--Guarda, ecco qui la lettera di chi me gli manda; guarda: _

NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

--Il testo in grassetto è stato reso con i segni uguale: =testo=.

PIETRO FANFANI

NOVELLE

E

GHIRIBIZZI

[Illustration: LOGO]

MILANO

EDITORE PAOLO CARRARA LIBRAJO

1879

Proprietà Letteraria dell'Editore

Tip. Pietro Faverio.

AL LETTORE

Le _Novelle_ e i _Ghiribizzi drammatici_, raccolti in questo volume,

salvo alcuni di questi ultimi, che ora si pubblicano per la prima

volta, furono già da tempo messi fuori dall'Autore, ma erano poco o

punto noti, perchè apparvero su qualche giornale, o in raccolte, o

tirati in ristrettissimo numero di esemplari; per modo che posso dire,

che a molti e molti giungeranno novissimi; tantopiù che l'Autore, nel

rivederne questa ristampa, li venne ritoccando qua e là dove gli parve

necessario. Egli scrisse la maggior parte di questi lavori mentre

attendeva a comporre quelli di maggior lena in materia filologica, i

quali porrò di mano in mano in luce, e quelli concernenti le due gravi

questioni del _Vocabolario della Crusca_, e dell'autenticità della

_Cronica_ di Dino Compagni, quasi a sollievo dell'animo occupalo da'

gravi studj. E però ora in un punto, ora in un altro Egli accenna o

a questa o a quella delle due questioni, dando qua una bottata o mia

graffiatina ad un avversario, là rivolgendo un frizzo o una celia ad

un altro; anzi dirò che l'argomento di parecchi fra quegli scritti,

lo attinse appunto dalle ricordate due questioni. Così facendo,

l'illustre Autore si attiene al savio precetto del _ridendo dicere

verum_: diletta con quella forma garbata, propria, limpida, festosa,

del suo dire, onde Egli è modello insuperabile; e nel tempo stesso

apertamente si mostra, non timido e parziale, ma sincero e devoto

amico della Verità. Io quindi non dubito punto che questo volume,

come tutti gli altri di quell'eletto Ingegno, troverà favore tanto

presso coloro che si dilettano delle amene letture, quanto presso gli

studiosi cultori della nostra lingua. Debbo però avvertire il Lettore,

che c'è una mancanza; ed è questa qui. Alle pagine 15, 18, 83 ed

altrove, leggerà _Vedi Appendice I, II ecc._, ma le Appendici non ci

sono. Soprallavoro, in questi giorni la morte repentinamente spense

lo strenuo Autore, nè tra' suoi fogli si è potuto trovare o scritto,

o nota, o appunto alcuno, che accennasse quali dovevano essere le

_illustrazioni_, che era suo intendimento di porre in fine del volume:

sicchè le mancano; ma non per questo il volume scema di pregio, perchè

non sarebbero state altro, per quanto io posso argomentare, se non

ischiarimenti maggiori su persone e su cose, delle quali nel libro si

discorre. Altre parole non aggiungo; il libro èccolo qui: e son certo

che verrà benevolmente accolto.

L'EDITORE.

NOVELLA I.[1]

DON FICCHÍNO.

_ Don Ficchíno, adulatore e scroccone famoso, accetta due desinari nel

giorno medesimo: saputosi, gli è fatto da capo un doppio invito; ma è

trattato in modo che va a letto digiuno._

Don Ficchíno, morto pochi anni addietro d'indigestione, fu un

pretazzuolo d'una piccola città di Toscana: e gli posero quel

soprannome per la grande sua smania di _ficcarsi_ attorno a tutti

coloro che avevano nobiltà, ricchezza, o fama di letterati solenni.

Fino da abatónzolo il fatto suo era uno spasso: un frucchíno, un

lecchíno[2] vi so dir io! Se de' mortorj, se degli angiolíni[3], se

delle benedícole dove si leccasse il madonníno[4] ve n'era, lui _vi si

ficcava_ dei primi. Cresciuto negli anni, gli uscì di corpo la smania

de' móccoli e delle sagrestíe; e si cominciò a _ficcare_ per le case

dei signori; e lì, per leccar qualcosa, lusingava ogni lor vanità:

si sdrajava sotto i tavolini a sbraciar la cassetta alle signore[5]:

faceva sonetti, cantava, sonava; era, vi dico, il cucco di tutte le

veglie. Poi gli venne gli áscheri[6] di essere un po' letterato... ma,

èramo a piedi![7]... Síe? che importa? Lasciate fare a lui! Si _ficcò_

alle còstole di un letterato valente; e lì striscia, e lì loda, e lì

lecca, il letterato gli fece pa[8]; lo resse per le maniche del sajo,

affinchè non battesse il musíno in terra; lo fece affiatare con qualche

altro letterato: e di lì a poco l'amicone si attentò a far l'autore.

Fu un vero _attentato_! Ne scrisse di quelle che non hanno nè babbo nè

mamma, o come dice il popolíno, di quelle di pelle di becco: ma un po'

per l'ajuto del protettore; un po' per le dedicatòrie spante; un po'

per le lodi che egli svergognatamente chiedeva, e spesso otteneva, dai

giornalisti; e un po' perchè cercò di razzolare in materie che fossero

di moda, gli riuscì, sempre strisciando, leccando e _ficcandosi_, di

farsi dire qualche parola dolce da due o tre valentuomini, della qual

cosa non potete immaginare la gallòria che ne menava, e lo strombettío

che ne faceva, e ne faceva fare. E come gli ignoranti sono sempre i

più, ed egli bazzicava sempre de' _signori_, che generalmente sono

ignorantissimi, lo cominciarono a chiamar _professore_, non cessando

per altro di divertirsi alle spalle di lui, che era la più riderfacente

caricatura dell'universo mondo. Poi volle pubblici ufficj; e qui

sì che andò, s'arrabattò, si strisciò, si _ficcò_, s'incurvò, si

prostrò, si scappellò, e ò ò ò ò. Quando c'era il Granduca, faceva

giaculatòrie granducali ch'era una delizia: si teneva beato, se poteva

parlare, non che altro, con uno staffiere de' Pitti: se poi poteva

avere un'udienza, non entrava più nella pelle, e la camicia, come suol

dirsi, non gli toccava il sedere: la raccontava, la commentava, e

piangeva di gioja. Il Granduca fuggì; e lui, puntuale, s'inchinò a chi

l'aveva fatto scappare: diventò un liberalaccio per la pelle; e quasi

quasi si spacciava per martire: cercò, insieme con altri, di mettere

in mala voce, e di dare uno sgambetto a un suo amico e benefattore:

poi lisciò, strisciò, si prostrò, encomiò Vittorio Emanuele co' suoi

figliuoli; e chi sa che cosa sarebbe stato capace di fare, se quella

benedetta indigestione non lo mandava _illuc quo plures abierunt_.

Sopra tutte le sue cardinali virtù per altro c'era quella di essere

un grande uccellatore di desinari; e come tutti lo sapevano, così

tutti coloro che apparecchiavano più o meno lautamente, lo invitavano

sempre, essendo per essi uno spasso grandissimo il vederlo mangiare

con sì raro appetito, e il sentire le ingegnose lodi che sapeva dare

al padrone, al cuoco, e a tutte le pietanze ed i vini; le quali lodi

erano spesso sotto forma di sonetti o di brindisi, che rallegravano

maravigliosamente tutta la brigata. Accadde una volta che fu invitato

nello stesso giorno dalle due più ricche famiglie della città, ciascuna

delle quali aveva un'ottimo cuoco e una famosa cantina. Don Ficchíno,

tra questi due inviti parimente attraenti, stava come il famoso asino

degli scolástici, i quali pensavano che posto in mezzo a due profende

di fieno parimente fresco e odoroso, sarebbe prima morto di fame che

abboccarne una[9]. Leggeva ora l'uno ora l'altro: prendeva la penna

per ringraziare; ma non veniva all'atto. Guarda e riguarda, leggi e

rileggi, a un tratto fa un salto d'allegrezza, e un sonoro frullo con

una mano. Che cosa n'era cagione? La famiglia A., tenace un poco degli

usi antichi, pranzava alle 2; l'altra famiglia B. alle 7. «_Gua', posso

andar qui e là_.» E di fatto la mattina della gran giornata, prese

un bel bicchiere d'acqua del Tettúccio[10], per disporre lo stomaco;

fece una sottilissima colazione, e alle 2 fu a casa A. Il pranzo era

eccellente, e Don Ficchíno si mostrò pari alla sua fama. Vedendo

andare attorno tanta grazia di Dio, non poteva lasciarla passare,

senza intinger nel vassojo: «_Chi lo sa, pensava, se a quest'altro

desinare ci son tante delizie!_» E lì trincava, e ingollava di santa

ragione. Alle quattro era già finito il pranzo; e Ficchíno pensò tosto

ad accomodar le cose per quell'altro delle 7. Si sdrajò un'oretta sul

canapè; fece un pisolíno; e poi, ripicchiatosi tutto[11], andò a fare

una bella passeggiatona, piuttosto faticosa: insomma alle 7 fu in

grado di porre il piè sotto la tavola da capo; e se al primo pranzo

si mostrò, come solevano dir di lui, _la prima forchetta di Toscana_,

in questo secondo non canzonò. La cosa si sparse súbito; e non vi so

dire che grasse risate vi si facessero su, e che saporiti e arguti

motti si dicessero a propòsito del buon appetito di Don Ficchíno,

in quelle conversazioni dove soleva andare. «_Gli s'ha a fare una

bella celia.--Sì sì: guardiamo se si gastiga la sua ingordigia_.»

E fatto capannello tra due o tre capi armònici, che altre volte si

eran divertiti alle spalle del nostro abatíno, restarono d'accordo

in questo, di fargli un altro doppio invito fra qualche giorno; ma

in modo che non gli tornasse più voglia di accettarne de' simili.

La settimana appresso, eccoti un servitorino in livrea, che picchia

alla porta del _professore_, e lascia un elegante biglietto, col

quale il signore e la signora D. lo pregavano di favorirgli a pranzo

il giorno di poi alle 2: pranzo d'addio, perchè la sera partivano.

Quel _pranzo d'addio_ fece venir l'acquolina in bocca a Ficchíno...

Poco dopo un'altra scampanellata. «_Chi è?--Una lettera per il signor

professore._» Era un altro invito stampato, per un pranzo di giorno

natalizio, la sera di poi alle sette e mezzo. Sòlite esitazioni;

sòlita risoluzione:--_Pranzai due volte l'altro giorno, e stetti

benone. Dunque?_... Alle due del giorno dopo, un'eletta compagnía di

signori e signore era nel palazzo D. Don Ficchíno, secondo l'usanza,

trottolava qua e là[12], a chi facendo inchini, chi adulando, con chi

sdottoreggiando; ma con l'occhio sempre volto alla sala da pranzo.

