Era un salutarsi, un agitar di cappelli, un mandar d’augurii, e un

lacrimare sommesso che toccava il cuore. Era il fiore del villaggio che

se n’andava, ed anche coloro che non avevano in quella schiera tesoro

particolare d’affetti, partecipavano mestamente alla perdita della

famiglia comune.

Il più commiserato di tutti, bisogna dirlo, era Giorgio. La coscienza

popolare aveva finito col rendere giustizia alle virtù di casa sua

ed a rispettare le sue sventure. Nel vederlo andare si ricordavano

i beneficii di suo padre, la pietà di sua madre, i due fratelli che

restavano a casa poveri e soli, e più di una voce s’udì profferire:

— Povero Giorgio... povero Giorgio!

Il sindaco Arena colse quel nuovo spiro dell’aura popolare, e fedele al

suo costume volle con un atto generoso secondarla.

La colonna aveva appena mossi i primi passi ed Arena s’era avvicinato

a Giorgio, e con voce abbastanza forte da essere udito da tutti gli

altri:

— Signor Santafiori, se volete raccomandare a me la vostra famiglia, io

sarò ben felice di proteggerla.

Giorgio s’arrestò, fece un moto verso di lui come avesse voluto

assalirlo; poi mutando pensiero gli slanciò contro un gesto di sovrano

disprezzo e disse, abbastanza forte da essere udito: — Coccodrillo! — e

continuò la sua marcia fatale.

XIV.

IL SENATORE TACCHINI.

Il giorno stesso in cui Giorgio partiva per Torino, veniva a passare

parte dell’autunno nei dintorni del villaggio nella sua magnifica

casetta di Bobbianello il Conte Della Torre con gran treno di cocchi e

di cavalli, e gran seguito di parenti, d’amici, di procoli e di cinedi.

Il conte Della Torre era un gran personaggio in Piemonte; uno dei primi

gentiluomini di Corte; capo dell’esercito, e amico personale del Re.

Però i sindaci e le autorità dei dintorni correvano ad ossequiarlo

come un Principe, e il castello nei primi giorni era una via vai di

contadiname senza fine, e una corte bandita a tutte le scarpe grosse

dei dintorni.

Il conte Della Torre s’annoiava di tutti questi omaggi campestri.

Primo ad accorrere fu il sindaco Salomone Arena. La sua croce di

Cavaliere, i favori speciali dei quali altre volte avevalo colmato

la Regina, lo rendevano degno di particolare riguardo, e appena fu

annunziato il suo nome, fu subito introdotto passando davanti ad una

dozzina d’altri Sindaci che aspettavano in anticamera.

Quando l’Arena uscì era entusiasmato della bontà del Conte; e promise

in cuor suo di tornare spesso al castello per entrare sempre più nelle

grazie del magnanimo feudatario.

Fra la gente che accompagnava il Conte in campagna, e che gli serviva

di codazzo, c’era un personaggio che abbiamo frequentemente incontrato

in questo recinto, il tenente Michele Santafiori, uno dei suoi aiutanti

di campo, ed un certo cavaliere Tacchini, senatore e giudice di

Cassazione al Senato di Torino, che seguiva quasi sempre il Della Torre

nei suoi viaggi e nelle sue escursioni in campagna, e del quale avremo

a dir lungamente.

Il Della Torre non era uomo di lunga veduta, e aveva bisogno d’un

occhio che vedesse e d’una mente che pensasse per lui. Infatti Tacchini

era divenuto il suo consigliere, il suo ministro, il suo _alter ego_, e

meglio ancora la sua anima dannata o il suo Mefistofele.

Il conte era nutrito dalla superba ignoranza de’ suoi avi, e in buona

fede si credeva d’una pasta più fina degli altri uomini, ma era in

fondo di animo retto, e per insuperbire aveva bisogno che un demone

gli sobillasse continuamente che egli era uno degli ultimi custodi del

diritto della nobiltà e dei propugnatori più saldi del trono.

Quel demone ei l’avea trovato in Tacchini. Costui come Gingillino aveva

saputo tenersi aggrappato al proverbio che mai non falla, che l’essere

sta nel parere; e lodando, strisciando i potenti, calpestando senza

misericordia i deboli, vendendo la sua lingua, le sue orecchie e la

sua penna, facendo il calunniatore, il delatore e il libellista, era

riescito a tirarsi su su fino al grado di commissario di Polizia; due

o tre segnalati servigi l’avevano fatto salire alla Direzione delle

carceri, e dalla Direzioni delle carceri, di gradino in gradino, era

arrivato al penultimo grado di Consigliere di Cassazione, o, come

allora dicevasi, di Senatore.

