allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese

piacevol diletto.--O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di

licenza?--_C'entra sì_, dice Tommaso Scarafaggio nello _Scaramuccia_

del Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe,

se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga

mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida

dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto

il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione

italiana era: _Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente._

Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava

al come significare una sua idea, fu veduto ridere, e scuotere

il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle

labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli

esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni

attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e

notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Ma _in cauda venenum_:

egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe al _Genio d'Italia_ (e

questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente

nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si

rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche

il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti

quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire

un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè

proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma

poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual

cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato

poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto

quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli

gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir

battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di

peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale

è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori,

ed è Uffiziale della _Corona d'Italia_ per i suoi meriti letterarj,

e per avere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori

dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un

foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino,

signori; _charta cantat_.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio,

dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «_E lodare (vorrei)

la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al

suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero._»

Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè,

uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia

il Genio....»--«O chi l'ha?--interruppe il giovane.--Qui abbiamo un

Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il

Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche

secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no,

mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo

abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori

rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi

dare quel _capo equino_; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere

uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' qui _inter nos_ dove

vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori

miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti

spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine,

lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette

questo del _capo equíno_, che non si sa di chi sia; quando si vede

che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione,

e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte

trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi

altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per

farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati,

per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I

professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del

giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello

studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente

cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle

maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò

in famiglia contento come una Pasqua.

Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia,

o allo Scudo appartenga quel _capo equino_ dell'illustre Tigri; ed a

sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica,

potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua

parte verissimo.

NOVELLA VIII.

SERO SAPIUNT PHRYGES.

E' ci fu, a' tempi del re Pipino, un certo villanzone chiamato Libáno,

il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si

potessero vedere in tutti que' contorni, e gli soggiornava[37], e gli

lisciava, che neanche fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia gli

teneva legati lentamente con piccola cordicella; e nell'estate, perchè

non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l'uscio

aperto: «Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non son minchioni

a scappare!» Ma i cari buoi, i quali hanno di molto cervello e poco

giudizio, che è e che non è, si diedero l'intesa[38]; e un giorno

che Libáno, secondo il solito, ebbe aperto l'uscio della stalla, non

curando tanta pasciona e tante carezze, l'uno dette a leva col corno al

cappio della corda dell'altro, e cheti cheti se la batterono, mentre

il padrone era nel campo a far erba, e l'Artemona sua donna preparava

quella po' di minestra[39]. Intanto eccoti Libáno col fastello, e

súbito corre alla stalla per dare quell'erba fresca fresca a' suoi

buoi. «Artemona, Artemona, o i bovi dove sono?» E l'Artemona corre

tutta sottosopra. E i bovi? O non ci sono?» Il povero Libáno era più

morto che vivo: «Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credete di

trovare una miglior mangiatoia? (allora a' ladri non ci si pensava

nemmeno). Artemona, serra bene la stalla» L'Artemona, benchè dolente

anch'essa, non potè tenersi che non facesse bocca da ridere alla tarda

cautela di Libáno; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover'uomo

girò e rigirò per tutti que' contorni; ma i bovi non furono più

trovati. Fino a quel tempo, volendo significare una cautela o rimedio

preso tardi, od invano, si usavano i proverbi _Sero sapiunt Phryges_, o

_Cumani_ (troppo tardi metton giudizio i Frigi); e _Post rem devoratam

ratio_ (consumata la roba, fa i conti); ma dopo il fatto di questo

Libáno si cominciò a dire _Chiuder la stalla quando sono scappati i

buoi_, ed è rimasto nell'uso comune del popolo.

NOVELLA IX.

IL MIO CIUCO È ANDATO SEMPRE DI QUI.

