un uomo austero; non avrebbe mai voluto un mestiere che servisse
d’alimento al vizio ed alla poltroneria. Fino al buon vino ed alla
buona tavola ci arrivava, e memore delle allegre libazioni del bivacco
e dei festosi ditirambi della vittoria, poteva perdonare qualche
scappata in onore di Bacco, che era nella sua mitologia, meglio
dell’infida Venere, il solo amico di Marte.
Inoltre egli aveva un pensiero segreto che non aveva ancora interamente
rivelato a nessuno e che pochi soltanto avevano confusamente
indovinato.
Egli voleva formarsi un pubblico d’avventori tutto suo, col quale
poter star a discorrere, disputare a comodo suo, senza ombra e senza
sospetto, ed al quale, occorrendo, svelare le recondite speranze
del suo cuore, e questo pubblico non poteva essere di scioperati, di
fannulloni e d’imbecilli. Il suo ideale erano i giovani ed i soldati,
i giovani perchè pronti a tutte le idee generose, i soldati perchè, una
volta educati, avevano il braccio armato per sostenerle.
Per questo egli aveva aperto bottega in via della Zecca tra
l’Università e la Caserma, sperando che la vicinanza gli avrebbe
tirati gli avventori d’entrambe le parti, per questo teneva il miglior
_Barbera_ e lo vendeva al più basso prezzo possibile, e consacrava a’
suoi intingoli di pollo tutto lo sforzo della sua arte culinaria.
Quanto a giuocare ci dovevano rinunciare; chè non è al tavoliere colle
carte in mano che si fanno gli uomini ed i soldati: poi erano tutti
ragazzi, figli di famiglia e corti di borsa, e non voleva che venissero
in casa sua a spennacchiarla di que’ quattro soldi che i loro parenti,
sottraendoli più spesso al pane quotidiano, mandavano loro da casa.
Era un oste evangelico e una bettola morale. Cosa miracolosa in vero!
Mamma Caterina era una buona donna e aveva per suo marito un gran
rispetto confortato da una buona dose di paura. Ma quel sistema
economico non c’era versi che le potesse entrare in capo. Essa era
tutta economia, tutto sparagno, diremo addirittura tutta lesineria:
avrebbe fatto intingoli di passeri se avesse potuto venderli per
capponi, misurato col centimetro le porzioni, e annacquato il vino
a suo padre se fosse venuto alla sua bettola; considerava insomma
l’avventore come il suo arcolaio, un coso da far girare finchè c’era
un’agugliata sul suo cilindro, od un quattrino nella sua tasca; e vi
lasciamo immaginare come doveva cruciarsi di quelle pazze prodigalità
di suo marito.
Perciò su questo tema era un continuo litigio — «Sergente — lo chiamava
sempre per il suo titolo giacchè oppositrice sì, ma rispettosa sempre,
— c’è troppo lardo nell’intingolo — Sergente, facciamoci pagare il lume
agli avventori che si fermano dopo bevuto... Sergente, c’è troppo vino
in quel _Barbera_ — Sergente, se non lasciate giuocare nella vostra
osteria ci giuocheranno i topi!...»
Il sergente rare volte si lasciava tirare a discutere giacchè sapeva,
che una volta accordata libertà di parola, egli era vinto; piuttosto
se gli pareva lecito accordava. Ma il più delle volte frenava, come
dicemmo, la discussione con un comando militare, reminiscenza de’
suoi giovani anni, che mutava di rigore a seconda de’ casi e della
circostanza. Così quando le chiacchiere della moglie l’avevan appena
nojato, un _Garde à vous_.... e la donna subito zittiva; se ella però
ripigliava, ed egli cominciava ad infastidirsi, le replicava con un
più sonoro _armes-aux-pieds_. Se infine questi due comandi erano stati
vani e le manovre non erano eseguite, usciva con un finale e rabbioso:
_fron-en arrière-front!_ dopo il quale nemmeno sua moglie osava più
fiatare.
Ciò non ostante per i primi mesi finì coll’avere ragione mamma
Caterina. La taverna era deserta, e il sergente Carrera continuava da
trenta giorni a mangiare egli solo i suoi intingoli. Mamma Caterina
disperava, e Carrera stesso era impensierito e molinava tra sè di
cambiar mestiere.
Finalmente un giorno, una brigata di studenti usciti allora di scuola
coll’appetito che sogliono mettere certe età e certe lezioni, alzarono
il naso come Renzo all’insegna del _Sole_, nell’apologo degli _Animali
Parlanti_, e si fermarono a guardare e a leggere.
