La commissione giudicatrice, studiato e ristudiato il passo della

_Guida_, ponderato, ventilato, stacciato e abburattato ogni cosa,

rispose con questa sentenza: «Secondo le regole della sintassi, nel

luogo della Guida, quello che è alto 822 metri sopra il livello del

mare non può essere se non il Medio evo; e questa intelligenza è

confermata dalle parole _avanzi di tali arnesi di guerra del Medio

evo_, come quelle che sembrano dire, quegli arnesi essere già stati

le fortificazioni di un tal paese, e non di un tal tempo. Il lettore

erudito per altro, il quale sa che il Medio evo non è se non un periodo

di tempo, cerca a che cosa mai può essere riferibile quell'_alto sopra

il livello del mare_; e vedendo in cima al periodo le voci _questo

poggio_, si accorge che lo scrittore, ignorante delle regole elementari

di sintassi, non si è saputo fare intendere; ma che ha voluto proprio

riferire alla voce poggio quell'_alto sopra il livello_. Ma noi

parliamo di lettori eruditi. Chi per altro non va tanto in là con la

erudizione, e non intende se non ciò che suonano la parole, e ciò

che la sintassi consente, intende necessariamente che il Medio evo è

alto sopra il livello del mare, e che per conseguenza è un luogo, non

un tempo: il perchè giudichiamo che i signori Alpinisti non sieno da

schernire, se l'hanno inteso così, e, se mossi dalla grande autorità

dell'illustre Tigri, hanno fatto la loro gita al Medio evo. Tutta

quanta la colpa pertanto vuol recarsi alla ignoranza dell'illustre

Tigri: se qualcuno merita riprensioni e beffe, è lui solo e non altri.»

A tal sentenza le parti si acquietarono: si rifecero le paci; e la sera

fecero tutti insieme una bella ribòtta, mangiando, bevendo e ridendo

allegramente.

NOVELLA XV

IL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.

Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle

quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri

Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia

della pede....--no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno

tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra

le quali basti guardare il _Miles Rethoricus_ del P. Forti. E non solo

ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i

maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni

maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi

darà materia a questa Novella.

Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro

di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina

dimenticato di preparare il tema per la composizione del giorno

di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui

ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due

figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce.

Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che

una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono

il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio

di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino

che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e

quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il

verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto

stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì

nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto

si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e

venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro

fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra

che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre,

la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il

marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu

còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»

Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani:

«Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi

latini, quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que'

ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le

ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi.

Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo

di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o

cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso

dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò

detto: _Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo_. Il

Diavolo, il quale come sapete è quel _Leo rugiens, che circuit, quærens

quem devoret_, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un

bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il

distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio

disegno.»--«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha'

a risparmiare.--Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente

distico:

Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus,

Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.

Dettato il distico, Berlic[49] disse a Ignazino che si ricordasse della

promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno

in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoni amici.

Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di

buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra

sè. All'ultimo si alzò, e: _Padre maestro, io l'ho fatto in un solo

distico_. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal

distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo

ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic

si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto

e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo'

venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te

ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato

come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame

che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo

de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che

in pochi anni diventò il _factotum_ del Collegio, e si può dir che

tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli

se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già

destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio,

lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama

di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e

faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale

egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo

diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fine

perverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non

conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui

egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò

tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole

de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del

male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.

Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione,

si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in

Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P.

Ignázio.

NOVELLA XVI.

L'IPÒCRITA CÓLTO AL LACCIO.

Cominciando da Gesù Cristo, e venendo giù giù noverando i grandi

uomini di 19 secoli, tutti hanno predicato che gli ipòcriti sono

la peggior canaglia che viva sotto la cappa del sole: e sono da

reputare benefattori dell'uman genere coloro che gli scherniscono, o

qualche volta riescono a strappar loro la maschera, scoprendo la loro

furfanteria. Essi quanto sono tristi tanto sono furbi: pure anche

delle volpi se ne piglia, e qualche ipòcrita rimane anch'esso còlto

al laccio; come accadde ad uno di sì fatti ciaccherini[50], del quale

voglio adesso raccontarvi.