Ma Tacchini non poteva essere contento della sua sorte; egli, comunque

fosse in alto, doveva sempre lavorare, e servire, e il lavoro era

insopportabile alla sua dignità, al suo orgoglio. Si sentiva nato

per comandare e far il signore; ma aveva, sin da bimbo, veduto che

per riescire a questo non c’era che un mezzo, aggrapparsi alle spalle

di qualche potente, diventargli necessario, fargli l’infermiere, il

lustrascarpe, il ruffiano, il giullare, quello che voleva — e salire

con lui.

Per questo s’era attaccato al conte Della Torre, che divideva allora

coi Thaon de Revel, coi San Marzano, il predominio della nobiltà. Aveva

saputo entrargli nelle grazie collo scrivere per lui i brindisi che

doveva fare ai pranzi di corte; poi col prestargli lepidezze tutte

sue, flosce come vesciche vuote, ma che avevano l’arte di vellicare

l’orgoglio del vecchio Generale e di farlo stare allegro dopo il

desinare.

Il Della Torre se lo conduceva dappertutto, specialmente in campagna

all’autunno, e quivi gli confidava la cura delle corrispondenze, degli

affari di ricevimento ed anche un po’ dell’amministrazione della

giustizia, giacchè in Piemonte una certa giurisdizione feudale, ad

onta dell’89, c’era sempre. Il Tacchini si disimpegnava a dovere sinchè

tutti s’erano abituati a non vedere, a non sentire che lui; sapendo che

quel che faceva lui era ben fatto.

C’è un diritto di caccia da chiarire? Tacchini!

C’è da rispondere a una petizione di vassalli? Tacchini!

C’è un pranzo da ordinare? Rivolgiamoci a Tacchini!

Tacchini però, ad onta del suo potere discrezionale sopra il Della

Torre, e quantunque sentisse che tosto o tardi, mercè il braccio di

quel vecchio, la fortuna gli avrebbe dato una grande spinta, tuttavia

non era soddisfatto. La fortuna, secondo lui, lo trattava da matrigna.

Sentiva un bisogno, un istinto, più ferino che umano, d’avere una

donna. Egli non era mai stato amato. Giallo, piccolo, osseo, con una

bocca da orangotano e una dentiera proporzionata, orrido e sordido,

quale femmina avrebbe voluto scendere fino a’ suoi abbracciamenti? Pure

quant’era stata lunga e atroce la privazione, altrettanto era rabbioso

il desiderio. Ma non lo mostrava, e al conte Della Torre, e a qualche

raro suo confidente, degno di lui, soleva dire: «Sento che invecchio,

ed ho bisogno di farmi una famiglia».

Ma il desiderio non era così forte in lui da fargli dimenticare la

condizione principale del matrimonio e i principii indeclinabili della

sua filosofia.

— Deve essere bella e giovine, diceva; ma prima di tutto deve essere

ricca. Io ho lavorato abbastanza per me, senza cominciare a 45 anni a

lavorare anche per una donna.

E intanto la cercava e non disperava trovarla.... Sapeva che il mercato

non poteva essere che frutto d’un disegno infernale, e intanto si

addestrava a meditarlo.

Un giorno Salomone Arena, per restituire certo pranzo che aveva avuto

l’onore di mangiare alla tavola del conte Della Torre nel Castello di

Bobbianello, dava un gran pranzo a casa sua. Aveva invitato anche il

conte, ma il conte se ne dispensò rispondendo: «manderò Tacchini a

rappresentarmi». Il Sindaco capì che il conte non voleva scendere a

contaminare i nobili suoi quarti al contatto d’una mensa borghese, e

accettò anche Tacchini.

Il banchetto dell’Arena fu disordinato ma copioso; i cuochi erano

venuti fino da Milano; i vini erano i più scelti della sua cantina,

tutto mascherava il villano arricchito. I servitori avevano delle

cravatte sudicie e dei guanti due volte più lunghi delle dita;

versavano le brode sulle spalle dei convitati e si dimenticavano

qualche volta di cambiare i piatti. Il solo ornamento inapprezzabile

del pranzo erano le due ragazze: Giusta e Verginia, la mestizia e la

gaiezza; il melanconico giglio e il garofano lussureggiante.

Tacchini lo notò subito; e senza tralasciar di mangiare s’occupò per

tutto il desinare a studiare le due fanciulle.

