DIRETTORE--Oh! signor Cavaliere, dove c'è il sole ogni altra stella

sparisce. Intèrroghi Ella sopra quel che le piace: e questi giovani

si troveranno onorati, e ricorderanno con orgoglio di essere stati

interrogati da sì degno personaggio.

LEONE--Ma desidero però che intèrroghi anche lei. (_Piano al Sindaco_)

Facendolo interrogare, gli faccio, senza parere, l'esame anche a lui.

DIRETTORE--Faremo a vicenda, se così le piace.

LEONE--Cominci lei.

RODOLFO--(_da sè_) Ho bell'e capito, l'amico non vuole impicciarsi; ma

ce lo tirerò io.

DIRETTORE--(_volto al giovane 1.º_) Dica lei: quali sono i più grandi

scrittori del secolo d'Augusto?

GIOVANE 1.º--Virgilio, Orazio, Sallustio e Tito Livio sono i principali.

LEONE--Ma, tra' principali, doveva metterci anche Lucrezio, Tacito e

Plauto. (_I giovani sghignazzano_)

DIRETTORE--Mi perdoni, signor Cavaliere: parmi che Lucrezio e Plauto

fossero assai prima di Augusto; e che Tacito fosse molto dopo.

LEONE--Sì sì; ma i buoni critici gli mettono tra gli scrittori

Augustali.

DIRETTORE--Mi perdoni; la nuova critica non è arrivata fin qua a Chiusi.

RODOLFO--(Oh, pezzo d'ásino d'un Ispettore!) (_e volto alla Giulia_) Il

principio non è brutto: l'avrebb'a ire a finir bene!

GIULIA--L'ho detto che non avevo sbagliato a crederlo un ignorante.

DIRETTORE--Contínui, signor Ispettore. _Ubi major, minor cessat_.

LEONE--(_Ammansito_) Grazie. (_E volto al giovane 2.º_) E la lingua

latina come si spense?

GIOVANE 2.º--Per le irruzioni de' barbari...

LEONE--Sì, ma come? con che ordine?

RODOLFO--(Dio che roba!)

GIOVANE 2.º--Non lo so...

LEONE--Non lo sa? Signor Direttore, queste sono cose elementari...

DIRETTORE--(Ah, sfacciato!) Che vuole? il giovane è un poco

sopraffatto... Lo metta ella in via, e vedrà che lo sa.

LEONE--Dunque (_volto al giovane_), venuti i barbari in Italia sotto i

Longobardi, (_i ragazzi ridono_) che fecero?

GIOVANE--Ma i Longobardi...

LEONE--Bene; i Longobardi che fecero?

GIOVANE--Nulla.

LEONE--Nulla? Signor direttore... sono molto addietro questi suoi

scolari!

DIRETTORE--(Bada, che mi scappa la pazienza! Ma freniámoci.) Scusi,

secondo la Critica vecchia, i Longobardi non furono i primi barbari che

venissero in Italia; chè molti e molti anni innanzi...

LEONE--Già, già, lo so. Ma i critici sogliono ora cominciar da'

Longobardi, perchè essi esercitarono sulla povera Italia la maggiore

influenza.

RODOLFO--(Dio mio ajutáteci!)

DIRETTORE--Eh, scusi, ma i Goti...

LEONE--I Goti, già, vennero dopo i Longobardi.

SINDACO--(Per bacco, questa l'è grossa davvero!)

DIRETTORE--Ci pensi meglio, signor Cavaliere.

FABRIZIO--(_vedendo l'impiccio_) Signor Ispettore, ella che ama tanto

la Divina Commedia e Dante, ed è sì valente Dantista, intèrroghi

piuttosto sopra il gran Ghibellino, che intenderemo qualcosa tutti.

LEONE--Volentieri. Dica (_volto al giovane 3.º_) com'era Dante in

politica?

GIOVANE 3.º--Prima fu guelfo, e combattè co' Guelfi a Caprona e a

Campaldino; poi mutò parte...

_Leone_--Coloro che insegnano tali cose non sono capaci di comprendere

l'alto concetto dantesco. Dante fu italiano, e non altro: ed egli fu

l'iniziatore primo della unità italiana sotto un solo Re.

