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Giuseppe Garibaldi
Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
PREFAZIONE DELL'EDITORE
Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale
Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul
manoscritto non ve n'era tracciato alcuno.
L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo
acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando
la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO (The rule of the Monck) e noi
l'abbiamo seguito.
Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL
GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle
idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di
risponderci: "A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio
intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO" e siccome comprendeva che non c'era
più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro.
Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il
primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione
inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro,
confessandolo.
GLI EDITORI
Fratelli Rechiedei
Milano 1870
CAPITOLO I CLELIA
CAPITOLO II ATTILIO
CAPITOLO III LA CONGIURA
CAPITOLO IV I TRECENTO
CAPITOLO V L'INFANTICIDIO
CAPITOLO VI L'ARRESTO
CAPITOLO VII IL LEGATO
CAPITOLO VIII IL MENDICO
CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE
CAPITOLO X L'ORFANA
CAPITOLO XI IL RICOVERO
CAPITOLO XII LA SUPPLICA
CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA
CAPITOLO XIV SICCIO
CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI
CAPITOLO XVI LA TRIADE
CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA
CAPITOLO XVIII L'ESILIO
CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA
CAPITOLO XX ALLE TERME
CAPITOLO XXI IL TRADITORE
CAPITOLO XXII LA TORTURA
CAPITOLO XXIII I BRIGANTI
CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE
CAPITOLO XXV LO YACHT
CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA
CAPITOLO XXVII IL DESERTO
CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA
CAPITOLO XXIX LA FORESTA
CAPITOLO XXX IL CASTELLO
CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE
CAPITOLO XXXII GASPARO
CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA
CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO
CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO
CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO
CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI
CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO
CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO
CAPITOLO XL IL MATRIMONIO
CAPITOLO XLI IL BATTESIMO
CAPITOLO XLII LA SOLITARIA
CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO
CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE
CAPITOLO XLV LA PUGNA
CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA
CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA
CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE
CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA
CAPITOLO L IMBOSCATA
CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO
CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE
CAPITOLO LIII VENEZIA
CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA
CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE
CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE
CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI
CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T....
CAPITOLO LIX IL DUELLO
CAPITOLO LX ROMA
CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO
CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA
CAPITOLO LXIII IL RACCONTO
CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO
CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI
CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI
CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE
CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI
CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI
CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO
CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE
CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO
APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI
FATTI ISTORICI
ACQUAPENDENTE--MONTE LIBRETTI--VEROLA--MONTEROTONDO--MENTANA
RIEPILOGO
IL PANDEMONIO
I DUE TRADIMENTI
PREFAZIONE
1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui
campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse
i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come
dovere sacro.
2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul
debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del
vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti.
3. Infine campare un po' anche col mio guadagno.
Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato, in una lacuna
lasciatami dalle circostanze, in cui ho creduto meglio: far niente,
che far male.
Ne' miei scritti, quasi esclusivamente parlerò dei morti. Dei vivi
meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio(1): gli
uomini si giudicano bene dopo morti.
(1) Proverbio, detto.
Stanco della realtà della vita, io stesso ho creduto bene di adottare
il genere, romanzo storico.
Di ciò che appartiene alla storia, credo essere stato interprete
fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo poiché particolarmente
negli avvenimenti di guerra, si sa, quanto sia difficile il poterli
narrare con esattezza.
Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui
mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze
del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui
scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo.
GIUSEPPE GARIBALDI
CAPITOLO I
CLELIA
Come era bella la perla del Trastevere!
Le treccie brune, foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come
folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era
maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia
avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile
robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per
fuggire dal Campo di Porsenna.
(2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna.
Oh sì! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi
ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci?
Ma le Eminenze? Codeste serpi della città santa, i cui cagnotti con
ogni più vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei
padroni, non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma?
Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua
quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3).
(3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani.
"Va Gianni, (diceva un giorno il cardinale Procopio, _factotum_ e
favorito di Sua Santità) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque
costo. Io non posso più vivere se la Clelia non è mia. Essa sola può
alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al
fianco di quel vecchio imbecille"(4).
(4) Pio IX (N.d.c.).
E Gianni, strisciando sino a terra il suo muso di volpe, colla
laconica risposta di "sì Eminenza" moveva senz'altro all'infame
missione.
Ma su Clelia vegliava Attilio, suo compagno d'infanzia, ventenne,
robusto artista, il coraggioso rappresentante della gioventù romana,
non della gioventù effeminata data alle dissipazioni, piegata al
servaggio, ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle
legioni, davanti alle quali la falange macedone indietreggiava.
Attilio, chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5), per la
bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell'amore per cui i
rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura.
(5) Antinoo, giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore
Adriano
Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi
dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua
famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in
Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza può esistere,
ove padroneggiano preti.
Il padre di Clelia, già prossimo alla cinquantina, era uomo di
costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e
sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa
aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non
solo, ma era adorata da tutti i vicini.
Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma
la robusta e maestosa dignità del padre. Si sapeva che in quella santa
famiglia tutti si adoravano.
Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del
prelato nella sera dell'8 febbraio 1866.
Gianni si era già presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di
Fidia(6) che non se n'era accorto, perché si trovava con le spalle
voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute
si sentì preso da un brivido tale che involontariamente indietreggiò
sino all'altro lembo della via. Pareva già all'emissario di sentirsi
piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate.
(6) Celeber.
Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla
sua fisionomia virile, cert'aria di benevolenza, il malandrino si
sentì rinfrancare e fattosi ardito si presentò nuovamente sulla soglia
dello studio.
"Buona sera, sor Manlio", principiò con voce di falsetto il mal
capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno
scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un
individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di
servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia
schiatta dei Quiriti.
