l'anima d'entrambi e l'ombra della
notte copriva su quelle interessanti fisonomie un aspetto di mestizia,
di disperazione, di dolore che s'andavano a seconda dei loro pensieri
alternando.
Alla casa di Marcello giungevasi per un viottolo perpendicolare alla
strada maestra, dalla quale distava circa un cinquecento passi.
Entrati che furono nel viottolo (e già cominciava ad albeggiare)
l'abbaiare d'un cane scosse Camilla dal suo letargo e sembrò
infonderle nuova vita. È Fido! "Fido!" essa esclamò con una ilarità
che da molti mesi erale sconosciuta, ma al tempo istesso come le
avesse balenato un lampo nella mente, le si allacciò l'abbiettezza
della sua presente condizione, si staccò dal braccio di Silvio, Io
guardò e rimase sbalordita ed immobile come fosse una statua.
Silvio s'avvide di tutto--come leggesse nell'animo di lei e temendo di
qualche ritorno alla pazzia s'avvicinò amorevolmente, e: "vieni
Camilla" le disse "è il tuo Fido che ti ha udita, e ti ha forse
riconosciuta". E non aveva infatti terminate ancora quelle parole
quando il bracco apparve e indeciso prima, poi con una corsa furiosa
si slanciò sulla sua padrona e saltellando, lambendo, urlando presentò
una scena che avrebbe intenerito un animo di bronzo. Camilla
inchinatasi automaticamente per corrispondere alle carezze
dell'amoroso animale proruppe in un pianto dirottissimo.
La fatica e l'emozione avevano affranto quella buona ed infelice
creatura. Adagiata sul terreno pareva incapace di rialzarsi; onde
Silvio la coprì col suo mantello per preservarla dal freddo mattutino
ed egli frattanto si avanzò in esplorazione.
L'abbaiare di Fido doveva avere svegliato chi si fosse trovato nella
casa e veramente, appena Silvio vi fu giunto, scorse un giovinetto di
circa dodici anni sulla soglia e conosciutolo lo chiamò per nome:
"Marcellino!". Il giovinetto che sulle prime erasi insospettito di una
visita sì mattutina, quando riconobbe la voce amica corse incontro a
Silvio e teneramente gli si avvinghiò al collo.
"Ov'è tuo padrino?" chiese il cacciatore, dopo ricambiate le amorevoli
accoglienze del fanciullo. Ma questi rimase muto. "Ov'è Marcello?"
ripeteva l'altro ancora. Singhiozzando dolorosamente il giovinetto
mormorava "Morto!".
Silvio commosso alla scoperta di tante sventure si lasciò cadere su di
un gradino della soglia senza poter articolare parola e lui pure come
la Camilla sentì bagnarsi il volto dalle lagrime.
"Oh! Dio giusto!" sclamava Silvio lagrimoso, "come puoi tu permettere
che per contentare le disoneste voglie di un mostro tante e sì buone
creature siano ridotte all'abbiezione ed alla morte!
"Se l'ora della vendetta non fosse vicina e se la speranza di presto
immergere questo pugnale nel cuore dell'assassino non mi trattenesse,
mi frugherei con esso le viscere per non vedere più oltre un solo
giorno di umiliazione e di sciagura della povera patria mia!".
Intanto l'infelice Camilla all'alito soave dell'aria nativa, spossata
com'era dalla fatica della mente e del corpo, dallo stupore e dal
letargo, era passata ad un sonno provvidenziale e riparatore.
Quando Silvio e Marcellino giunsero accanto a lei s'accorsero che
dormiva, onde Silvio vietò la si destasse, dicendo: "A che svegliarla
alla sventura! Essa avrà tempo abbastanza per piangere e trascinare
una vita di dolore e di pentimento".
CAPITOLO XI
IL RICOVERO
Noi vedemmo Attilio, Silvio e Manlio, dopo che quest'ultimo fu
liberato, incamminarsi per la campagna e dirigersi per l'appunto verso
la dimora di Marcello, ora occupata da Camilla e dal giovine
Marcellino.