RODOLFO--(_da sè_) L'_iniziatore primo_? Sfido io! se è _iniziatore_

non può essere altro che primo.

DIRETTORE--(È meglio ch'i' la pigli in celia: se no va a finir male.)

Mi perdoni, signor Cavaliere, ma il _Trattato della monarchía_, dove

Dante espone il suo pensiero politico, lo ha letto? Che ci ha trovato

codesto concetto, ed anche _il solo Re_?

LEONE--Che domande son codeste? L'ho letto e studiato; e anche ne ho

fatto lo spoglio, essendo esso uno de' primi testi di lingua citati

dalla Crusca.

DIRETTORE--Badi, è scritto in latino!... Ma lasciamo andar ciò. Sappia

dunque che, e nella _Monarchía_, e nella _Commedia_, Dante vagheggiava

la monarchía universale sopra tutto il mondo civile: l'imperatore

doveva aver l'alto dominio sopra ogni paese, di qualunque forma di

governo: il Papa doveva avere il dominio delle coscienze. L'Italia, che

Dante chiama il _giardino dell'Impero_, non era, come vede, per esso,

se non una parte di tal monarchía: l'Imperatore doveva, come altrove,

imperarvi, non reggervi: si ricordi che anche di Dio disse: _In tutte

parti impera e quivi regge_; e potevano, anzi dovevano, tutte le terre

d'Italia rimanere con la loro autonomía, repubbliche le repubbliche,

principati i principati...

LEONE--Codesta, signor Direttore, è critica codína... Non lo sentì

anche il Padre Giuliani, là nel 1865?

DIRETTORE--Io do retta a Dante, e non al Padre Giuliani...

SINDACO--Mi pare, signori carissimi, che questo non sia tempo da

díspute. Contínui la sua interrogazione.

RODOLFO--Cavaliere, faccia spiegare qualche luogo fra i più belli della

_Divina Commedia_.

LEONE--(_che mal può celare la stizza, e la confusione_) Volentieri,

Signor Direttore, (_al Direttore con atto imperioso_) faccia leggere

al giovane, che ella crede più adatto, quel luogo sublime dove Dante

incontra la sua Beatrice, il quale comincia:

«A noi venía la creatura bella

«Bianco vestita, e nella faccia quale

«Par tremolando mattutina stella.»

DIRETTORE--(RIDENDO SOTTO I BAFFI, E VOLGENDOSI AL GIOVANE 2º) Su, dica

lei, per ubbidire al signor Ispettore.

GIOVANE 2.º--«A noi venía la creatura...» (_si mette a ridere_)

LEONE--Che mancanza di rispetto è questa? di che ride?

GIOVANE 2º--«La creatura bella, bianco vestita...»

LEONE--Bene: che c'è da ridere?

GIOVANE 2.º--La non è Beatrice.

LEONE--Come non è Beatrice?!

DIRETTORE--Signor Cavaliere, forse ora ella è distratto: ci pensi

meglio, e indichi esattamente il luogo che desidera di udire spiegato.

Che vuole? son giovani, e bisogna preparar loro il terreno...

SINDACO--(_alla moglie_) Mi pare che il Direttore tiri a voler metter

fuori di scherma il Cavaliere; il quale, par proprio che...

GIULIA--(_interrompendolo_) Che sia quale lo giudicai io, eh? Non

dubitare, no. Sentiamo come n'esce.

LEONE--Dunque Beatrice, la donna di Dante, quella che lo accompagna per

il Purgatorio e per il Paradiso... (_i giovani sghignazzano_) Dante se

la vede venire incontro tutta vestita di bianco...

UNA VOCE--No, di rosso.

LEONE--(_stizzito_) Insolenti! Facciano silenzio. Dunque, come diceva,

Dante in que' sublimi versi... perchè Virgilio nel Purgatorio non ci

poteva andare...

LA VOCE--Vi andò.

LEONE--Signor Direttore, queste sue scuole sono molto mal disciplinate.

DIRETTORE--Mi pare di non meritar sì fatto rimprovero. Dall'altra parte

son giovani, e sono compatíbili, se desiderano di far vedere che ne

sanno più di coloro...

SINDACO--(_interrompendo_) Signor Direttore, la prego di far tacere i

suoi giovani.