Carlo Medici, orefice fiorentino, del quale fui amico nella mia

gioventù, fu uno de' più arguti begliumori che io abbia mal conosciuto,

e fu parimente ardentissimo nemico degli ipòcriti, de' bacchettoni,

de' Sanfirenzini[51] e simili lordure. Oltre la bottega che aveva sul

Ponte[52], ne aveva un'altra in Piazza di Santo Spirito, non ricca di

giojelli e di pietre preziose, ma abbondante di lavori d'oro, come

quella che forniva tutti i benestanti del prossimo contado. Una mattina

il caro Medici va da sè ad aprir la bottega, e trova fatto repulisti

di tutto il miglioramento[53]. È facile l'immaginare come rimanesse

quel pover'uomo, il quale, non dico che fosse un uomo povero; ma di

certo non aveva nulla da buttar via, e quel grosso furto era un vero

spianto per lui. Come per altro era uomo accorto, non ne fece grande

scalpore: ma fatta la sua denunzia, riportò altra roba in bottega,

e tirò innanzi come se nulla fosse stato; sempre però mulinando e

almanaccando per veder di scoprire il ladro. Passò molto tempo, e nè

egli nè la polizia avevano potuto aver sentore di nulla; e quasi non vi

pensava più; quando una mattina, alzátosi, come era sua consuetudine,

innanzi giorno, esce di casa col suo sigaro in bocca, e cápita là verso

Santo Spirito. La chiesa non era ancora aperta, nè per la piazza c'era

anima viva; quando a un tratto vide scantonare un uomo imbacuccato,

che gli parve andare sospettosamente guardingo. Gli balenò un pensiero

nella mente, e si pose ad osservare ogni mossa di quello sconosciuto;

il quale, come si accorse di essere appostato, andò diritto diritto

verso la chiesa; salì la scalinata; si inginocchiò dinanzi alla

porta maggiore, e lì segni di croce e baci in terra, che neanche un

Sant'Ilarione. Il Medici, veduta questa gran divozione, disse fra sè:

_Tu se' tu_; e come san Pietro, _sequebatur eum a longe_, nè più lo

perse d'occhio. La chiesa si apre: il divoto entrò dentro, ed entrò

anche il Medici, che andava in èstasi vedendo con quanta devozione

quell'animína di messer Domineddio strizzava limoni[54], e faceva

ardentissime stralunature d'occhj: e quando fu giorno chiaro, conobbe

essere un certo vecchietto del vicinato, che presso tutti passava per

un santarello; ma che non era mai stato nel suo calendário. Ciò lo

confermò nel primo sospetto; anzi il sospetto prese nella sua mente

tal forma di certezza, che non dubitò di andare alla polizia a dare

degli indizj contro costui circa al furto fattogli; e la polizía, che

in altra occasione aveva avuto qualche barlume di questo birbone, non

esitò un momento, e senza metter tempo in mezzo, fece le sue indagini:

e la mattina di poi mandò i suoi agenti a casa di lui con ordine

di farvi una minuta perquisizione. Il povero Santo, che tutt'altro

si aspettava, rimase più morto che vivo; ma seppe dissimulare:

«Padroni; vengano pure: témono forse ch'io sia un cospiratore?»--«Eh!

qualcosellina di peggio: ma saranno calunnie.»--«Il Signore vuol

darmi questa mortificazione, ed io chino il capo. Sia laudato il suo

santo nome. Egli fa tutto a buon fine; e forse permette ciò per far

maggiormente brillare la mia innocenza, e confondere i calunniatori.»

Aveva finito appena queste parole, che gli agenti scòrsero un usciolíno

a muro: «E di qui dove si va?»--«In una dispensína, dove tengo

poca roba per uso della parca mensa.»--«Apra.»--Il Santo va per la

chiave, e apre; e l'occhio grifagno del capo birro, si accorse che la

mano gli tremava, e che lo sgomento gli si dipingeva sulla faccia.

