NOTE DEL TRASCRITTORE:
--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
--Il testo in grassetto è stato reso con i segni uguale: =testo=.
PIETRO FANFANI
NOVELLE
E
GHIRIBIZZI
[Illustration: LOGO]
MILANO
EDITORE PAOLO CARRARA LIBRAJO
1879
Proprietà Letteraria dell'Editore
Tip. Pietro Faverio.
AL LETTORE
Le _Novelle_ e i _Ghiribizzi drammatici_, raccolti in questo volume,
salvo alcuni di questi ultimi, che ora si pubblicano per la prima
volta, furono già da tempo messi fuori dall'Autore, ma erano poco o
punto noti, perchè apparvero su qualche giornale, o in raccolte, o
tirati in ristrettissimo numero di esemplari; per modo che posso dire,
che a molti e molti giungeranno novissimi; tantopiù che l'Autore, nel
rivederne questa ristampa, li venne ritoccando qua e là dove gli parve
necessario. Egli scrisse la maggior parte di questi lavori mentre
attendeva a comporre quelli di maggior lena in materia filologica, i
quali porrò di mano in mano in luce, e quelli concernenti le due gravi
questioni del _Vocabolario della Crusca_, e dell'autenticità della
_Cronica_ di Dino Compagni, quasi a sollievo dell'animo occupalo da'
gravi studj. E però ora in un punto, ora in un altro Egli accenna o
a questa o a quella delle due questioni, dando qua una bottata o mia
graffiatina ad un avversario, là rivolgendo un frizzo o una celia ad
un altro; anzi dirò che l'argomento di parecchi fra quegli scritti,
lo attinse appunto dalle ricordate due questioni. Così facendo,
l'illustre Autore si attiene al savio precetto del _ridendo dicere
verum_: diletta con quella forma garbata, propria, limpida, festosa,
del suo dire, onde Egli è modello insuperabile; e nel tempo stesso
apertamente si mostra, non timido e parziale, ma sincero e devoto
amico della Verità. Io quindi non dubito punto che questo volume,
come tutti gli altri di quell'eletto Ingegno, troverà favore tanto
presso coloro che si dilettano delle amene letture, quanto presso gli
studiosi cultori della nostra lingua. Debbo però avvertire il Lettore,
che c'è una mancanza; ed è questa qui. Alle pagine 15, 18, 83 ed
altrove, leggerà _Vedi Appendice I, II ecc._, ma le Appendici non ci
sono. Soprallavoro, in questi giorni la morte repentinamente spense
lo strenuo Autore, nè tra' suoi fogli si è potuto trovare o scritto,
o nota, o appunto alcuno, che accennasse quali dovevano essere le
_illustrazioni_, che era suo intendimento di porre in fine del volume:
sicchè le mancano; ma non per questo il volume scema di pregio, perchè
non sarebbero state altro, per quanto io posso argomentare, se non
ischiarimenti maggiori su persone e su cose, delle quali nel libro si
discorre. Altre parole non aggiungo; il libro èccolo qui: e son certo
che verrà benevolmente accolto.
L'EDITORE.
NOVELLA I.[1]
DON FICCHÍNO.
_ Don Ficchíno, adulatore e scroccone famoso, accetta due desinari nel
giorno medesimo: saputosi, gli è fatto da capo un doppio invito; ma è
trattato in modo che va a letto digiuno._
Don Ficchíno, morto pochi anni addietro d'indigestione, fu un
pretazzuolo d'una piccola città di Toscana: e gli posero quel
soprannome per la grande sua smania di _ficcarsi_ attorno a tutti
coloro che avevano nobiltà, ricchezza, o fama di letterati solenni.
Fino da abatónzolo il fatto suo era uno spasso: un frucchíno, un
lecchíno[2] vi so dir io! Se de' mortorj, se degli angiolíni[3], se
delle benedícole dove si leccasse il madonníno[4] ve n'era, lui _vi si
ficcava_ dei primi. Cresciuto negli anni, gli uscì di corpo la smania
de' móccoli e delle sagrestíe; e si cominciò a _ficcare_ per le case
dei signori; e lì, per leccar qualcosa, lusingava ogni lor vanità:
si sdrajava sotto i tavolini a sbraciar la cassetta alle signore[5]:
faceva sonetti, cantava, sonava; era, vi dico, il cucco di tutte le
veglie. Poi gli venne gli áscheri[6] di essere un po' letterato... ma,
èramo a piedi![7]... Síe? che importa? Lasciate fare a lui! Si _ficcò_
alle còstole di un letterato valente; e lì striscia, e lì loda, e lì
lecca, il letterato gli fece pa[8]; lo resse per le maniche del sajo,
affinchè non battesse il musíno in terra; lo fece affiatare con qualche
altro letterato: e di lì a poco l'amicone si attentò a far l'autore.
Fu un vero _attentato_! Ne scrisse di quelle che non hanno nè babbo nè
mamma, o come dice il popolíno, di quelle di pelle di becco: ma un po'
per l'ajuto del protettore; un po' per le dedicatòrie spante; un po'
per le lodi che egli svergognatamente chiedeva, e spesso otteneva, dai
giornalisti; e un po' perchè cercò di razzolare in materie che fossero
di moda, gli riuscì, sempre strisciando, leccando e _ficcandosi_, di
farsi dire qualche parola dolce da due o tre valentuomini, della qual
cosa non potete immaginare la gallòria che ne menava, e lo strombettío
che ne faceva, e ne faceva fare. E come gli ignoranti sono sempre i
più, ed egli bazzicava sempre de' _signori_, che generalmente sono
ignorantissimi, lo cominciarono a chiamar _professore_, non cessando
per altro di divertirsi alle spalle di lui, che era la più riderfacente
caricatura dell'universo mondo. Poi volle pubblici ufficj; e qui
sì che andò, s'arrabattò, si strisciò, si _ficcò_, s'incurvò, si
prostrò, si scappellò, e ò ò ò ò. Quando c'era il Granduca, faceva
giaculatòrie granducali ch'era una delizia: si teneva beato, se poteva
parlare, non che altro, con uno staffiere de' Pitti: se poi poteva
avere un'udienza, non entrava più nella pelle, e la camicia, come suol
dirsi, non gli toccava il sedere: la raccontava, la commentava, e
piangeva di gioja. Il Granduca fuggì; e lui, puntuale, s'inchinò a chi
l'aveva fatto scappare: diventò un liberalaccio per la pelle; e quasi
quasi si spacciava per martire: cercò, insieme con altri, di mettere
in mala voce, e di dare uno sgambetto a un suo amico e benefattore:
poi lisciò, strisciò, si prostrò, encomiò Vittorio Emanuele co' suoi
figliuoli; e chi sa che cosa sarebbe stato capace di fare, se quella
benedetta indigestione non lo mandava _illuc quo plures abierunt_.