— Tò — disse uno di loro — deve essere un oste di spirito quegli che ha
scelto quell’insegna.
— E di coraggio, soggiunse un altro. Quel Leone che fa le parti a modo
suo «_quia nominor leo_» ricorda il famoso apologo nel _Congresso di
Vienna_ e mi pare impossibile che il _Buon Governo_ l’abbia perdonato.
— Bah! Il Buon Governo è troppo buono per capire queste cose.... Ma la
scritta dico io «Qui si mangia si beve e non si giuoca».... che l’oste
sia un quacquero?!...
— Potrebbe essere un filosofo... là.
— Da pranzare ce n’è...
— Sicuro che ce n’è...
— Cosa per esempio?...
— Minestra e intingoli di pollo... formaggio, insalata.
— E null’altro?
— Non è anche troppo? — fece il sergente.
— Eh..... — rispose il primo interlocutore.....
— Quando lo dite voi..... signor oste..... basterà.
— Vengano di sopra e staranno meglio.
— Avete una stanza di sopra?
— Due ne abbiamo — fece Carrera sempre collo stesso piglio....
— Allora andiamo di sopra....
E i quattro studenti si misero a tavola.
Trovarono il vino eccellente, l’intingolo squisito, i prezzi
discretissimi e quand’ebbero finito vollero fare un brindisi agli
_Animali parlanti_ ed al loro proprietario.
— Come vi chiamate, caro oste? — disse quegli che pareva il capo della
brigata e che era il nostro conoscente Ernesto Gastone.
— Pietro Carrera, sergente di Napoleone e decorato della Legion d’onore.
— Sergente?.... Cavaliere voi, e fate l’oste... qui?.... fece Ernesto
guardando le pareti nude e le quattro tavole bianche della sala.
— E perchè no?...
— Ma un sergente di Napoleone potrebbe essere almeno tenente nel nostro
esercito.
— Un sergente di Napoleone può vendere degli intingoli ma non può
vendere la sua coscienza.
— Bravo Carrera! viva il nostro sergente Carrera!.... Toccatela con
noi, sergente!...
E gli studenti sporsero uno de’ loro bicchieri al veterano e vollero
che bevesse con loro...
— Sì, ma viva pure quello là — disse Carrera — e additò sopra il camino
un busto in gesso di Napoleone I.
— Ma l’Italia prima ancora di lui! — replicò il capo della brigata.
— L’Italia.... L’Italia.... biascicò tra i denti il sergente.... ma chi
la libererà l’Italia... lui!... ancora lui!.... disse alzando sul busto
i suoi occhi umidi di lagrime involontarie.
— Sergente, voi siete un nobile cuore — disse uno degli studenti. —
Noi ci intendiamo e ci intenderemo meglio. Intanto gli studenti di
Torino prendono sotto la loro protezione gli _Animali Parlanti_ e da
quest’oggi essi diventano una succursale della Università degli Studi.
— No — disse Carrera — vi ringrazio.... no, troppa gente mi noierebbe e
mi nuocerebbe... — Pochi ma buoni... mi basta.... e ad una condizione.
— Che qui non si giuoca?
— E che non si scherza — soggiunse il sergente.
X.
SOLDATI E STUDENTI.
Una volta scoperti, gli _animali parlanti_ diventarono di moda. Tutta
l’Università vi volle letteralmente passare; il buon mercato attirava
non meno che il nome del Taverniere e la bizzarria dell’insegna.
I quattro studenti poi s’erano ben guardati dal ripetere il brindisi
che avevano fatto assieme al vecchio soldato, e nulla era trapelato
di quella specie di patto. Ma la voga durò due mesi, poi cominciò a
scemare.
Molti erano sazi degli stufati di mamma Caterina, e molti trovavano che
il bettoliere era troppo severo e i racconti delle sue campagne troppo
lunghi, ed avevano finito col riparare altrove. Così la società era
andata vagliandosi e diradando fino a che si ridusse ad una dozzina
di veri avventori. Ma questi erano fedeli a tutte le ore del giorno
e della notte, e si sarebbe detto che avessero fatto degli _animali
parlanti_ il loro quartiere generale. Il fatto è che essi avevano altre
ragioni oltre quelle del piacere per non lasciare quel posto.