Scoperse subito che Virginia adocchiava volentieri Michele e che era

la beniamina del padre. Queste due circostanze, invisibili a qualsiasi

meno acuto scrutatore, lo persuasero che quella fanciulla che amava

le larghe spalle del Dragone, non avrebbe mai sposato un uomo brutto

come lui; e che il padre che la guastava non gliel’avrebbe mai

imposto. D’altronde Virginia aveva l’aria troppo ardita e virile e non

prometteva trionfi molto sicuri all’uomo che le fosse stato marito.

Giusta, colla sua timidezza e la sua taciturnità, non men bella ma più

pudibonda, trascurata da tutti, guardata biecamente dal padre, era la

donna fatta per essere sacrificata; e Tacchini aveva bisogno di questa.

Lo comprese subito; lo comprese, se ne invaghì e concepì una speranza,

e sbozzò nella torva mente un progetto che il tempo poteva maturare.

Tacchini sapeva che la chiave della posizione era il padre, e si diede

a studiarla.

Nelle frequenti gite che Salomone Arena faceva al Castello s’accorse

che il Sindaco era ambizioso e avaro, e che cercava strappar qualche

cosa al conte Della Torre. Infatti non tardò a sapere che Salomone

Arena tentava segretamente di far passare suo figlio nella diplomazia.

Però egli raddoppiò di vigilanza e stette ad aspettare quatto e

silenzioso che il nemico si scoprisse.

Ma Salomone Arena era furbo quanto lui, e più di lui se fosse stato

possibile, e capiva che le visite frequenti di Tacchini a casa sua

non erano senza secondo fine, e che gatta ci covava! E sia detto,

l’alleanza col Tacchini non solleticava nè il suo amor proprio, nè

la sua avarizia. E quindi decise anche lui di manovrare evitando la

mediazione del Tacchini, e nascondendogli quanto aveva in animo di

rivelare al Conte.

Ma il conte confessava tutto al Tacchini, fino i sogni, e quando

Salomone Arena gli andò a chiedere una commendatizia per il Re onde

far avere a suo figlio Adolfo che quell’anno finiva legge a Torino un

posto in diplomazia, il conte non aveva saputo rispondere meglio che:

«Parlerò a Tacchini» e glie ne aveva infatti subito parlato.

Il Tacchini mostrò in un sorriso tutta la sordida caverna della sua

bocca e credette giunto il momento di scoprire la batteria.

— Vede signor conte come talune volte il caso conduce a certi discorsi

che non si sarebbero mai fatti? Ella mi parla d’Arena ed io voleva

appunto parlargliene. Ella mi parla di suo figlio ed io devo parlargli

di sua figlia. Io devo aiutare Arena, e Arena può aiutar me....

— Non ti capisco, Tacchini. — Il conte, quand’erano soli, dava _del tu_

al Senatore...

— Gli è che era deciso a pregare V. E. di una grazia per me; è la sola,

e la prima che forse le chiedo, non calcolando quello di cui mi ha

spontaneamente favorito la sua bontà.

— Una grazia? sentiamo! purchè non si tratti di lasciarti.

— Si tratta di lasciarmi prender moglie....

— Ah ah! anche tu vuoi passare nel numero de’ _quondam_ — povero

Tacchini... ci lascerai le penne, con tutta la tua furberia.... Ma come

c’entra qui l’Arena?...

— Gli è che l’Arena è il padre della figlia.....

— Bravo Tacchini! _Gianduja_ parla come te!... non ho voglia di ridere

oggi.... spiegati meglio.

— È il padre della figlia che io amo.

Il conte scoppiò in una grande risata che fece scappar tutte le rondini

annidate sotto il letto. Ma Tacchini se l’aspettava e tirò dritto.

— La fanciulla che vorrei sposare e vorrei....

— Ebbene?

— Che V. E. chiedesse il consenso del padre per me..... _A tanto

intercessor_....

— _Nulla si piega_... — fece il conte, ridendo di questa traduzione del

noto adagio che gli aveva insegnato il Tacchini, e che poteva essere un

saggio delle sue consuete spiritosità.

— Stavolta è proprio il caso di dir giusto, _nulla si niega_. Perchè,

vede, se noi consideriamo che il padre Arena vuole un favore da lei,

ella non avrà nemmeno a pronunciare una parola di preghiera per me, non

dovrà scendere d’un passo, non dovrà fare un sforzo; basterà che dica

con Ulpiano: _do ut des, facio ut facias_.