Finalmente arrivò il sospirato: _Signori, è in tavola_. A Ficchíno

toccò l'onore di accompagnare la signora: ciascuno si mette al sue

posto; l'apparecchio ricchissimo promette ogni più fino allettamento

della gola; già si distribuivano le scodelle della minestra; quando

entra un servitore con una lettera per il padrone. Questi l'apre, e

cade abbandonatamente col capo sopra la tavola.--_Dio mio! che è

stato?_ grida la signora: e tutti si alzano, chi dicendo una cosa,

chi l'altra... Una sventura gravissima era sopraggiunta alla nobile

famiglia: il signore e la signora si scusarono alla meglio; il pranzo

andò all'aria; e gli invitati, fatte le loro condoglianze, andarono

chi qua chi là. A Don Ficchíno seppe proprio male di questo fatto

inaspettato; ma, _Fortuna_, disse dentro di sè, _che stasera ci ho

quest'altro pranzo! rimetterò le dotte lì_. E mezzo sbalordito andò

via, cercando di far le sette e mezzo. La prima cosa andò a mangiare

un tagliuolo di _stiacciat'unta_, perchè, avendo, come l'altra volta,

preso l'acqua del Tettúccio, e fatta una colazioncína leggiera, si

sentiva assai fame: poi una capatína qui, una là[13]: finalmente l'ora

tanto aspettata arrivò; e l'amico s'avviò súbito a casa F. portato

dal desío e dall'appetito. Eravamo là sul principio del decembre; e

il tempo nuvoloso si buttava al crudo, accennando a neve; sicchè non

gli parve vero di infilarsi in quella casa, dove sperava riscaldarsi

e refocillarsi tutto[14], tanto più che non aveva pensato a coprirsi

troppo bene. Egli era dei frequentatori più assidui della conversazione

di que' signori, sicchè il portiere lo salutò familiarmente ed il

servitore d'anticamera lo annunziò tosto alla signora, la quale era

nel suo salottino con altre due amiche. A Don Ficchíno parve un poco

strano il veder queste donne così sole, il perchè, dopo le solite

riverenze, inchini, e strette di mano: _Come mai queste signore così

sole?--Gli uomini_, rispose la signora, _son su nella stanza da fumare:

ma ora scenderanno. Sanno che dobbiamo andare al teatro._ Al povero

Don Ficchíno non rimase sangue nelle vene; e tutto confuso, con atto

di gran maraviglia, esclamò: _Al teatro!--Già, o non lo sapete che

stasera c'è gran cose? venite anche voi.--Grazie, signora... Ma lei...

ho forse sbagliato leggendo?... o la stampería?...--Ma che almanaccate,

professore?_... E il povero professore, levatosi di tasca l'invito, lo

mostrò alla signora, la quale trattenendo a stento le risa: _Noi non

abbiamo mandato tali inviti; qualcheduno ha voluto farvi una celia_.

L'ira, la vergogna, la fame, si dipinsero stranamente in figura diversa

sul volto del povero Ficchíno, il quale, se non fosse stato tanto

ridícolo, avrebbe fatto pianger le pietre: _A me! a un mio pari!... me

la pagheranno... la mia penna!_... Intanto eccoti giù tutti coloro che

erano stati a pranzo, ed uscivano da fumare, i quali, saputa la cosa,

dolenti in vista del mal tiro fatto al _professore_, sotto i baffi se

la ridevano gustosamente.--_Signori, ci sono le carrozze_--disse un

servitore, affacciandosi all'uscio; e tutti si alzarono, e andarono al

teatro, dove, più che la commedia, dette materia di spasso la celia

fatta a Don Ficchíno, la quale si sparse in un momento per tutti i

palchi, e anche per la platea. Ma la celia non finì qui. Il povero

_professore_, con una fame da lupi, fece pensiero d'andare a pigliar

qualcosa alla trattoría. Erano già sonate le otto da un pezzo; veniva

un nevíschio fitto fitto, con un vento diaccio che pelava: quella

città, piccola e pochissimo popolata, nell'inverno dalle sette in là

pareva un deserto; e solo rimaneva aperto fino alle dieci il caffè, e

quella trattoría, dove qualche rara volta soleva andar Don Ficchíno,

il quale era fieramente in úggia al trattore e a' camerieri, come

colui ch'era famoso lesinante, e seccatore pertinacissimo. Coloro

che avevano ordito la trama pensarono che il _professore_, rimasto a

denti secchi nelle due case, sarebbe andato alla trattoría; e però

s'indettarono col padrone, che gli secondò a meraviglia, avendo, come

dissi, in úggia Don Ficchíno, un di quegli avventori, com'egli diceva,

che è meglio perdergli che trovargli. Bisogna sapere che Don Ficchíno,

oltre all'essere spilòrcio e seccatore, era schizzinoso in estremo

grado; e il mal odore di una pietanza, o qualche cosa di men che netto

che vi fosse dentro, gli dava orribili archeggiamenti di stomaco.

Èccotelo alla trattoría: si mette a sedere; picchia nel bicchiere; e

al cameriere, che venne súbito:--_Che ci avete di buono?--Eh, signor

professore, non potrò darle, se non una zuppa e una bistecca.--Bene:

porta súbito la zuppa e prepara la bistecca.--Súbito._--Quella zuppa

si fece aspettare un pezzo: e lo stomaco del povero Ficchíno latrava

rabbiosamente. Finalmente èccola... L'aveva mangiata mezza cogli

occhj nel tempo che il cameriere la portava in tavola: appena messa

davanti, ne ingolla furiosamente una cucchiajata; un puzzo e un

saporaccio orribile! il povero Ficchíno ebbe a dar fuori il primo

boccone che gli diede la bália[15].--_Geppíno, Geppíno!--Comandi,

signor professore.--Ma questa zuppa puzza che mena la saetta_.--E

Geppíno, annusando:--_Puzza? scusi, signor Professore: ma a me non

mi pare...--Pòrtala via, e affretta la bistecca_.--E Geppíno porta

via la zuppa. Dopo un altro pezzo viene la bistecca; e se la zuppa

era stata puzzolente, questa era puzzolente e mezzo. Allora Ficchíno

montò su tutte le furie: maltrattò padroni e camerieri, e andava via

tutto stizzito: ma fu trattenuto, e dovè pagare lo scotto, come se

avesse mangiato. Affamato, assiderato, arrabbiato, corse al caffè;