"Buona sera", ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che
finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il
cardinale Procopio,--proseguì,--m'incarica di dire a V. S. che egli
desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo
oratorio".
"E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio.
"Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con
l'E. S.".
Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta
gli andava poco a sangue, ma come si può vivere in Roma senza
dipendere dai preti?
Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi è pur quella di fingersi
protettori delle belle arti e così hanno fatto che i maggiori ingegni
d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole
pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione
delle moltitudini.
Torcer la bocca non è una negativa, e veramente bisognava vivere e
mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le
quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andrò" rispose
seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un
profondo saluto si accomiatò.
"Il primo passo è fatto", mormorò tra sé il mercurio
dell'eminentissimo; "ora è d'uopo cercare un posto di osservazione e
di rifugio per Cencio". Il quale Cencio, affinchè il lettore lo
sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio
affidava la seconda parte in così fatte imprese.
Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi
d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto
facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle
genti non è mai strabocchevole, poiché i preti, che curano tanto per
sé il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene
spirituale. Ora il secolo è un po' positivo, bada al tanto per cento
più che alla gloria del paradiso, ed è per questo che Roma, per
mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa
d'abitatori(7)
(7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti, ne conta ora
appena 210 mila.
Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza, come dicemmo,
se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che
aggravata, sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai
alle ribalderie commesse in servizio loro.
CAPITOLO II
ATTILIO
Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro, quello dove
lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la
Clelia; appunto così s'era acceso per lei di altissimo affetto.
Clelia vinceva di beltà le più leggiadre donzelle di Roma, e forse era
altera e non vaga di amori, ma quando occhio di donna s'era fiso per
una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la
sua bella persona, per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il
cuore di lei, doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia.
Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il
loro destino per tutta la vita.
Ora Attilio, avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli
passava quasi intera la giornata, molte volte fissava lo sguardo ad
una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre, e donde
la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con
quella del suo prediletto.
Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano, lo
aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso, e l'occhio
suo penetrante, dallo indietreggiare, dalla titubanza e
dall'irresoluto contegno di lui, istintivamente aveva augurato(8) male
per la sorte della bella fanciulla. Imperocché i pochi eletti della
popolazione romana sanno ciò che si possa aspettare dai settantadue(9)
tanto più corrotti e lascivi quanto più son ricchi e potenti non
mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle.
(8) Preveduto (N.d.C.)
(9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma
Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiù verso la Lungara
che il nostro amico già si trovava sulle sue peste seguendolo con aria
sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le
curosità che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei
templi e dei monumenti, di cui ad ogni passo è ornata la meravigliosa
metropoli del mondo.
E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo, uno
stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna.
Lo seguiva, Attilio, tastando il manico di un pugnale che teneva
nascosto in seno.
Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima
volta e per un solo istante, di uno sconosciuto volgare, aveva
svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue, in cui si
sarebbe bagnato con voluttà da cannibale.
E ritastava il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero
condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante
volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d'un pugnale immerso
nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno.
Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la
stanza per Cencio, e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel
vestibolo del superbo palazzo Corsini, ove abitava il suo padrone.
"È dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe, Don
Procopio il favorito ed il più dissoluto della caterva dei masnadieri
principi di Roma; e andò innanzi immerso nelle sue riflessioni.
CAPITOLO III
LA CONGIURA
Privilegio dello schiavo è la congiura e pochi sono gli italiani di
tutte le epoche del servaggio del loro paese i quali non abbiano
congiurato. E poiché il dispotismo dei preti è il più esoso di tutti,
il più degradante ed infame, si può tenere per certo che il cospirar
dei Romani dati dal dominio di questi impostori.
La notte dell'8 febbraio era in Roma notte di congiura. Convegno il
Colosseo; perciò Attilio dopo aver pedinato quel messo di delitti che
si chiamava il Gianni, anzi che avviarsi alla sua casa prese la via di
Campo Vaccino(10).
(10) Antico foro Romano. Che trasformazione d'un nome sì glorioso!
Era oscura la notte e nuvoloni neri neri si addensavano sulla città
santa spinti da violento scirocco: il mendico di Roma avvolto nel suo
mantello cencioso cerca ripararsi in qualche aristocratico portone, o
sotto il peristilio di qualche chiesa; il prete servito
dall'inseparabile Perpetua sta invece rifocillandosi a lauta mensa e
si prepara a delizioso riposo, di vivande ripieno e di vini prelibati.
Là nel fondo dell'antico Foro sorge il maestoso gigante delle ruine,
tetro, imponente, segnando a questa generazione di schiavi cento
passate generazioni e ricordando ai Romani che la loro Roma,
sconquassata dal tempo e dalla vendetta delle già oppresse nazioni
crollò, non cadde.
Lo straniero suole visitare il Colosseo a lume di luna. Ma bisogna
vederlo in una oscura notte di tempesta, illuminato dal lampo, scosso
dalla folgore e pieno di cupi e strani rimbombi.
Tale era la notte dell'8 febbraio, quando i congiurati ad uno ad uno
per diverse vie si avvicinavano all'anfiteatro dei gladiatori e delle
fiere, avvolti in ampi mantelli che nella luce incerta parevano toghe.
È privilegio oggi de' mendichi soltanto quello di andare per le vie di
Roma coperti dal tradizionale mantello in guisa da parere togati; e
forse non pochi mendichi v'erano tra que' generosi, perché sulla terra
dei Bruti spesso si nasconde sotto cenci l'animo virile di un
gladiatore pronto a gittare la sua vita nell'arena, ove si contende la
liberazione de' popoli.