— Ho capito.... non sono mica sordo... che per il brevetto di

diplomatico al figliuolo ponga la condizione del tuo matrimonio colla

figliuola.... Come si chiama?

— Con un nome da paradiso: Giusta!

Il conte passeggiò su e giù della sala, poi fermandosi a un tratto

disse:

— Ma dimmi un po’, e la figlia cosa ne penserà?... perchè non vorrei

sacrificare....

— Soddisfattissima....

— Soddisfattissima?! Eh! quando lo dici tu sarà....

— Glie lo assicuro, signor conte, parola di Senatore onesto.

— Basta così.... quando verrà Arena per la risposta farò il discorso....

Arena venne infatti e udì le parole del nobile conte dal principio fino

alla fine; ma ad onta della autorità del mediatore, e dell’amore che

portava a suo figlio, e per quanto apprezzasse i meriti del Senatore,

non si sentì la forza di accettare questo connubio.

— Come! rifiutate? — fece il conte con severo cipiglio — al conte

Ottavio Della Torre cugino del Re, rifiutate!...

— Eccellenza... è mia figlia che rifiuta, vorrebbe ella che

sacrificassi il mio sangue?

— Ah! vostra figlia rifiuterebbe..... non parliamone più. Voi siete

padre anzitutto, e a Tacchini.... non mancheranno pollai dove cercarsi

le chiocciole.

Quando il conte riferì la risposta dell’Arena al suo Consigliere,

questi si morse le labbra, ma disse:

— Non è ancora finita!

XV.

LA SITUAZIONE.

Giorgio era stato arruolato in un reggimento d’artiglieria. Egli

avrebbe voluto entrare nella Legion Reale dove il Ferrero era Capitano

ma la forte struttura di Giorgio ne faceva un modello d’artigliere.

Il Capitano d’artiglieria che presiedeva la Commissione di Leva non

aveva voluto rinunciarvi. E non conveniva insistere per non destar

sospetti. Inoltre Ferrero aveva giustamente pensato che l’artiglieria

presidiava di solito la Cittadella, e che un amico di più in quel

corpo, che aveva tanta importanza, poteva in un evento decidere le

sorti d’una giornata. Giorgio ubbidì.

— Ti farò conoscere il capitano Gambini e il luogotenente Enrico che

sono dei nostri e andrai d’accordo con loro come con me stesso — gli

aveva detto in un orecchio il Ferrero per finir di persuaderlo.

— Fate quel che credete, rispose Giorgio. Dal giorno ch’io mi sono

consacrato a questa causa, io non ho che un desiderio: servirla con

tutte le mie forze.

Il giorno dopo Giorgio portava l’assisa d’artigliere, e passava alla

Venaria Reale a far i suoi primi esercizi.

In Torino frattanto e in Piemonte l’agitazione era giunta al colmo, ed

era a stento dominata dai capi.

Alle rivoluzioni di Spagna e di Portogallo era tenuta dietro quella

di Napoli, iniziata essa pure da ufficiali dell’esercito, e confidata

quasi tutta all’elemento militare. Il trionfo dei liberali napoletani

aveva resi più saldi i propositi, e più certe le speranze dei

Piemontesi, i quali affrettavano a gran passi l’ora della catastrofe.

Ma quando venne l’annunzio che lo spergiuro Ferdinando era fuggito

a Lubiana per soffocare le nascenti libertà ch’egli aveva giurate

sui vangeli, coll’armi odiate dello straniero, non ci fu liberale

piemontese che non credesse venuta l’ora di rompere gl’indugi.

Se si fossero ascoltati i nostri amici degli _animali parlanti_ si

sarebbe dato di piglio il giorno stesso; e a stento Santarosa, Lisio,

Collegno, i capitani insomma del moto, li rattenevano per maturare i

consigli e le opere.

Un’altra cagione d’indugio era agli occhi di quei liberali la mancanza

d’un capo. Nessun di loro si sentiva così forte da capitaneggiare il

movimento, nè così autorevole da bilanciar le avverse influenze della

nobiltà che consigliava e prepoteva nella Reggia, nell’esercito e

in tutte le cariche pubbliche. Ci voleva un uomo per grado, per fama

a tutti superiore, giacchè nessuno pareva da tanto da prevalere per

il suo valore, il suo patriottismo ed il suo ingegno. Si voleva lo

splendore d’un nome e bisognava trovarlo. Era errore fatale di certo,

ma errore così profondamente radicato in quelle coscienze che avrebbe

in ogni caso prodotte per opposte vie le stesse conseguenze. Esse,

confidando le sorti d’una rivoluzione ad un’iniziativa militare, e al

nome d’un Principe, non potevano vincere; ma senza quella iniziativa e

quel Principe non avrebbero osato forse nemmeno cominciare, e la storia

d’un magnanimo tentativo sarebbe stata sepolta.