Sopra tutte le sue cardinali virtù per altro c'era quella di essere
un grande uccellatore di desinari; e come tutti lo sapevano, così
tutti coloro che apparecchiavano più o meno lautamente, lo invitavano
sempre, essendo per essi uno spasso grandissimo il vederlo mangiare
con sì raro appetito, e il sentire le ingegnose lodi che sapeva dare
al padrone, al cuoco, e a tutte le pietanze ed i vini; le quali lodi
erano spesso sotto forma di sonetti o di brindisi, che rallegravano
maravigliosamente tutta la brigata. Accadde una volta che fu invitato
nello stesso giorno dalle due più ricche famiglie della città, ciascuna
delle quali aveva un'ottimo cuoco e una famosa cantina. Don Ficchíno,
tra questi due inviti parimente attraenti, stava come il famoso asino
degli scolástici, i quali pensavano che posto in mezzo a due profende
di fieno parimente fresco e odoroso, sarebbe prima morto di fame che
abboccarne una[9]. Leggeva ora l'uno ora l'altro: prendeva la penna
per ringraziare; ma non veniva all'atto. Guarda e riguarda, leggi e
rileggi, a un tratto fa un salto d'allegrezza, e un sonoro frullo con
una mano. Che cosa n'era cagione? La famiglia A., tenace un poco degli
usi antichi, pranzava alle 2; l'altra famiglia B. alle 7. «_Gua', posso
andar qui e là_.» E di fatto la mattina della gran giornata, prese
un bel bicchiere d'acqua del Tettúccio[10], per disporre lo stomaco;
fece una sottilissima colazione, e alle 2 fu a casa A. Il pranzo era
eccellente, e Don Ficchíno si mostrò pari alla sua fama. Vedendo
andare attorno tanta grazia di Dio, non poteva lasciarla passare,
senza intinger nel vassojo: «_Chi lo sa, pensava, se a quest'altro
desinare ci son tante delizie!_» E lì trincava, e ingollava di santa
ragione. Alle quattro era già finito il pranzo; e Ficchíno pensò tosto
ad accomodar le cose per quell'altro delle 7. Si sdrajò un'oretta sul
canapè; fece un pisolíno; e poi, ripicchiatosi tutto[11], andò a fare
una bella passeggiatona, piuttosto faticosa: insomma alle 7 fu in
grado di porre il piè sotto la tavola da capo; e se al primo pranzo
si mostrò, come solevano dir di lui, _la prima forchetta di Toscana_,
in questo secondo non canzonò. La cosa si sparse súbito; e non vi so
dire che grasse risate vi si facessero su, e che saporiti e arguti
motti si dicessero a propòsito del buon appetito di Don Ficchíno,
in quelle conversazioni dove soleva andare. «_Gli s'ha a fare una
bella celia.--Sì sì: guardiamo se si gastiga la sua ingordigia_.»
E fatto capannello tra due o tre capi armònici, che altre volte si
eran divertiti alle spalle del nostro abatíno, restarono d'accordo
in questo, di fargli un altro doppio invito fra qualche giorno; ma
in modo che non gli tornasse più voglia di accettarne de' simili.
La settimana appresso, eccoti un servitorino in livrea, che picchia
alla porta del _professore_, e lascia un elegante biglietto, col
quale il signore e la signora D. lo pregavano di favorirgli a pranzo
il giorno di poi alle 2: pranzo d'addio, perchè la sera partivano.
Quel _pranzo d'addio_ fece venir l'acquolina in bocca a Ficchíno...
Poco dopo un'altra scampanellata. «_Chi è?--Una lettera per il signor
professore._» Era un altro invito stampato, per un pranzo di giorno
natalizio, la sera di poi alle sette e mezzo. Sòlite esitazioni;
sòlita risoluzione:--_Pranzai due volte l'altro giorno, e stetti
benone. Dunque?_... Alle due del giorno dopo, un'eletta compagnía di
signori e signore era nel palazzo D. Don Ficchíno, secondo l'usanza,
trottolava qua e là[12], a chi facendo inchini, chi adulando, con chi
sdottoreggiando; ma con l'occhio sempre volto alla sala da pranzo.