stavano per chiudere, e non c'era più nè latte, nè caffè, nè sèmelli

o chífelli. Non restava altra speranza che il trovare qualche cosa di

avanzato al povero desinare della sua donna di servizio; una montanína

appannatotta[16], che Don Ficchíno teneva anche per maestra di lingua

e di poesía; e che gli costava poco, avvezza com'era a necci[17] e

polenda, suo cibo prediletto quando il padrone non mangiava in casa,

che vuol dire quattro o cinque giorni per settimana. Erano le dieci

quando Ficchíno tornò a casa; e domandato alla Zelinda se c'era nulla

da mangiare, gli rispose che non c'era nulla, se non un po' di polenda,

e un rosícchiolo di cacio.--_Datemi quello_.--E senza fare altre

parole, mangiò la polenda con quel poco di cacio, ingollando, come

suol dirsi, un boccone di quella e un boccon di veleno[18]: bevve un

bicchier di vino, e insaccò nel letto a digerire la bile. Ma non era

finita! Quando fu così sulla mezzanotte, che Ficchíno ruminava sempre

chi diavolo potesse avergli fatto la celia, meditando vendetta, e la

Zelinda se la dormiva placidamente; si ode una grande scampanellata. La

serva si desta di sobbalzo, e súbito salta il letto. Ficchíno chiamava,

bociando, _Non aprite_; ma un'altra scampanellata, e poi un'altra più

rovinosa.--_Affacciatevi_, disse allora Ficchíno: _potrebbe esserci

qualcosa di grave._ E la Zelinda si affaccia:--_Chi è?--Un plico per

il signor professore.--Senta, io non iscendo; lo metta dentro a questo

paniere._--E, calato un paniere, lo tirò su con un involto assai

grosso, che portò súbito di là al padrone, il quale, fattosi accendere

il lume, rimandò a letto la donna, e sbuzzando[19] l'involto, vi trovò

un _Almanacco del gastrònomo_, un pacchettino d'inviti a pranzo per più

giorni alla fila nelle prime case della città, e un biglietto di questo

tenore;

_Caro Don Ficchíno,_

«Un pasto buono e un mezzano, mantien l'uomo sano» come sapete; e

«chi troppo mangia scoppia». Avendo voi mangiato a strippapelle tanti

giorni alle còstole altrui, oggi, impauriti di vedervi scoppiare, vi

abbiamo fatto la celia de' due finti inviti, della trattoría e del

caffè, mandandovi a letto digiuno. Come però «Chi va a letto senza

cena, tutta la notte si dimena», così abbiamo pensato di mandarvi

questo Almanacco, dove leggerete descritte le più ghiotte vivande,

per una qualche consolazione del forzato digiuno, e della veglia che

ne è la conseguenza. Acciocchè poi non crediate che lo abbiamo fatto

per ischerno della vostra magnificággine, o per altra cagione che per

tenerezza della vostra sanità, vi mandiamo questi inviti a pranzo, che

abbiamo raccolti stasera al teatro da que' signori, che parlavano e

ridevano della celia fáttavi, ma che pur vogliono darvene un qualche

compenso.

Valutate, illustre Ficchíno, la nostra buona volontà, e il Signore vi

conservi lo stomaco.

_Alcuni vostri ammiratori._

È facile l'immaginarsi che effetto fece sull'animo, già tanto

amareggiato, del povero _professore_ questa novella canzonatura;

e come lo rodesse la stizza di non potersi almeno sfogare un poco.

Libro, inviti, lettera e ogni cosa scaraventò in fondo alla camera:

spense il lume; ficcò il capo sotto le lenzuola, e stette quasi tutta

la notte senza poter chiuder occhio, tra per la fame, per la rovella

e per la vergogna. Come prima fu giorno, chiamò la Zelinda che gli

portasse il caffè, dove inzuppò non so quante fette di pane. Per quel

giorno non volle metter piede fuori dell'uscio, e fece propòsito di

non accettar più inviti da nessuno... Ma poteva egli Don Ficchíno star

fermo in sì fatto propòsito? Una, due volte, fino alla terza disse di

no; ma poi, trattandosi di un pranzo dove si sapeva dovervi essere

ogni più squisita delizia, non potè resistere, e accettò. Povero Don

Ficchíno! fu l'ultimo pranzo! Era stato tanti giorni lontano dalle

ricche tavole; erano tante e tanto preziose quelle vivande e que' vini,

che lasciò libero il freno al suo poderoso appetito. Nella notte lo

prese un'orribile gravezza di capo; poi una febbre da leoni; e dopo

tre giorni era morto. Il suo corpo fu sepolto nel camposanto della sua

città, e _distingue le sue dalle infinite ossa che quivi ha seminato la

morte_, una pietra con questo epitaffio:

Ficchíno giace qui;

Nacque, mangiò, morì.

NOVELLA II.[20]

LA CONSOLAZIONE DELLA VEDOVA.

La novella della Vedova d'Efeso, raccontata prima da Fedro, poi da

Apulejo, e poi da altri e altri, non è fatta se non per provare quanto

facilmente l'uomo, e specialmente la donna, dimentica le persone più

care furátele dalla morte. Se non la sapete, ve la dico in quattro

parole. Le morì il caro marito; e lei giurò di voler finire i suoi

giorni presso alla tomba di esso, accanto alla quale fece fare apposta

un piccolo tugúrio, dove star sempre a piangerlo. Fu nel giorno stesso

appiccato un famoso birbone, e lasciato esposto in mezzo alla campagna,

proprio lì presso alla tomba, póstovi a guardia un soldato, acciocchè

nessuno lo spiccasse. Quel soldato era un pezzo di giovanotto, ma

dite bello![21] e la vedovella un occhio di sole.--Povera donna, mi

fa proprio compassione!--E va là per consolarla un poco. Era fiato

gettato: la voleva morire per amor del marito. Ma si guardarono...--Che

bell'uomo! somiglia il mio povero marito.--A farvela corta, finì come

doveva finire: s'innamorarono come due gatti di gennajo. Mentre però

quel soldato consolava la vedovella, i compagni dell'impiccato, che

stavano alla posta, veduto il bello, lo spiccarono, e via a gambe: e

tornato lui alla guardia, e vedendo sparito il pènzolo, gli cascò il

fiato, e dava in tutte le smanie. La vedova allora andò a consolar

lui:--Che è stato, amor mio? datti pace; a tutto c'è rimedio: o non c'è

il corpo del mio marito buon'anima?... Vien con me.--Vanno: levano il

marito morto dalla sepoltura, lei per il capo e lui per le gambe: te

lo portano alla forca; e lo lasciano a penzolare pasto obbrobrioso dei

corvi.

