Cessò, — e si stette con le braccia incrociate su le quali suonarono le
catene; — nè vi fu orecchio dei baroni quivi adunati, che non rimanesse
come trafitto al rumore che levarono le catene cozzandosi. Finalmente la
fatale bellezza di Parisina attrasse di nuovo ogni sguardo. — Oh come
può ella sentirlo così condannato a morire! — La creatura vivente del
danno di Ugo non una volta ardì volgere gli occhi dall'altro lato, ma li
tenne fissi, lagrimosi, ed aperti. Non una volta quelle dolci palpebre
si chiusero, od ombrarono le pupille su le quali sorgevano; ma intorno
l'orbita loro di profondissimo azzurro crebbe dilatato il bianco
circostante, e quivi rimasero con invetriato sguardo come gelate nel
sangue rappreso: — se non che, di quando in quando una grossa lagrima
raccolta tacitamente scorreva dal lungo e bruno ornamento del bel
ciglio, ed era questa cosa da vedersi, non già da udirsi a raccontare! E
quei che le vedevano, si maravigliavano come tali goccie potessero
uscire da occhio umano. — Ella si avvisa parlare, — la nota imperfetta
stava soppressa dentro la gola gonfiata; eppure parea che in quel cupo
mormorio gemesse tutto il suo cuore traboccante. — Cessò, — di nuovo
fece prova a parlare: allora la sua voce proruppe in un lunghissimo
strillo, e cadde a terra piuttosto come pietra o statua rovesciata dalla
base, similissima a cosa che non ebbe mai vita, — a un monumento della
moglie di Azo, — che come quella vivente e colpevole creatura, di cui
ogni passione era spina al delitto, e che pure non valse a sopportare la
vergogna del delitto e la disperazione. Non pertanto ella vive; —
subitamente si riebbe dallo svenimento di morte, ma appena alla ragione:
— ogni sentimento era stato sforzato dall'intenso affanno, ed ogni
fragile fibra del suo cervello, a guisa di corda di arco allorchè
allentata dalla pioggia scaglia da parte l'errante quadrello, mandava
fuori il pensiero solitario e salvatico. Il passato è un bianco, il
futuro un nero con baleni di orribile traccia, simili ai lampi sul
deserto sentiero quando le procelle di mezza notte imperversano
nell'ira. — Ella fremeva... ella sentiva che una qualche gelida,
profonda sventura le posava su l'anima; — rammenta che v'era una
vergogna, — un peccato, — che qualcheduno doveva morire: — ma chi? L'è
sfuggito; — ed ella respira? — Può questa essere sempre la terra sotto,
il firmamento sopra, e gli uomini attorno? sono demoni costoro che
guardano accigliati tale, agli occhi di cui avea fino ad allora ogni
occhio sorriso di amore? Alla sua mente vaga e discorde tutto si avvolge
indefinito e confuso: è un turbine di speranze diverse e di timori, ed
ora è tratta in altissimo riso, ora in pianto, — ma sempre stoltamente
in ogni estremo, — e si agita in cotesto sogno convulso, perchè così
appunto l'assale. Oh! invano tenterà di svegliarsi.