Essi in quella casa trovavano una sicurezza che in nessun altro luogo
avrebbero trovata. Giunta una certa ora, guardatisi in faccia, numerati
gli amici, non temevano che alcun orecchio traditore fosse alle porte
ad origliare e intanto che il vecchio sergente andava e veniva montando
le guardie per essi, potevano dirsi tutto quello che volevano, e
senza tema d’essere uditi e scoperti. Quella taverna era un asilo, una
fortezza, talvolta — per le idee che vi si manifestavano — un tempio.
Tutte le rivoluzioni, fu detto, hanno cominciato all’Osteria..... La
rivoluzione del 20 in Piemonte cominciò agli _animali parlanti_!
Quei dodici studenti erano Enrico Gastone, Alberico Grandis, Pietro
Muschetti, Angelo Tubi, Giovanni Majoli, Federico Vigliani, Urbano
Rattazzi, Costanzo Ferrari, Alberto Pareto, Nino Tosti, Giovanni
Durando e Angelo Brofferio; e questi dodici nomi erano i rappresentanti
della Università Torinese, e i più ardenti di quella generazione alla
quale era serbato l’onore di dare il primo sangue in quella nuova
impresa che si preparava per la causa d’Italia.
Erano tutti _Carbonari_ come voleva l’epoca, ma alla Carboneria
credevano poco, molto invece aspettavano dall’esercito, nulla dal
popolo. Nell’esercito vedevano uomini o per ingegno o per vanità, o
per fama di operate prodezze autorevoli nel paese; e i primi tra essi,
alcuni usciti dall’esercito napoleonico e devoti alla libertà, che
credevano aver propagata col loro sangue e ad ogni modo nemici delle
patteggiate umiliazioni del 1815 e desiderosi di vendicare, in un colla
caduta del loro Capitano, i loro stessi diritti. Altri, i più giovani
entrati da poco nell’esercito, ma educati all’abborrimento dell’ozio
imbelle, e della spregevole bandiera per amore delle classiche
tradizioni dovunque risorgenti, per animo generoso o bisogno di audaci
imprese reputati esperti più che non fossero delle cose della guerra,
erano già tenuti ed eletti per i principali fattori dell’aspettato
risorgimento.
Nel popolo invece, ineducato, inesperto, stanco, dissanguato da
quindici anni di guerra, estimato sordo ad ogni idea generosa e
incapace di un’opinione, nessuno invece confidava o soffermava il
pensiero.
Credevano che come gregge avrebbe ubbidito il cenno dei condottieri e
applaudito il vincitore.
Negli studenti stessi, e nella gioventù colta in generale, non era a
sperare gran cosa: i figli della nobiltà, tranne pochissimi e numerati
esempi, impastati di feudali tradizioni e tremanti sotto il cenno
della illimitata autorità paterna, e sedotti, o comprati dalla speranza
d’una carriera che la povertà quasi universale della nobiltà rendeva
necessaria alla corte ed alla milizia, e la più parte per piccolezza
d’animo e di mente inetti a guardare oltre una spanna ed a sentire lo
spirito dei tempi che si maturavano.
Restava la borghesia, ma anche da questa, quanta parte bisognava fare
ai pusilli, al numero immenso che la educazione gesuitica del tempo,
sovrana in Piemonte, evirava e impecoriva!...
Se non che a poco a poco anche gli studenti delle altre città del
Regno, specialmente quei di Genova ed Alessandria, si ammaestravano
alle stesse idee e si stringevano a quei della Capitale in una lega
fraterna, che più tardi prese il nome di federazione Universitaria, e
raffigurando così l’altra più grande federazione dei popoli italiani
che era il sogno più audace, il supremo ideale dei liberali d’allora.
A incoraggiare e cementare queste frazioni, a dar loro unità
d’indirizzo e d’azione, professori e maestri secretamente conferivano
nelle scuole colla esposizione di liberali dottrine, fuori col
consiglio, e più tardi coll’opera e coll’esempio. La storia cita l’avv.
Carlo Massa da Asti, Pietro Baggiolini e l’avvocato Tubi.
Ridotte a così sottil numero le file, facile era tenerle insieme colla
congiura; e la istituzione dei carbonari serviva meravigliosamente
all’uopo. La Carboneria era il vincolo comune. Pei carbonari la
_Federazione Universitaria_ comunicava coll’esercito, e col resto
della cittadinanza che entrava nel partito liberale. Ogni parte però,
l’esercito, gli studenti, i cittadini, aveva capi suoi proprii, e si
moveva, come direbbesi ora, entro un certo limite indipendentemente.
