— La nostra amicizia è troppo recente perchè io mi creda in diritto

di chiederti una confidenza... ma se l’aprire il tuo cuore ti

potesse confortare... se io potessi aiutarti, fece Ernesto mettendo

affettuosamente la mano sulle spalle di Giorgio.

Questi restò qualche minuto immobile cogli occhi a terra come se di

là gli avesse potuto venire una ispirazione; si vedeva che esitava a

privarsi d’un segreto e che una sorda lotta si compiva nell’animo suo.

Alla fine proruppe....

— Sì, Ernesto!... io voglio aver fiducia in te. Sei il primo amico

che incontrai sulla terra, e forse sarai l’ultimo. Io sono soldato,

Ernesto.... ho estratto or fa un mese il numero uno. Soldato, per me,

non vuol dire soltanto indossare l’assisa dei tiranni del mio paese

ed una lunga schiavitù; vuol dire la miseria, la rovina di tutta la

famiglia, della quale io solo sono il braccio ed il protettore. Mio

padre ha tutto sacrificato per gli altri e noi siamo poveri.... mia

madre vecchia e malata, mia sorella e mio fratello non hanno che me....

Io non posso abbandonarli. Se la legge umana me lo impone, la divina

me lo proibisce. Inoltre... — e qui Giorgio esitava ancora — inoltre

io amo.... una santa fanciulla che il destino ha fatto nascere nella

famiglia de’ nemici di mio padre... ma l’amo come può amare uno che

non conobbe mai le ipocrisie del cuore. Ora quand’io sarò partito che

sarebbe di lei? Che sarebbe del nostro amore? Il meno che le è serbato,

è di essere venduta dall’avarizia di suo padre a nozze aborrite... il

meno per lei forse... chè per me preferirei vederla morta. Vedi che io

non potrei subire la sorte che mi colpisce, senza tradire i doveri e

gli affetti più sacri che uomo conosca. Dicono il Re.... chi è questo

Re per me? chi ce l’ha dato? le armi straniere! Cosa fa? abbrutisce

e corrompe un popolo intero! La legge? chi l’ha fatta? questo Re! La

patria? dov’è la patria? I servi non hanno patria che dove hanno la

libertà.... Io andrò ad amarle entrambe....

— E cosa vorresti fare?

— Cosa voglio fare? fuggire...

— Disertare? Disertare... lasciando i tuoi?

— Oh mai! con loro! Ho già il mio progetto.... mio padre ha lasciato

numerosi e devoti amici purchè possa arrivare a Genova: quindi

m’aiuteranno ad emigrare in America.

— Con tutta la tua famiglia... e la fanciulla per giunta?

— Perchè no?

— Perchè sì, dico io? Non arriveresti a Voghera, che i carabinieri

v’avrebbero tutti arrestati....

— Questo lo vedremo... Purchè abbia una notte per me, del resto

rispondo io.

— Sogni, ti dico...... Eppoi disertare perchè?

— Mi par chiaro!

— E a me niente affatto.... fece Ernesto.... oh lasciami un po’ parlare

sul serio; _semel in anno_.... deve essere permesso anche a me. Tu

vuoi disertare perchè non vuoi abbandonar la tua famiglia e la tua

amante. La idea potrà essere generosa, ma senza calcolar il pericolo

quasi certo d’essere preso e andare a finire in una fortezza invece

che passare otto anni in una guarnigione. Credi tu che nell’esiglio

potresti provvedere alla felicità della gente che ti è cara? Tuo padre

deve averti detto come vivono gli esuli.... Persuaditi.... tu non

avresti da offrire a tua madre ed a tua moglie che un pane amaro e una

squallida miseria... Questo per la famiglia. Quanto poi alla patria,

odimi bene. Tu odii il Re, tu ami la libertà; tu daresti la vita tua e

dei tuoi, credo, per conquistarla. Ebbene, oggi il mezzo più sicuro,

più efficace per cooperare a questo fine glorioso è entrare appunto

nelle file di quell’esercito che tu abborri. La rivoluzione che si

prepara, e della quale pochi ancora posseggono il segreto presagio,

sarà tutta militare: te lo dico io: noi studenti apriremo il fuoco: un

gruppo di cittadini generosi.... o ambiziosi... farà la retroguardia;