DIRETTORE--Silenzio! Signor Cavaliere, i giovani sono quieti; e

l'interrogato da lei, aspetta di udire le sue ammonizioni.

LEONE--(_al giovane_) Sì, ripeto, il Purgatorio è la più bella parte

del sacro poema: Virgilio vi andò sino ad un terzo di viaggio; Beatrice

_lo rimpiazzò_; Dante la vide, e la descrive con que' versi.

GIOVANE--Mi perdoni, signor Ispettore: Virgilio accompagnò Dante per

tutto il Purgatorio: que' versi, da lei per isvista citati, descrivono

un angelo; e Beatrice è descritta così dal poeta, là nel canto XXVII

del Purgatorio quando apparisce a Dante:

Sotto candido vel, cinta d'oliva,

Donna m'apparve...

Vestita di color di fiamma viva[60].

LEONE--Lo sapevo da me; e mi maraviglio che ella si metta a far il

maestro a un suo superiore.

GIOVANE--Ma a me mi par che non lo sapesse...

LEONE--Insolente! (_i ragazzi ridono_) Signor Direttore, (_monta su

tutte le furie_) ella solo è _responsabile_ dell'insulto che ricevo

nella sua scuola. Il Ministro mi sentirà... E lei, signor Sindaco,

farà chiudere la scuola. I giovani possono andare.

DIRETTORE--Signori, vadano pure... (_i giovani escono ridendo: il

Sindaco, Rodolfo e la Giulia, si alzano_)

LEONE--E lei, signor Direttore, me ne renderà conto. Nella persona mia

è offesa la maestà reale.

DIRETTORE--(_acceso di sdegno_) Sì, mi par di sentire quella maschera

d'un teatro toscano, che, essendo col suo lucernone in capo,

pretendeva di tenere a freno certi suoi schernitori, dicendo che egli

rappresentava S. A. il Granduca. O senta dunque che cosa le ho da dire;

e questi signori mi scuseranno: e se lei, sor Ispettore, ricorrerà

al Ministro, io saprò che cosa rispondere; e si vedrà chi ne va a

capo rotto. Io mi maraviglio bene di un governo, che, a sindacare, e

sopravvegliare le scuole, dèputa farfanícchi suoi pari, che appena

sarebbero buoni a far il maestro di prima elementare; e dà persino ad

essi delle onorificenze; e che non hanno altro pregio, se non quello

della ciarlatanería e della più abietta servilità, di mutar casacca a

ogni momento, di incensare tutti gl'idoli nuovi, e prostrarsi a tutti

i nuovi padroni; di strisciare i ricchi e i potenti; di farsi largo a

forza di male arti, e di viltà e umiliazioni di ogni genere: e che,

mentre dovrebbero contentarsi di star ne' loro cenci, e godersi gli

onori non meritati, osano di impanciarsi a parlare di cose che non

sanno; e abusano vilmente il loro ministero...

FABRIZIO--Signor Direttore, pensi a quello che dice: si calmi. Il suo

procedere non è degno di lei.

RODOLFO--(_alla Giulia_) Lo sapevo che sarebbe ita a finir male.

Proprio me la godo!

GIULIA--Ma il Direttore esce troppo fuor del mánico.

LEONE--(_in tutto il discorso farà i più strani atti di sdegno_)

Vedremo! A me tali insulti? loro signori, sono testimoni... A un mio

pari!

GIULIA--Si calmi, signor Cavaliere. Il Direttore è sopraffatto da

qualche cosa. Ma si accorgerà egli stesso del suo errore...

DIRETTORE--(_al Sindaco, dandogli la lettera dell'Elvira_) Guardi, se

ho ragione di parlar così. Affido questa lettera alla sua lealtà. (_Il

Sindaco leggendo fa atti di stupore._)

LEONE--Non ammetto scuse. Prima al Ministro: poi al Tribunale (_come

invasato_).

DIRETTORE--Vedremo quel che la ci guadagnerà. Signor Sindaco, mi

permetta di uscir di qui, perchè non voglio pormi nel caso di perdere

la pazienza davvero.

FABRIZIO--Si serva. (_Il Direttore parte. Il Sindaco volto a Leone, che

fa atti di scusa_) Signor Cavaliere, mi duole proprio amaramente...