E per la trafila delle _Vendite_ comunicavano poi coi liberali
della restante Italia, ma era più una comunione di idee che una lega
coordinata ad un centro unico, dittatore per un’azione concorde.
In Torino esisteva pure la Federazione Universitaria, e quattro dei
suoi dodici membri, Ernesto Gastone, Alberigo Grandis, Ottavio Tubi e
Pietro Muschietti, formarono una specie di Balìa, di comitato esecutivo
investito di più ampie facoltà, e il solo che avesse l’incarico di
mantenere comunicazioni coi capi dell’esercito e della cittadinanza, e
di entrare a parte di tutti i segreti del movimento.
Quando però il comitato aveva qualcosa di più intimo da trattare
ammiccava l’occhio ai suoi otto amici: essi si ritraevano in un’altra
stanza e il comitato restava solo.
Gli studenti avevano saputo destramente togliere al convegno degli
_animali parlanti_ ogni carattere politico. Venivano nelle ore del
desinare o della cena, spesso colle loro amorose; sturavano molte
bottiglie; parlavano di amori, di teatri, di romanzi, di piaceri,
e tra un sorso e l’altro disputavano anche di filosofia, facevano
chiasso diabolico, ma non proferivano una parola di politica se non
quando erano in consiglio ristretto e ben sicuri. Per parere ancora più
leggieri e spensierati s’erano imposti il nome, _Società degli animali
parlanti_, e avevano preso ciascuno il nome di una bestia stravagante,
e votato con pompa bizzarra, una specie di statuto che doveva regolare
tutti i loro atti e del quale l’oste stesso era il Presidente.
I birri del Lodi che avevano subito messo l’occhio sopra questo ritrovo
e che avevano tentato più volte di penetrarvi per spiarlo, avevano
finito col persuadersi ch’era una brigata di buontemponi che non aveva
altro per il capo che le feste e le belle donne; e l’oste un volpone
che aveva saputo fare l’austero per spennarli più largamente.
A poco a poco però l’osteria degli _animali parlanti_ cominciò ad
essere visitata da un’altra compagnia d’avventori. Diedero l’esempio i
soldati d’alloggio nel quartiere vicino, adescati dalla fama del buon
vino e dal profumo dei pasticci; poi seguirono altri dei quartieri più
lontani di Piazza Carlina, della Consolata e della Cittadella.
Sappiamo già che il sergente vedeva di buon occhio questa compagnia e
che gli studenti la cercavano; dunque erano festeggiati e corteggiati.
Carrera si metteva in mezzo a loro a contare le sue campagne, e gli
studenti si fermavano ad accendere una pipa ed a toccare i bicchieri.
Erano per lo più caporali e sergenti, giacchè la paga della povera
recluta era troppo smilza per arrivare anche solo ai banchetti degli
_animali parlanti_, e a primo aspetto pareva che non s’occupassero
d’altro che di rifocillare i loro stomachi e stare allegri, finchè la
disciplina lo permetteva e batteva la ritirata.
Carrera stava attento a’ loro discorsi e non poteva capir altro che
fiabe di caserma e scongiuri di beoni!
Tutt’al più qualcuno mandava un melanconico sospiro al suo villaggio
lontano, a sua madre inferma, alla sua vita de’ campi perduta.... e
tornava a bere.
Per questo Carrera aveva avuto cura di tenerli sempre nella sala a pian
terreno, mentre noi sappiamo che gli studenti stavano al primo piano.
Ma Ernesto Gastone, la nostra conoscenza, un giorno volle tentar una
prova con un sergentino dei Dragoni, e quando fu per congedarsi e per
stringergli la mano gli fece il segno del Carbonaro.
Il sergentino rispose. — È dunque dei nostri, pensò il giovane Gastone,
e ce ne saranno forse altri.
Il sergente fu invitato a salire dagli studenti, fu riconosciuto per
_tinto_, per amico, abbracciato e festeggiato e ammesso nella società.
Dietro a lui vennero altri dei suoi camerati e poi altri ancora; furono
ricambiate le parole d’ordine, e in fine la lega tra studenti e soldati
fu conchiusa.
Un consiglio di prudenza però voleva che l’amalgama non fosse troppo
palese nè troppo inteso, e fu convenuto che i soldati avrebbero
continuato a tenere abitualmente la prima sala e che gli studenti non
sarebbero discesi, o i soldati saliti che per reciproco invito.