ma il grosso verrà dato dall’esercito. Ora tutte le cure devono

essere nel rinforzare questo esercito, nell’introdurvi amici nostri

quanti più è possibile e nel tirare a noi tutti i buoni che esitano

ancora. Molte fila sono diffuse, molti accordi sono presi. Molti capi

e tra i più illustri sono con noi. Io non ti dirò i nomi, ma a suo

tempo li saprai..... Vedi tu se sia l’ora di disertare.... d’andare

in esilio.... d’andare in America.... se c’è posto di combattimento

onorevole.... se c’è un mezzo d’adempiere il voto di tuo padre e il tuo

sotto quell’assisa che tu abborri, ma che ci permetterà d’entrare non

visti nelle file dei nostri amici.

Ernesto parlava molto concitato.

Giorgio l’ascoltò fino alla fine con molta attenzione.

Poi, dopo un istante di pausa, riprese....

— Quello che dici è forse vero.... Io credo... ed io sento che molti

dubbi si sono dissipati. Io dovrei abbandonare una madre, un’amante

alla balia d’un uomo che non perdonerà.... ma per il mio paese,

per quel paese che mio padre mi raccomandò morendo io sarei pronto;

direi ai miei cari: soffrite, ed essi soffrirebbero. Ma vi è un’altra

difficoltà suprema, e credo invincibile, Ernesto.

— Quale?

— La mia coscienza. Per quanto creda santa la causa della libertà, io

non potrei mai tradire un giuramento. Morrei piuttosto di darlo quando

sentissi di non poterlo mantenere; ma dato, accetterei la morte prima

di violarlo.

— E tu hai di questi scrupoli?...

— Tu li puoi chiamare scrupoli.... la mia coscienza li chiama

doveri.... Io non intendo, non ho mai inteso certi patti, e certe

reticenze. Io non sono stato educato come tutti gli altri. Mio padre

era il diritto, la giustizia, la schiettezza vivente. Il sì ed il no

sulla sua bocca non avevano due significati e due misure. Egli non

prometteva che il bene; ma una volta promesso, lo manteneva. Per me chi

non vuol servire il Re, non giuri, chi ha giurato, lo serva.

— E sei tu che parla? — disse Ernesto saltando dalla sua seggiola come

se avesse bruciato di sotto.... — Tu?... Poi prese il suo cappello ed

il suo bastone, e afferrato il suo amico per un braccio, disse:

— Vieni con me in un luogo che ti farò passare queste ubbie.....

— E dove?

— Agli _animali parlanti_.

XII.

LA CONVERSIONE.

Quando i due amici entrarono nella taverna il baccano era al colmo.

Le voci si confondevano; chi cantava, chi urlava, chi picchiava sulle

tavole, chi cozzava co’ bicchieri, chi disputava in un angolo sul

romanticismo, chi bisticciava colla _Bombazon_ la bella di Grandis

che aveva divorato da sola anche la cena del suo amico, chi chiamava

Carrera, chi canzonava mamma Caterina, e chi infine ballava a tondo in

un angolo della sala col suono del proprio fischio.

Mutati i giorni di dolore e gli accenti d’ira in suoni di piacere e in

accenti di allegrezza, il tumulto della seconda bolgia Dantesca poteva

servire di paragone.

Il pian terreno poteva tener bordone al primo piano, e le voci

dell’alto si confondevano con quelle del basso e non parevano che

l’eco d’un’immensa moltitudine. Erano, a dir molto, cinquanta persone

e parevano cinquantamila. La gazzarra degli studenti si mescolava

a quella de’ soldati, e la barriera che per solito li divideva era

sparita. Carrera di quando in quando si provava a mandar per la sala

un stentoreo _silence dans les rangs_, ma era indarno: l’uragano aveva

ormai preso il sopravvento; e il Generale più non riusciva a domare la

sedizione del suo esercito.