Un merciajo ambulante soleva andare ogni due mesi in paese di montagna

con la sua merce, che egli caricava sopra un ciuchetto; e come quelle

massaje lo attendevano, così egli la vendeva tutta, e ritornava in giù

con un buon grúzzolo di quattrini. Le strade, per le quali bisognava

passare, sarebbero state, per dirla con Dante, alle capre duro

varco; ma quel buon ciuco, ci aveva fatto i piedi, e vi passeggiava

speditamente. Avvenne che, dolendosi tutti quei paesani di strada sì

scellerata, il comune si indusse a farne un'altra molto più còmoda, e

la strada antica fu per conseguenza abbandonata da tutti. Ma il caro

merciajo, no signore, non volle abbandonarla, e sempre passava di su

quel trabiccolajo[40]; della qual cosa facendo le sue massaje gran

meraviglia, rispondeva: «Oh, sapete com'è? il mio ciuco è andato sempre

di lì, e di lì vo' andare.» Da quel tempo in qua si ápplica tal motto a

coloro i quali o non si vogliono indurre ad accettare veruna varietà, o

sono stoltamente tenaci di ciò che hanno sentito dire ai loro maestri,

anche se que' detti sono castronerie[41] manifeste. E non tutti i

così fatti sono gente volgare, tanta è la forza del pregiudizio, e

forse anche la smania di rendersi singolare, o la picca, o qual'altra

passioncella si voglia. Il Rossini non volle mai viaggiare per le

strade ferrate! E alcuni adesso si ostinano a credere autèntica la

cronaca di Dino Compagni, perchè il Giordani la lodò, e la sentivano

lodare alle scuole!!

Tal proverbio, che ha riscontro nel proverbio latino _Claudi more

tenere pilam_ (reggersi a' pilastri come lo zoppo), è spiegato dal

Manuzio ne' suoi _Adagj_, il quale dice essere appropriato a coloro

«che pèndono dal giudizio altrui, e si fondano sull'altrui autorità,

come coloro a' quali sta per ogni argomento il poter dire _Ipse

dixit_.»

NOVELLA X.

DI UN FRANCESE CHE VOLEVA DIGIUNARE

Un gentiluomo francese, curioso di veder l'Italia, si partì da Parigi

con intenzione d'osservare e di fare una memoria distinta delle cose

più memorabili che vedrebbe nel suo viaggio. Arrivato in Bologna,

volle trattenervisi. Partito dal suo albergo il giorno seguente assai

per tempo, andò per due ore girellando per la città. Dopo averne

vista la maggior parte, tornò con grandissimo appetito all'osteria, e

nell'entrare disse súbito all'oste; Signor oste, voglio _digiunare_

oggi.--L'oste credendo che il gentiluomo per certa divozione volesse

digiunare davvero, rispose:--Vostra signoría è padrone.

In quel mentre il gentiluomo salì su in camera sua, e scrisse per un

buon pezzo le cose osservate. Ma, stimolato dall'appetito e dalla sete,

lasciò di scrivere, e s'affacciò alla finestra, chiamando l'oste, a

cui disse: Signor oste, v'ho detto che volevo _digiunare_ stamattina;

ve ne ricordate?--Lo so, soggiunge l'oste, e me ne ricordo.--Il

gentiluomo senz'aspettare altro, tornò a scrivere; ma un quarto d'ora

dopo, mosso e dalla fame e dalla sete, chiamò di nuovo l'oste, e con

voce sdegnosa gli disse:--Che modo di procedere è questo? non v'ho

detto un'ora fa, che volevo _digiunare_ stamattina?--È vero, replicò

l'oste, e vostra signoría è padrone di digiunare anche tutto il

giorno.--Come, come? disse l'altro; tutt'il giorno! non ho mangiato

ancora niente! voi mi burlate. Voglio mangiare: portatemi da mangiare

e da bere.--Se vostra signoría vuol mangiare e bere, non vuole adunque

digiunare, soggiunse l'oste; perchè _digiunare_ vuol dire non mangiare

e non bere.--Allora il Francese accortosi dell'equivoco, piacevolmente

disse:--Sia maledetto il _digiunare_; dovevo dire Far colazione. Mai

più dirò _digiunare_, chè troppo bene ho imparato a mie spese, che cosa

è _digiunare_».

NOVELLA XI.

IL SARTO RADDIRIZZAGOBBI.