Finalmente arrivò il sospirato: _Signori, è in tavola_. A Ficchíno
toccò l'onore di accompagnare la signora: ciascuno si mette al sue
posto; l'apparecchio ricchissimo promette ogni più fino allettamento
della gola; già si distribuivano le scodelle della minestra; quando
entra un servitore con una lettera per il padrone. Questi l'apre, e
cade abbandonatamente col capo sopra la tavola.--_Dio mio! che è
stato?_ grida la signora: e tutti si alzano, chi dicendo una cosa,
chi l'altra... Una sventura gravissima era sopraggiunta alla nobile
famiglia: il signore e la signora si scusarono alla meglio; il pranzo
andò all'aria; e gli invitati, fatte le loro condoglianze, andarono
chi qua chi là. A Don Ficchíno seppe proprio male di questo fatto
inaspettato; ma, _Fortuna_, disse dentro di sè, _che stasera ci ho
quest'altro pranzo! rimetterò le dotte lì_. E mezzo sbalordito andò
via, cercando di far le sette e mezzo. La prima cosa andò a mangiare
un tagliuolo di _stiacciat'unta_, perchè, avendo, come l'altra volta,
preso l'acqua del Tettúccio, e fatta una colazioncína leggiera, si
sentiva assai fame: poi una capatína qui, una là[13]: finalmente l'ora
tanto aspettata arrivò; e l'amico s'avviò súbito a casa F. portato
dal desío e dall'appetito. Eravamo là sul principio del decembre; e
il tempo nuvoloso si buttava al crudo, accennando a neve; sicchè non
gli parve vero di infilarsi in quella casa, dove sperava riscaldarsi
e refocillarsi tutto[14], tanto più che non aveva pensato a coprirsi
troppo bene. Egli era dei frequentatori più assidui della conversazione
di que' signori, sicchè il portiere lo salutò familiarmente ed il
servitore d'anticamera lo annunziò tosto alla signora, la quale era
nel suo salottino con altre due amiche. A Don Ficchíno parve un poco
strano il veder queste donne così sole, il perchè, dopo le solite
riverenze, inchini, e strette di mano: _Come mai queste signore così
sole?--Gli uomini_, rispose la signora, _son su nella stanza da fumare:
ma ora scenderanno. Sanno che dobbiamo andare al teatro._ Al povero
Don Ficchíno non rimase sangue nelle vene; e tutto confuso, con atto
di gran maraviglia, esclamò: _Al teatro!--Già, o non lo sapete che
stasera c'è gran cose? venite anche voi.--Grazie, signora... Ma lei...
ho forse sbagliato leggendo?... o la stampería?...--Ma che almanaccate,
professore?_... E il povero professore, levatosi di tasca l'invito, lo
mostrò alla signora, la quale trattenendo a stento le risa: _Noi non
abbiamo mandato tali inviti; qualcheduno ha voluto farvi una celia_.
L'ira, la vergogna, la fame, si dipinsero stranamente in figura diversa
sul volto del povero Ficchíno, il quale, se non fosse stato tanto
ridícolo, avrebbe fatto pianger le pietre: _A me! a un mio pari!... me
la pagheranno... la mia penna!_... Intanto eccoti giù tutti coloro che
erano stati a pranzo, ed uscivano da fumare, i quali, saputa la cosa,
dolenti in vista del mal tiro fatto al _professore_, sotto i baffi se
la ridevano gustosamente.--_Signori, ci sono le carrozze_--disse un
servitore, affacciandosi all'uscio; e tutti si alzarono, e andarono al
teatro, dove, più che la commedia, dette materia di spasso la celia
fatta a Don Ficchíno, la quale si sparse in un momento per tutti i
palchi, e anche per la platea. Ma la celia non finì qui. Il povero
_professore_, con una fame da lupi, fece pensiero d'andare a pigliar
qualcosa alla trattoría. Erano già sonate le otto da un pezzo; veniva
un nevíschio fitto fitto, con un vento diaccio che pelava: quella
città, piccola e pochissimo popolata, nell'inverno dalle sette in là
pareva un deserto; e solo rimaneva aperto fino alle dieci il caffè, e
quella trattoría, dove qualche rara volta soleva andar Don Ficchíno,
il quale era fieramente in úggia al trattore e a' camerieri, come
colui ch'era famoso lesinante, e seccatore pertinacissimo. Coloro
che avevano ordito la trama pensarono che il _professore_, rimasto a
denti secchi nelle due case, sarebbe andato alla trattoría; e però
s'indettarono col padrone, che gli secondò a meraviglia, avendo, come
dissi, in úggia Don Ficchíno, un di quegli avventori, com'egli diceva,
che è meglio perdergli che trovargli. Bisogna sapere che Don Ficchíno,
oltre all'essere spilòrcio e seccatore, era schizzinoso in estremo
grado; e il mal odore di una pietanza, o qualche cosa di men che netto
che vi fosse dentro, gli dava orribili archeggiamenti di stomaco.
Èccotelo alla trattoría: si mette a sedere; picchia nel bicchiere; e
al cameriere, che venne súbito:--_Che ci avete di buono?--Eh, signor
professore, non potrò darle, se non una zuppa e una bistecca.--Bene:
porta súbito la zuppa e prepara la bistecca.--Súbito._--Quella zuppa
si fece aspettare un pezzo: e lo stomaco del povero Ficchíno latrava
rabbiosamente. Finalmente èccola... L'aveva mangiata mezza cogli
occhj nel tempo che il cameriere la portava in tavola: appena messa
davanti, ne ingolla furiosamente una cucchiajata; un puzzo e un
saporaccio orribile! il povero Ficchíno ebbe a dar fuori il primo
boccone che gli diede la bália[15].--_Geppíno, Geppíno!--Comandi,
signor professore.--Ma questa zuppa puzza che mena la saetta_.--E
Geppíno, annusando:--_Puzza? scusi, signor Professore: ma a me non
mi pare...--Pòrtala via, e affretta la bistecca_.--E Geppíno porta
via la zuppa. Dopo un altro pezzo viene la bistecca; e se la zuppa
era stata puzzolente, questa era puzzolente e mezzo. Allora Ficchíno
montò su tutte le furie: maltrattò padroni e camerieri, e andava via
tutto stizzito: ma fu trattenuto, e dovè pagare lo scotto, come se
avesse mangiato. Affamato, assiderato, arrabbiato, corse al caffè;
stavano per chiudere, e non c'era più nè latte, nè caffè, nè sèmelli
o chífelli. Non restava altra speranza che il trovare qualche cosa di