LEONE--Ma spero che anche lei, signor Sindaco, mi farà dare solenne

riparazione. Che si canzona! Un'autorità costituita... nell'esercizio

delle sue funzioni!

GIULIA--Signor Cavaliere, anch'io sono dolente di questo scandalo; ma

sono le solite bizze de' letterati. Faccia una cosa, ci rida su, e

stia allegro. Il Direttore le chiederà scusa... (_Nel tempo che parla

la Giulia, il Sindaco e Rodolfo confabulano; e il Sindaco fa vedere al

cognato la lettera della Elvira._)

LEONE--Mi perdoni, signora Giulia, ma voglio vederne la fine... bisogna

dare un esempio...

RODOLFO--(_Chiama da parte Leone, e gli dice:_) Leone, credo che

sarà meglio per voi il lasciar correre. Alla fin de' conti il torto

è vostro... Si riderà su per i giornali della vostra ignoranza: la

maestrína, alla quale avete promesso favore _sotto condizione_, ne

scrisse súbito al Direttore, il quale vi ha fatto quella celia, mosso

da giusto sdegno, e da gelosía: io sono stato testimonio di tutto: sono

amico del Ministro... e in coscienza dovrò dirgli la cosa come sta, per

non veder fatta un'ingiustizia.

LEONE--(_a queste parole allibisce_) La maestra non è vero...

RODOLFO--Ci conosciamo da trent'anni...

CUSTODE--Signori, ci sono le carrozze.

GIULIA--Andiamo, andiamo, signor Cavaliere; non ci pensi più.

Seppelliamo ogni cura e ogni rancore in un bicchiere di Sciampagna: il

pranzo ci aspetta. (_Giulia dà il braccio a Leone, ed escono_).

FABRIZIO--Oh che scene!

RODOLFO--Ma come si è ammansito súbito, eh? Lesto, lesto: raggiúngili:

io verrò a piedi. Bisogna che parli prima col Direttore. (_Fabrizio

parte; e Rodolfo chiama_) Giovanotto.

CUSTODE--Comandi, signore.

RODOLFO--Senti un po' se il signor Direttore può favorir qui da me.

CUSTODE--Súbito.

Scena Terza

RODOLFO solo.

Qui bisogna vedere che questo scandalo non si faccia più grave; che non

vorrei tornasse a danno anche di questo buon Direttore, e della signora

Elvira. Benchè...

Scena Quarta.

DIRETTORE e detto.

DIRETTORE--(_interrompendolo_) Che mi comanda il signor Commendatore?

RODOLFO--Comandare, nulla. Solo volevo, ora che sono andati via tutti,

studiar con lei il modo di riparare a questo guajo; e vedere se la cosa

può andare a buon fine per tutti.

DIRETTORE--Ella ha veduto quella lettera alla mia Elvira. Le pare una

bella prodezza? le pare ingiusto il mio sdegno?

RODOLFO--No, ingiusto non è: ma però egli è sempre Ispettore, e lei ha

passato il segno... e poi nel tempo della Ispezione! in presenza degli

scolari... Se non una pena, una mortificazione non può mancarle.

DIRETTORE--C'è tanti giornali!...

RODOLFO--No, no: la senta. Io ho de' conti vecchj con quel sor Leone:

mi ha sempre sdegnato il suo strisciar con tutti: la sua insaziabile

smania di parer da qualcosa, senza esser nulla: il suo continuo braccar

lodi da' giornalisti: il voltar casacca da un momento all'altro: la sua

stomachevole piacentería con tutti coloro da cui crede poter trarre

qualche frutto; e mi ha pure stomacato e mi stòmaca quel suo esser così

donnajuolo, benchè a quel mo' ridícolo, e ora vecchio; e però, io come

io, ho avuto molto caro che la gli dia questa lezione. Ma le ripeto, a

come stanno le cose ora, se egli potrebbe aver de' rimproveri, o forse

esser anche destituito, anche lei non anderebbe esente da rimproveri,

che potrebbero esser cagione di frastornare il suo matrimonio, e il

miglioramento di sorte della sua Elvira.

DIRETTORE--Ma dunque?