Entrano: fiaschi, bottiglie, frutte in aceto, prosciutti, salami, e

non altro: solo in quella stanzuccia mezza buja c'era un órcio assai

grosso, chiuso a lucchetto.--«O quest'órcio?»--«È quel po' d'olio

per la famiglia.»--«Apra.»--«Ma... non ho la chiave...»--«Apra, o lo

mando in pezzi.»--Allora il nostr'uomo, vedutosi al perso, si gettò

in ginocchioni dinanzi al caporale piangendo come una vite tagliata,

e raccomandandosi che lo salvasse dal disonore: poi, accostatosegli

all'orecchio: «Per lei ci saranno mille lire prima che esca di casa

mia.» Questo tentativo di corruzione fece venir la mosca sul naso al

caporale, che diede al vecchio un bravo ceffone, intimandogli che

aprisse. L'orcio era tutto pieno d'involti, scátole, astucci, borse,

ogni cosa contenente gioje, oreríe, monete, medaglie; un vero tesoro: e

giù in fondo una cassetta, dove erano parecchie chiavi di varj ingegni

e grossezze, grimaldelli, leve, e altri arnesi ladreschi. Ogni cosa

fu sequestrato e sigillato: il sant'uomo fu messo in gattabuja; nè si

penò molto a scoprire che egli, non solo aveva scassato la bottega

del Medici, ma che altri infiniti furti aveva fatto, non mai potuti

scoprire; e per i quali erano state condannate altre persone. Il

processo era già a termine, e presto doveva trattarsi la causa alla

pubblica udienza; ma una mattina, entrata la guardia nella prigione,

trovò il Santo penzolone dalla trave del palco. Aveva fatto strisce di

un lenzuolo, ed appiccatosi per fuggire la vergogna e la pena durissima.

Lettore, impara da questa novella a non ti fidare di coloro che

ostèntano devozione, moralità, ed ogni catonesca virtù: e ricordati

sempre del Medici, orefice fiorentino, il quale appunto da simili

ostentazioni prese certezza a denunziare per ladro uno reputato santo

da tutti.

NOVELLA XVII.

LA PASTA FROLLA.[55]

Nei primissimi anni della mia gioventù, quando mi ero messo a studiar

le scienze mediche nella scuola assai fiorente che era in que' tempi

allo spedal di Pistoja, tra quelli spedalini, come si chiamavano gli

scolari, che tutti passavano per scapati e un po' rompicolli, io ero

forse il più rompicollo ed il più scapato di tutti.

Una volta che tutta la mia famiglia era andata in campagna, proposi

ad alcuni miei compagni spedalini di fare un desinare in casa mia:

ciascuno portasse una pietanza, e coceremmo ogni cosa noi nella

cucina mia: io, che spesso avevo veduto fare la pasta frolla alla

mia povera mamma, che mi voleva tanto bene, e alla quale davo tanti

dispiaceri, io avrei fatto per il desinare una bella torta di pasta

frolla, reputandomi un gran che nell'arte del pasticciere. Non prima

erano usciti di casa i miei, che la occupammo noi; e ci mettemmo al

lavoro. Uova, farina, burro, zúcchero, latte per far la crema, tutto

era preparato per il mio gran lavoro: scamiciato, sbracciato, con un

grembiale dinanzi, mi metto all'opera, spettatori e assistenti tre o

quattro di que' miei compagni. Faccio il mio monticíno di zúcchero

e farina; faccio il buco nel mezzo, ci metto tre o quattro rossi

d'uovo e del burro, e comincio a impastare, maneggiando e rimestando

quell'intriso che parevo un pasticciere de' più consumati; ma quella

pasta non voleva stare insieme. _C è poca farina_, dice uno degli

assistenti; e io metti della farina, e maneggia, e rimesta; la pasta

tiene: _Bravo, bene, sentiamo_. Non sa di nulla! e tutti ad una voce ci

troviamo d'accordo che ci vuol dell'altro zúcchero: fo il buco, metto

lo zúcchero, impasto; ma era venuta dura come un sasso. _Qui bisogna

metterci del burro_:--fo il buco da capo, metto il burro; lavoro di

dita e di mani; e intanto la massa cresceva maledettamente. _Ma che

ti par pasta frolla codesta?_ esclama Pippo Pacini[56]; _la pasta

frolla dev'esser gialla, e codesta par pasta da pane._ E io piglio

altri quattro rossi d'uovo, fo il solito buco, impasto, e mi preparo a

spianare[57]. Eccoti un altro che ne assaggia un pezzetto: _Ma che hai

fatto? o se non si sente il dolce!_ e tutti una gran risata.--_Qua

lo zúcchero_;--e venuto lo zúcchero, giù zúcchero senza misericordia:

ma allora non istava più insieme. Per farvela corta, ora rimettendo

zúcchero, ora burro, ora uova, ora farina, venne una massa spropositata

di pasta, la quale ogni altra cosa poteva essere da pasta frolla in

fuori. Mi misi poi a far la crema per il ripieno; e col solito modo

dell'aggiungere e levare ingredienti, impazzò ogni cosa[58]. Ma la

torta doveva pur farsi: spianai la pasta, a distender la quale ci volle

una téglia spropositata, benchè il foglio della pasta lo avessi fatto

molto grosso, per adoprare tutta quella gran massa: misi la crema sopra

il primo strato della pasta; la ricoprii con quell'altro strato; ci

feci sopra de' girigògoli pur di pasta, e un bel contorno: inzafardai

ogni cosa col chiaro d'uovo, e la mandai in forno, tenendomi per un

pasticciere più bravo di Doney. Venuta l'ora del desinare, si mangia

e si beve lietamente: di parecchj fiaschi vedemmo il fondo, ed erano

lì quattro bottiglie di vin santo da beversi sulla mia torta. _Ecco

la torta, ecco la torta._ Si mette in tavola questo gran teglione

che l'occupava tutta. _Permío! questa è l'arca di Noè_.--_Chiamiamo

gente che ci ajuti a finirla._--_Guarda guarda, quante screpolature!_

Insomma chi ne diceva una, chi un'altra. Io la cominciai ad affettare,

e la prima fetta la presi per me. Mi cascò il fiato: la crema a quel

mo' impazzata, pareva una torta di panico; e quella pasta non si

sapeva di che sapore fosse: in alcuni punti era risecchíta; in altri

flòscia e inzuppata; qua e là ci erano rimasti de' gavòccioli duri

come palle da schioppo. _Ora sto fresco!_--E di fatto, come prima

que' demonj ebbero assaggiato questo pasticcio, non vi so dire se gli

scherni e le canzonature piovevano: il più benevolo complimento fu

quello di battezzare la famosa torta col nome di _Polpettone_, e di

paragonare me a Gragnuola, che chiamavasi così un di questi chiccaj da

ragazzi[59], vecchio, súdicio e sciatto, il quale andava attorno con

una sua tegliaccia di paste, che i ragazzi compravano a un quattrin

l'una, e che ad una persona pulita non ne sarebbe giovato a toccarle

neppur co' guanti. Votammo però le quattro bottiglie di vin santo; ed

io stavo lì a succiarmi tutte le canzonature per il polpettone, ridendo

e bevendo con essi: poi, a quel mo' mezzi brilli, andammo col teglione

sul terrazzino di casa mia, e a quanti ragazzi passavano, a tanti

scaraventavamo un pezzo di quella torta, i quali tutti allegri se la

pappavano e ne portavano a cielo me, che l'avevo fatta.

GHIRIBIZZI DRAMMATICI

LA VISITA DI UN ISPETTORE SCOLASTICO

COMMEDIA FATTA PER CELIA

PERSONAGGI

FABRIZIO CERCHI, Sindaco.

GIULIA, sua moglie.

LEONE FEROCI, Ispettore scolastico.

Il Commendatore RODOLFO FABRIZI, fratello della Giulia.

CARLO FEI, Direttore del Ginnasio.

ELVIRA BASSI, Maestra comunale.

GASPERO GRAFFI, Segretario del Comune.

LAURA, Cameriera della signora Giulia.

GIOVANNI, Servitore.

CATERINA, vecchia.

Giovani scolari, tre de' quali parlano.

Il Custode della Scuola.

Varj invitati.

La scena è a Chiusi

ATTO PRIMO

Scena Prima.

FABRIZIO e GIULIA.

Seduti ad un tavolino che fanno colazione.

GIULIA--Ma, caro Fabrizio, con questo tuo sindacato mi par d'esser

diventata vedova. Questo momento della colazione... il pranzo a fuggi

fuggi... poi, o c'è consiglio o c'è l'adunanza...