Essi camminavano silenziosi, ciascuno sotto la grave soma de' suoi
pensieri. Manlio contento d'esser libero, comunque fosse, (poiché è
preferibile essere morti al trovarsi nelle prigioni dei preti sotto
l'imputazione di delitto politico), volava col pensiero verso la sua
Silvia e la sua Clelia che erano l'Eden della sua esistenza. Silvio,
il quale aveva proposto la casa di Marcello come primo ricovero per
Manlio, pensava alla necessità di trovarne un altro più recondito e
più sicuro, forse anche alle macchie Pontine in quella stagione non
pericolose; Attilio riandava nella sua mente la visita di Gianni a
Manlio, il suo ritorno in casa Procopio, le parole di Dentato sulla
vociferata ragione dell'arresto del suo amico ordinato dallo stesso
Cardinale e ravvicinando i fatti e combinando le osservazioni
sentivasi costretto a concludere che veramente una trama fosse stata
ordita dal Cardinale contro l'amata sua Clelia.
Dopo avere alquanto esitato decise di far parte de' suoi sospetti a
Manlio e tutto per filo e per segno gli raccontò. Manlio sentì pur
troppo di dover convenire nelle opinioni di Attilio e turbato da quel
sospetto, disse:
"Ma per Dio! io non voglio allontanarmi dalla mia famiglia quando essa
può trovarsi in pericolo di ricevere insulti da quella canaglia!".
Attilio lo tranquillò dicendogli:
"Subito giunti in casa Marcello, io stesso passerò da casa vostra,
avviserò le donne d'ogni cosa e vi assicuro che prima d'essere
insultati, Roma vedrà delle novità!".
Attilio benché giovane erasi acquistata la simpatia e il rispetto di
tutti, anche degli uomini maturi i quali si acconciavano facilmente ai
suoi consigli, laonde Manlio che lo amava come figlio piegò senza
molta resistenza al parere di lui.
L'alba cominciava a rischiarare il cielo, quando giunsero al viottolo
che faceva capo alla casa Marcello. Fido si fece innanzi, minaccioso
prima, poi lieto alla vista di Silvio e quando furono sul limitare
dell'uscio apparve pure Marcellino a cui Silvio chiese dove fosse
Camilla.
"Camilla!" rispose il giovane "se venite meco v'indicherò dove si
trova". E guidandoli verso un'eminenza ove Io seguirono tutti,
Marcellino additò loro un non lontano santuario, accanto al quale
scorgevasi il recinto d'un Cimitero e disse: "Là all'alba ed al
tramonto, voi potrete trovare Camilla e là essa si trova ora".
Silvio senza far motto ai compagni i quali continuavano a seguirlo,
s'avviava al luogo indicato, ove Camilla, vestita a lutto, stava
inginocchiata accanto ad un modesto tumulo di terra smossa di recente,
così assorta che non si accorse dell'avvicinarsi di gente. Silvio la
contemplava impietosito, e non osava disturbarla, sicché quando parve
che la poverella avesse terminata la sua preghiera fu udita esclamare:
"Ah! fui io sola la causa della morte del mio povero padre!". Ciò
dicendo si levò e scorse Silvio ed i compagni alla qual vista non si
turbò né alterossi ma sorrise d'un sorriso angelico al suo antico
amante e s'avviò verso la casa insieme alla comitiva.
La pazzia di Camilla avea cessato d'essere furiosa. Dal momento in cui
condotta da Silvio ritornò all'alloggio paterno s'era cambiata in una
monomania melanconica che le lasciava le apparenze di una perfetta
tranquillità. Ma il male quantunque mutato durava tuttora e la
poverina non avea ricuperata la sua ragione.
"Ove ti domandassero chi è il signore che oggi viene ad abitare con
voi, tu dirai ch'è un antiquario che studia le ruine della campagna
Romana".