RODOLFO--La senta: bisogna fare in modo che l'amico ne faccia una

delle più grosse: e la farà di certo, se noi sappiamo dissimulare, ed

assicurarlo da ogni amarezza. Egli ci cascherà: so quel che dico; e lo

conosco troppo bene. Allora l'uomo è nostro: penserò io a impaurirlo;

e gli faremo fare tutto quello che ci parrà e piacerà. Ma bisogna che

la dia retta a me.

DIRETTORE--Sentiamo!

RODOLFO--Ella è invitata a pranzo dal Sindaco. Venga; e mostrandosi

dolente del fatto accaduto, preghi l'Ispettore a dimenticarlo.

DIRETTORE--Eh!

RODOLFO--Aspetti... Egli, tanto, è un buacciuòlo; e tutti sanno che la

cosa si fa per celia. Lo lodi: lo imburri; si raccomandi anche...

DIRETTORE--Ma senta, signor Commendatore...

RODOLFO--Si tratta di far la burletta; e da questa può nascerne il

bene di lei e della sua Elvira. Mi dia retta: rideremo; ed Ella e la

sua Elvira saranno contenti. Se mi riesce, non solo il caro Leone non

si risentirà del torto che ella gli ha fatto; ma e della scuola e di

lei scriverà al Ministro ogni bene; e ajuterà efficacemente il buon

èsito della súpplica della signora Elvira, la quale farò in modo che

venga a finir la serata da mia sorella; e potrà giovarci anche lei

maravigliosamente. Ma perchè il topo resti in tráppola, bisogna che

sia tranquillo d'animo. A tavola glielo metterò accanto: lo tratti

onorevolmente, e gli mesca da bere...

DIRETTORE--Mi fido di lei; e l'ubbidirò.

RODOLFO--Io scappo, per non dar sospetto. A rivederci a or ora.

DIRETTORE--A rivederla. (_Rodolfo parte_) Vediamo come va a finire.

Sicuro, i' mi sono un poco lasciato andare... Ma dall'altra parte un

farfanícchio a quel modo... Andiamo a vestirci per il pranzo.

Scena Quinta.

ELVIRA e detto.

ELVIRA--Mi è stato detto che eri qui; e qui son venuta per saper un

poco com'è andata la faccenda...

DIRETTORE--Ora non posso distendermi troppo a raccontarti ogni cosa per

filo e per segno; ma sta certa che l'ho servito di coppa e di coltello.

L'ho solennemente scorbacchiato in presenza di tutti.

ELVIRA--Dio mio! ma questa cosa ti potrebbe far danno, e frastornare le

nostre nozze.

DIRETTORE--Veramente un po' troppo uscito dal mánico, sono; e me l'ha

detto anche il Commendatore: però mi ha consigliato come mi debbo

regolare; e spero che la cosa anderà a finir bene anche per noi. Il

Commendatore ha immaginato non so che burletta; e mi ha accertato che,

se noi lo secondiamo, ce ne troveremo contenti. Anzi ti avverto che la

signora Giulia ti inviterà stasera al thè: sta preparata; e seconda

anche tu il nostro disegno, che il Commendatore si dà molta cura anche

per noi, e ama di veder concluso il nostro matrimonio.

ELVIRA--Tanto meglio. Dunque va pure a prepararti per il pranzo; ed io

verrò a casa della signora Giulia volentierissimo. Addio.

DIRETTORE--(_le stringe la mano_) Addio. (_L'Elvira esce; il Direttore

scrive alcuni appunti; e poi dice_) Ecco fatto! O andiamo. (_Esce e

cala il sipario_)

FINE DELL'ATTO SECONDO.

ATTO TERZO

Scena Prima.

La stanza del Sindaco come nell'atto I.

FABRIZIO--(_seduto al tavolino_) O questa proprio me la sono goduta!

Non c'è che dire: le donne hanno gli occhj più lunghi di noi! _Questo

sor Ispettore_, disse la Giulia appena letta la lettera, _debb'essere

un ignorante e uno scroccone_; e non è scattato un pelo: proprio tale

in carne e in ossa. Che bocconi! come tracannava! (_Firma alcune

lettere_) Ora bisognerà tornar di là, a veder come finisce la scena.

Che grullo! E come ci ha creduto súbito alle scuse del Direttore! e

come ha preso per contanti gli encomj che gli si facevano...

Scena Seconda.

GIULIA e detto.