Tra le mille loggie ove soleva adunarsi il popolo-re, ve ne eran varie
più spaziose delle altre, forse in antico destinate agli imperanti,
alla corte, ai grandi. Il tempo le avea ridotte ad una sola. Non
seggioloni, non arazzi adornavano il recinto. (E che importavano gli
adornamenti a coloro che s'eran sacrati alla morte?). Le macerie eran
per loro pareti, tribune, sedili.
Al fioco lume di una lanterna sorda di cui eran muniti i congiurati si
vedevano ascendere per diverse vie quei coraggiosi propugnatori della
libertà romana e giunti nel loggione (tale era il nome dato da loro al
recinto) ognuno vi prendeva posto senz'altra cerimonia che una stretta
di mano tra i vicini, poiché tutti eran conoscenti ed amici.
Quando quasi tutti furono al loro posto una voce sonora si udì nel
recinto che gridò: "Le sentinelle sono a posto?" Un'altra voce
dall'altro estremo rispose: "A posto". Allora il lume di una torcia
accanto alla prima voce illuminò centinaia di fisonomie simpatiche di
giovani quasi tutti al disotto dei trenta, ed altre torcie si accesero
qua e là per vincere l'oscurità della notte.
I preti non mancan di spie e spie famose sono i preti stessi, onde ad
alcuno sembrerà strano che una massa di congiurati potesse riunirsi
impunemente in Roma. Ma bisogna riflettere che nella santa città vi
sono deserti e che il Campo Vaccino, principale di quei deserti,
racchiude tante rovine quante forse non sono tutte insieme le rovine
del mondo. Poi, in una città come quella, un mercenario, che ama la
pelle sopra ogni cosa del mondo e fa servigi più in apparenza che in
fatti, non corre ad avventurare la codarda sua vita in quelle macerie,
assai men secure delle vie di Roma ove un uomo onesto è già sì poco
sicuro.
In una città superstiziosa come è la Metropoli cattolica, non mancano
leggende di apparizioni tra le rovine, né manca chi ci crede. Anzi si
conta: che in una notte tempestosa come questa, due sgherri più
avventati degli altri, avvicinandosi nelle loro ricerche al Colosseo
scorsero una certa luce e contenti di tale scoperta, si fecero innanzi
per riconoscerla; ma che procedendo verso quella parve loro vedere
fantasmi così spaventevoli, che sopraffatti dal terrore se la diedero
a gambe, perdendovi uno il cappello e l'altro la sciabola che aveva
tentato di sguainare, ma che tremante lasciò cadere e non ebbe il
coraggio di fermarsi per raccoglierla, e via.
I fantasmi altro non erano che i nostri giovani, i quali nel ritirarsi
inciamparono nel cappello e nella sciabola e siccome le loro
sentinelle avevano osservato l'approssimarsi delle spie e la loro
fuga, ne venne che la scoperta degli insperati trofei produsse tra
loro un'immensa ilarità.
CAPITOLO IV
I TRECENTO
La prima voce che s'udì nel loggione era voce d'uno da noi conosciuto:
la voce di Attilio.
Attilio, l'intemerato, a vent'anni era stato con voti unanimi eletto
da quei generosi a capitano. Tanto è il prestigio del valore e della
virtù e, diciamolo pure, anche dell'avvenenza e robustezza del corpo!
E Attilio meritava la fiducia dei suoi compagni. Alla bellezza
dell'Antinoo egli aggiungeva il profilo e il cuore del leone.
Dopo aver girato Io sguardo sull'adunanza ed essersi assicurato che
tutti erano muniti di un nastro nero al braccio sinistro (segno di
lutto per gli schiavi, da non deporsi sino alla liberazione di Roma, e
segno di ricognizione dei trecento) Attilio così cominciò:
"Fratelli! Sono ormai due mesi che le soldatesche straniere, unico
puntello del papato, devono sgombrare e non lo fanno. Essi lordano
ancora le nostre contrade e sotto pretesti futili rioccupano le
posizioni che già aveano abbandonate quando dovevano uniformarsi alla
Convenzione del settembre 1864. Or tocca a noi. Pazientammo diciotto
anni, subimmo il doppio giogo, egualmente esacrato, dello straniero e
del prete. Ed in questi ultimi anni, pronti a menar le mani, fummo
trattenuti da quella setta ermafrodita che si chiama de' moderati, e
altra moderazione non ha e non usa che quella d'impedire il fare e il
far bene: setta infame e divoratrice siccome il prete, pronta sempre a
patteggiare collo straniero, a far mercato dell'onor nazionale pur
d'impinguare sull'erario dello Stato che trascina a sicura rovina.
Di fuori i nostri amici son pronti e noi accusano di neghittosi.
L'esercito, meno la parte legata alla pagnotta, è tutto con noi. Le
armi che aspettavamo, per distribuire al popolo, sono giunte e stanno
in luogo sicuro. Di munizioni ne abbiamo più del bisogno.
A che dunque tardare più oltre? Oual nuova occasione dobbiamo
aspettare? Il nostro grido sia: "All'armi"...".
E "All'armi! all'armi!" fu la risposta dei trecento congiurati.
La stanza romita dove forse gli antichi eroi venivano ancora nella
notte a meditare sul servaggio delle nazioni, rimbombò al grido dei
trecento giovani, che giuravano di voler libera Roma, e l'eco diffuse
tra le secolari macerie dello sterminato Colosseo il maschio grido di
quella coorte.
Trecento! Trecento come i compagni di Leonida, come gli eroi
dell'antica famiglia dei Fabii, erano i giovani nostri amici; i quali
non avrebbero ceduto il loro posto, sia di liberatori, sia di martiri
per un impero.