Tutti gli odori uscivano dalla bolgia, e il fumo delle pipe, i vapori

del vino, le esalazioni de’ fornelli mescolati insieme empivano

l’atmosfera d’una caligine acre e densa, e toglieva a chi vi entrava il

respiro e la vista.

Ernesto dopo avere starnutato nell’ingresso si rivolse a Giorgio che

esitava ad entrare e gli disse a bassa voce:

— Fatti coraggio...... questa è la fucina della rivoluzione......

— Me ne accorgo dal fumo!... — rispose Giorgio sorridendo.

I due amici salirono al primo piano, v’erano i soliti studenti

colle loro belle; qualche bass’ufficiale e due ufficiali. Ma la

confusione era tale in quel momento, che Ernesto non giudicò opportuno

d’inoltrarsi e disse a Giorgio:

— Sediamoci in quest’angolo e lasciamo spegnere la fiamma. Fra poco

suonerà la ritirata e vedrai che molta gente svignerà.

Giorgio ed Ernesto sedettero. Carrera li vide e si avvicinò a loro

chiedendo ad Ernesto con un girar di occhi chi era l’amico.

— È un _animale parlante_ rispose Ernesto: gli metteremo nome

«Leopardo».

— Bene! ah siete il Leopardo? fece Carrera. Volete un bicchier di vino?

— Grazie, rispose Giorgio, bevo acqua.

— Uhm! l’animale acquatico.

— Animale anfibio... brontolò il sergente, e voltò loro le spalle.

Infatti a poco a poco la folla era andata, quasi inavvertitamente,

diradandosi. I tamburi di Piazza Castello avevano suonata da circa

un quarto d’ora la ritirata, i soldati se n’andavano, alcune coppie

di studenti, costretti ad accompagnare le loro donne al teatro

_D’Angennes_ prendevano congedo, e verso nove ore non c’era più che una

decina di studenti, qualche ufficiale, silenziosi e raccolti nella sala

del primo piano.

— È l’ora di presentarti, disse Ernesto a Giorgio, vieni avanti con me.

Giorgio lo seguì verso il tavolo dove erano seduti gli ultimi rimasti.

— Amici, vi presento Giorgio Santafiori, amico mio e nostro...

— Salute! fecero quegli studenti, e uno per uno s’alzava a toccargli la

mano ed a fargli il segno del _carbonaro_.

— Sempre! e tutti _carbonari_!... pensava Giorgio per nulla edificato

di quella prima accoglienza.

— Studente? — chiese Alberigo Grandis.

— No!... — rispose Giorgio...

— Soldato — rispose Ernesto.

— Non ancora — replicò Giorgio.

— Coscritto o volontario? — chiese uno dei luogotenenti.

— Volontario io?... — fece con un sorriso di amara ironia interrogato.

— Perchè no, giovine amico, replicò il luogotenente, se poteste sotto

questa divisa servir meglio la causa del nostro paese?

— Non potrei servirla, replicò Giorgio, perchè avrei giurato di

servirne un’altra.

— Come! fece l’ufficiale guardando atterrito il giovane che gli aveva

fatta quella strana risposta.... voi la pensate proprio così?...

Ma allora.... continuò rivolgendo cogli occhi un’interrogazione ad

Ernesto.

— Egli ha questo scrupolo; io ho già combattuto per levarglielo.... ma

è una coscienza di diamante, limpida e dura.

— Lo convertirò io! — disse una voce sonante dal fondo della sala....

tutti si voltarono ed esclamarono alzandosi con rispetto....

— Il capitano!

— Salendo le scale ho udito i vostri discorsi.... badate un’altra volta

di abbassare un po’ più la voce.