Si fa un gran dir per Firenze di quel tale omiciáttolo gobbo e

stralinco[42], il quale, anni addietro, un po' col ripicchiarsi, un po'

col far le moíne a questo e a quello, e un altro po' sforzandosi quanto

poteva di coprire i suoi sformati difetti, aveva saputo tanto fare, che

era pur passato, non colo per un uomo come gli altri, ma aveva fatto

anche, come suol dirsi, qualche passioncella. Costui dunque, vedendosi

accarezzato e celebrato, volle imbrancarsi co' signori, e bazzicare gli

eleganti; ma guárdalo bene oggi, guárdalo meglio domani; tóccalo qui,

tástalo qua; molti cominciarono a ridere alle spalle sue, e chi gli

dava un soprannome, chi un altro tutti allusivi alla sua contraffatta

persona. Coloro peraltro che sino allora lo avevano lodato, e

giudicátolo un uomo bello e ben fatto, volevano pur dare ad intendere

che tutti quei difetti non ci fossero; e: _Vedete_ dicevano, _e' par

gobbo, ma è il vestito che sulla spalla gli fa borsa: quel naso a

petonciano, gli è perchè gli ci fu tirato una pera mézza: quegli occhj

guerci, e' fu ferito in duello: quelle gambe torte, sono i calzoni

fatti male, e gli stivali troppo stretti..._ E così a tutte le magagne

infinite si trovava il suo rimedio; e sempre si conchiudeva; _ma però è

un bell'uomo_. Gli eleganti facevano le più grasse risate di sì fatte

difese; e già il povero sghengo[43] si vedeva al perso; quando gli fu

detto, esserci un bravissimo sarto il quale lavorava così bene, che di

certo lo avrebbe, rivestendolo egli, fatto parer diritto, come il più

bell'uomo del mondo.--_O dove sta?--Là sulla piazza di S. Marco: vedrai

il cartello, il quale ha per insegna un tacchino che fa la ruota._--E

il gobbo, via com'un bárbero dal sarto bravo.--Signor Maestro, vorrei

tutto vestiario; vede, ho qualche difettuccio nella persona; mi hanno

detto che lei...--Il sarto squadra l'amico da capo a piedi: tasta

per tutto; e poi con solenne gravità:--Lei è un uomo come gli altri:

qualche coserella qua e là c'è; ma si rimedia facilmente. Lasci fare

a me, chè la tornerà meglio che nuovo.--E prese diligentemente le

misure, gli disse:--Tra otto giorni le riporterò ogni cosa da me; e

la manderò fuori, che tutti non faranno altro che dire; e chi la

canzonava resterà canzonato lui.--Lo sghengo va via tutto contento; e

il bravo sarto si mette a pensare il miglior modo di raddirizzarlo,

nè vi posso dire quanto mai ci si stillasse il cervello, e per quanto

tempo facesse aspettare la sua raddirizzatura, facendo, disfacendo,

rifacendo, rimpolpettando[44]. All'ultimo (pover uomo! ci aveva fatto

il capo) pensò: «Farò al mio diletto cliente il più perfetto ábito

che io abbia fatto in vita mia per il più ben formato uomo che mi sia

capitato da vestire; e quando il cliente se lo metterà, sfido io, se e'

parrà bello e diritto!» E lì col capo sul lavoro; e dopo pochi giorni

glorioso e trionfante glielo riporta; e lo sghengo più glorioso e

trionfante di lui, se lo mette addosso, e va fuori. Che volete vedere?

Quel vestito era fatto con tutte le regole dell'arte, e sarebbe tornato

perfettamente a qualunque persona ben formata; ma, posto addosso a quel

mostro, faceva rifiorir più che mai le sue magagne, e lo faceva parer

più sghengo che mai. Insomma bisognò che gettasse l'abito su un fico,

se non volle morire arrabbiato tra' fischi e gli urli del popolíno;

e anche il povero sarto diventò la favola di Firenze, e bisognò che

smettesse il mestiere, perchè niuno ci si volle più servire, tenendo

per fermo ch'e' dovesse aver perduto il cervello a pretender di

raddirizzare li storti col vestito fatto a regola d'arte.