GIULIA--Fabrizio, cerca di sbrigarti. Abbiam finito di prendere il

caffè, e vogliamo passare in sala.

FABRIZIO--O che non potete andare senza di me? Io ho qualche cosuccia

da fare.--Ehi, dimmi un po': séguita a andar bene tra l'Ispettore e il

Direttore?

GIULIA--Pajono amiconi da cent'anni. Un po' l'arte sopraffina del

Direttore; un po' i fumi del buon vino; quel caro cavaliere parla con

una effusione di cuore che innamora. Ha dimenticato la scenata della

scuola; e ha ripreso, a quanto pare, il disegno fatto circa alla

Laura...

FABRIZIO--Disegno circa alla Laura? Che disegno?

GIULIA--Non ne sai nulla? Credevo che Rodolfo te n'avesse parlato.

FABRIZIO--No... Io so solamente di una certa proposta insolente che

l'Ispettore fece alla signora Elvira.

GIULIA--Ma il sor Ispettore non si ferma a una sola. Prima che con la

Elvira, si era aperto amorosamente con la Laura, ed era venuto alle

strette; e vuole a tutti i patti che stasera lo riceva da solo a solo...

FABRIZIO--Non mi canzoni! O come lo sai?

GIULIA--Rodolfo, senza volere, ha veduto e udito ogni cosa, e me lo

ha detto. Anzi credo che tutto questo rimpaciamento tra il Direttore

e il Cavaliere sia maneggio di Rodolfo stesso, il quale ha voluto che

ogni amarezza e ogni dispiacere si diléguino dall'animo dell'Ispettore,

affinchè non abbandoni per essi, o ci vada meno caloroso, l'affare

della Laura. E di fatto par che, non solamente duri nel suo propòsito,

ma che ci si sia riscaldato; perchè, scontrátala nell'uscir da pranzo,

le ha detto non so che negli orecchj, e credendo di non esser veduto,

le ha fatto anche pa[61].

FABRIZIO--O sciocco che non è altro! Ma senti: Giulia; queste son cose

che non istanno bene, e tu mi scandalizzi a pigliarle in burla come fai.

GIULIA--È tutta farina di Rodolfo: egli vuol fare al signor Leone, sua

vecchia conoscenza, una burla solenne, nella quale non ci sarà ombra di

scandalo; e dalla quale anzi nascerà un gran bene.

FABRIZIO--Quel Rodolfo mi pare un po' troppo spericolato, e non vorrei

trovarmi a qualche pasticcio.

GIULIA--Per codesto sta' pur sicuro... Ma sentiamo la Laura stessa.

(_Suona il campanello e viene un servitore_) Dite alla Laura che venga

qui. Sentiamo un po' meglio da lei, per potersi governare anche noi.

Oh, tanto meglio, ecco anche Rodolfo.

Scena Terza.

RODOLFO e poi la LAURA.

RODOLFO--Ma di là siamo tante mosche senza capo: venite via.

GIULIA--Senti, bisogna prima intendersi su questa faccenda

dell'Ispettore.

FABRIZIO--Sì, perchè non vorrei pasticci...

RODOLFO--Non dubitare, no. Senti.

LAURA--(_entra_) Mi comanda signora?

GIULIA--Oh, bene! due colombi a una fava. O sentiamo un po' che cosa

avete almanaccato contro quel valente cavaliere.

LAURA--Signor Commendatore, lo dica lei.

RODOLFO--Io dirò quel che si può dire. Del rimanente state pur certi

che non nascerà veruno scandalo. La Laura tra poco fingerà di sentirsi

poco bene, e ti domanderà di poter ritirarsi in camera sua: il caro

Leone, già indettato con lei, domanderà di ritirarsi per qualche

momento a scriver lettere, e anderà dalla Laura... Altro non posso

dirvi per ora: governerò il tutto io; e tu, Giulia, secóndami, e sii

certa che non farei niuna cosa disdicevole a una mia sorella.

FABRIZIO--E tu, pazzerella, acconsenti a far questa bella figura?

LAURA--La stia pur certo, signor padrone, che la parte che fo io la

potrebbe fare una monaca.

RODOLFO--Via, via, non facciamo più chiácchiere. Andiamo di là; che non

istà bene questo sparire di tutti i padroni di casa. (_Partono_)

Scena Quarta.

