quando entraron d’improvviso quattro studenti col rosso berretto frigio

sul capo. Fu un tuono d’applausi: la tempesta si mutò in uragano. Tutti

gli studenti levaronsi in piedi proprio come un sol uomo: gli uomini

agitavano i loro cappelli, le donne sventolavano i fazzoletti, gli

attori non erano più intesi, e la rappresentazione fu sospesa. Era il

fantasma della repubblica venuto di sotterra che scuoteva sulla faccia

di un’intera città i suoi colori di fuoco.

La polizia non poteva tollerarlo; era evidentemente una sfida al

governo; era la prima parola della sedizione e a qualunque costo le

toccava di comprimerla.

Infatti una mano di gendarmi e i poliziotti s’eran già fatto strada

fino ai quattro audaci e già li trascinavano pel collare fuori della

sala. Allora il tumulto cambiossi in sommossa ed in vera battaglia.

— Uno per tutti, e tutti per ciascuno! urlò una voce stentorea dal

mezzo della sala, e nell’istesso tempo un’ondata di gente si precipitò

contro la porta in soccorso degli arrestati. Ma altri carabinieri

erano accorsi, e pareva che la polizia non volesse lasciare così presto

la sua preda. S’impegnò allora una lotta corpo a corpo tra un branco

di giovani e un drappello armato. Gli studenti fecero arma di tutto,

delle sedie, delle panche, dei tavolini, delle sciabole strappate ai

loro avversarii, ma era sempre una lotta ineguale e la vittoria restò

per quel momento alla legge. I quattro studenti furono ciò nonostante

trascinati in carcere, e i suoi compagni furono lasciati per quella

notte a medicare le avute ferite, e a meditare per il domani più eroici

e più strani propositi di vendetta.

L’avvenimento della sera precedente aveva messo la città in agitazione

e data la febbre all’Università. E quando diciamo _Università_

intendiamo, tutti gli studenti, tutti gli scolari dal laureando al

bimbo di prima classe, dal professore all’ultimo bidello. Perocchè

agli occhi degli uni quei quattro studenti temerarii col loro berretto

rosso sul capo rappresentavano la rivolta, la santa rivolta contro

una legge aborrita, la libertà, la bandiera dell’avvenire. Per gli

altri, quattro studenti arrestati dalla polizia, gettati in un carcere,

sottoposti a un tribunale incompetente erano un’accusa vivente contro

i violatori della legge, una deroga flagrante alle consuetudini e ai

privilegi della Università Torinese, che riconosceva nel magistrato

degli studii il solo tribunale competente, a giudicare degli studenti

e dei Professori. Era dunque in nome della legalità che essi, i rettori

degli studi, i loro avvocati, e i loro amici chiedevano la liberazione

di quei quattro rivoluzionarii.

Ma lo scandalo era stato troppo grande e l’urto troppo violento perchè

un governo arbitrario che si reggeva soltanto sulla forza potesse

mettere a cimento la propria salute per il rispetto di antiquate

consuetudini di legge.

Quindi il Magistrato degli studi ricusò netto la restituzione de’

quattro studenti, e li fece tradurre a Cuneo e a Fenestrelle, dopo

averli fatti traversare, in atto di superba disfida, l’addolorata e

fremente città.

Affrettiamoci a dire che fra quei quattro studenti vi era uno dei

nostri conoscenti, il giovane Adolfo Arena.

Il progetto della comparsa al teatro era uscito di getto dalla testa

del nostro Ernesto Gastone: i suoi amici del comitato l’avevano

accettato, ma scaltri e prudenti avevano preveduto che l’impresa si

sarebbe disciolta in un tafferuglio del quale probabilmente i quattro

attori visibili sarebbero stati le vittime. — Non era quindi una prova

da arrischiarvi i migliori, molto meno i capi, i quali avevano la

responsabilità di ben più serii cimenti. Era una scaramuccia nella

quale si potevano mandare avanti i novizii e dilettanti, salvo a

sostenerla col grosso delle forze quando la mischia fosse impegnata.

Però Ernesto e i suoi compagni erano stati costretti a scegliere gli

attori di quella bizzarria tra una classe di studenti che non era la

più famosa per prudenza e per serietà; degli originali che per chiasso

si buttano a fare il prologo buffo d’un dramma serio se ne trovano

sempre, specialmente nella spensierata età della scuola e dei piaceri.