C’era però un altro pericolo: i soldati erano per muoversi, e ci poteva
essere il traditore, e bisognava scegliersi e contarsi, e non parlar
mai di cosa alcuna compromettente, se non quando la compagnia era
ridotta a quei cinque o sei più fidati.
Al tocco della ritirata i più rientravano in quartiere e non restavano
che quelli che ne avevano ottenuta licenza.
Ma quando un soffio favorevole li spinge, gli uomini fanno una valanga
come le palle di neve.
La burlesca insegna del sergente Carrera aveva attirati gli studenti,
gli studenti i soldati, i soldati i bass’ufficiali, ed ora tutte queste
forze associate insieme attiravano gli ufficiali. Una voce venuta non
si sa donde, ripetuta da tutti e da nessuno, sottile e insensibile,
serpeggiava, quasi un gran segreto, nelle file de’ liberali: che
agli animali parlanti era l’unico luogo dove si potesse star sicuri.
Si aggiungeva a bassa voce che l’oste era bonapartista e tutti gli
avventori Carbonari. Ce n’era anche di troppo per incoraggiar coloro
che avessero avuto bisogno di trovarsi in simile compagnia.
Infatti a poco a poco cominciò a capitare a desinare e cena qualche
sottotenente, poi due o tre luogotenenti, infine, cosa molto
sorprendente, un Capitano! È vero che quest’ultimo ci compariva di rado
e ci si fermava poco. Beveva un sorso, cambiava quattro ciarle cogli
altri ufficiali e cogli studenti, eppoi se n’andava... ma insomma ci
bazzicava.
Il sergente Carrera vedeva oramai realizzato il suo sogno, e quando
arrivò il Capitano incoronò d’alloro il busto di gesso del suo
Napoleone e canticchiò tutta la sera a bassa voce la _Marsigliese_.
Donna Caterina che vedeva rigurgitare la cassetta di quattrini, si
sentiva scoppiare di gioia e aveva cessata ogni opposizione contro suo
marito che cominciava a credere uomo di genio.
Carrera però non decampava dal suo sistema «Giuoco no» ci s’intende! —
nè alcuno per vero dire pensava a violar la consegna.
Sul capitolo — donne — aveva cercato metterle alla porta; ma su questo
punto aveva trovato duro. Egli non voleva persuadersi che uno studente
senza donna è un essere imperfetto, monco, eunuco. Quasi tutti quegli
studenti poi avevano de’ serj impegni e non potevano esonerarsi
dall’obbligo di condurre a cena almeno la domenica le loro crestaie.
Carrera sulle prime non voleva capirli, aveva mostrato il broncio ed
era arrivato a dire che le avrebbe messe alla porta.
— Tu non lo farai — aveva detto Ernesto, — sarebbe come mettere alla
porta noi tutti. Senza dire che si schiaccerebbe qui la rivoluzione
che vuoi fare in piazza, e con cui non ci sarebbe nè grande esercito
nè grande capitano che tenga. Non vuoi capire che studenti e crestaie
sono una cosa, che esse sono il fiore delle nostre feste, l’ornamento
del nostro braccio, la gioia dei nostri studi, la nostra poesia in
una parola? Uno studente senza amorosa è un preparato anatomico senza
anima. Se tu vorrai trovarne uno, dovrai andare fra gli sgobboni
ciuchi e birboni che hanno già venduta l’anima rachitica al buon
governo, oppure tra qualche scheletrito filosofuccolo, confitto sopra
un palinsesto di carta pecora a cercare la dimostrazione matematica
del moto in mezzo alla gente che si muove. Ma costoro non vengono agli
_Animali parlanti_ o gli denunzierebbero al primo birro che passa. Se
vuoi dei rivoluzionari che abbiano nel fegato un po’ di santa bile e
nel cuore un po’ di santo amore, capaci a giuocar tutto per una bella
parola che si chiama libertà, bisogna che tu li cerchi tra coloro
che sono anche pronti a giuocar tutto per quella bella cosa che si
chiama la donna. Togli l’uomo alla donna e addio eroismo. Togli allo
studente il piacere di ribellarsi tutte le sere alla leggi sociali, al
Regolamento e ai comandamenti di Santa Madre Chiesa, e tutto il suo
spirito rivoluzionario se n’andrebbe evaporato. Credi a me, Carrera:
picchia su tutti i temi ma non su questo. Anzi ti consiglio a far buona
cera alle signorine ed a levarti la pipa di bocca quando entrano... Se
no.... addio _animali parlanti_.... Tu non ci vedi mai più.