"Che Dio vi benedica, anime predilette!--riprese Attilio.--Non ebbi
mai dubbio dell'unanime eroica vostra risolutezza per l'opera santa!
Noi felici, cui la sorte affidò la redenzione dell'antica padrona del
mondo dopo tanti secoli di servaggio e di brutture pretine.
Or come ognuno di voi ebbe la sua parte di popolo, suddiviso per
rioni, ad educare, così quella stessa parte di popolo sia da ciascuno
di voi guidata il giorno della battaglia che non sarà lontana, il
giorno in cui verranno infranti i ceppi della nostra Roma e risorgerà
questo popolo che il prete, schiuma d'inferno, il prete solo, poteva
depravare, corrompere, abbruttire a tal segno da cambiare il
grandissimo fra tutti i popoli nel più meschino, più abbietto, ed
ultimo popolo della terra.
Sì, è stato il prete che ha avuto il merito di educare gli italiani
all'umiliazione ed al servilismo. Mentre lui si faceva baciare la
pantofola dagli imperatori, chiedeva agli altri esercitassero l'umiltà
cristiana; mentre predicava l'austerità della vita, egli sguazzava
nell'abbondanza, nella lascivia e nel vizio. Inchini e baciamani: ecco
la ginnastica insegnata dal prete al popolo. Per Dio, lo dobbiamo a
lui se la metà di noi porta il gobbo, od ha la spina dorsale curvata!
La lotta che siamo per imprendere è santa. E a noi, non solo l'Italia,
ma il mondo sarà grato se giungeremo a liberarlo da questa
maledizione. Imperocché tenete per certo che nel mondo intero sarà
possibile la fratellanza umana ove sia liberato dai preti...".
A questo punto era arrivato col suo ardente discorso Attilio, quando
un lampo improvviso illuminò la vasta navata del Colosseo, come se a
un tratto mille torcie si fossero accese per incanto. Al lampo tenner
dietro le tenebre più fitte di prima ed un terribile tuono scosse fino
dalle fondamenta la sterminata mole.
Non impallidirono i congiurati, disposti come erano ad affrontare la
morte in qualunque guisa, né rimasero scossi. Ed ognuno di loro corse
colla destra nel seno a ricercare il ferro. Quando, quasi fosse un
seguito della meteora, s'udì una voce di disperazione risonare nel
vestibolo dell'anfiteatro e poco dopo una giovine scarmigliata, fuori
di sé, grondante acqua dalle vesti, si precipitava in mezzo ai
congiurati.
Silvio fu il primo che la riconobbe, e:
"Povera Camilla!" sclamò il coraggioso cacciatore di cignali. "Povera
Camilla! in quale stato mai l'hanno ridotta codesti mostri, che
l'Europa c'impone a padroni, per i quali l'inferno solo dovrebbe
servire di stanza".
Subito dietro alla Camilla, erano entrati alcuni dei giovani rimasti
di guardia al di fuori e al loro capo raccontavano come quella donna
al chiarore del lampo li avesse scoperti, come si fosse slanciata
verso il loggione, senza che fosse stato possibile, in modo alcuno,
trattenerla.
"Vedendo una giovane donna--dissero le sentinelle--abbiamo creduto
farci interpreti del vostro desiderio non adoperando le armi per
arrestarla. In altro modo ci è stato impossibile il farlo".
Camilla intanto, sollevata da Silvio avea innalzato meccanicamente gli
occhi fino a lui. Ma fissatolo un momento, diede un urlo spaventoso e
cadde a terra boccone, così dolorosamente singhiozzando da intenerire
le pietre.
CAPITOLO V
L'INFANTICIDIO
Si ritrae dalle statistiche che Roma è la città ove nascono in maggior
numero i figli naturali.
E degli infanticidi quale è la cifra che danno le statistiche?... Nel
1849, al tempo del Governo degli uomini, io ho assistito a delle
ricerche nei penetrali di quelle bolgie che si chiamano conventi e in
ogni convento non mancavano mai gì'istromenti di tortura e l'ossario
dei bambini.
Cosa era quel nascosto cimitero di creature appena nate o non nate
ancora? Un senso d'orrore rivolta ogni anima che non sia di prete
dinanzi a tale spettacolo.
Il prete invece impostore, cresciuto alla menzogna ed all'ipocrisia,
deridendo la credulità degli stupidi, è naturalmente propenso a
satollare tanto il ventre come la lussuria. E come potrebbe egli
contentare gli appetiti del corpaccio se non facendo scomparire i
frutti della seduzione o della violenza?
E così, nata, strangolata o macellata e sepolta era una creatura umana
per nascondere la libidine di chi si era consacrato alla castità.
La terra, i fiumi, il mare, certo nascondono a milioni le vittime
della scelleraggine e dell'impostura.
Povera Camilla! anche il nato dalle tue viscere andò nel carnaio degli
innocenti dopo aver esalato il respiro sotto il coltello degli sgherri
dello stesso Procopio, di quel Gianni che in questo momento s'aggira
per sedurre e perdere la perla di Trastevere, la bellissima Clelia.
Nata contadina l'infelice Camilla ebbe come l'Italia il dono funesto
della bellezza. Silvio, nelle sue caccie verso le paludi pontine,
soleva fermarsi, passando, in casa del buon Marcello, padre di
Camilla, a poca distanza di Roma. E s'era colà innamorato della
fanciulla. Riamato da Camilla e chiestala al padre, l'ottenne e si
fidanzarono. Era una bella coppia quella dell'avvenente e robusto
cacciatore colla gentile e bella contadina ed entrambi assaporavano
anticipatamente con l'anima le delizie della loro unione.
Ma troppo bella era Camilla e troppo innocente in quella metropoli
della corruzione. I bracchi dell'Eminenza avean fiutato la colomba e
quando viene fiutata e tracciata la selvaggina da costoro, è ben
difficile non cada.