Questa era l'ammonizione che Silvio credette prudente di fare a
Marcellino nel caso in cui Manlio dovesse rimanere alcuni giorni con
loro.
Attilio dopo breve consulta con Manlio e Silvio sul piano ulteriore
della fuga, lasciò subito quella casa e s'avviò solo verso Roma dove
lo chiamava il suo cuore e l'adempimento della promessa che aveva
fatta a Manlio.
CAPITOLO XII
LA SUPPLICA
Eran passati due giorni dall'arresto di Manlio e ancora non se ne
sapevano notizie. Le donne sue erano alla disperazione.
"E che sarà del tuo buon padre?" diceva Silvia piangendo alla figlia.
"Egli non s'è mischiato mai in affari compromettenti, che era liberale
sì e odiava i preti com'essi meritano d'esserlo, ma non esprimeva le
sue opinioni che con noi e coi nostri intimi; come ha potuto destare
sospetti nella polizia?".
Clelia non piangeva ed il suo dolore per la disparizione del padre,
più concentrato, era più forte di quello della madre. Anzi trovava la
forza di confortarla e: "Non piangete" le diceva, "il pianto a nulla
rimedia. Bisogna sapere ove hanno condotto mio padre e, come dice
monna Aurelia, cercare di liberarlo ricorrendo ove sia di
mestieri(14). Poi Attilio è in cerca di lui e certo, egli non poserà
finché non sappia che cosa ne sia avvenuto".
(14) Se e come sia necessario (N.d.C.)
Le due donne così ragionando cercavano di confortarsi, quando il
battente della porta annunziò una visita. Clelia corse ad aprire ed
introdusse monna Aurelia, una buona vicina ed amica della famiglia.
"Buon giorno monna Silvia".
"Buon giorno", rispondeva l'addolorata asciugandosi gli occhi col
fazzoletto. "Ecco qui" diceva Aurelia, "il nostro amico Cassio, cui ho
parlato dell'affare, ha scritta questa supplica in carta bollata per
chiedere al Cardinale-Ministro la liberazione di Manlio. Egli mi disse
che voi dovete sottoscriverla e per maggiore sicurezza presentarla voi
stessa all'Eminenza".
Silvia impicciata per la prima volta in queste faccende ripugnava
d'andarsi a gettare ai piedi d'uno di quei demoni ch'essa aveva
imparato ad odiare sino dall'infanzia. Ma come si fa? Trattavasi di
uno sposo adorato, imprigionato, forse alla tortura. E quest'idea
metteva un raccapriccio di morte in cuore alla povera donna.
Poi Aurelia consigliava ci andassero tutte due ed offrivasi di
accompagnare le amiche al Palazzo Corsini;
"Andremo dunque" diceva Silvia finalmente risoluta. In mezz'ora eran
le donne pronte, ed incamminate verso l'eccelsa dimora del delitto.
Eran le nove del mattino quando S. Eminenza il cardinale Procopio,
ministro di Stato, fu avvisato dal Questore del Quirinale della fuga
di Manlio e del modo violento con cui era stato sottratto. La furia
del prelato fu somma. Immediatamente ordinò si arrestassero quanti
birbanti attendevano alla custodia del Quirinale e delle sue prigioni
e direttori, custodi, ufficiali di guardia, dragoni, birri, tutto
quanto si trovava nel palazzo era posto in arresto per ordine
perentorio dello sdegnato ministro. Poi, dopo aver provveduto a questo
primo sfogo, fece chiamare Gianni alla sua presenza.
"E come diavolo" gridò apostrofando il Gianni appena fu entrato "non
hanno rinchiuso quel maledetto scultore in Castel S. Angelo ove egli
sarebbe stato al sicuro? Perché l'hanno condotto al Quirinale ove
quella canaglia di custodi se l'hanno lasciato fuggire?".