— Non importa — fece Carrera — a questa ora qui tutto è sicuro.

— Tu, Carrera, non conosci le orecchie della Polizia.... Dunque....

questo giovinotto diceva....

Giorgio alzò i suoi occhi brillanti sull’interrogatore, ma con tale

sguardo che pareva volesse dirgli: «Perchè mi interrogate voi, e con

quale diritto?»

Il capitano lo comprese e disse:

— Non temete giovinotto, io non sono qui per esercitare

un’inquisizione, questi amici possono assicurarvene....

— Non ne dubito, signor Capitano, ma io sono rozzo, esco dal deserto

adesso.... dovete scusare....

— Stringi questa mano.... dunque sei soldato.

— Ma.... — fece Giorgio esitando ancora.

— E non lo vorresti essere? — replicò il Capitano.

— Non lo vorrei essere, e non lo sarò — ribattè secco Giorgio.

— E abbandonerai in un’ora di pericolo la causa del tuo paese e

disonorerai il tuo nome? ripicchiò con voce più forte e autorevole il

Capitano: qual è il tuo nome?

— Giorgio Santafiori.

— Santafiori — esclamò il Capitano balzando in piedi — il figlio di

Battista.

— Di lui! l’avreste conosciuto forse? — chiese premuroso il giovine.

— Se l’ho conosciuto! Bisognerebbe non aver amato sin da bimbi il

proprio paese per non averlo conosciuto...... Dimmi non t’ha egli mai

parlato d’aver incontrato nei suoi viaggi in Ispagna un sergente di

Massena che si chiamava il sergente Ferrero?

— Che? sareste forse voi quegli che lo salvò dal furore dei vostri

camerati che l’avevano preso per una spia di Mina?

— Io!.... — fece il vecchio soldato — dunque egli se lo rammenta il

suo Ferrero.... ora il sergente è divenuto capitano, ma il cuore non ha

mutato!

— E dov’è egli?

Giorgio tacque e abbassò la testa.

— Morto! Egli pure ha pagato il suo tributo... Povero Battista... Egli

non ha veduto libero il suo paese... ma noi lo vedremo. Beviamo alla

sua memoria.... era un santo!... non dico altro.

Gli amici alzarono i loro bicchieri, e li accostarono religiosamente a

quello del capitano. Giorgio aveva due grosse lagrime sulla guancia che

vi parevano impietrate...

— Ma dimmi, continuò il capitano Ferrero... c’è un altro Santafiori nel

nostro esercito; nei dragoni della Regina, se non sbaglio. Sarebbe egli

tuo fratello?

Giorgio volle dire di no, ma suo padre aveva sempre riguardato Michele

per suo figlio, gli aveva dato il suo nome e non poteva contraddire a

quella volontà.

— Sì, rispose arrossendo il giovane.

— Me ne duole.... egli è indegno di portare quel nome,... e spero che

il fratello vendicherà l’oltraggio ch’egli fa ogni giorno alla memoria

di suo padre.

— Io lo vorrei, signore! ma dite.... credete voi che, vestendo quella

divisa che lo ha corrotto, io potrei compiere quella vendetta.

— La divisa non corrompe, esclamò Ferrero, purchè la si indossi

coll’animo ben compreso dei diritti.... e degli obblighi che impone.

Se tu credi che il soldato non sia che un mercenario, peggio ancora,

un vassallo armato pel beneplacito del Re, è finita. Tu non avrai

più bussola nella tua coscienza. Tu dovrai servire chi ti paga,

imprigionar, se occorre, tuo fratello, e scannar tuo padre, e non aver

altra legge che la volontà del tuo padrone. Ma i giorni dei soldati e

capitani di ventura sono passati e vorrei che fosse vivo tuo padre per

dirti se dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo vi possono essere