In una escursione di caccia, il povero Silvio aveva presa la febbre,
sì comune in quelle paludi, e questo malanno fu cagione che il
matrimonio venisse ritardato e più facile si rendesse il disegno degli
avvoltoi su quella preda gentile.
Raramente ma pur qualche volta Camilla soleva recarsi a portar delle
frutta in piazza Navona e lì una fruttaiola comprata da Gianni tese
tante lusinghe e reti all'innocente contadina che la fece finalmente
cadere nella trappola.
La caduta non rimase a lungo occulta. Il ventre ingrossando minacciò
svelare l'arcano, onde temendo del padre e dell'amante, la povera
Camilla si lasciò persuadere ad occupare una stanza nel palazzo
Corsini ove a bell'agio il cardinale poteva continuare la tresca
coll'infelice.
Il parto riuscì un bambino e quel bambino fu destinato come tanti
altri al carnaio.
Camilla ne impazzì e grazie alla generosa pietà del porporato, il
quale sognava nuovi amori, fu rinchiusa in un manicomio. Una notte
però, sia colla violenza, sia deludendo la vigilanza dei custodi, la
pazzarella riuscì a guadagnare l'aria libera. Uscì, vagò, vagò a lungo
in quella notte tempestosa, senza direzione preconcetta, finché per
caso avvicinatasi al Colosseo le parve intravvedervi una luce,
avanzossi. In quel momento il precursore della folgore avea
rischiarato ogni cosa e fra le altre le sentinelle che vigilavano
all'ingresso dell'anfiteatro.
L'istinto, un vago presentimento la spinsero verso quegl'individui che
almeno non avevano l'aria di preti. Costoro vollero arrestarla, ma
Camilla avea in quella notte una forza sovrumana. Si svincolò, salì e
giunta al loggione cadde spossata in mezzo ai trecento.
Povera Camilla! E Silvio che l'aveva riconosciuta, raccontava ai
compagni la storia dell'infelice. "È tempo,--ripigliava Attilio,--di
purgare la nostra città da questo immondo pretume" ed un lampo di
sospetto per la sua Clelia, forse in procinto di cadere fra gli
artigli delle belve istesse, balenatogli alla mente, il suo pugnale
venne fuori come una striscia di fuoco. Quindi brandendo il ferro,
Attilio sclamò:
"Maledizione a quell'indegno Romano che non sente l'umiliazione della
sua patria e che non è pronto a bagnare il suo ferro nel sangue de'
tiranni che la deturpano facendone una cloaca".
"Maledizione! Maledizione!" rimbombò per più minuti l'ampia volta
delle ruine, ed il tintinnio de' ferri cozzanti, faceva riscontro al
clamore delle voci; terribile musica all'indirizzo de' corrotti e
scellerati padroni di Roma.
"Silvio!--ripigliava Attilio--questa fanciulla più infelice che
colpevole, abbisogna di protezione e tu generoso non gliela niegherai.
Vanne e l'accompagna, ed il giorno della riscossa, noi siamo certi,
non mancherai al tuo posto".
E Silvio era generoso davvero e amava ancora la sua disgraziata
Camilla. Costei alla vista dell'amante parve quasi per incanto calmata
dal morboso furore, e tacita, rannicchiata era diventata docile come
un agnello.
Silvio le si accostò, sollevolla, l'avvolse nel proprio mantello e
dolcemente tenendola per mano, la condusse fuori del Colosseo verso
l'abitazione di Marcello.
"Per il quindici alle Terme di Caracolla, e pronti a menar le
mani!...".
"Pronti! Pronti!" ripeterono i trecento. Ed in pochi minuti il deserto
delle rovine avea ripreso la sua tetra spaventosa solitudine.
CAPITOLO VI
L'ARRESTO
Cencio, come fra la gioventù Romana suole a parecchi accadere, era
disceso più per colpa dei genitori che propria, nell'abbiezione in cui
l'abbiamo trovato.
Onesto carpentiere, il padre avea sposata una di quelle tante donne
uscita dal connubio dell'alto clero con femmina Romana(11).
(11) Come può essere diversamente con un clero ricco ed una
popolazione povera?
Costei non ignorava la non mediocre sua nascita e vanarella sognava
poter innalzare il proprio figlio al disopra dell'umile condizione del
padre suo. Essa faceva gran conto sulla protezione dell'Eminente
genitore e le pareva che questi dovesse proprio occuparsi del suo
nuovo nato. Stolta! che non sapeva come i godimenti mondani sieno la
sola norma dei porporati predicatori della vita eterna e che, una
volta satolli, costoro distruggono o abbandonano la prole.
E Cencio destinato dalla madre allucinata a grandi cose non curò
imparare l'arte del padre, si diede dell'aria e finì, ostentando una
condizione che non era la sua, a precipitarsi nel vizio e vendersi
finalmente al primo ministro dei piaceri di un'Eminenza.
Dalla stanza dove lo aveva collocato Gianni egli non perdeva Manlio di
vista; ed una sera mentre l'artista stava intento al lavoro piomba
Cencio nel suo studio e con voce commossa, si fa così a supplicarlo:
"per l'amore di Dio! voglia permettermi di rimanere qui un istante,
sono inseguito dalla polizia... mi cercano per imprigionarmi.
L'assicuro,--continuava l'impostore,--che non ho altro delitto, tranne
quello d'esser liberale; nel calore di una disputa ho detto
francamente che la caduta della repubblica era stato un assassinio.
Per tutto questo mi vogliono arrestare!".
Così terminando il suo discorso Cencio per dare alle sue parole
maggior colore di verità, fingeva di cercare dietro i marmi, ond'era
ripieno lo studio, un nascondiglio che lo coprisse dalla vista della
strada.