avanzato al povero desinare della sua donna di servizio; una montanína
appannatotta[16], che Don Ficchíno teneva anche per maestra di lingua
e di poesía; e che gli costava poco, avvezza com'era a necci[17] e
polenda, suo cibo prediletto quando il padrone non mangiava in casa,
che vuol dire quattro o cinque giorni per settimana. Erano le dieci
quando Ficchíno tornò a casa; e domandato alla Zelinda se c'era nulla
da mangiare, gli rispose che non c'era nulla, se non un po' di polenda,
e un rosícchiolo di cacio.--_Datemi quello_.--E senza fare altre
parole, mangiò la polenda con quel poco di cacio, ingollando, come
suol dirsi, un boccone di quella e un boccon di veleno[18]: bevve un
bicchier di vino, e insaccò nel letto a digerire la bile. Ma non era
finita! Quando fu così sulla mezzanotte, che Ficchíno ruminava sempre
chi diavolo potesse avergli fatto la celia, meditando vendetta, e la
Zelinda se la dormiva placidamente; si ode una grande scampanellata. La
serva si desta di sobbalzo, e súbito salta il letto. Ficchíno chiamava,
bociando, _Non aprite_; ma un'altra scampanellata, e poi un'altra più
rovinosa.--_Affacciatevi_, disse allora Ficchíno: _potrebbe esserci
qualcosa di grave._ E la Zelinda si affaccia:--_Chi è?--Un plico per
il signor professore.--Senta, io non iscendo; lo metta dentro a questo
paniere._--E, calato un paniere, lo tirò su con un involto assai
grosso, che portò súbito di là al padrone, il quale, fattosi accendere
il lume, rimandò a letto la donna, e sbuzzando[19] l'involto, vi trovò
un _Almanacco del gastrònomo_, un pacchettino d'inviti a pranzo per più
giorni alla fila nelle prime case della città, e un biglietto di questo
tenore;
_Caro Don Ficchíno,_
«Un pasto buono e un mezzano, mantien l'uomo sano» come sapete; e
«chi troppo mangia scoppia». Avendo voi mangiato a strippapelle tanti
giorni alle còstole altrui, oggi, impauriti di vedervi scoppiare, vi
abbiamo fatto la celia de' due finti inviti, della trattoría e del
caffè, mandandovi a letto digiuno. Come però «Chi va a letto senza
cena, tutta la notte si dimena», così abbiamo pensato di mandarvi
questo Almanacco, dove leggerete descritte le più ghiotte vivande,
per una qualche consolazione del forzato digiuno, e della veglia che
ne è la conseguenza. Acciocchè poi non crediate che lo abbiamo fatto
per ischerno della vostra magnificággine, o per altra cagione che per
tenerezza della vostra sanità, vi mandiamo questi inviti a pranzo, che
abbiamo raccolti stasera al teatro da que' signori, che parlavano e
ridevano della celia fáttavi, ma che pur vogliono darvene un qualche
compenso.
Valutate, illustre Ficchíno, la nostra buona volontà, e il Signore vi
conservi lo stomaco.
_Alcuni vostri ammiratori._
È facile l'immaginarsi che effetto fece sull'animo, già tanto
amareggiato, del povero _professore_ questa novella canzonatura;
e come lo rodesse la stizza di non potersi almeno sfogare un poco.
Libro, inviti, lettera e ogni cosa scaraventò in fondo alla camera:
spense il lume; ficcò il capo sotto le lenzuola, e stette quasi tutta
la notte senza poter chiuder occhio, tra per la fame, per la rovella
e per la vergogna. Come prima fu giorno, chiamò la Zelinda che gli
portasse il caffè, dove inzuppò non so quante fette di pane. Per quel
giorno non volle metter piede fuori dell'uscio, e fece propòsito di
non accettar più inviti da nessuno... Ma poteva egli Don Ficchíno star
fermo in sì fatto propòsito? Una, due volte, fino alla terza disse di
no; ma poi, trattandosi di un pranzo dove si sapeva dovervi essere
ogni più squisita delizia, non potè resistere, e accettò. Povero Don
Ficchíno! fu l'ultimo pranzo! Era stato tanti giorni lontano dalle
ricche tavole; erano tante e tanto preziose quelle vivande e que' vini,
che lasciò libero il freno al suo poderoso appetito. Nella notte lo
prese un'orribile gravezza di capo; poi una febbre da leoni; e dopo
tre giorni era morto. Il suo corpo fu sepolto nel camposanto della sua
città, e _distingue le sue dalle infinite ossa che quivi ha seminato la
morte_, una pietra con questo epitaffio:
Ficchíno giace qui;
Nacque, mangiò, morì.
NOVELLA II.[20]
LA CONSOLAZIONE DELLA VEDOVA.
La novella della Vedova d'Efeso, raccontata prima da Fedro, poi da
Apulejo, e poi da altri e altri, non è fatta se non per provare quanto
facilmente l'uomo, e specialmente la donna, dimentica le persone più
care furátele dalla morte. Se non la sapete, ve la dico in quattro
parole. Le morì il caro marito; e lei giurò di voler finire i suoi
giorni presso alla tomba di esso, accanto alla quale fece fare apposta
un piccolo tugúrio, dove star sempre a piangerlo. Fu nel giorno stesso
appiccato un famoso birbone, e lasciato esposto in mezzo alla campagna,
proprio lì presso alla tomba, póstovi a guardia un soldato, acciocchè
nessuno lo spiccasse. Quel soldato era un pezzo di giovanotto, ma
dite bello![21] e la vedovella un occhio di sole.--Povera donna, mi
fa proprio compassione!--E va là per consolarla un poco. Era fiato
gettato: la voleva morire per amor del marito. Ma si guardarono...--Che
bell'uomo! somiglia il mio povero marito.--A farvela corta, finì come
doveva finire: s'innamorarono come due gatti di gennajo. Mentre però
quel soldato consolava la vedovella, i compagni dell'impiccato, che
stavano alla posta, veduto il bello, lo spiccarono, e via a gambe: e
tornato lui alla guardia, e vedendo sparito il pènzolo, gli cascò il
fiato, e dava in tutte le smanie. La vedova allora andò a consolar
lui:--Che è stato, amor mio? datti pace; a tutto c'è rimedio: o non c'è
il corpo del mio marito buon'anima?... Vien con me.--Vanno: levano il
marito morto dalla sepoltura, lei per il capo e lui per le gambe: te
lo portano alla forca; e lo lasciano a penzolare pasto obbrobrioso dei
corvi.