in una nazione distinzioni tra cittadini e cittadini, soldati sì ma

cittadini. Tutti abbiamo giurato, anche quelli che non hanno messo la

mano sul Vangelo. Tutti quanti siamo, abbiamo giurato, ma di servire

la patria e di obbedire alle sue leggi. Esse sono il sovrano... il re,

o il presidente della repubblica, non può essere di sopra delle leggi

nè della volontà della nazione. Il mio re, il re del capitano Ferrero,

è il bene della nazione: esso è il suo Dio! Se il re mi comanda domani

di fare qualcosa per il bene della patria, ecco tutto il mio sangue:

se il re crede che fucili il maresciallo Ney, o i quattro sergenti

della Rocella, io mi rifiuto — io mi sento sciolto dal mio giuramento,

com’egli si credette sciolto dal suo. E se la nazione richiede il mio

braccio perchè la protegga degli arbitrii del dispotismo io glielo

offro perchè desso è suo. Diranno i sofisti, perchè io gli ho uditi,

e nelle nostre file abbondano, ma chi è il giudice del bene o del

male, e chi interpreta la volontà della nazione? Chi? La coscienza

che non falla! Ogni uomo l’ha apposta la sua coscienza per giudicare

delle azioni che deve compiere o lasciare, perchè non l’ha ad avere un

soldato? Se domani un generale ubbriaco viene a ordinarmi di mettere

a ferro e a fuoco Torino! io l’ho bene la coscienza per giudicare

che egli è ubbriaco e che mi ordina il male. Così può essere d’un re

stolto, o d’un generale infame che volesse valersi della mia spada

per compiere scellerate azioni contro la mia patria e le sue leggi.

Io ho giurato a lui, come egli ha giurato a me; è un patto reciproco

sull’altare della patria: chi lo scioglie per primo, quegli è un

traditore.... Ascoltate me, giovinotto.... posso dire di parlare con la

voce stessa di vostro padre.

Giorgio, durante questo discorso, pronunciato con eloquente

concitazione, non aveva mai fiatato: quand’ebbe finito egli si alzò in

faccia al vecchio capitano e con la voce solenne d’un neofita che si

consacra ad una religione disse:

— Capitano, io abbandono per seguire il vostro consiglio tutto quanto

ho di più caro sulla terra. Fra quindici giorni io sarò soldato. Mi

potete voi promettere che è la salute della patria che lo impone?....

— È Dio che lo vuole.... fece il capitano alzandosi col tuono consueto

d’un sacerdote....

Tutti s’erano alzati con lui, e pochi minuti dopo, ciascuno raggiungeva

per opposte vie casa sua.

XIII.

LA PARTENZA DEL COSCRITTO.

Giorgio non aveva un giorno da perdere. Fra una settimana c’era la

chiamata de’ coscritti, egli aveva bisogno di tornare a casa, di

rivedere i suoi, d’aggiustare le sue faccende, di provvedere come che

sia all’avvenire della sua famiglia; e la mattina dopo, abbracciato

Ernesto, ripigliò la via del suo villaggio.

Percorrendola pensava alla rapida evoluzione che in pochi giorni

s’era compita nell’anima sua, e alla nuova esistenza che l’attendeva,

e non gli pareva quasi più d’essere lui. Egli che non avrebbe mai

creduto potersi staccare da casa sua, che aveva sognata un’esistenza

di domestica quiete tra sua madre ed una sposa; egli era balzato

nell’ignoto mistero d’una congiura politica; egli s’era a un tratto

gravato per volere d’un uomo, la cui parola era sacra, di un grande,

terribile dovere che non poteva ormai nè discutere, nè ricusare, e che

lo sforzava a passare a capo chino traverso alla dorata tela de’ suoi

sogni e per adempiere il quale gli era d’uopo raccogliere tutte le

forze della sua virtù; e sacrificar ogni cosa diletta più caramente, ad

un principio, ad una bandiera, ad una potenza invisibile che si chiama

la Patria, giurarle obbedienza, consacrarle la vita, e quella de’ suoi

cari, votarsi per essa al martirio.