E tra gli spensierati brillava il nostro Adolfo Arena. Egli era già

famoso a Torino per mascherate e baccanali, e si sapeva che quando

aveva alzato il gomito non avrebbe indietreggiato a comparire in pieno

mezzogiorno vestito da Adamo in mezzo Piazza Castello. Era la sola

bravura e il solo orgoglio dei quali fosse capace. Però Ernesto che lo

conosceva bene, mise subito la mano su di lui, e su tre altri che lo

assomigliavano per il colpo del _D’Angennes_.

Lo colse proprio mezzo cotto e non ebbe a pregar molto per convertirlo.

Parlare a quel ragazzaccio di Patria, di esempio, di dovere, sarebbe

stato arabo. Adolfo non aveva nè il cuore per sentire nè il cervello

per capire questo linguaggio. Era facile invece, specialmente _inter

pocula_, fargli entrare in capo l’idea d’una bravata, o d’una farsa,

che avrebbe fatto rumore per la città e reso celebre per ventiquattro

ore il suo eroe.

Inoltre Adolfo aveva, senza saperne il perchè, un gran rispetto per

Ernesto e non osava contraddirgli.

Non lo amava, ma sentiva che era il re degli studenti e ne subiva

l’autorità.

— D’altronde, soggiungeva Ernesto, ci siamo tutti e non ci può accadere

alcun male. Ai cagnotti del Lodi pensiamo noi. E dopo il colpo, gran

cena e gran baldoria tutti insieme agli _animali parlanti_.

— Non dir altro, Ernesto.... è un torto che mi fai... metti che sia

affare fatto.

Il negozio fu così conchiuso, e Arena dopo aver invocato il coraggio

di tutti i vini del Piemonte, come un poeta tutte le muse, si gettò

nell’impresa di cui abbiamo viste le peripezie e la fine.

Adolfo Arena il giorno dopo viaggiava per Fenestrelle sotto un’accusa

di tentata sommossa e colla reputazione ormai fatta d’uno dei più

neri carbonari e dei più rabbiosi rivoluzionari. E non è la prima

riputazione scroccata a quel modo.

Frattanto i caporioni dell’Università davano la posta ai loro amici

dell’esercito per concertare il da farsi. Il convegno era ai soliti

_animali parlanti_ per le dieci della sera.

I capi ci vennero tutti, Gastone, Muschietti, Tubi, Grandis, fra gli

studenti, tra gli ufficiali Ferrero, Gambini, Errico, Laneri, fra i

soldati il nostro Giorgio....

Fu posto come suol dirsi sul tappeto, se si doveva prendere occasione

dell’arresto dei quattro studenti per dar dentro immediatamente nella

rivoluzione o aspettare che l’agitazione fosse cresciuta, e che la

congiura dell’esercito fosse meglio apparecchiata.

Tutti gli ufficiali dell’esercito furono per l’attendere: tutti gli

studenti furono per cominciare nel vegnente mattino.

Ferrero adduceva che i reggimenti di stanza a Torino, specialmente

i granatieri della guardia e i carabinieri, erano fedeli al re: che

nella stessa reggia nella quale egli era capitano, non c’erano che due

compagnie sulle quali poter contare; che in ogni modo una rivoluzione a

Torino non si poteva tentare senza aver la certezza che la Cittadella

sarebbe stata in mano de’ liberali, e quanto alla Cittadella chiedeva

a Gambini ed a Errico che vi stanziavano se c’era almeno una fondata

speranza di riescita.

Gambini rispose che fino a quando non fossero cambiate le compagnie del

reggimento d’Aosta che vi erano di guardia l’esito era assai incerto, e

che egli non ne assumeva la responsabilità.

— Vedete, amici, soggiungeva Ferrero, nulla è preparato. E volendo

precipitare l’impresa la rovineremo. Aggiungete che i capi che ho

veduto poco fa, lunge dell’incoraggiare un tentativo per domani,

deplorano il fatto del _D’Angennes_ di ieri sera e dicono che non avrà

servito che a dar la sveglia alla polizia senza alcun frutto.