"I tempi corrono difficili", pensò Manlio fra sé, "c'è poco da fidarsi
del prossimo; ma come si fa a cacciar di casa un compromesso politico?
come si fa a mandarlo a crescere il numero degli infelici che gemono
nelle prigioni dei preti?".
"Poi,--pensava Manlio sbirciando il nuovo venuto,--il giovane mi
sembra di buon aspetto. Giunta che sia la notte, potrà facilmente
trovare uno scampo".
E l'uomo onesto condusse lui stesso Cencio nella recondita parte dello
studio, non sospettando di certo ch'egli albergava un traditore.
Non passò molto che una frotta di sgherri sfilando lunghesso la via si
fermava davanti lo studio e vi penetrava chiedendo al proprietario il
permesso di farvi una visita domiciliare per ordine superiore.
Non è difficile trovare il nascondiglio di uno che vuol essere
scoperto. Poi il capo degli sgherri già d'intelligenza con Cencio lo
avea da lontano veduto entrare ed era certo di non dover frugare
invano.
Povero Manlio! poco sospettoso, come lo è generalmente la gente
onesta, cercava di persuadere il briccone che nulla o nessuno si
trovava nel suo studio che potesse dar sospetto alla polizia e
procurava frattanto di guidare i cercatori in parti diverse da quella
del nascondiglio di Cencio.
Ma il malandrino per abbreviare l'indagine che lo annoiava tirò per le
falde dell'abito il capo-birro, mentre gli passava daccanto e questo
con un piglio vittorioso afferrando il complice per il collo:
"Oh! Oh! voi renderete conto al Governo di Sua Santità del ricovero
dati ai nemici dello Stato" disse, pavoneggiandosi il galeotto. E
aggiunse "seguirete immediatamente in carcere il colpevole che avete
voluto albergare".
Manlio poco avvezzo al contatto di quella canaglia era rimasto
sbalordito. Ma alle minaccie del furfante sentì il sangue ribollirgli
nelle vene e lo sguardo gli corse tosto ai ferri che adornavano lo
studio. Eran scalpelli, martelli, mazze e Manlio stava lì lì per
impugnare un pié di porco massiccio e fracassare con quello il cranio
dell'insolente, quando apparve scendendo dalle scale Clelia preceduta
dalla madre.
La vista di quelle care creature fiaccò lo sdegno dell'artista. Esse
avevano dal balcone vista entrare quella insolita visita e non
vedendola partire ed avendo sentito qualche cosa d'imperioso nella
voce del birro, tementi e curiose discesero nello studio.
Era il crepuscolo della sera e siccome nel piano generale dell'arresto
di Manlio era stabilito non lo si avesse a condurre in prigione di
giorno, per paura di qualche riscossa dai Transteverini che amavano e
rispettavano il nostro amico, così calcolò il capo-birro che a lui
conveniva differire la traduzione dei prigionieri: onde col piglio
simulatore della volpe. "Via dunque", rivolto a Manlio gli disse:
"tranquillate le vostre donne, la cosa finirà in niente. Voi verrete a
rispondere ad alcune interrogazioni e questa sera stessa, io lo spero,
potrete tornare a casa vostra".
Vane furono le rimostranze delle donne, e Manlio sdegnando di
supplicare il birro, incamminossi di lì a poco colla tristissima
compagnia.
CAPITOLO VII
IL LEGATO
Il fenomeno della insaziabile tendenza pretina al solo godimento dei
beni materiali è cosa a tutti nota, mentre pur tutti sanno egualmente
che per il resto del mondo, cioè per chi non è prete, essi predicano e
millantano i beni spirituali d'una vita avvenire _colla gloria del
paradiso!_
Osservate bene e ben ponderate quella gloria dei preti: "_Gloria del
Paradiso! Maggior gloria di Dio!_". Udite sacrilegio da impurissima
bocca: _Gloria a Dio!_ Come se l'Onnipossente, l'Eterno, l'Infinito
potesse essere illustrato, glorificato da quella razza di vermi! Agli
stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio; ai
preti la crapula, ricchezze e lussuria, sempre per la maggiore gloria
di Dio!
Oggi non più ma in passato, i preti, a forza d'imposture e per
l'ignoranza delle genti accumularono sterminate ricchezze. Esempio ne
sia la Sicilia ove la metà dell'isola apparteneva ai preti e frati
d'ogni specie.
E due erano le principali sorgenti delle ricchezze loro. La prima
proveniva dalle donazioni dei grandi, i quali dopo aver trascinata
un'esistenza di delitti credevano, cedendo al clero una parte dei loro
furti, rendere legittimo il possesso dell'altra e sottrarsi al castigo
di Dio.
La seconda sorgente di ricchezze i preti la derivavano al capezzale
degl'infermi ove padroni dei loro ultimi istanti, colle paure
dell'Inferno e del Purgatorio da loro suscitate, carpivano legati e
bene spesso l'intere eredità dai morenti a pregiudizio dei figli che
riduceano senza pietà alla miseria.
Correva il dicembre del 1849. La Repubblica Romana, sorta dai voti
unanimi dei rappresentanti legittimi del popolo, era stata sepolta da
alcuni mesi dalle bajonette straniere. I preti ripigliata l'antica
possanza dovevano riempire le prebende un po' smunte da quegli eretici
di repubblicani ed il conforto, la cura, il sollievo delle anime
dovevano ancora provvedere al conforto, alla pienezza, alla libidine
di quei corpi beati!
Erano di poco trascorse le nove e fittissima era calata la notte sulla
piazza quasi deserta della Rotonda. Sapete voi cos'è la Rotonda?