Questa vedova è parlante esempio della verità del nostro proverbio:

_Chi muore giace; e chi vive si dà pace_, ma almeno non fu ipòcrita.

Tanti filosofacci battezzarono per virtù una certa loro fortezza

d'animo; e si fossero veduti morir mezzo mondo lì a' loro piedi, non

si crollavano. Altri rimediano col fatalismo: i cattolici con la

rassegnazione cristiana, e col _Dominus dedit, Dominus abstulit, fiat

voluntas Dei_; e così non pèrdono un'ora di sonno, nè mangiano un

boccon di meno. Tutti però fanno testimonianza dell'alta sapienza dei

Greci che la _Morte_ appellarono _Oblío_.

NOVELLA III.[22]

I TORDI-MERLI.

Antonio Guidi era un assai valente calzolaio di Pistoja, che, facendo

buoni guadagni, volle accasarsi, e sposò una onesta fanciulla di Prato,

buona, timorata di Dio, e martire del lavoro, se non quanto era un poco

ciarliera e caparbia; con la quale visse in concordia due o tre anni,

andando sempre le loro cose di bene in meglio, e facendo vita molto

agiata e lietissima, raramente turbata da' piccoli diverbj che ci sono

sempre tra moglie e marito: tanto che erano l'invidia de' loro pari.

Accadde una volta che ad Antonio furon mandati a regalare da un suo

ricco avventore[23] due bei mazzi di tordi, e un par di fiaschi di

vino eccellente. Ricevuta questa grazia di Dio, egli la mandò súbito

alla moglie per un ragazzo di bottega; e dille che i tordi gli faccia

arrosto, e alle due sarò a casa[24]. Scoccate le due, Antonio va a

casa, e appena salite le scale, dato un bacio alla moglie, la prima

cosa domandò:

--È all'órdine?

--E la Lena:

--Scodello súbito.--Lavatosi Tonio le mani e il viso, si mettono a

tavola, e cominciano a mangiare, ragionando, come solevano, del più e

del meno in pace e in grazia di Dio, innaffiando spesso il cibo con un

bicchieretto d'un certo vino, che era proprio di quello[25]. Finito di

mangiare il lesso:

--Oh, disse Tonio, sentiamo un po' questi tordi! Lena, vágli a

sfilare[26].

--Tordi? rispose la Lena: merli tu vorra' dire.

--Dico tordi, io: e che arnioni che avevano.

Intanto la Lena era ita in cucina, e torna co' tordi così croccanti e

fumanti che dicevano mángiami mángiami: nè gli sposi se lo lasciarono

dir due volte, e cominciarono a darci dentro con nobile gara.

--Io, disse Tonio, ho mangiato poche volte tordi così saporiti.

--E batti co' tordi! rispose la Lena; ti dico che son merli.

--Tu se' una merla! ma che mi vuoi dare ad intendere? Sono tordi, e

anche buoni.

--Come c'entra la merla? non importa canzonare. Del resto io son

figliuola d'un famoso cacciatore, e ho visto più tordi e più uccelli

che tu non hai capelli in capo: me ne avrei a intendere, eh? Sta certo

che son merli.

--Scusa, va' a pigliar le penne.

E la Lena va, e torna con le penne.

--Lo vedi, ripiglia Tonio, non sono brizzolate? I merli le hanno nere.

--O brizzolate o non brizzolate, son merli.

--Guarda, ecco qui la lettera di chi me gli manda; guarda: _due fiaschi

di vino e dodici tordi_.

--È uno sproposito; doveva dirci _merli_.

--E tu dici che se' figliuola d'un cacciatore? Si vede che da tuo padre

ci hai imparato poco, perchè questi son tordi tordissimi.

--E séguita a trattar male e a canzonare! È questo il modo di trattare

una moglie? Già me L'avevan detto prima di sposarti che tu eri un

omaccio! Ora non gli basta impugnare la verità conosciuta, negando che

questi son merli; vuole anche maltrattare!

--Ma chi ti maltratta, poco giudizio? Tu maltratti, chè m'hai detto

che sono un omaccio. Se avessi dovuto dar retta io alle ciarle, non

t'avrei sposato di certo. Ma ora questi discorsi non c'entrano: la

questione è su' tordi, e questi son tordi.

--Che ciarle? disse allora la Lena tutta inviperita, e rizzandosi con

le mani sui fianchi. Che puoi tu dire, o tu o altri, del fatto mio?

Guardate, per una picca, in che ginepraj entra, questo briacone! Se la

sbòrnia non ti fa distinguere i merli da' tordi, ci ho colpa io?

Insomma di parola in parola si riscaldò tanto la disputa, che Tonio,

il quale aveva un po' bevuto, mise le mani addosso alla Lena, la quale

però, benchè tutta lívidi, badava sempre a dire che erano merli. Questa

lezione per allora fece buono: si rimpaciarono presto, e de' merli

non si fiatò più: ma venuti l'anno dopo al giorno stesso che seguì il

litígio, ed essendo Tonio e la Lena a tavola tutti d'amore e d'accordo;

la Lena a un tratto:

--Ti rammenti, Tonio?... finisce l'anno.

--L'anno di che?

--Gua', de' merli.

--Ah, già: ma guarda che dirizzone tu pigliasti! E' dovevan esser merli

per te!

--Dovevan essere? erano, tu ha' a dire.