E non avea egli nella casa altri doveri, sacri almeno come quelli della

patria? l’adempirli non era una milizia e una battaglia, meno gloriosa

è vero, ma appunto per questo, più disinteressata?

Fra l’uomo che lotta nell’adempimento d’un’oscura missione e muore a

tutti ignoto fuorchè all’affetto di pochi cuori, e l’eroe che ha per

scena il mondo, per funerali la storia, qual’è il più grande e il più

meritevole?

Aveva ragione suo padre d’imporgli quel dovere, aveva avuto ragione

anch’egli di sacrificare tutto per gli altri, e risparmiare nulla per

sè ed i suoi.....

— Giorgio, tu bestemmi — gridava dentro di sè giunto a questa parte

del suo doloroso monologo.... Tuo padre era un sant’uomo; e tu devi

inginocchiarti davanti alla sua volontà come a quella di Dio.... Ora

la risoluzione è presa.... Del resto non è egli che mi ha imposti

questi dilemmi.... è il destino. O esule.... perseguitato.... forse,

miserabile sempre... O soldato combattente d’una giusta causa, o

martire.... probabilmente.... La scelta non è dubbia.

Ernesto aveva ragione; Ferrero era la voce stessa di suo padre redivivo.

In questi pensieri giungeva al suo villaggio.

All’ingresso del paese il primo conoscente che incontrò fu _Leon_: esso

gli era balzato incontro, ma in luogo d’accoglierlo col suo giocondo

saluto, mugolava e gemeva, come se avesse avuto a dirgli una parola

di compianto. Giunto in piazza, la bottega dello Speziale era ingombra

della solita brigata, e gli parve di accorgersi che tutti lo guardavano

e che alcuno dicesse: povero giovane!

Fatti ancora pochi passi, la campana della Chiesa cominciò a dare

funebri rintocchi, che gli echeggiavano nell’anima come l’addio di un

caro morente, alla fine giunse di faccia alla porta di casa sua....

Traversò il grande cortile, arrivò sotto il portico; due contadine

luride e sinistre sedute vicino ad un fiasco bevevano e canticchiavano

mezzo assonnate dal vino una monotona nenia. Giorgio che non aveva mai

veduto quelle facce in casa sua si fermò e disse: — Chi siete?

— Siamo quelle che la devono vestire....

— Vestire? non m’avete l’aria di sarte alla moda, — disse Giorgio

sorridendo, e non sapendo ancora su quale tema profferiva quel suo

scherzo innocente.

Le due megere gli sghignazzarono dietro dicendo:

— Si lavora col figurino della morte, signor Giorgio.

Giorgio non aveva udito, ma in un angolo della sala aveva trovato

stretti in un gruppo scultoriamente bello, il piccolo Balilla e Livia

abbracciati, che piangevano in silenzio, insensibili a quanto li

circondava.

— Livia! Balilla.... perchè piangete?

Livia alzò gli occhi, guardò Giorgio e non ebbe il coraggio e la forza

di profferire una sola parola.

— Un’altra disgrazia.... nostra madre forse?

Livia scoppiò in un singhiozzo; Giorgio sapeva già la verità; scavalcò

la scala per accertarsene, entrò in una stanza illuminata da un funebre

cero.... — Vi giaceva sua madre morta.

Egli si gettò a’ piedi del letto e vi restò per più ore sprofondato

in quel dolore senza lacrime e senza parole che assomiglia soltanto

all’ambascia di chi affoga in una voragine senza rive. Pure doveva

farsi coraggio, era il solo che se lo potesse fare e lo dovesse

insegnare in quella casa.

Venne a scuoterlo una mano leggiera che si era posata sulla spalla.

Alzò la fronte con piglio irato quasi per dire «lasciatemi» e incontrò

lo sguardo calmo e carezzevole della sua Giusta.