Quella chiesuola ove ogni mattina poche donnicciuole vanno a far
corona ad un pretuncolo per la maggior gloria di Dio? Ebbene la
Rotonda è il Pantheon dell'antica Roma! Un tempio che conta duemila e
più anni, e direste eretto appena ieri tanto la sua conservazione è
perfetta, tanto la sua architettura è sublime.
Ogni colonna del suo peristilio sarebbe pagata a peso d'oro
dall'antiquario straniero ed il gigante della scoltura Michelangelo,
cui questa _Rotonda_ bastava a turbare i sonni, non fu tranquillo se
non dopo di avere innalzato nello spazio quel tempio di tutti i dei e
postolo come cupola sul colosso monumentale dell'universo(12).
(12) Il Tempio dì S. Pietro.
Ma il prete ne ha fatto la _Rotonda_, come del Foro Romano, ove
s'adunavano i padroni del mondo per discuterne le sorti, ne fece un
_Campo Vaccino!_
Erano dunque le nove d'una notte oscura di dicembre ed a traverso la
piazza della Rotonda si vedeva scivolare qualche cosa di nero che
t'avrebbe posti i brividi nelle ossa, fossi tu stato uno dei
coraggiosi militi di Calatafimi.
Era ribrezzo o paura il sentimento svegliato dall'apparizione di quel
fantasma? Non lo saprei spiegare ma credo fosse l'uno e l'altra ed
erano giustificati entrambi, poiché sotto la nera sottana che ti
scivolava davanti, batteva il cuore d'un demonio, anelante al
compimento di tale delitto, che solo l'anima d'un prete può ideare ed
eseguire.
Giunto al portone di casa Pompeo, situata in un lato della piazza, il
prete dava mano al battente, lo lasciava cadere leggero, quindi
tiravasi un po' indietro, ricercando collo sguardo la fitta tenebria,
timoroso ch'alcuno non lo scorgesse mentre era intento a compiere la
scena scellerata, ch'egli doveva aggiungere ai lugubri drammi della
sua vita d'infamie.
Ma chi si curava del perpetratore d'un delitto ove dominavano il
mercenario straniero ed il prete! Dove in una popolazione immensa, il
poco di buono che c'era, stava imprigionato, proscritto, o ridotto
alla miseria?
Il portone della nobile casa venne schiuso. Il portiere riconosciuto
il reverendo padre Ignazio, con un strisciante inchino lo salutò,
baciògli la mano e gli fece lume accompagnandolo fino ai primi gradini
della scala più per cerimonia che per bisogno essendo già ben
rischiarato dalla lampada l'ampio scalone d'una casa delle più
opulente di Roma.
"Ov'è Flavia?" chiese il chiercuto al primo servo che gli capitò
davanti, e Siccio, che tale era il nome del servo, proprio Romano
davvero e poco simpatico all'uccello di cattivo augurio: "Al capezzale
della morente" rispose, e voltò le spalle.
Ignazio con passo frettoloso, siccome ben pratico della casa,
s'incamminò verso una stanza da letto che chiudeva una serie di
salotti e di stanze ricchissime. Giunto alla porta faceva udire
(sommesso però) certo grugnito che avea del bestiale, ma ben inteso e
capito egualmente, poiché in un attimo, lo schifoso ceffo d'una
vecchia suora comparve sull'uscio, schiuse, introdusse premurosamente
il prete e scambiò con lui uno di quegli sguardi che avrebbero
agghiacciato il sole, se fossero stati ricambiati al suo cospetto.
"È fatto?". "È fatto!" era la risposta della donna, ed entrambi
s'incamminarono verso il giaciglio della morente.
Don Ignazio trasse di sotto alla gonnella una boccetta, ne vuotò il
contenuto in un bicchiere ed aiutato dalla suora, sollevò il capo
della moribonda che aprì macchinalmente la bocca e bevette fidente od
inconscia tutta la pozione.
Un sogghigno di soddisfazione infernale volava dall'uno all'altro viso
dei due scellerati. Abbandonarono sui cuscini il capo già insensibile
della vecchia infelice, si ritirarono quindi tranquillamente a sedere
in un angolo della stanza. Quivi Flavia passava nelle mani del prete
un foglio; questi, senza leggerne il contenuto, che ben conosceva,
volava coll'occhio alla firma, la fissava per qualche momento, poi
ripiegando lo scritto, lo intascava con mano convulsa, senza
aggiungere altro che un "Sta bene! Voi avrete la vostra ricompensa!".
Era quel foglio il testamento della signora Virginia, madre di Emilio
Pompeo, morto sulle mura di Roma, da piombo napoleonico. La moglie di
Enrico dopo averlo assistito nella lunga agonia, vinta dal dolore,
alla sua volta soccombette lasciando un bimbo di due anni, unica prole
orbata dei genitori, cui rimaneva soltanto l'appoggio della vecchia
ava.
Virginia amava ancora il suo Muzio, unico rampollo dell'antichissima
stirpe dei Pompei, con affetto vìvissimo, e certo non avrebbe mancato
di lasciarlo in possesso della vasta eredità di famiglia: ma che
volete? come tante donne ignorava che sotto la nera sottana batte
l'anima dell'inferno.
Don Ignazio con quella ipocrisia e sottigliezza che paiono privilegio
della casta pretina, Don Ignazio confessore della vecchia, a forza di
giri e rigiri era pervenuto ad ottenere che sul suo testamento
s'introducesse un legato a suffragio delle anime del Purgatorio, ma se
questo accontentava le anime del Purgatorio, non rendeva pago lo
scellerato, il quale agognava all'intera proprietà della casa Pompeo.