E d'una parola in un'altra si rinnovò la tragedia dell'anno passato;

e così avvenne per più anniversarj. La buona Lena era di complessione

delicata, e non troppo ben disposta di vísceri; per la qual cosa

spesso era costretta di ricorrere a medici ed a medicine: e Tonio

ne stava dolente, perchè, da piccosa in fuori, e un po' capricciosa,

era una buona moglie, e le voleva bene davvero, nè quelle sfuriate

periòdiche erano sufficienti a scemarglielo. Una volta, nel principio

dell'autunno, la malattìa si affacciò più minacciosa, ed il medico

storceva fieramente la bocca ogni volta che le andava a far visita,

nè celava i suoi timori al povero Tonio, il quale non sapeva darsene

pace. Ogni giorno la malattía si faceva più grave e più paurosa, e

ben presto ogni speranza si fu dileguata: e la povera Lena, sempre in

perfetta conoscenza, come sono generalmente sino all'ultim'ora i malati

di consunzione, si era già rassegnata a morire. Un giorno, verso la

fine di ottobre, avuti che ebbe i sacramenti, chiama lì al capezzale il

marito, e prendendolo amorosamente per mano:

--Tonino mio, gli dice con quel filo di voce che le rimaneva, io ti

lascio; ci rivedremo in paradiso. Ti ho voluto sempre bene; e ti chiedo

perdono, se qualche volta ti ho dato de' dispiaceri.

Il povero Tonio piangeva come una vite tagliata, e tra' singhiozzi

diceva:

--Lena mia, che dici di dispiaceri? tu se' stata sempre buona, e sempre

ti ho voluto bene. E se qualche volta... ti chiedo perdono io.

--Ah, di quei merli eh? Si avvicina il tempo, ed io sarò morta. Sì, ti

perdono ogni cosa. Ma ora ne sei persuaso che erano merli?

--Sì, via, povera Lena, eran merli.

La Lena fece un sorriso, porse la bocca da baciare al marito, e in quel

bacio spirò.

Questa Lena è símbolo dei Dinisti; e anch'io, per non vederne morir

qualcheduno, bisognerà che all'ultimo dia al capo Dinista un bel bacio,

esclamando:

--Sì, povera Lena, eran merli.

NOVELLA IV.

LE PÍLLOLE BACHÍCCHE.

Molti Fiorentini debbono ricordarsi di quel signore, con quella bella

barba bianca che gli scendeva fino sul petto, alto della persona,

sempre nobilmente vestito, il quale la sera dalle ventitrè alle

ventiquattro passeggiava su e giù per via Cavour, seguíto sempre da

un suo spropositato cane di Terranuova. Egli era Lombardo; ma era

innamorato di Firenze e della sua lingua; nella quale per altro non

fece gran profitto, perchè il suo Vangelo era il Vocabolario della

Crusca, l'Accademia era per lui la vera Chiesa cattolica, il signor

Arciconsolo il vero e legittimo Papa: e la sua cieca fede andava

tanto in là, che, sebbene valutasse e non impugnasse tutte quante le

manifeste prove, le quali chiariscono apòcrifa la Cronaca di Dino

Compagni, tuttavía, perchè la Crusca la tien vera, all'autorità della

Crusca sottometteva la ragione, e diceva di tenerla vera anche lui. Ma

questa sua cieca fede gli costò cara; e udite come e perchè.

Una volta, là nel 1871, il signore Lombardo, che per comodo chiamerò

Girolamo, era maledettamente infreddato, con una tosse che non gli dava

rèquie un momento; e come tutta la quinta impressione del Vocabolario

della Crusca egli l'aveva sulla punta delle dita, così, ricordandosi

che essa alla voce _Bachícco_, insegna che certe _Píllole bachícche son

buone per la tosse_, chiama il suo cameriere e gli dice:

--Va giù dallo speziale, e pígliami una lira di píllole bachícche.

Il cameriere, lombardo anch'esso, dubitando di scordarsi il nome

delle píllole, che ad esso pareva strano, pregò il padrone che glielo

scrivesse su un po' di carta; e il padrone glielo scrisse, accertatosi

prima, col vocabolario alla mano, di scriverlo bene. Arrivato alla

speziería, dove erano a cròcchio tre o quattro medici, per parer uomo

franco, non diede il foglio allo speziale; ma, ricordandosi bene il

nome delle píllole, che nello scender le scale aveva letto e riletto

più volte, così di punto in bianco, dice a voce piuttosto alta:

--_Una lira di píllole bachícche._

Que' medici a tal nome alzano tutti il capo; e lo speziale, dubitando

di aver franteso, domanda:

--Píllole come?

E quell'altro:

--Bachícche, bachícche.

Qui i medici danno in una gran risata; ma lo speziale, che era uomo

risoluto:

--O giovanotto, che venite qui per canzonare? Badate, potreste averci

poco gusto.

Il cameriere, sopraffatto da quella risata, e da questa ammonizione,

dubitò di avere sbagliato: cavò di tasca il foglietto, e dandolo

allo speziale, disse ch'e' non intendeva di canzonar nessuno, e che

aveva scritto così il suo padrone, il quale ne sapeva più di tutti

gli speziali di Firenze. E qui un'altra gran risata de' medici. Lo

speziale, piccato:

--Avete a dire al vostro padrone, che è una bestia: e, gettandogli in

faccia quel fogliolíno, uscì da banco.

Quando il signor Girolamo vide tornare il suo uomo senza le píllole; e

udì le insolenti parole dello speziale, non si domanda se montò sulle

furie. Si vestì alla meglio: piglia sotto il braccio il volume del

vocabolario dov'è la lettera B, entra dallo speziale, e senz'altre

parole:

--La bestia, signore speziale, è lei, non io. Guardi (e qui apre il

vocabolario), guardi qui. BACHÍCCO, _aggiunto di píllole buone per la

tosse_. Impari meglio la educazione, e prima di parlare ci pensi. Per

questa volta, passi.