_Sala di conversazione. Varj convitati che giuocano, chi a scacchi, chi

a calabresella, i quali ogni tanto fanno qualche parola riguardante

il loro giuoco. A un tavolino sul davanti LEONE e il DIRETTORE, che

giuocano a dama._

DIRETTORE--Signor Cavaliere, le buffo questa dama; doveva mangiarmi la

pedina.

LEONE--Ecco le solite distrazioni!

DIRETTORE--Che vuole, lei ha altri pensieri che il giuoco della dama...

LEONE--Pur troppo la dice bene... E anche stamattina nella sua

scuola... tutte distrazioni, sa?...

DIRETTORE--Lo vedeva bene, io; e me ne profittai per vendicarmi un

poco... ha capito?... Che vuole? mi perdoni?...

LEONE--Anzi mi perdoni lei... Sa: non sapevo... Del resto... (_si

alza_). Ma questo giuoco sarà bene smetterlo, eh?

DIRETTORE--Smettiamo. Io credeva di far piacere a lei...

LEONE--Grazie tante... La senta, signor Direttore: io ho pubblicato un

ultimo mio lavoretto... Non sarà gran cosa... ma è fatto con amore...

Gliene manderò una copia.

DIRETTORE--Mi terrò onorato d'un suo dono: e son certo che da quel

libro imparerò assai.

LEONE--Veramente alcuni giornali ne hanno parlato anche troppo bene;

ma temo di adulazione; e vorrei che qualche uomo leale e spassionato ne

dicesse proprio quel che ne pensa su qualche giornale accreditato. Lei,

vede, potrebbe darlo questo giudizio; gliene sarei proprio tenuto: e se

poi potessi fare qualche cosa per lei...

DIRETTORE--Volentierissimo, signor Cavaliere.

Scena Quinta.

RODOLFO, GIULIA, FABRIZIO.

(_Tutti si alzano_)

GIULIA--Signori, ci perdónino se gli abbiamo lasciati qui soli. Mio

marito doveva sbrigare una faccenda per il Municipio: io e mio fratello

abbiam dovuto attendere a preparare un giochetto per più tardi. E per

di più è venuta una forte emicránia alla cameriera, che l'ho dovuta

accompagnare io stessa in camera sua, e ordinarle che vada a letto.

LEONE--(_Tra sè_) Povera Laurína! è stata di parola. Or ora verrò a

consolarti, sai!

DIRETTORE.--Ma le pare, signora! che accadono scuse? Avremmo tutti

avuto dispiacere, se, per cagione di noi, avessero trascurato le cose

loro.

Scena Sesta.

Un SERVITORE e poi ELVIRA.

SERVITORE--La signora maestra Elvira.

GIULIA--Passi súbito (_le va incontro_). Brava signora Elvira: ci ha

fatto proprio un favore.

ELVIRA--Sarebbe stata villanía il rifiutare sì cortese invito.

LEONE (_Vedendo l'Elvira, si trova impicciato_).

RODOLFO--Signor Leone, stasera ci vorrebbe un poco di quel saporito

brio, col quale ella condiva già le più nobili conversazioni.

LEONE--Eh, caro Commendatore, lei, che delle più nobili conversazioni

è stato sempre il più bell'ornamento, dubito che voglia prendersi

giuoco di me, povero letteratuccio... ma pure, la guardi, stasera mi

sento in vena, e chi sa... Prima però bisogna che le mi concedano una

mezz'oretta di tempo per isbrigare alcuni affari di ufizio; e poi

tornerò qui, e mi studierò di ringiovanire.

FABRIZIO--Si serva pure: ella sa dov'è tutto l'occorrente per iscrivere.

RODOLFO--(_alla Giulia_). Ci siamo: il topo si avvía verso la tráppola.

Attenti.

GIULIA--Signor Cavaliere, noi andiamo di qua nella sala del pianoforte;

e aspettiamo lei per prendere il thè.

LEONE--(_Leva fuori l'orologio_). Una mezz'oretta mi basterà. Guardi,

sono le otto e un quarto; prima delle nove sarò da loro.

VARIE VOCI--Dunque l'aspettiamo: faccia presto.

Novelle e ghiribizzi · 第 5 / 9 段