Ernesto, impaziente di quel discorso, rispondeva: — Io credo che il

pericolo non sia questo che la Cittadella non si possa avere; non

c’era bisogno che il nostro Ferrero ci assicurasse che i capi erano

per indugiare. Indugeranno sempre questi Fabj in caricatura. Ma gli

è appunto perchè siamo convinti che essi sono per l’indugio, che noi

siamo per il precipizio. A ciascuno la parte sua. Del resto io dico

che noi studenti non abbiamo libertà di scelta: ormai siamo tanto

compromessi che l’Università verrà chiusa e noi studenti dispersi nei

quattro angoli del Piemonte e sorvegliati. E allora sarà una forza

perduta. Poi gli studenti sono ragazzi, oggi hanno la testa accesa e si

butterebbero nella voragine di Curzio, domani a mente fredda penseranno

ai babbi, alle mamme, alla carriera, al ventre e sarà finita. Se la

città e la truppa vorrà e potrà aiutarci, avremo vinto; se no, il

sangue traccerà una barriera tra il governo e il popolo e renderà

implacabile l’odio. Qui la quistione è di cominciar a fare, e la

inerzia è il peggiore dei nemici.

— E cominciar a morire..... — disse il gigantesco Alberigo Grandis —

dalla morte sola nascono le grandi cose.

La discussione fu continuata più viva ed acerba, ma ogni parola fu

vana, gli studenti restarono incrollabili.

— Io cercherò aiutarvi, disse Ferrero.... purchè mi lascino uscir di

caserma.

— Io farò ogni sforzo perchè non s’adoperi l’artiglieria, rispondeva

Gambini.

— Ed io, replicava Giorgio, chiedo al signor Capitano di cambiare per

domani la divisa nella giacchetta dello studente per poter combattere

al fianco dei miei amici.

Gambini esitava: era una concessione grave; alla fine disse:

— No, Giorgio, io potrei aver bisogno d’un amico fidato nella

Cittadella o ai pezzi;.... resta con me,

— E se Ernesto muore — fece Giorgio.

— Mi vendicherai, — fece Ernesto, stendendo la mano al suo amico.... —

ci sarà posto per tutti.

E con questo proposito si separarono.

Il giorno dopo, fin dal mattino, via di Po era in un insolito moto.

Drappelli di studenti che venivano da tutte le parti quali armati di

randelli, quali visibilmente inermi: parte entravano nell’Università,

parte prendevano posto alle vie laterali ed agli approcci. Alcuni

disselciavano la via e ammucchiavano pietre; altri sbarravano le

porte e muravano le finestre; ad ogni mezz’ora arrivava o partiva un

messaggero; e ad ogni istante cresceva l’ansia, la folla, e quel sordo

tumulto che preconizza una sommossa.

Fra i primi, percorrendo le file, mandando istruzioni, incoraggiando,

eccitando, erano i nostri amici degli _Animali Parlanti_....

Dall’altra parte il Governo prendeva le sue misure; faceva occupare da

fitti drappelli di Carabinieri a cavallo ed a piedi e dalle compagnie

pur fidate de’ Granatieri e Guardie, Piazza di Po, Piazza Castello e

dintorni dell’Università; e senza fare un passo in avanti nè indietro

ambe le parti si guardavano minacciose e aspettavano.

Cosa aspettavano? Gli studenti avevano mandati al conte Prospero Balbo

ministro dell’interno due loro delegati coll’_ultimatum_ bellicoso

di chiedere la restituzione dei colleghi arrestati e aspettavano la

risposta.

Il conte Balbo si portò egli stesso all’Università; e il suo arrivo

fu accolto da frenetici applausi. Ma disse quel che sogliono dire in

simili circostanze tutti i governi che credono aver tanta autorità da

resistere e non possono rinunziarvi: «Gli studenti si ritirassero prima

dall’Università, e non dubitava che, restituito l’ordine, la clemenza

del Re avrebbe restituiti alle loro case i prigionieri».

Ma gli studenti volevano, e con ragione, un impegno formale: e il conte

Balbo non poteva darlo.

— Vada a chiederlo, gridò il Grandis: noi accordiamo ancora a S. M. sei

ore di tempo.

La scolaresca salutò la franca spacconata con uno scoppio di risa. Il

conte Balbo promise tornare dal Re, a patto che gli studenti stessero

intanto tranquilli ad attendere gli ordini sovrani.

Fu accettata la condizione, e mentre il conte Balbo si sforzava indarno

di piegare l’animo ligneo e caparbio di Vittorio Emanuele, gli studenti

si occupavano a raddoppiare le difese, a distribuire le scolte ed a

prepararsi alla lotta probabile.