A tale improvvisa rammanzína, che finiva in una mezza minaccia, lo

speziale non si potè tenere; e replicò che invece d'esser bestia lui

solo, erano bestie anche gli Accademici della Crusca; che le _píllole

bachícche_ non esistono, se non nella fantasia de' buffoni: che egli

non aveva paura di minaccie; e che si levasse di lì, o l'avrebbe

fatto pentire della sua arroganza. Il signor Girolamo, che era più

zolfíno[27] dello speziale, a quella antífona si sentì montar le vampe

alla testa; e ricopèrtoglisi il lume degli occhj, diede con tanta

forza sul capo dello speziale il volume della Crusca, dalla parte

della còstola, che gli fece uno sdrúcio[28] nel capo, e lo fece cadere

sbalordito. I tre medici, che tuttora eran lì, raccolsero quel caduto,

e lo medicarono; e il signor Girolamo, pentito di questa sua sfuriata,

se ne scusò come meglio poteva, mostrandone vivo dispiacere; e col

suo vocabolario sotto il braccio se ne tornava a casa: ma le Guardie

di pubblica sicurezza, che erano accorse al romore, informatesi del

fatto, lo raggiunsero per portarlo alla Questura; dove, dato ogni

buon recápito di sè, fu ritenuto il volume del Vocabolario, corpo del

delitto; ed egli, data ricca cauzione, fu lasciato libero, nel tempo

che s'istruiva il processo.

Negli interrogatorj diceva sempre che era stato egli il provocato; che

aveva chiesto le píllole bachícche come insegna la Crusca; e che, se lo

speziale era un ignorante da non saper che cosa sono, e da tenersene

beffato, ciò non gli dava il diritto di dar della bestia a lui. Pensò

poi a trovarsi un avvocato valente, non solo nella sua professione,

ma anche nelle lettere; e si preparavano tutti e due alla discussione

dinanzi al tribunale, la quale, cosa mirabile! non si fece troppo

aspettare.

Premeva allo speziale di metter in sodo che il signor Girolamo aveva

voluto schernirlo, col mandargli a chiedere quella roba che non è _in

rerum natura_; giustificando per questa via le sue acerbe parole contro

di lui, ed aggravando ad un tempo medesimo il procedere manesco del

suo avversario: premeva dall'altra parte al signor Girolamo di provare

che intenzione di schernirlo non ci poteva essere, perchè le píllole

bachícche ci sono bell'e bene; e di mostrare che l'avversario suo non

aveva niuna ragione di risentirsene, e molto meno di insultarlo per

ciò; e così parvificare di molto l'improvviso atto di sdegno e d'ira

del dargli il Vocabolario sul capo, perchè il sentirsi insultare a

torto fa perder la pazienza anche a Giobbe.

In favor dello speziale fecero testimonianza collettiva tutti gli

speziali di Firenze, che quelle píllole bachícche non ci sono; e che il

mandarle a pigliare da uno speziale, può ben credersi esser fatto per

celia: dall'altra parte l'avvocato del signor Girolamo dimostrava la

buona fede del suo cliente col Vocabolario della Crusca alla mano, il

quale registra queste _píllole bachícche_: e come i signori accadèmici

dichiarano solennemente di registrare nel Vocabolario sole le voci

_vive, usate e usabili_, così, o è vero che le píllole sopraddette

sono dell'uso vivo; o almeno il mio cliente ha giusta cagione di

crederle tali.

Il tribunale non potè non valutare questa ottima ragione, tanto più

che il signor Girolamo non era Toscano, da poter giudicare con la

norma dell'uso; e però, esclusa ogni malizia dal canto suo, dichiarò

essere stato condotto in errore dalla Crusca: aver lo speziale corso

troppo nel dargli della bestia; e per conseguenza attenuò di molto

il suo improvviso atto d'ira. Ma tuttavía, come la ferita ci era

stata, e lo speziale, il quale era dovuto stare otto giorni a letto,

si richiamava dei danni, così non potè il signor Girolamo passarla

liscia; ma fu condannato a una multa piuttosto grave, ed al rifacimento

dei danni in lire dugento, che egli pagò, sbuffando e maledicendo

la Crusca e i Cruscanti: le quali maledizioni si accrebbero a mille

doppj quando sentì, che, per questa cosa delle píllole, gli era stato

messo il soprannome di _Signor Bachícche_; il che fu cagione di fargli

abbandonare per sempre Firenze.

Vedete a che cose si trovano coloro che giurano sulla Crusca! La quale

però, saputa la forma della sentenza, e come vi si diceva che Ella

_aveva errato_, non che si ricredesse e correggesse l'errore; ma fece

solenne protesta al Ministero di grazia e giustizia, contro il _potere

giudiziario_, che si arrogasse il diritto di sentenziare in cose che

non sono di sua competenza, offendendo un collegio così venerando come

l'Accademia; e per di più commise al suo illustre Apologista di fare

un volume di difesa per le _píllole bachícche_; ed egli tosto si mise

all'opera, e ci lavora indefessamente da cinque anni. I Filòlogi ne

stanno in grande aspettazione, e tutti dicono che sarà un miracolo di

dottrina e di erudizione Filològica.

NOVELLA V.

LA DISCREZIONE DE' FRATI.

Quando si vuol tassare di indiscreta una tal persona, gli si suol

dire che la sua è discrezione da frati. Con molti esempj si potrebbe

chiarire tal dettato familiare: io voglio darvi il seguente, come me lo

ha raccontato un legnajuolo fiorentino. Udite.

Una mattina gli cápita a bottega un fratone zoccolante:

--Maestro, buon giorno; e cava fuori dalla manica la scatola del

tabacco, offrendone una presa al legnajuolo, il quale, dopo avergli

reso il buon giorno, lo ringraziò.

--Scusate, maestro, disse allora il frate: che ci avreste da darmi un

pezzetto di legno, lungo un dito o così?

E il legnajuolo:

--Volentieri, padríno. E trovato il legnòttolo, glielo porge con buon

garbo.

--Dio vi rimèriti e S. Francesco--dice il frate; e si volge per

andarsene; ma, come se gli venisse in mente una nuova cosa:

--A propòsito, disse, giacchè qui avete tutti gli arnesi, me lo

potreste piallare un pochino.

E il maestro pialla, e riduce al pulito.

--Ecco, séguita il frate, ora ce ne vorrebbe un altro pezzetto simile,

un poco più corto: vi rincrescerebbe a farlo per l'amore di S.