Carrera finì col fare di necessità virtù e col piegare la testa.
Ma piuttostochè perdere quella buona gioventù e tutto il fascio di
speranze che vi era congiunto, era prudenza compatire qualche sua
debolezza.
Anzi a poco a poco si famigliarizzò anche colla popolazione femminina,
ed a persuadersi che v’erano al mondo delle cose legittime, tollerate
e autenticate, assai più brutte di quegli amori illegittimi e
primaverili.
E come accade che ogni accesso è corretto dal suo eccesso contrario,
finì a prendere sotto la sua protezione quelle povere creature anche
contro i frequenti capricci dei loro amici, ad aggiustare le loro
liti, a soccorrerle nelle loro angustie, a largheggiare di cortesie,
di complimenti e di motti anche più di quello che avrebbe dovuto, e che
mamma Caterina avrebbe potuto sopportare.
Quanto al resto era sempre lui, e non s’era mutato d’un capello.
Abituato alla disciplina ed all’ubbidienza militare non poteva capire
che ci potessero essere quattro uomini raccolti in un luogo, senza che
lui ne dovesse prendere il comando. Egli d’oste non aveva che il nome,
ma in fatto era sempre un sergente che comanda alla sua squadra.
Non avrebbe cambiato per tutti gli scettri della terra la calotta del
bettoliere pel suo berretto da granatiere; così non avrebbe rinunciato
a quelli che chiamava i diritti della sua carica in quell’osteria, ci
fosse entrato un maresciallo di Francia! Era un’osteria, era un luogo
pubblico: comandava lui, e a cui non piaceva gli rincarasse il fitto.
Però tutta quella scolaresca la guidava come una compagnia di
coscritti, ed essa gioconda e spensierata ci si prestava. — Piaceva
a quei giovinotti il rabuffo di quel vecchio che rappresentava
ai loro occhi una storia vivente di onore e di virtù; piaceva a
quei soldati che si sentivano involontariamente subordinati a quel
veterano consacrato dal fuoco di cento battaglie. Ognuno lo amava e
lo rispettava anche nei suoi difetti che non erano che i vezzi del suo
carattere originale.
A chi non avesse conosciuto quell’uomo, quegli avventori, e il segreto
che li riuniva, sarebbe parso strano sentir l’oste dire:
— Sedete lì, voi mangiate questo pasticcio... o andate a farvi
friggere... meno chiasso voi altri là in fondo..... Oggi non voglio
denari.... a domani.... Non vi do altro da bere... siete briachi...
signorine, andate in piccionaia se volete fare il nido — e via di
questa lena, e con questo tuono in mezzo alle risate e ai battimani
de’ suoi avventori, i quali però erano ben lungi da impermalire o dal
prendere sul serio il suo brontolìo, e lasciatolo passare, finivano
col fare a modo loro, e col mettergli sossopra tutta la casa ch’egli
avrebbe voluto ordinata e disciplinata come un accampamento militare.
XI.
CONFIDENZE.
Giorgio, tinto carbonaro, era tornato da Ernesto con una faccia molto
scontenta.
— Ebbene, gli aveva chiesto Ernesto, è compito il mistero?
— Compito — rispose Giorgio sospirando.
— Non mi sembri molto contento... La faccia augusta del Gran Maestro
non ti ha commosso?
— Mi avrebbe fatto ridere se avessi potuto dimenticar che quella
gente... deve liberar l’Italia...
— Parla piano che nessuno ti senta. Rischieresti d’avere alle spalle
un decreto di _soppressione_ e di lasciare la vita alla cantonata di
casa tua senza nemmeno vedere da che parte sia venuto il complimento —
fece Ernesto sforzandosi di vincere il sorriso di incredulità che gli
spuntava sulle labbra.
— Baje! Io credo che quella gente abbia il cuore di cartone come i
pugnali... e la testa da morto come i simboli... È meglio che torni
al mio paese e che compia il mio progetto. Io non ho nulla a che fare
nella commedia che si recita qui.
— Tu hai dei progetti? Hai sempre delle speranze.
— No. — Al contrario gli è il difetto di ogni speranza che mi fa covare
un progetto.... insensato forse, ma necessario...