Gastone andava e veniva dall’una all’altra finestra dell’Università

spiando fin dove poteva arrivare coll’occhio e coll’orecchio, se

vedeva spuntare un’insegna, un manipolo di amici; se udiva un grido

di soccorso; ma tutto era buio e silenzio. Solo tra mezzo alle

tenebre vedeva lo scintillare delle sciabole dei Carabinieri e udiva

il calpestio d’una gente o paurosa o indifferente che si ritirava

frettolosamente a casa. Ferrero aveva avuto ragione: tutti i reggimenti

erano stati consegnati in quartiere; la città non era pronta, e i pochi

amici, o impotenti o timidi, non potevano recare agli animosi federati

dell’Università alcun soccorso.

Erano di poco suonate le 8 all’oriuolo dell’Università, quando Gastone

udì nella strada il tonfo misurato e cupo che non ha altro paragone

che nel martellare cadenzato d’un portone e nel passo regolare di

una truppa che marcia. Tese la vista e non s’ingannava: era un intero

battaglione che s’avanzava serrato a baionetta incrociata per via di

Po. Non ebbe che il tempo di dare l’allarme che già il battaglione

s’era gettato al passo di corsa sulla porta dell’Università e l’aveva

sfondata.

Indarno gli studenti accolsero l’assalto con una pioggia di pietre;

la più parte dei colpi passavano via in mezzo alle file senza nemmeno

scalfire e non facevano che irritare gli assalitori senza batterli.

In pochi momenti l’Università fu invasa e la breve lotta si converse in

caccia accanita.

Solo pochissimi armati di spranghe di ferro, di qualche pistola e di

qualche sciabola, opponevano ancora una disperata resistenza.

Primeggiavano fra tutti l’intrepido Gastone, il calmo Muschietti, il

toroso de Grandis. Il povero Tubi, gentile e schietto giovinetto, aveva

già lasciato la vita sul limitare.

Quei tre, asserragliata la scala della galleria, balestravano dall’alto

di sassi e di colpi di pistole i granatieri che erano costretti ad

avanzare lentamente di gradino in gradino e lasciando di quando in

quando un camerata pesto e insanguinato.

Alla fine i Granatieri arrivarono al sommo della scala presso la

barricata e a colpi di calcio la atterrarono. Allora la zuffa fu breve

e mortale.

Cadde per il primo il bravo Gastone ferito alla faccia; lo seguì tosto

l’inseparabile Muschietti piagato al fianco; solo l’atletico Grandis,

pesto in più parti, intriso di sangue, appoggiate le spalle ad un

pilastro, maneggiando a guisa di ariete una panca, resisteva ancora

all’onda crescente de’ nemici. Mugghiava nella mischia come toro

circondato dai matadores, e ad ogni colpo della sua terribile clava un

fila intiera di Granatieri andava rovesciata. I nemici gli tiravano

da lontano ma non osavano appressarsi; tutti lo ferivano ma nessuno

lo uccideva. Finalmente una palla gli trovò una via del cuore ed egli

cadde con terribile tonfo, evocando ancora tanto fiato dal largo petto

per maledire nel rantolo estremo i traditori della patria....

Aveva combattuto come Argante e come quelli d’Argante

«Immani, formidabili, feroci

«Gli ultimi accenti fur l’ultime voci.

Gli altri studenti inseguiti colle bajonette alle reni, di sala in

sala, di piano in piano, di nascondiglio in nascondiglio, massacrati,

moschettati a bruciapelo o trafitti contro le pareti, non furono

più che un sanguinoso trastullo al briaco furore de’ vincitori, e in

poche ore non ci fu un angolo della pacifica dimora degli studii che

non fosse rigato di sangue e non echeggiasse del gemito de’ morenti

giovanetti.

La carneficina era compiuta. Il Governo aveva vinto..... l’ordine di

Varsavia regnava per quella notte anche a Torino.

XVII.

L’ACIDO PRUSSICO.

Giorgio, malgrado gli ordini del suo capitano e la severa consegna, non

aveva rinunciato all’idea di raggiungere i suoi amici. Quel pensiero

che Ernesto e i suoi compagni erano a combattere e a morire, che egli

non poteva nè soccorrerli, nè dividerne i pericoli, gli metteva la

febbre. Appena udì lo scoppio della fucilata non seppe più tenersi,

e fattosi aprire da un artigliere carbonaro suo camerata una pusterla

della Cittadella, si gettò nella città e a gran corsa verso il luogo

del combattimento.

Ma giunto in via di Po in faccia all’Università, un freddo silenzio di

sepolcro gli gelò nel cuore l’ultima speranza.