Finalmente un giorno credettero averlo trovato, e balzarono di gioia,

come se avessero tratto fuori dalla tenda l’Achille della vittoria.

Quest’uomo era Carlo-Alberto di Savoia principe di Carignano. Volevano

che avesse ingegno pronto, carattere generoso, abitudini popolari e

democratiche, che il Grimaldi suo maestro l’avesse educato a liberali

studii e a sublimi intenti, che amasse il suo paese, che odiasse

profondamente gli stranieri, e in Francia, dove aveva passato i primi

anni, si fosse nutrito di idee d’onore e di gloria militare, che il suo

matrimonio con un’italiana, Maria Teresa di Toscana, fosse un presagio,

che in cento occasioni gli fossero sfuggite proteste di patriottismo,

e che insomma, veduti i Carbonari, fosse segretamente affigliato alle

loro imprese.

Ma se questo non bastava, quella malinconia taciturna, quel pallore

mortale che velava il suo volto, quell’aria di mistero onde si

circondava, accusatrice di profondi pensieri, lo dipingevano facilmente

alla desiosa immaginazione per l’uomo chiamato a un grande destino.

Pochi lo avevano avvicinato, nessuno lo aveva scrutato a fondo,

ma tutti erano certi che quel Principe non era della stoffa degli

altri, che qualcosa di insolito e di diverso che non assomigliava nè

alla vanità imbelle nè all’orgoglio feroce degli altri Re s’agitava

nel mistero di quell’anima. Si arrestarono alle insidiose promesse

della superficie e nessuno badò a studiare nel Principe l’uomo.

Strano a dirsi, nessuno in Piemonte sospettò quel misto di scettica

irresolutezza e di impeti chisciotteschi, di macchiavelliche doppiezze

e di abbandono puerile, di coraggio militare e di viltà civile, che

pochi anni dopo doveva votare il suo nome ad un palo d’infamia, dal

quale nè zelo di storiografi venduti nè pietà di amici riconoscenti

l’ha potuto staccare. Perfino Santorre Santarosa, coscienza retta e

anima austera, e che tra i capi della rivoluzione piemontese d’allora

fu il solo forse che dicesse altamente la verità al Principe, non lo

giudicò giustamente che tardi e quando non era più in tempo. Se egli si

fosse accorto di quel suo _volere_ e _non volere_ che applicava a Carlo

Alberto, e pochi anni dopo doveva essere tradotto nel _Re Tentenna_,

forse la rivoluzione Piemontese avrebbe avute altre sorti ed altra

catastrofe.

Frattanto fin dal marzo 1820 cominciò a vociferarsi pubblicamente che

Carlo Alberto era _tinto_ di Carboneria. La voce pubblica era ancora

ingannata dal desiderio. Carlo Alberto aveva avuto qualche ritrovo coi

caporioni dell’ordine, ma aveva molto scoperto, nulla promesso. Fu in

una di quelle occulte visite che Giorgio Santafiori lo incontrò per

le scale del dottor Gastone. Gli fu proposto il gran Magistero della

Società e ricusò; gli fu fatta balenare la corona d’Italia e le sorrise

un istante, ma ne distolse lo sguardo e andava a rifuggirsi al castello

della Veneria a fare esperimenti d’artiglieria, suo studio prediletto,

e suo vanto.

La irresolutezza del capo supposto e vaticinato si comunicava quasi

inconsapevolmente a’ suoi luogotenenti, e intanto che gli eserciti

Austriaci si mettevano in moto per andare a schiacciare la rivoluzione

Napoletana, il Piemonte non dava ancora alcun segno di vita vera.

Uomini come Lisio, Ansaldi, Collegno, Santarosa erano tutti presi dal

male comune del futuro _Re Tentenna_.

Di questa esitazione si dolevano in silenzio i più ardenti capi del

partito militare, ma più forte di tutti si lagnavano gli studenti.

L’impazienza è la virtù dei giovani; chè se essi imitassero i vecchi,

chi sospingerebbe il carro che tante mani respingono?

Queste impazienze andavano a scoppiare irate e tumultuanti nella

taverna del sergente Carrera. Ivi Muschietti, Gastone, Grandis, Tubi,

sfogavano i loro dubbi e le loro inquietudini giovanili.