Francesco?

E il legnajuolo, che era un buon cristianello, storse[29] un poco, ma

trovò l'altro legnòttolo, e piallátolo, lo dette al caro frate; il

quale, simulando vergogna:

--Proprio mi rincresce d'incomodarvi; ma, oramai che siete stato tanto

buono per me, scusate, fatemi una tacca quadra quassù a un terzo del

legno più lungo, e un'altra simile nel mezzo de' mezzi al più corto[30].

Il legnaiuolo lo guardò, e fu per dirgli qualcosa di bello; ma, vedendo

quella faccia impietrita del frate, si rattenne; e presi i ferri da

ciò, si mise a fare le due tacche. Quando furon fatte:

--Caléttano bene?[31] domandò il frate: e l'artefice, dopo aver

provato, e limato qui, e smussato là:

--Ecco; vanno ottimamente.

--Ora compite l'opera: mettéteci un poco di colla, e unite insieme i

due pezzi.

--Ma, permìo![32] disse allora il legnajuolo stizzito: ci voleva

tanto a dirmi _Fàtemi una crocettína?_--E, scaldata la colla, incollò

i due pezzi, e diede al frate la crocettína bell'e fatta; il quale,

offèrtogli un'altra presa di tabacco, lo pagò della loro usata moneta

senza cònio: _Gesù vi rimèriti e S. Francesco_.

Il frate, pratico del mestiere, sapeva che, se di punto in bianco

avesse chiesto la crocettína, forse sarebbe stato mandato in pace; e

però trovò il ripiego che avete udito: e il legnajuolo, per non si

ricordare che i frati, come i ragazzi, _a dar loro il dito pigliano

tutta la mano_, perdè quasi un'ora di lavoro, restando sopraffatto

dalla indiscrezione fratesca. Ma ricordiámoci che i soli indiscreti

non sono i frati; e però scriviamoci in mente il proverbio qui sopra

allegato.

NOVELLA VI.

UNA SCOMMESSA.

In un cròcchio di giovani tutti studiosi, ma tutti svegli, nemici

dell'_ipse dixit_ e di ogni pedantería, ne cápita spesso uno, studioso

anch'esso e sveglio, ma cruscajuolo[33], e un poco pedante, il quale

benchè sia il rovescio degli altri, pure vi è ricevuto volentieri,

come colui che in fin de' conti è un buon diavolaccio, e serve di

molto spasso per le ingegnose difese ch'e' sa trovare a tutti i più

sbardellati spropòsiti del _Vocabolario novello_, le quali, non che

le sieno valutate nulla rispetto alla critica, ma sono mirabili per

i sottili partiti che il nostro Gabriello (chiamiamolo così) riesce

a trovare. Era un gran pezzo che que' giovanotti studiavano di farlo

rimanere senza difesa, nè mai era loro riuscito; quando una sera entra

tutto ridente il più arguto di loro, e vòltosi di punto in bianco

all'amico: «Quanto vuoi scommettere che ti costringo a confessare che

la tua Crusca ha errato?»

«Chi? tu? Scommetto quel che vuoi.--Una cena da pagarsi a

tutti.--Vada.--» Allora lo sfidatore va, e prende il _Glossario_:

sfoglia, sfoglia, e si ferma sopra il verbo _Affatare_, dove si

vede il lettore rimandato ad _Affaitare_. Va ad Affaitare, e legge:

«_Affaitare, Afaitare, Affetare e Affatare, Att._ Adornare, Acconciare,

Abbellire: _ant. franc._ Affaiter; _provenz._ Afaitar; derivati dal

lat. _Affectare_.

«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare. _Rim. Ant. F. Ser.

Noff. Oltr._ I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come

giojoso amor m'affata e tene.»--Letto questo paragrafo, si voltò

all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tua Crusca pone

falsamente l'_affatare_ per forma varia di _affaitare_; ed è una delle

tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor lo

_affetta_, lo _modifica_, l'_impressiona_, cosa da fare smascellare

dalle risa Eráclito--«Adagio, replicò Gabriello: questo _affatare_ è

una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese

le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca

tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un

diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi

dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amore _affettava_,

_modificava_, _impressionava_, e _teneva_ il buon rimatore; e gli amici

facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo

ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario,

quell'Affatare.» E l'avversario rispose:

«Ci vuol poco: _Affatare_ lì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...»

Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se

avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando

e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'_ammaliare_;

e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si

sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua

Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo

scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna

al tavolino, e se lo pianta sotto le gómita, aspettando il fine

dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:

«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca

registra bene _Affatare_ per _Affaitare_, fondandosi su quell'esempio

di Noffo.--Lo dico e lo mantengo.--Tu dici che _Affatare_ significa,

in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare,

Modificare, Impressionare.--Lo dico, e lo mantengo.--E tu neghi che

in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.--Sicuro

che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.--Dunque

tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»--E aperto

il volume primo del _Vocabolario novello_, gli pone sotto gli occhj

il tema _Affatare_, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge

scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.--_Rim. Ant. F. Noff. Oltr._

I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il

mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e

dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»

Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e

il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale

il medesimo esempio registra nel _Glossario_ in un significato, e

nel _Vocabolario_ lo registra in significato tutto diverso, gli

pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, ora il _Glossario_, ora il

_Vocabolario_, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur

troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla

in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito

più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale

si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la

sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua

cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più

voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].

NOVELLA VII.

IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.

In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli

esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne

fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsi _licenziare_, ce

n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannome _Pepe_,

come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e

pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto

tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi

liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era

portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di

fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia

quelli scritti del mio _Borghini_, dove si squadernano i garbati

errori di alcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era

sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto

di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe

bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per

avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro.

Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano

errore, ma che per di più, cosa non osservata dal _Borghini_, il Tigri

racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:

_Par tremolando mattutina stella,_

egli rifa con tanto garbo il verso così:

_Appar lucente mattutina stella;_

Novelle e ghiribizzi · 第 1 / 9 段