Ed aveva ragione. Questo buon sarto doveva sapere il proverbio delle

camíce de' gobbi, che si tagliano storte, e riescon diritte; e lui

invece si era così confusa la mente, per la smania di raddirizzare

il gobbo, che a ciò credeva bastare il mettergli addosso un vestito

tagliato a regola d'arte. Sarebbe l'istesso, a male agguagliare, che

un critico si pensasse di far apparir vera la _Cronica_ del Compagni,

riducendo alla retta cronología tutti gli infiniti errori cronològici

di essa. La cronología sarebbe la vera, ma non istarebbe bene con la

cronaca: la quale cronologicamente è sbilenca per natura, perchè il suo

autore, non solo ha scritto gli errori, ma gli ha ribaditi in altri

modi. Ridotta la cronología sarebbe ridotta più stralinca la _Cronica_:

sarebbe il vestito tagliato secondo l'arte, il quale, messo addosso al

gobbo, lo fa più gobbo che mai, e fa morir dalle risa chi lo vede, e fa

tenere il sarto per matto.

NOVELLA XII.

DEL FRATE CAMBIATO IN ASINO.

Un contadino gelato dal freddo, smontò di sull'asino per camminare a

piedi: il che vedendo due francescani, che in Francia sono chiamati

_cordeliers_ disse l'uno al compagno:--S'avessi io un asino, non sarei

tanto pazzo di condurlo per la briglia, ma bensì mi farei portare

fin al convento.--L'altro ch'era di umor allegro, soggiunse:--Mi

basta l'anima di fare una burla a quel contadino, e levargli l'asino,

purchè vogliate darmi un poco d'ajuto. Acconsentì súbito il frate,

e pian piano s'accostarono ambedue al contadino, senza che se ne

accorgesse. Levò il francescano con destrezza la briglia al ciuco e

se la mise al collo seguitando il contadino; mentre l'altro con la

cavezza lo condusse in disparte. Quindi a non molto, il contadino

volendo rimontare sull'asino, si volse indietro; ma ebbe a morir di

paura vedendo tanta metamòrfosi. E gridando con pietosa voce ohimè!

ajuto! fu fermato dal francescano, che prostrátosi in ginocchioni

richiedeva con grande umiltà la sua libertà; dicendo, che per i suoi

disordini, e l'enormità de' suoi peccati, era stato condannato a tale

trasformazione; e che ora essendo venuto il termine della penitenza,

era tornato al primo essere. Il contadino alquanto rasserenato, non

solo gli diede la domandata libertà, ma, non accorgendosi della burla,

scioccamente soggiunse:--Andate in santa pace; adesso non mi meraviglio

più, se dopo una vita tanto disordinata, siete riuscito un così cattivo

animalaccio. Il frate si partì, dichiarandosegli obbligato, ed andò a

ricercare il compagno. Quando videro i frati dilungato il poveraccio

contadino, per altra via si condussero ad una terra vicina. Pochi

giorni dopo, pregarono i francescani un amico loro, che si compiacesse

d'andare alla fiera per vendere quel ciuco, come di fatto io vendè;

e mentre andava col compratore per ricevere il pagamento, venne

loro incontro il primo contadino, che riconoscendo il ciuco, disse

al compratore, che lo pregava d'ascoltare una parola in disparte; e

domandatogli di chi fosse quella bestia, il compratore rispose:--L'ho

comprato adesso adesso, ma non l'ho pagato. Deh! per vita vostra,

replicò il contadino, rendetelo; non lo pagate. Non siate tanto

sciocco di credere, che quella bestiaccia sia un asino: è l'anima d'un

francescano ch'è tornato nelle sue dissolutezze. Rendetelo: vi dico io

ch'è il più tristo animalaccio di quanti n'abbia il mondo, ed a me ha

fatto venire la rabbia centomila volte.

NOVELLA XIII.

SETTE DI VINO.

Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo

de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare,

si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e diceva:«_Sette

divino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc_.» e

mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte

a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul

vino mai; e incominciava ogni volta: _Sette di vino_. D'allora in

poi _Sette di vino_, si prese ad usare per significare ostinazione o

cocciutággine. Per esempio: «_La cosa è più chiara della luce del sole;

ma i Dinisti sette di vino_.» Questo Tedesco fu per avventura inventato

sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbio

_Philoxeni non_ (il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente,

come nota il Manuzio, quando alcuno ostinatamente o negava, o

rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione.

Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato

alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.

NOVELLA XIV.

UNA GITA DEGLI ALPINISTI SUL MEDIO EVO

Anni sono si fece un gran ridere di quel tale che, studiando

attentamente una carta geografica, domandato che cosa cercasse,

rispose: _Cerco il Medio evo, del quale parlano spesso le storie_;

e come egli è ancor vivo e verde, tutti, ed egli lo sa, lo mostrano

a dito per ciò, e gli amici suoi spesso spesso ne lo mettono in

canzonella. Accadde non molto tempo fa che al nostro Carlíno (colui dal

Medio Evo) capitò tra mano la _Guida della Montagna pistojese_ di quel

talentaccio dell'illustre e venerando prete Tigri, cittadino pistojese;

leggendo la quale s'imbattè a pagina 143 nel seguente periodo: «Su

questo poggio rimangono ancora le antiche torri, avanzo di tali arnesi

di guerra del medio evo, alto sul livello del mare metri 822.»

Lette tali parole, fece un salto dall'allegrezza; e fregandosi le mani,

esclamò: «Lo vedete se avevo ragione? E quei ciuchi mi canzonavano!»

Il nostro Carlíno era della società degli Alpinisti, come erano que'

suoi amici che spesso lo canzonavano; e però la sera medesima si mise

in tasca la sua brava Guida del Tigri, e andato là, quando vide che vi

erano tutti: «Dite un po', amici carissimi, non siete voi quelli che mi

canzonate sempre del Medio evo? Guardate qui;» e fece leggere ad uno

per uno quel periodo, che parla del Medio evo alto sopra il livello

del mare. E letto che ebbero: «Che vi pare, continuò, avevo ragione

di cercare il Medio evo sulla carta? Imparate a far il dottore, ed a

schernire quelle cose, che la vostra ignoranza vi fa credere errori.

Ecco qui: il Medio evo, signori riveriti, è uno dei più graziosi

monti dell'Appennino pistojese; e non ve lo dico io, ma ve lo dice

il più illustre fra' pistojesi scrittori, il veneranda prete Tigri.

Ridete ora di lui, se avete coraggio.» Quegli Alpinisti si guardarono

sbalorditamente in viso l'un l'altro, non sapendo raccapezzarsi come

stesse quella cosa del Medio evo alto sopra il livello del mare 822

metri: e come tra loro i più non erano áquile per la dottrina, tennero

vere le parole di Carlíno e del venerando Tigri; e proposero di andar a

fare una gita su questo Medio evo, per la quale assegnarono il giorno

del prossimo giovedì. Fra que' buoni diavoli vi era un capo armonico,

il quale più e più volte aveva riso alle spalle del Tigri per questo

singolare error di sintassi, e per gli altri suoi sformati spropòsiti

di ogni genere: a costui, che si chiamava Pietro, venne in mente di

pigliarsi un poco di spasso de' suoi colleghi e del prete Tigri ad un

tempo; e però, affinchè il loro abbáglio non si dileguasse per istrada

col domandare che facessero di questo Medio evo; egli disse che altra

volta vi era stato, e si profferse loro per guida. Venuto il giovedì,

la mattina a brúzzico erano tutti in punto, e sfilarono gloriosi e

trionfanti su per Capo di strada, scortati da quattro muli carichi

d'ogni ben di Dio.