Questa vedova è parlante esempio della verità del nostro proverbio:
_Chi muore giace; e chi vive si dà pace_, ma almeno non fu ipòcrita.
Tanti filosofacci battezzarono per virtù una certa loro fortezza
d'animo; e si fossero veduti morir mezzo mondo lì a' loro piedi, non
si crollavano. Altri rimediano col fatalismo: i cattolici con la
rassegnazione cristiana, e col _Dominus dedit, Dominus abstulit, fiat
voluntas Dei_; e così non pèrdono un'ora di sonno, nè mangiano un
boccon di meno. Tutti però fanno testimonianza dell'alta sapienza dei
Greci che la _Morte_ appellarono _Oblío_.
NOVELLA III.[22]
I TORDI-MERLI.
Antonio Guidi era un assai valente calzolaio di Pistoja, che, facendo
buoni guadagni, volle accasarsi, e sposò una onesta fanciulla di Prato,
buona, timorata di Dio, e martire del lavoro, se non quanto era un poco
ciarliera e caparbia; con la quale visse in concordia due o tre anni,
andando sempre le loro cose di bene in meglio, e facendo vita molto
agiata e lietissima, raramente turbata da' piccoli diverbj che ci sono
sempre tra moglie e marito: tanto che erano l'invidia de' loro pari.
Accadde una volta che ad Antonio furon mandati a regalare da un suo
ricco avventore[23] due bei mazzi di tordi, e un par di fiaschi di
vino eccellente. Ricevuta questa grazia di Dio, egli la mandò súbito
alla moglie per un ragazzo di bottega; e dille che i tordi gli faccia
arrosto, e alle due sarò a casa[24]. Scoccate le due, Antonio va a
casa, e appena salite le scale, dato un bacio alla moglie, la prima
cosa domandò:
--È all'órdine?
--E la Lena:
--Scodello súbito.--Lavatosi Tonio le mani e il viso, si mettono a
tavola, e cominciano a mangiare, ragionando, come solevano, del più e
del meno in pace e in grazia di Dio, innaffiando spesso il cibo con un
bicchieretto d'un certo vino, che era proprio di quello[25]. Finito di
mangiare il lesso:
--Oh, disse Tonio, sentiamo un po' questi tordi! Lena, vágli a
sfilare[26].
--Tordi? rispose la Lena: merli tu vorra' dire.
--Dico tordi, io: e che arnioni che avevano.
Intanto la Lena era ita in cucina, e torna co' tordi così croccanti e
fumanti che dicevano mángiami mángiami: nè gli sposi se lo lasciarono
dir due volte, e cominciarono a darci dentro con nobile gara.
--Io, disse Tonio, ho mangiato poche volte tordi così saporiti.
--E batti co' tordi! rispose la Lena; ti dico che son merli.
--Tu se' una merla! ma che mi vuoi dare ad intendere? Sono tordi, e
anche buoni.
--Come c'entra la merla? non importa canzonare. Del resto io son
figliuola d'un famoso cacciatore, e ho visto più tordi e più uccelli
che tu non hai capelli in capo: me ne avrei a intendere, eh? Sta certo
che son merli.
--Scusa, va' a pigliar le penne.
E la Lena va, e torna con le penne.
--Lo vedi, ripiglia Tonio, non sono brizzolate? I merli le hanno nere.
--O brizzolate o non brizzolate, son merli.
--Guarda, ecco qui la lettera di chi me gli manda; guarda: _due fiaschi
di vino e dodici tordi_.
--È uno sproposito; doveva dirci _merli_.
--E tu dici che se' figliuola d'un cacciatore? Si vede che da tuo padre
ci hai imparato poco, perchè questi son tordi tordissimi.
--E séguita a trattar male e a canzonare! È questo il modo di trattare
una moglie? Già me L'avevan detto prima di sposarti che tu eri un
omaccio! Ora non gli basta impugnare la verità conosciuta, negando che
questi son merli; vuole anche maltrattare!
--Ma chi ti maltratta, poco giudizio? Tu maltratti, chè m'hai detto
che sono un omaccio. Se avessi dovuto dar retta io alle ciarle, non
t'avrei sposato di certo. Ma ora questi discorsi non c'entrano: la
questione è su' tordi, e questi son tordi.
--Che ciarle? disse allora la Lena tutta inviperita, e rizzandosi con
le mani sui fianchi. Che puoi tu dire, o tu o altri, del fatto mio?
Guardate, per una picca, in che ginepraj entra, questo briacone! Se la
sbòrnia non ti fa distinguere i merli da' tordi, ci ho colpa io?
Insomma di parola in parola si riscaldò tanto la disputa, che Tonio,
il quale aveva un po' bevuto, mise le mani addosso alla Lena, la quale
però, benchè tutta lívidi, badava sempre a dire che erano merli. Questa
lezione per allora fece buono: si rimpaciarono presto, e de' merli
non si fiatò più: ma venuti l'anno dopo al giorno stesso che seguì il
litígio, ed essendo Tonio e la Lena a tavola tutti d'amore e d'accordo;
la Lena a un tratto:
--Ti rammenti, Tonio?... finisce l'anno.
--L'anno di che?
--Gua', de' merli.
--Ah, già: ma guarda che dirizzone tu pigliasti! E' dovevan esser merli
per te!
--Dovevan essere? erano, tu ha' a dire.