Egli restò un istante immobile, attonito, stupito; la guardava e

non poteva credere che fosse lei. Mormorò un tu! di meraviglia e

d’incredulità, e poi vinto da un sentimento ancora più forte si

precipitò a’ suoi piedi e il pianto lungamente soffocato dall’angoscia

sgorgò a pieni rivi sulle sue guancie.

Giusta credeva cadere sotto l’emozione, ma tutta piena della sua

missione consolatrice, si fece coraggio e parlò.

— Giorgio, io non poteva lasciarti solo in faccia a questo nuovo

dolore. Io ho voluto provarti che vi è qualche cosa d’ancora più

forte delle leggi del mondo, della volontà di mio padre, e della mia

prigione: il tuo affetto. Stasera tornerò nella mia triste muda, ma tu

saprai che v’è al mondo una povera fanciulla pronta a tutto per te e

che s’è fatta delle tue sventure una religione, e di questa religione

un amore. Giorgio, separiamoci... è necessario... io ti lascio per me

questa promessa: felice, t’avrei amato, infelice, t’adorerò. Addio.

Giorgio volle trattenerla, ella aveva già osato troppo, e seguita da

_Leon_ riguadagnò, traverso i sentieri de’ campi, casa sua.

Sua madre era appena scesa nella fossa, fattale scavare dal figlio

vicino a quella di suo padre, quando al suono della campana del comune

era pubblicato il bando della partenza dei coscritti.

Giorgio corse all’inferriata di Giusta e le annunciò il mutato

proposito.

— Parto: seguo il tuo consiglio e quello d’altri amici. Ma vado

incontro a un terribile avvenire ed io non ho il coraggio d’incatenare

la tua giovine e quieta esistenza, al mio torbido destino. Giusta, per

quanto mi costi, io, se lo vuoi, ti restituisco la tua parola.

— Giorgio, io vi perdono l’amara offesa che mi fate. Eccovi questi

capelli..... dentro il medaglione ho ricamato io stessa queste parole

«_Vostra o di Dio_» sento che nessuna violenza umana potrà farmi

tradire questo giuramento.

Promisero scriversi, promisero rivedersi tutte le volte che fosse stato

possibile, e colla fortezza di due anime eroiche votate al martirio si

separarono.

Giorgio impiegò i pochi giorni che gli restavano a pagare i debiti,

a liquidare l’ormai esausto suo patrimonio, ed a provvedere alla

meglio al pane de’ suoi fratelli, Balilla, e Livia, che le raddoppiate

sventure avevano sempre più confermati ne’ sentimenti e nelle pratiche

della religione e staccati dalle speranze di questo mondo.

Livia aveva deciso finire i suoi giorni in un convento e null’altro

aspettava per dar esecuzione a questo suo voto fuorchè il piccolo

Balilla fosse cresciuto tanto da avere un’arte in mano, e un asilo

sicuro per i suoi giovani anni.

Venne alla fine la mattina del gran giorno; i coscritti erano

fino dall’alba radunati nella piazza del Comune, e aspettavano il

maresciallo de’ carabinieri che li venisse a scortare fino alla città

vicina, dove con un’altra scorta sarebbero proceduti fino a Torino.

Erano tristi, scontenti, abbattuti; alcuni bisbigliavano nei canti

dolci promesse alle loro belle; altri reggevano sul petto una madre che

singhiozzava tacitamente; altri si tenevan discosti seduti sopra una

pietra col capo tra le mani a pensare.

Scorsa mezz’ora comparve il Maresciallo con quattro carabinieri, e

dietro a loro quasi subito anche Giorgio Santafiori.

Il Maresciallo prese un ruolo, chiamò uno per uno, li numerò, li fece

schierare, ordinò il silenzio, un per _fianco destro_ e _marsch!_

Giorgio era alla testa.

Tutto il paese era fuori a vedere la partenza del mesto convoglio....

Memorie d'un disertore, vol. 2/3 · 第 6 / 9 段