— Ma perchè si tarda, dicevano? Perchè Lisio è ammalato, o il piano non

è ancora studiato, o il Reggimento d’Aosta non è ancora preparato, o

i Carabinieri sono avversi. Cosa vogliono? Che Vittorio Emanuele apra

le porte della Cittadella colle sue auguste mani... Tentennamenti da

vecchi! Ora si dice che anche il Principe di Carignano sia de’ nostri,

meglio! — ma perchè esita allora? O vuol forse aspettar che la partita

sia finita per raccogliere i frutti e lasciare a noi gli stecchi. Si

finisca. — Noi siamo forti quanto basta per cominciare e cosa fatta

capo ha. Vedrete che tutte le dubbiezze spariranno quando vi sia un

po’ di sangue. Bisogna comprometterli tutti quanti. Conti, generali,

colonnelli dubitanti, bisogna sforzarli a saltare il fosso: o con noi,

o contro di noi....

Questi discorsi si facevano agli _animali parlanti_, ora presenti il

capitano Ferrero, il capitano Gambini, Enrico e Laneri, ora soli i

quattro caporioni della federazione Universitaria, e nessuno, a dir

vero, era là per contraddirli.

La sera del 12 gennaio 1821, potevano essere suonate le sette,

Gastone, Grandis, Muschietti, Tubi, arrivarono agli _animali parlanti_,

entrarono nella gran sala, fecero un gesto come per intimar silenzio, e

a voce alta dissero:

— Stasera tutti al teatro _d’Angennes_ e baccano d’inferno. Questa è la

parola d’ordine!

XVI.

IL D’ANGENNES.

Si recitava al _D’Angennes_ l’_Antigone_ di Alfieri, e rappresentava

la parte di protagonista Carlotta Marchionni, la prima fra le attrici

italiane d’allora, e maestra non mai superata dalle future. Torino

tutto vi accorreva, meno forse per ammirazione dello spettacolo o

vaghezza di piacere, che per cercare nelle patriottiche invettive del

tragico Astigiano, uno sfogo ai compressi sentimenti ed un grido di

protesta.

Sarebbe un libro degno di nota, dire l’influenza che ebbe il teatro

sui moti popolari. Si potrebbe risalire fino a Sofocle che spingeva

colla sua _Elettra_ gli Ateniesi alla battaglia, e scendere giù giù

fino a Gustavo Modena che armava coi versi della Francesca da Rimini

il braccio dei Bolognesi. Così la prima favilla di quell’incendio

piemontese, che se non fu grande fu certamente eroico, venne dal

Teatro.

Le cose però al _D’Angennes_ avevano preso da qualche sera proporzioni

formidabili. Gli studenti lo invadevano in massa e lo convertivano

in vero _pandemonio_. Cominciavano quando non era ancora illuminato,

col grido: _Fuori i lumi!_ e quando i lumi erano comparsi volevano

l’orchestra, e quando l’orchestra suonava, interrompevano e volevano

l’aria che loro accomodava, e intuonata l’aria, l’accompagnavano di

fischi, di urli, e di colpi, facendo stromento d’ogni cosa, di rulli

di gran cassa, di strazianti note di corno e di giganteschi muggiti di

contrabasso e di quanti suoni può imitare coi piedi, colle mani, colla

bocca un concerto di pazzi.

Tossivano, starnutavano, si facevan le boccacce. Si chiamavan per nome,

si gittavan delle pallottole; se compariva sulla scena un personaggio,

una comparsa che non fosse nelle loro grazie, eran capaci di pigliarla

a mele e a torsi. — Se infine l’attore pronunciava uno di quei famosi

versi che hanno tante volte commosso il nostro giovinile patriottismo,

era uno scoppio d’applausi da far crollare la sala ed impallidire

nelle loro logge i birri della polizia. Indarno tentavano carabinieri

e poliziotti, or colle dolci or colle brusche, contenerli e ridarli al

dovere, spesso rischiavano essi medesimi d’esser presi a bersaglio, e

non sempre riportavano sane le spalle ai loro quartieri.

Era insomma lo stesso pubblico che Plauto dipinge ne’ _Bacchidi_, che

aveva Eschilo alle _Orestiadi_ e Vittor Hugo all’_Ernani_.

Quella sera la sala era ancora tutta fremebonda per quei versi

terribilmente famosi che Emone slancia a Creonte:

«Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla!

«Seggio di sangue e d’empietade il trono,

Memorie d'un disertore, vol. 2/3 · 第 7 / 9 段