E d'una parola in un'altra si rinnovò la tragedia dell'anno passato;
e così avvenne per più anniversarj. La buona Lena era di complessione
delicata, e non troppo ben disposta di vísceri; per la qual cosa
spesso era costretta di ricorrere a medici ed a medicine: e Tonio
ne stava dolente, perchè, da piccosa in fuori, e un po' capricciosa,
era una buona moglie, e le voleva bene davvero, nè quelle sfuriate
periòdiche erano sufficienti a scemarglielo. Una volta, nel principio
dell'autunno, la malattìa si affacciò più minacciosa, ed il medico
storceva fieramente la bocca ogni volta che le andava a far visita,
nè celava i suoi timori al povero Tonio, il quale non sapeva darsene
pace. Ogni giorno la malattía si faceva più grave e più paurosa, e
ben presto ogni speranza si fu dileguata: e la povera Lena, sempre in
perfetta conoscenza, come sono generalmente sino all'ultim'ora i malati
di consunzione, si era già rassegnata a morire. Un giorno, verso la
fine di ottobre, avuti che ebbe i sacramenti, chiama lì al capezzale il
marito, e prendendolo amorosamente per mano:
--Tonino mio, gli dice con quel filo di voce che le rimaneva, io ti
lascio; ci rivedremo in paradiso. Ti ho voluto sempre bene; e ti chiedo
perdono, se qualche volta ti ho dato de' dispiaceri.
Il povero Tonio piangeva come una vite tagliata, e tra' singhiozzi
diceva:
--Lena mia, che dici di dispiaceri? tu se' stata sempre buona, e sempre
ti ho voluto bene. E se qualche volta... ti chiedo perdono io.
--Ah, di quei merli eh? Si avvicina il tempo, ed io sarò morta. Sì, ti
perdono ogni cosa. Ma ora ne sei persuaso che erano merli?
--Sì, via, povera Lena, eran merli.
La Lena fece un sorriso, porse la bocca da baciare al marito, e in quel
bacio spirò.
Questa Lena è símbolo dei Dinisti; e anch'io, per non vederne morir
qualcheduno, bisognerà che all'ultimo dia al capo Dinista un bel bacio,
esclamando:
--Sì, povera Lena, eran merli.
NOVELLA IV.
LE PÍLLOLE BACHÍCCHE.
Molti Fiorentini debbono ricordarsi di quel signore, con quella bella
barba bianca che gli scendeva fino sul petto, alto della persona,
sempre nobilmente vestito, il quale la sera dalle ventitrè alle
ventiquattro passeggiava su e giù per via Cavour, seguíto sempre da
un suo spropositato cane di Terranuova. Egli era Lombardo; ma era
innamorato di Firenze e della sua lingua; nella quale per altro non
fece gran profitto, perchè il suo Vangelo era il Vocabolario della
Crusca, l'Accademia era per lui la vera Chiesa cattolica, il signor
Arciconsolo il vero e legittimo Papa: e la sua cieca fede andava
tanto in là, che, sebbene valutasse e non impugnasse tutte quante le
manifeste prove, le quali chiariscono apòcrifa la Cronaca di Dino
Compagni, tuttavía, perchè la Crusca la tien vera, all'autorità della
Crusca sottometteva la ragione, e diceva di tenerla vera anche lui. Ma
questa sua cieca fede gli costò cara; e udite come e perchè.
Una volta, là nel 1871, il signore Lombardo, che per comodo chiamerò
Girolamo, era maledettamente infreddato, con una tosse che non gli dava
rèquie un momento; e come tutta la quinta impressione del Vocabolario
della Crusca egli l'aveva sulla punta delle dita, così, ricordandosi
che essa alla voce _Bachícco_, insegna che certe _Píllole bachícche son
buone per la tosse_, chiama il suo cameriere e gli dice:
--Va giù dallo speziale, e pígliami una lira di píllole bachícche.
Il cameriere, lombardo anch'esso, dubitando di scordarsi il nome
delle píllole, che ad esso pareva strano, pregò il padrone che glielo
scrivesse su un po' di carta; e il padrone glielo scrisse, accertatosi
prima, col vocabolario alla mano, di scriverlo bene. Arrivato alla
speziería, dove erano a cròcchio tre o quattro medici, per parer uomo
franco, non diede il foglio allo speziale; ma, ricordandosi bene il
nome delle píllole, che nello scender le scale aveva letto e riletto
più volte, così di punto in bianco, dice a voce piuttosto alta:
--_Una lira di píllole bachícche._
Que' medici a tal nome alzano tutti il capo; e lo speziale, dubitando
di aver franteso, domanda:
--Píllole come?
E quell'altro:
--Bachícche, bachícche.
Qui i medici danno in una gran risata; ma lo speziale, che era uomo
risoluto:
--O giovanotto, che venite qui per canzonare? Badate, potreste averci
poco gusto.
Il cameriere, sopraffatto da quella risata, e da questa ammonizione,
dubitò di avere sbagliato: cavò di tasca il foglietto, e dandolo
allo speziale, disse ch'e' non intendeva di canzonar nessuno, e che
aveva scritto così il suo padrone, il quale ne sapeva più di tutti
gli speziali di Firenze. E qui un'altra gran risata de' medici. Lo
speziale, piccato:
--Avete a dire al vostro padrone, che è una bestia: e, gettandogli in
faccia quel fogliolíno, uscì da banco.
Quando il signor Girolamo vide tornare il suo uomo senza le píllole; e
udì le insolenti parole dello speziale, non si domanda se montò sulle
furie. Si vestì alla meglio: piglia sotto il braccio il volume del
vocabolario dov'è la lettera B, entra dallo speziale, e senz'altre
parole:
--La bestia, signore speziale, è lei, non io. Guardi (e qui apre il
vocabolario), guardi qui. BACHÍCCO, _aggiunto di píllole buone per la
tosse_. Impari meglio la educazione, e prima di parlare ci pensi. Per
questa volta, passi.