Dall’Università uscivano festose grida di vittoria; e la porta era

guardata da sentinelle che mostravano la sicurezza del possesso. Capì

che tutto era finito, che non gli restava altro che andare in traccia

di qualche caro morente e forse di dar sepoltura al suo cadavere. Si

fece coraggio e si mosse verso la porta.

Ma fatto un passo s’arrestò: era troppo naturale che la sentinella

avesse la consegna di lasciar passare nessuno o che almeno bisognava

avere un pretesto per tentarlo.

Ma quale pretesto? Pensò un momento e risolse. Aveva avuto la

precauzione di portar seco la sua carabina, cavò di tasca una

lettera, vi scrisse sopra con un lapis: «Al Maggiore comandante il 1.º

Battaglione Granatieri guardie, all’Università», infilò il biglietto

tra la bacchetta e la canna, fece _Bracc-arm_ e si presentò alla

sentinella.

— Non si passa! — gridò la guardia.

— Ho un ordine della Cittadella per il comandante del vostro

Battaglione, rispose franco Giorgio.

— Allora avanti, — replicò la sentinella.

Giorgio entrò. Nel cortile un drappello di granatieri si scaldava

intorno ad un gran fuoco trincando a vicenda da un enorme fiasco di

vino e interpolando i lunghi sorsi coi racconti e i vanti della strage

e della facile battaglia.

Giorgio sentì montarsi il sangue alla testa, il ribrezzo al cuore, ma

finse non vedere e tirò via. Sotto il porticato inciampò in un corpo

inerte: era un cadavere. Si sentì gelare ma si curvò, lo guardò, non lo

riconobbe e continuò ad avanzare. Giunto alla scala un’altra sentinella

lo arrestò.

— Cerco del comandante del Battaglione. Ho un ordine per lui, — fece

Giorgio.

— È di sopra, — rispose la sentinella.

Giorgio salì la scala: sull’ultimo gradino un corpo umano dalle membra

gigantesche era steso attraverso e occupava da sè solo l’ingresso;

riconobbe subito Alberigo Grandi; si precipitò a toccargli il cuore;

non batteva più.... era morto.

Vicino a lui c’era un gruppo: parevano i _due abbracciati in una buca_

di cui parla Dante. S’accostò, udì un respiro affannoso ma regolare,

erano viventi. S’inchinò fin sulla faccia del primo, ma era tutto

incatramato di sangue e non lo potè riconoscere; si piegò sull’altro,

gli girò la testa, quegli aperse gli occhi, lo guardò fissamente e si

lasciò ricadere sul suo compagno.

Ma Giorgio lo aveva riconosciuto e la sua anima sfavillò tutta di

nobile gioia.

— Muschietti! gli susurrò all’orecchio.

Muschietti credette udire una voce non nuova e levò il capo. Infatti

gli parve che anche il volto non fosse d’un ignoto: lo guardò meglio e

lo riconobbe a sua volta.

— Giorgio! fece Muschietti, sul cui volto passava un raggio di lieta

speranza.

— Io.... ma Ernesto?

— È questi sotto di me. È ferito alla faccia e non potrà sentirci;....

io al fianco ma leggermente... fingeva il morto nella speranza che mi

avrebbero lasciato qui... e che non m’avrebbero condotto prigioniero...

se siamo prigionieri, il meno che ci tocchi, è di non poter più far

nulla per il nostro paese.

— Io vi salverò.

— Tu?... ma come?

— Non lo so — rispose Giorgio, — lasciatemi pensare.

E stette un istante sopra pensiero, poi seguitando la corrente delle

sue idee, chiese al ferito:

— Qual’è la sala che dà in via della Zecca più vicina agli _animali

parlanti?_

Muschietti dopo aver riflettuto rispose: — è il laboratorio di

Chimica... là in fondo.

— E il laboratorio è aperto!

— Credo che l’abbiano sfondato i granatieri, ma non so se l’occupino

ancora.

— Andrò a vedere. — E Giorgio si diresse verso la sala che Muschietti

aveva accennato.

Era aperta. Un altro cadavere giaceva sulla porta: i vasi, i filtri, le

ampolle, le storte, le vetrine, tutto era spezzato, confuso, disperso,

bollato dal marchio delle palle e cosparso di sangue.

Giorgio aprì piano la finestra e guardò nella strada. Da essa si vedeva

di faccia a otto passi l’insegna degli _animali parlanti...._ e di

sotto lungo il muro una sentinella che passeggiava.

Tutto poteva andar bene se quella sentinella non fosse stata un

ostacolo forse insuperabile.