Pietro aveva detto loro che il Medio evo era un grazioso poggio a

levante di Popíglio; e però sarebbe stato opportuno il fermarsi a

fare uno spuntino a Popíglio, per poi andare con maggior lena al

termine della loro gita, e quivi sulla sera fare un buon pasto. I

valorosi Alpinisti, cominciata che fu l'erta, salivano potentemente e

allegramente su per quei monti, di sorte che arrivaron lassù a Popíglio

senza punto sentirsi stanchi; dove rinfrescátisi, e trattenútisi

un'oretta o così, ripresero via per quella piaggia deserta, nè penarono

molto ad offrirsi dinanzi a' loro occhi alcune torri diroccate,

alla vista delle quali Pietro esclamò: «Compagni, èccoli là quegli

_arnesi_ del venerando prete Tigri: gli arnesi di guerra che là

vedete sono gli avanzi di quel Medio evo, che nel tempo dei tempi fu

ricetto inespugnabile de' baroni di S. Marcello; e la cui memoria ha

rinfrescata l'illustre guidajuolo della nostra montagna. Lassù moviamo

il passo animosanmente: lassù ammireremo e mangeremo.» E tutti mossero

animosamente i loro passi, gridando: _Viva il Medio evo, Viva il

Tigri_!

Quella orribile pettata[45] per altro parve loro molto faticosa, ed

arrivaron lassù mezzi trafelati; ma non senza ammirare la òrrida

bellezza del luogo, non senza una lieta compiacenza di aver superato

in sì piccolo tempo una vetta sì ardua. Calmátosi lo stupore, si

risentì l'appetito; e si cominciò a discorrere di mangiare. Si

svaligiarono i muli: si distese la tovaglia su un bel prato, e tutti

cominciarono a mangiare, dandoci dentro di santa ragione, e trincando

come tanti Lanzi. Prima di alzarsi furono fatti brindisi, cantate

canzoni simposíache, dette, come suol farsi, un mondo di barzellette:

all'ultimo Pietro fece un brindisi al Tigri di questo tenore: «Beviamo

alla salute dell'illustre e venerando abate Tigri, stupendo cantore

delle castagne e dei necci, nel suo gran poema _Le Selve_: duce e

lucerna di queste montagne nella sua Guida e nella sua celeberrima

_Selvaggia_: scopritore novello del Medio evo, dove ora ci rallegriamo.

Beviamo alla salute del gran letterato, onore di Pistoja e delle

Cortine[46].» E qui si gridarono furiosi _Evviva_; si votarono parecchj

bicchieri: poi tutti si alzarono, e passo passo ritornarono a Popíglio,

dove passarono la nottata, per tornare a Pistoja la mattina appresso,

come veramente fecero. Pietro aveva parlato con un suo amico della

celia che voleva fare a quegli Alpinisti ignoranti, e indettátosi con

esso per farla essere più solenne: di fatto, quando i rèduci dal Medio

evo furono verso la porta al Borgo, si fece loro incontro una brigata

di giovanotti, che gli accolsero a risate ed a fischj. Pietro, che

era di balla, si fece avanti, ed a nome di tutti i compagni, rampognò

acerbamente il villano procedere di quei giovani, verso persone

benemerite della scienza alpinista. Allora uno di essi giovani, a nome

di tutti rispose beffardamente: «Bellina quella scienza, che va a

cercare il Medio evo sulla montagna! Asini che non siete altro!» Qui ci

fu un gran battibecco[47]; gli Alpinisti citavano l'autorità del prete

Tigri; quegli altri rispondevano parole di scherno; e si sarebbe certo

venuti alle mani, se Pietro, chiamato da parte il capo di que' giovani

schernitori, il quale era appunto l'amico con cui si era indettato, non

si fossero trovati d'accordo a cessar per allora la lite, e rimettere

la cosa al giudizio di persone competenti. Si prese dunque il partito

di ritrovarsi il giorno di poi, quattro di ciascuna parte, alle

_Stanze_[48]: quivi si sceglierebbero di comune accordo i giúdici; e

poi quel che dicessero essi, si avesse per rato e per fermo. E così fu

fatto. Scelti i giúdici, fu disteso il quesito nella forma seguente:

prima si raccontò per filo e per segno come la cosa era andata,

cominciando da quel passo della _Guida della Montagna pistojese_, della

quale si mandava a' giúdici una copia, affinchè lo vedessero lì al

luogo suo; e poi si domandava: «C'è ragione sufficiente da schernire

gli Alpinisti, che sono andati al Medio evo, quando il più illustre

letterato di Pistoja mette il Medio evo sulla Montagna pistojese?»

Novelle e ghiribizzi · 第 2 / 9 段