FABRIZIO--Hai ragione; ma tu lo vedi da te, non ho un momento di bene.

Che, che! non ne vo' più io: vo' pensare alle cose mie le quali, se

duro un altro po' a fare il sindaco, vanno tutte a rotta di collo.

GIULIA.--E anche alle cose della moglie potevi dire, che non è ancora

da mettersi in un cantone, mi pare.

FABRIZIO--In un cantone? Bella e fresca come una rosa la mia cara

Giulietta! _(La piglia per il ganascíno)_ Del resto, in quanto alla

moglie, se non l'ho rammentata, ci si intende che il primo pensiero

dev'esser sempre per lei. Vedrai, quando avrò buttato via la ciarpa di

sindaco!... non voglio uscirti un momento di torno.

GIULIA--Oh! il troppo, poi, stròppia!

FABRIZIO--Come sarebbe a dire?

GIULIA--Non lo vedi che fo per celia? _(Ridendo)_

FABRIZIO--Bene. Dunque oggi stesso scriverò la lettera di rinúnzia...

Sicuro, se prima mi riuscisse d'avere un po' di nastro all'occhiello...

GIULIA--Ma fammi il piacere! Eh! c'è proprio da essere ambiziosi

d'avere una croce, ora che si veggon dare persino a' giovani di banco...

Scena Seconda.

GIOVANNI con una lettera.

GIOVANNI--Signor Padrone, c'è' questa lettera.

FABRIZIO--Vediamo. _(Prende la lettera)_ Che ti pare, Giulia? Neanche

questi due momenti che son qui con te!

GIULIA--Speriamo che finisca presto.

FABRIZIO--_(che ha aperto la lettera)_--Chi è che scrive? (_volta la

pagina e guarda la firma)_... Permío! La sola sottoscrizione è una

mezza lettera.--Cavalier professore Leone Feroci, regio ispettore

scolastico di circondário.--E poi una bestia feroce! Sentiamo. _(Legge)_

«Illustrissimo Sig. Sindaco,

Onorato dalla fiducia di S. Maestà il Re della nòmina di regio

Ispettore Scolástico di circondário, ho l'onore di prevenirlo, che,

avendo intrapreso la visita de' varii stabilimenti d'istruzione del mio

circondário, ho stanziato di fare uno de' primi cotesto suo Comune.

E però l'avverto che doman l'altro mi porterò costà. E nel tempo

stesso, interesserei la sua gentilezza ad esser così buono, siccome io

son nuovo della piazza, di dare ordine che mi si prepari un decente

albergo, non volendo io trovarmi a contatto di persone da meno di me.

L'avverto di soprappiù che V. S. Ill.ma non notizii i maestri e le

maestre di coteste scuole del mio venire: l'autorità è bene che giunga

improvvisa. Ho l'onore ecc. ecc.»

FABRIZIO--Eccone un'altra delle seccature! _(guardando la moglie)_. E

ora come si fa? Dice che vien doman l'altro: la lettera, ritardata, è

scritta due giorni fa. E' c'è da vederselo arrivar qui da un momento

all'altro.

GIULIA--Cotesto Sig. Cavaliere Ispettore, se l'ho a giudicare dal modo

come è scritta la lettera, mi pare un bell'ignorante: se dal tono di

essa, mi pare un villano presuntuoso. E' par che il sindaco lo tenga

per un suo servitore.

FABRIZIO--Che vuoi? sarà persona di riguardo.... E ora dove gli si

trova l'albergo? Senti, ho pensato di riceverlo qui in casa. È persona

d'autorità.... sono gente che fanno le relazioni al Ministro....

capisci? Facendogli due carezze, una buona parola la posson mettere,

e...

GIULIA--E venir la croce, eh? Guarda, povero Fabrizio, che strana

voglia t'è venuto! Se tu fossi donna, direi che tu se' gravido.

FABRIZIO--Eh, non ci mancherebbe altro! Su via, Giulietta, sii buona, e

fa preparare la camera de' forestieri.