A tale improvvisa rammanzína, che finiva in una mezza minaccia, lo
speziale non si potè tenere; e replicò che invece d'esser bestia lui
solo, erano bestie anche gli Accademici della Crusca; che le _píllole
bachícche_ non esistono, se non nella fantasia de' buffoni: che egli
non aveva paura di minaccie; e che si levasse di lì, o l'avrebbe
fatto pentire della sua arroganza. Il signor Girolamo, che era più
zolfíno[27] dello speziale, a quella antífona si sentì montar le vampe
alla testa; e ricopèrtoglisi il lume degli occhj, diede con tanta
forza sul capo dello speziale il volume della Crusca, dalla parte
della còstola, che gli fece uno sdrúcio[28] nel capo, e lo fece cadere
sbalordito. I tre medici, che tuttora eran lì, raccolsero quel caduto,
e lo medicarono; e il signor Girolamo, pentito di questa sua sfuriata,
se ne scusò come meglio poteva, mostrandone vivo dispiacere; e col
suo vocabolario sotto il braccio se ne tornava a casa: ma le Guardie
di pubblica sicurezza, che erano accorse al romore, informatesi del
fatto, lo raggiunsero per portarlo alla Questura; dove, dato ogni
buon recápito di sè, fu ritenuto il volume del Vocabolario, corpo del
delitto; ed egli, data ricca cauzione, fu lasciato libero, nel tempo
che s'istruiva il processo.
Negli interrogatorj diceva sempre che era stato egli il provocato; che
aveva chiesto le píllole bachícche come insegna la Crusca; e che, se lo
speziale era un ignorante da non saper che cosa sono, e da tenersene
beffato, ciò non gli dava il diritto di dar della bestia a lui. Pensò
poi a trovarsi un avvocato valente, non solo nella sua professione,
ma anche nelle lettere; e si preparavano tutti e due alla discussione
dinanzi al tribunale, la quale, cosa mirabile! non si fece troppo
aspettare.
Premeva allo speziale di metter in sodo che il signor Girolamo aveva
voluto schernirlo, col mandargli a chiedere quella roba che non è _in
rerum natura_; giustificando per questa via le sue acerbe parole contro
di lui, ed aggravando ad un tempo medesimo il procedere manesco del
suo avversario: premeva dall'altra parte al signor Girolamo di provare
che intenzione di schernirlo non ci poteva essere, perchè le píllole
bachícche ci sono bell'e bene; e di mostrare che l'avversario suo non
aveva niuna ragione di risentirsene, e molto meno di insultarlo per
ciò; e così parvificare di molto l'improvviso atto di sdegno e d'ira
del dargli il Vocabolario sul capo, perchè il sentirsi insultare a
torto fa perder la pazienza anche a Giobbe.
In favor dello speziale fecero testimonianza collettiva tutti gli
speziali di Firenze, che quelle píllole bachícche non ci sono; e che il
mandarle a pigliare da uno speziale, può ben credersi esser fatto per
celia: dall'altra parte l'avvocato del signor Girolamo dimostrava la
buona fede del suo cliente col Vocabolario della Crusca alla mano, il
quale registra queste _píllole bachícche_: e come i signori accadèmici
dichiarano solennemente di registrare nel Vocabolario sole le voci
_vive, usate e usabili_, così, o è vero che le píllole sopraddette
sono dell'uso vivo; o almeno il mio cliente ha giusta cagione di
crederle tali.
Il tribunale non potè non valutare questa ottima ragione, tanto più
che il signor Girolamo non era Toscano, da poter giudicare con la
norma dell'uso; e però, esclusa ogni malizia dal canto suo, dichiarò
essere stato condotto in errore dalla Crusca: aver lo speziale corso
troppo nel dargli della bestia; e per conseguenza attenuò di molto
il suo improvviso atto d'ira. Ma tuttavía, come la ferita ci era
stata, e lo speziale, il quale era dovuto stare otto giorni a letto,
si richiamava dei danni, così non potè il signor Girolamo passarla
liscia; ma fu condannato a una multa piuttosto grave, ed al rifacimento
dei danni in lire dugento, che egli pagò, sbuffando e maledicendo
la Crusca e i Cruscanti: le quali maledizioni si accrebbero a mille
doppj quando sentì, che, per questa cosa delle píllole, gli era stato
messo il soprannome di _Signor Bachícche_; il che fu cagione di fargli
abbandonare per sempre Firenze.
Vedete a che cose si trovano coloro che giurano sulla Crusca! La quale
però, saputa la forma della sentenza, e come vi si diceva che Ella
_aveva errato_, non che si ricredesse e correggesse l'errore; ma fece
solenne protesta al Ministero di grazia e giustizia, contro il _potere
giudiziario_, che si arrogasse il diritto di sentenziare in cose che
non sono di sua competenza, offendendo un collegio così venerando come
l'Accademia; e per di più commise al suo illustre Apologista di fare
un volume di difesa per le _píllole bachícche_; ed egli tosto si mise
all'opera, e ci lavora indefessamente da cinque anni. I Filòlogi ne
stanno in grande aspettazione, e tutti dicono che sarà un miracolo di
dottrina e di erudizione Filològica.
NOVELLA V.
LA DISCREZIONE DE' FRATI.
Quando si vuol tassare di indiscreta una tal persona, gli si suol
dire che la sua è discrezione da frati. Con molti esempj si potrebbe
chiarire tal dettato familiare: io voglio darvi il seguente, come me lo
ha raccontato un legnajuolo fiorentino. Udite.
Una mattina gli cápita a bottega un fratone zoccolante:
--Maestro, buon giorno; e cava fuori dalla manica la scatola del
tabacco, offrendone una presa al legnajuolo, il quale, dopo avergli
reso il buon giorno, lo ringraziò.
--Scusate, maestro, disse allora il frate: che ci avreste da darmi un
pezzetto di legno, lungo un dito o così?
E il legnajuolo:
--Volentieri, padríno. E trovato il legnòttolo, glielo porge con buon
garbo.
--Dio vi rimèriti e S. Francesco--dice il frate; e si volge per
andarsene; ma, come se gli venisse in mente una nuova cosa:
--A propòsito, disse, giacchè qui avete tutti gli arnesi, me lo
potreste piallare un pochino.
E il maestro pialla, e riduce al pulito.
--Ecco, séguita il frate, ora ce ne vorrebbe un altro pezzetto simile,
un poco più corto: vi rincrescerebbe a farlo per l'amore di S.