Ammalatasi la vecchia Virginia, Ignazio le fece accettare Flavia per
infermiera e col suo mezzo, e assiduamente vigilandola senza quasi
permettere ch'altri l'avvicinasse, quando il corpo e la mente
dell'infelice per l'aggravarsi del male s'andarono indebolendo, il
ribaldo non trovò difficoltà a sostituire al testamento che portava il
legato un nuovo testamento che lasciava per intero l'eredità Pompea
alla corporazione di S. Francesco di Paola, creando per giunta don
Ignazio stesso esecutore testamentario.
Non mancavano i testimoni _idonei_ e la bigotta sottoscrisse la
miseria e lo spoglio dell'infelice bambino per impinguare la crapula
di quei figli della maledizione.
Intanto Muzio, diseredato, dormiva placidamente nella sua cameretta
ancora adorna dalla mano materna in un magnifico letticino. Orfano
infelice! che il domani doveva svegliarsi mendico.
CAPITOLO VIII
IL MENDICO
Diciott'anni sono trascorsi da quella sera fatale in cui un prete nero
nero come la befana avea traversato la piazza della Rotonda per
commettere il nefando delitto che abbiamo narrato e noi ritornando
sulla stessa piazza vediamo appoggiato ad una delle colonne del
Panteon un mendico avvolto nel solito mantello foggiato a toga.
Non era questa volta una notte oscura di dicembre. Era un tramonto
procelloso di febbraio.
Il mendico teneva avvolto intorno alla persona lo sdruscito mantello
tanto da nascondere anche la parte inferiore del viso ma alle scarse
sembianze che rimanevano svelate scoprivasi una di quelle fisonomie
che vedute una volta ti restano impresse per tutta la vita.
Un naso Romano divideva due occhi azzurri che avrebbero abbarbagliato
un leone: benché coperte il contorno delle spalle era mirabile e
mostravano di appartenere a tale che non sarebbe stato facile
insultare impunemente. L'attitudine, il contegno della persona
apparivano imponenti, e lo scultore spesso dovette aver ricorso a quel
mendico quando volle inspirarsi ad un atteggiamento eroico(13).
(13) Il modello e la modella sono professioni apprezzate in Roma,
terra classica di pitture e sculture.
Un piccolo tocco sulla spalla scosse il mendico dalla sua immobilità
contemplativa. Si volse e con piglio famigliare disse al sopravvenuto:
"Sei qui fratello!" e sembrava veramente un fratello di Muzio quegli a
cui egli dava quel nome. Egli era Attilio, l'amico nostro, il quale
alle parole di Muzio soggiunse:
"Sei tu armato?".
"Armato?" rispose alquanto sdegnoso il mendico.
"Il mio ferro, tu lo sai, fu il mio solo retaggio, tutto il mio
patrimonio! vuoi tu ch'io l'abbandoni, io che l'amo quanto tu poi
amare la tua Clelia ed io... la mia?". Poi, levando in alto gli occhi
dopo un istante di pausa con amaro piglio continuava: "Ma e che giova
l'amore ad un mendico, ad un reietto della società umana? Chi crederà
che palpiti qualche cosa sotto un petto coperto di cenci?".
"Eppure," soggiungeva Attilio, rispondendo alla digressione del
mendico, "quella bella straniera, sono sicuro che ti ama, quanto è
capace di amare una donna".
Muzio tacque e d'improvviso annuvolossi, il che Attilio scorgendo e
dubitando si sollevasse qualche tempesta nell'animo contristato
dell'amico lo prese dolcemente per mano e gli disse: "Vieni" e Muzio
lo seguì senza proferire parola.
Intanto la notte scendendo, copriva col nero suo manto la città
eterna. Per le vie silenziose, i passanti s'eran fatti più radi,
l'ombre dei palagi e dei monumenti si confondevano colle tenebre e
solo alcune pattuglie di stranieri rompevano il silenzio della notte
col loro passo misurato e pesante.
Preti a quell'ora se ne incontravano pochi. Non s'incomodano, né si
fidano: la tepida sala è preferibile alla squallida via, poi nella
notte sono poco sicure le strade di Roma ed i preti, meno di
chicchessia, amano di mettere la preziosa loro pelle in pericolo.
"La finiremo un giorno con questi mercenari che la fan da birri ai
preti" diceva il mendico tornato in calma al suo compagno.
"Oh sì! la finiremo, e presto" rispondeva Attilio.
Così discorrendo ascendevano il Quirinale, oggidì Monte Cavallo, per
le due famose statue equestri, capo-lavoro dell'arte greca che sulla
piazza si ammirano.
Giunti a pié dei colossi si fermarono entrambi. Attilio tolto di tasca
un acciarino ne trasse delle scintille; all'estremità della piazza lo
stesso segnale si ripetè, e allora i due amici si avanzarono.
Prima di giungere all'ultimo limite della piazza un militare del
picchetto di guardia al palazzo facevasi innanzi, stringeva la mano ad
Attilio e conduceva i due verso una porticina laterale al portone
d'entrata. Entrarono. Passato un angusto corridoio salirono una
scaletta e si trovarono in una stanza apparentemente lasciata a
disposizione del comandante la guardia.
Tutti gli arredi della stanza consistevano in un desco ed alcune
sedie; sul desco varie bottiglie, parecchi bicchieri ed un lumicino ad
olio. Quivi, dopo aver fatto sedere gli ospiti, ed essersi lui pure
seduto, il militare ruppe il silenzio dicendo:
"Beviamo un bicchiere d'Orvieto, compagni, che val più d'una
benedizione del Santo Padre, in questa notte d'inverno", e presentava
così dicendo un calice del benefico liquore ai due amici.
"L'han dunque condotto qui Manlio?" chiese Attilio appena libato il
primo sorso.