"Eminenza!" rispondeva Gianni "quando si tratta di qualche affare
importante come questo, l'E. V. lo affidi a me e non a quella
ciurmaglia di birri, che V. E. sa cosa sono e quanto valgono. Robaccia
vile" aggiungeva il Gianni coll'onesto intento di sollevare sé stesso
deprimendo altrui "gentaglia che si lascia egualmente impaurire e
corrompere...".
"Cosa mi vieni questa mattina ad annoiare co' tuoi sermoni, ribaldo!"
interruppe l'Eminenza "come se io avessi bisogno de' consigli tuoi!
Tuo dovere è di servirmi sempre senza far parole. Fruga ora nella tua
testa di rapa per cercar modo di condurmi qui quella ragazza, se no,
per Dio, i sotterranei del palazzo udranno risuonare presto lo
schifoso tuo falsetto sotto la stretta della corda o il pizzicare
della tenaglia".
Sapeva ognuno, e quant'altri sapevalo Gianni, che queste non erano
vane minaccie e se il mondo crede l'èra della tortura finita, in quel
pandemonio della Città santa essa esiste in tutta la sua pienezza.
E Gianni sapeva che i sotterranei delle chiese, de' conventi, dei
palazzi e le catacombe nascondono delitti e patimenti tali da far
inorridire gli assassini medesimi.
A capo chino, il miserabile eunuco (tale egli era, giacché simili ai
Turchi quei perversi non confidano le loro donne che a castrati,
mutilati dall'infanzia, col pretesto di farne dei cantanti) aspettava
la sua sentenza senza fiatare.
"Alza quegli occhi di volpe" disse vedendolo intontito il porporato "e
guardami in faccia". E quegli tremante fissava gli occhi sul volto
infiammato del suo padrone. "Non saresti dunque capace, birbante, dopo
avermi fatto spendere tanto denaro, sotto un pretesto o l'altro di
portarmi qui la Clelia?".
"Sì signore" era la risposta di quel manigoldo il quale voleva uscire
prima di tutto dalla vista del cardinale e pel resto si affidava alla
sua buona stella.
In quel momento, con gran soddisfazione di Gianni che intravide una
nuova occasione per essere licenziato, il campanello annunziava una
visita ed un servitore in livrea fattosi avanti:
"Eminenza!--diceva--tre donne, con una supplica chiedono di potersi
presentare all'E. V."
"Entrino" fu la risposta di Procopio, ma a Gianni non fece motto.
CAPITOLO XIII
LA BELLA STRANIERA
Noi già dicemo che Roma è la terra classica delle belle arti. Là sono
ammonticchiate le ruine del mondo antico coi loro templi, colonne,
obelischi, statue, avanzi dell'arte Greca e Romana, capolavori dei
Prassiteli, dei Fidia, dei Raffaelli, dei Michelangeli! Là sorgono ad
ogni passo fontane, ove nuotano colossi marini, ruine le cui macerie
vedute da lontano sembrano montagne all'attonito viaggiatore, colonne
di venti secoli lanciate nelle nubi, ove sul bronzo sono scolpite le
mille battaglie del popolo gigante; infine meraviglie d'ogni specie
che il ricco straniero visita con ammirazione e copia per portare
nelle sue terre, ai suoi amici, un simulacro della maggiore delle
grandezze umane.
I preti hanno tentato deturpare quell'opera stupenda di venticinque
secoli con delle mitre e delle Vie Crucis(15) ma non ci riuscirono. Il
bello, il grande, il sublime ancor più sublime comparisce in mezzo
alle loro miserie!
(15) Si può vedere una Via Crucis nel Colosseo e pieno di mitre,
l'augusto tempio di Michelangelo.
Giulia, la bellissima figlia d'Albione, abitava Roma da più anni.
Progenie di popolo libero, disprezzava tutto quanto apparteneva alla
famiglia dei chiercuti. Ma Roma! La Roma del genio e delle leggende,
la patria dei Fabi e dei Cincinnati, l'emporio delle meraviglie umane,
era per Giulia un incantesimo. Conosceva ogni cosa bella di Roma.