Francesco?
E il legnajuolo, che era un buon cristianello, storse[29] un poco, ma
trovò l'altro legnòttolo, e piallátolo, lo dette al caro frate; il
quale, simulando vergogna:
--Proprio mi rincresce d'incomodarvi; ma, oramai che siete stato tanto
buono per me, scusate, fatemi una tacca quadra quassù a un terzo del
legno più lungo, e un'altra simile nel mezzo de' mezzi al più corto[30].
Il legnaiuolo lo guardò, e fu per dirgli qualcosa di bello; ma, vedendo
quella faccia impietrita del frate, si rattenne; e presi i ferri da
ciò, si mise a fare le due tacche. Quando furon fatte:
--Caléttano bene?[31] domandò il frate: e l'artefice, dopo aver
provato, e limato qui, e smussato là:
--Ecco; vanno ottimamente.
--Ora compite l'opera: mettéteci un poco di colla, e unite insieme i
due pezzi.
--Ma, permìo![32] disse allora il legnajuolo stizzito: ci voleva
tanto a dirmi _Fàtemi una crocettína?_--E, scaldata la colla, incollò
i due pezzi, e diede al frate la crocettína bell'e fatta; il quale,
offèrtogli un'altra presa di tabacco, lo pagò della loro usata moneta
senza cònio: _Gesù vi rimèriti e S. Francesco_.
Il frate, pratico del mestiere, sapeva che, se di punto in bianco
avesse chiesto la crocettína, forse sarebbe stato mandato in pace; e
però trovò il ripiego che avete udito: e il legnajuolo, per non si
ricordare che i frati, come i ragazzi, _a dar loro il dito pigliano
tutta la mano_, perdè quasi un'ora di lavoro, restando sopraffatto
dalla indiscrezione fratesca. Ma ricordiámoci che i soli indiscreti
non sono i frati; e però scriviamoci in mente il proverbio qui sopra
allegato.
NOVELLA VI.
UNA SCOMMESSA.
In un cròcchio di giovani tutti studiosi, ma tutti svegli, nemici
dell'_ipse dixit_ e di ogni pedantería, ne cápita spesso uno, studioso
anch'esso e sveglio, ma cruscajuolo[33], e un poco pedante, il quale
benchè sia il rovescio degli altri, pure vi è ricevuto volentieri,
come colui che in fin de' conti è un buon diavolaccio, e serve di
molto spasso per le ingegnose difese ch'e' sa trovare a tutti i più
sbardellati spropòsiti del _Vocabolario novello_, le quali, non che
le sieno valutate nulla rispetto alla critica, ma sono mirabili per
i sottili partiti che il nostro Gabriello (chiamiamolo così) riesce
a trovare. Era un gran pezzo che que' giovanotti studiavano di farlo
rimanere senza difesa, nè mai era loro riuscito; quando una sera entra
tutto ridente il più arguto di loro, e vòltosi di punto in bianco
all'amico: «Quanto vuoi scommettere che ti costringo a confessare che
la tua Crusca ha errato?»
«Chi? tu? Scommetto quel che vuoi.--Una cena da pagarsi a
tutti.--Vada.--» Allora lo sfidatore va, e prende il _Glossario_:
sfoglia, sfoglia, e si ferma sopra il verbo _Affatare_, dove si
vede il lettore rimandato ad _Affaitare_. Va ad Affaitare, e legge:
«_Affaitare, Afaitare, Affetare e Affatare, Att._ Adornare, Acconciare,
Abbellire: _ant. franc._ Affaiter; _provenz._ Afaitar; derivati dal
lat. _Affectare_.
«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare. _Rim. Ant. F. Ser.
Noff. Oltr._ I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come
giojoso amor m'affata e tene.»--Letto questo paragrafo, si voltò
all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tua Crusca pone
falsamente l'_affatare_ per forma varia di _affaitare_; ed è una delle
tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor lo
_affetta_, lo _modifica_, l'_impressiona_, cosa da fare smascellare
dalle risa Eráclito--«Adagio, replicò Gabriello: questo _affatare_ è
una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese
le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca
tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un
diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi
dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amore _affettava_,
_modificava_, _impressionava_, e _teneva_ il buon rimatore; e gli amici
facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo
ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario,
quell'Affatare.» E l'avversario rispose:
«Ci vuol poco: _Affatare_ lì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...»
Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se
avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando
e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'_ammaliare_;
e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si
sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua
Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo
scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna
al tavolino, e se lo pianta sotto le gómita, aspettando il fine
dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:
«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca
registra bene _Affatare_ per _Affaitare_, fondandosi su quell'esempio
di Noffo.--Lo dico e lo mantengo.--Tu dici che _Affatare_ significa,
in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare,
Modificare, Impressionare.--Lo dico, e lo mantengo.--E tu neghi che
in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.--Sicuro
che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.--Dunque
tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»--E aperto
il volume primo del _Vocabolario novello_, gli pone sotto gli occhj
il tema _Affatare_, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge
scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.--_Rim. Ant. F. Noff. Oltr._
I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il
mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e
dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»
Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e
il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale
il medesimo esempio registra nel _Glossario_ in un significato, e
nel _Vocabolario_ lo registra in significato tutto diverso, gli
pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, ora il _Glossario_, ora il
_Vocabolario_, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur
troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla
in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito
più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale
si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la
sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua
cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più
voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].
NOVELLA VII.
IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.
In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli
esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne
fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsi _licenziare_, ce
n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannome _Pepe_,
come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e
pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto
tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi
liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era
portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di
fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia
quelli scritti del mio _Borghini_, dove si squadernano i garbati
errori di alcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era
sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto
di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe
bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per
avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro.
Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano
errore, ma che per di più, cosa non osservata dal _Borghini_, il Tigri
racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:
_Par tremolando mattutina stella,_
egli rifa con tanto garbo il verso così:
_Appar lucente mattutina stella;_