GIULIA--Facciamo anche questa. Bada, sbaglierò: ma questo signor

Ispettore, dev'essere anche uno scroccone.... e ha scritto la lettera

a quel modo appunto per veder d'appoggiar la labarda. O andiamo.

_(Parte)_.

Scena Terza.

FABRIZIO solo.

FABRIZIO--Mi pare anche a me che questo sor Ispettore debba aver

le belle qualità che gli attribuisce mia moglie: però, bisogna

dissimulare; e, in ogni caso, essendo egli ignorante e scroccone,

potremo sfruttare in pro nostro queste due ricche miniere, e, al

bisogno, potremo anche divertirci alle sue spalle.

Scena Quarta.

GIOVANNI poi il comm. RODOLFO.

GIOVANNI--Signor Padrone, c'è il signor commendatore Fabrizi.

FABRIZIO--Il commendatore Fabrizi? Fallo passar súbito; e poi avvisa

la signora. _(Giovanni parte; Fabrizio va verso la porta, e il

Commendatore entra, e stringendogli la mano, continua)_ Che miracolo è

questo? Come mai tu in questa cittaúccia?

COMMENDATORE--Son venuto per ragioni d'uffizio, e te lo dirò poi. Ora

parliamo di vojaltri. State tutti bene? E la Giulia? e il tuo bambino?

FABRIZIO--Si crepa tutti dalla salute. Ma tu ora sei diventato un pezzo

grosso davvero! e metto quasi su superbia d'esserti cognato.

COMMENDATORE--Smetti con codeste sciocchezze. Sì, sono un poco salito;

e dacchè ho avuta un'ingerenza governativa, per la quale mi bisogna

trattenermi un po' qui, ho proprio caro di star qualche giorno vicino

a mia sorella ed a te. Ma tu non far complimenti, chè avrai le tue

faccende. Io, intanto, andrò di là dalla Giulia.

FABRIZIO--Tu dici bene che le faccende non mi mancano; e per di più

mi piove ora addosso la visita dell'Ispettore scolastico fatto ora di

fresco!

COMMENDATORE--E chi è questo ispettore?

Scena Quinta.

GIULIA e detti.

GIULIA--_(correndo ad abbracciare Rodolfo)_ Oh! Rodolfo mio, questa

è proprio una consolazione! Che fai? Come stai? Di dove vieni? Ti

trattieni, eh? E starai qui da noi....

COMMENDATORE--Benedette donne! Senti quante domande a un fiato!

Sto bene. Vengo da Roma. Mi trattengo otto giorni; e non istarò da

vojaltri, perchè già mi son posato alla sottoprefettura, dove ho da

trattare un affare assai grave, che può tornar utile a questa città.

Per altro verrò spessissimo qui da te, pranzerò spesso qui, e faremo

chiaccherate lunghe un miglio.

GIULIA--Insomma fa come tu vuoi, purchè tu trovi il tempo di star molto

con me.

COMMENDATORE--Molto non so; ma di certo più che posso.

FABRIZIO--Dunque, per tornare all'ispettore...

COMMENDATORE--Ah! è vero, sì. E chi è?

FABRIZIO--Il cavaliere professore Leone Feroci.

COMMENDATORE--Leone Feroci? Ed è professore e cavaliere? Oh! povere

cattedre, povera cavallería!...

GIULIA--O che lo conosci?

COMMENDATORE--Altro se lo conosco!

FABRIZIO--O sentite: io dovrei tornare al Municipio; ma per oggi vo'

pigliarmi un po' di scianto, e godere la tua compagnía. Farò venir qua

il segretario a portarmi le lettere per la firma; e se giunge il sor

Ispettore, gli farò dire che favorisca da noi. Scusa, vado a dar gli

ordini. (_Parte_)

Scena Sesta.

GIULIA e RODOLFO.

GIULIA--Ma dunque, Rodolfo, quel tuo _altro se lo conosco_, mi ha messo

in curiosità di saper chi è questo ispettore.

COMMENDATORE--Il più ridícolo farfanícchio che tu possa immaginare. Un

poetúcolo da serenate, un vanèsio, un ficchíno, uno svenévole, e uno

scroccone numero uno.

GIULIA--Eh! quella lettera non poteva mentire.

Novelle e ghiribizzi · 第 3 / 9 段