Aveva impiegato ogni giorno, ogni minuto a visitarla. Esimia cultrice
delle belle arti sapeva apprezzare i capolavori e il suo compito
quotidiano era copiarli.
Fra i grandi maestri essa s'era fatta un idolo del Buonarroti e
seguiva la sua scuola mista d'ogni studio artistico e gentile.
Davanti alla stupenda colossale figura del Mosè(16) passava ore intere
in contemplazione. La impronta di grandezza su quella fronte e
l'atteggiamento maestoso le sembravano inimitabili e sovrumani.
(16) Il Mosè di Michelangelo Buonarroti nella chiesa di S. Pietro in
Vincoli.
In Roma ella avea scelto il suo domicilio, in Roma avea trovato il
pascolo necessario al sommo suo genio, all'immenso amor suo del bello.
In Roma avea deciso di vivere e morire, perché non avrebbe potuto
strapparsi per un giorno solo a tutti quegli oggetti della sua
idolatria.
Giovane, ricca, nata e cresciuta nella bella e lieta Inghilterra, come
poteva Giulia separarsene per sempre e per sempre abbandonare amici e
congiunti che tanto l'amavano? Che volete! Essa aveva trovato il suo
Eden tra le macerie e sotto la toga cenciosa del nostro mendico aveva
scoperto colla sua immaginazione esaltata il tipo della fiera razza
degli antichi Quiriti.
Nello studio di Manlio ov'ella si recava sovente, s'era incontrata con
Muzio, il quale posava davanti alla creta del maestro.
Che importava a Giulia la bassa condizione di lui! Non v'era forse su
quella fronte l'impronta che cerchereste per eleggervi un capo, un
protettore, un amico? In quel portamento v'era tutta la maestà ch'essa
tanto ammirava nel suo idolo di marmo.
Infine, mendico o non mendico, Giulia amò Muzio dal primo istante in
cui lo vide. Era povero? E che importava a Giulia? Se la povertà è un
marchio d'infamia per il volgo del tanto per cento, così non è per il
genio. Ma infine i ricchi sono essi la miglior pasta dell'umana
famiglia? Dalla stessa storia del nostro povero Muzio sembrerebbe di
no.
E Muzio amava Giulia? Muzio avrebbe dato l'universo per essa, ma
giammai egli avrebbe ardito di manifestarle l'affetto suo.
Una sera due soldati stranieri avvinazzati assalirono la nostra
gentile inglese nella Lungara quando soletta tornavasene dallo studio
di Manlio ed a forza volevano trascinarla con loro. Quello fu il più
bel momento della vita di Muzio che aveva seguito da lontano la bella
straniera; egli ferì ed atterrò l'uno: l'altro si diede alla fuga. Da
quella sera il suo pugnale gli era diventato sacro e Giulia da quella
sera non fu più insultata per la via.
Il giorno stesso nel quale le donne di Manlio avevano stabilito di
recarsi al palazzo Corsini, Giulia ascendeva il Gianicolo per fare una
visita allo studio di lui. Da un giovine allievo sapeva la dolorosa
storia del maestro, seppe della gita delle donne ma non potè sapere
quale fosse il vero motivo della disgrazia.
Mentre stava meditabonda e perplessa sullo strano caso, capitava
Attilio e da lui uditi i particolari della faccenda non dubitò un
momento che l'intrigo disonesto non fosse opera del porporato.
"Bene!" disse ad Attilio la giovane straniera, "da quanto odo le donne
uscirono per chiedere in grazia la liberazione di Manlio. Non c'è un
istante da perdere. Io ho accesso al palazzo Corsini, spero prima di
notte potervi informare d'ogni cosa". Così parlando, e senza meglio
chiarire i suoi disegni, accomiatossi.
Il nostro Attilio stanco dai disagi e dalle fatiche della notte,
disperato di non trovare in casa la sua Clelia, sedette per
interrogare con più agio il giovane Spartaco su cosa per lui di tanto
interesse.
CAPITOLO XIV
SICCIO