Giorgio pensò ancora, cercò nelle sue idee, nei ricordi della vita

favolosa di suo padre un espediente, un’astuzia, uno stratagemma, un

miracolo, e girava gli occhi dal cielo alla terra, dalla via alla sala,

come se ogni oggetto gliel’avesse potuto suggerire.

Un laboratorio di Chimica è un arsenale. Vi si trova di tutto, con

esso si potrebbe nutrire una città ed incendiarla. Seghe e lime per

tagliare, funi e spranghe per legare, carbone per ardere, acqua da

spegnere, caldaie da bollire, tavole per impalcare, tele da fasciare,

tutti gli acidi per decomporre, tutti i sali per comporre, tutti

gli elementi della luce, del fuoco, dei vegetali, e dei minerali

dell’oceano e della montagna, della vita e della morte. Tutte le arti

vi possono essere esercitate, tutti i miracoli umani compiuti.... ma

Giorgio si trovava fra infinite cose utili, e non aveva ancora vista la

necessaria.

A un tratto fissò gli occhi sopra una bottiglia nera, l’unica intatta

in mezzo ad una vetrina fracassata e che portava sopra una lista

bianca scritte queste due semplici parole «_Acido prussico_» — si mise

a guardare quella bottiglia, quella vetrina, quella scritta, e mano

mano si sprofondava nella sua visione credeva trovare il segreto che

cercava.... alla fine disse una parola mentalmente e ricorse al luogo

dove aveva lasciato i due feriti.

S’abbassò su Muschietti che fingeva sempre di fare il morto e gli

disse: — ho trovato, venite.

— Bisognerà che tu ci porti... io non potrei fare un passo... molto

meno Ernesto.

Ernesto era sempre fuor de’ sensi....

— S’intende... rispose Giorgio, lasciatemi assicurare che non vi sia

nessuno pe’ corridoi, e per le scale che possa vedersi.... Percorse

in un attimo i corridoi, guardò giù dalle scale, diè un occhiata in un

cortile: tutto era come prima: i soldati al loro bivacco; le sentinelle

immobili al loro posto e nessuna novità.

— Tutto va bene — fece Giorgio tornando da Muschietti — caricherò prima

te: vieni.....

E levatolo nelle robuste braccia lo portò di peso in men che non si

dica nel laboratorio di Chimica.

Poi tornò indietro, caricò ancora Ernesto, il quale sentendosi muovere

rispose con un gemito, e con la medesima agilità e prontezza lo posò

accanto al suo compagno.

Quando fu dentro sprangò il laboratorio, e cominciò a mettersi al

sicuro d’una sorpresa interna, accese un fosforo, col fosforo un lume;

cercò nelle vetrine un po’ d’acqua coobata, ne fece bere un sorso a’

suoi due feriti, poi disse: aspettatemi...

Corse alla finestra: la sentinella era sempre al suo posto... allora

egli si tirò indietro, fe’ delle mani imbuto alla bocca e si mise

a imitare con una perfezione sorprendente il canto notturno della

civetta.

La sentinella appiedi, sorpresa dall’uggiosa nenia, si diede a guardare

su pei tetti e le finestre per veder dove venisse, ma fu indarno.

Stanca alla fine, gettò dietro l’immondo uccello una bestemmia e

riprese la sua ronda.

Ma un altro che non dormiva, e che non avrebbe certo potuto trovar

sonno in quella notte, udiva quel canto, e mano mano che si faceva più

distinto si sentiva a un tempo rimescolare il sangue e rinascere alla

vita.

Era il sergente Carrera degli _animali parlanti._

Alla fine udendo che lo stridulo animale persisteva, si volse a

Caterina e disse — non c’è dubbio. Questa civetta è Ernesto che mi

chiama, bisogna che vada ad aprire.

— Non aprite — Dio mio — disse Caterina, se qualche soldato vi vedesse

saremmo tutti perduti.

— Ma non posso lasciar solo Ernesto — fece il Carrera — avvenga che può.

E avvicinatosi alla finestra l’aperse colla massima precauzione e

stette a guardare.

Non vedeva nessuno fuorchè la sentinella ritta dell’altra parte della

strada... ma il civettìo continuava. Era dunque evidente che Ernesto

era vicino, ma che non si poteva ancora far vedere.

Decise aspettare: e appoggiata la sua fronte alla finestra, si diede

a spiare qualunque moto qualunque segno comparisse dalle case vicine e

dalla contrada.

Memorie d'un disertore, vol. 2/3 · 第 8 / 9 段