Ma il sergente Carrera, oltrechè essere un devoto napoleonico, era

un uomo austero; non avrebbe mai voluto un mestiere che servisse

d’alimento al vizio ed alla poltroneria. Fino al buon vino ed alla

buona tavola ci arrivava, e memore delle allegre libazioni del bivacco

e dei festosi ditirambi della vittoria, poteva perdonare qualche

scappata in onore di Bacco, che era nella sua mitologia, meglio

dell’infida Venere, il solo amico di Marte.

Inoltre egli aveva un pensiero segreto che non aveva ancora interamente

rivelato a nessuno e che pochi soltanto avevano confusamente

indovinato.

Egli voleva formarsi un pubblico d’avventori tutto suo, col quale

poter star a discorrere, disputare a comodo suo, senza ombra e senza

sospetto, ed al quale, occorrendo, svelare le recondite speranze

del suo cuore, e questo pubblico non poteva essere di scioperati, di

fannulloni e d’imbecilli. Il suo ideale erano i giovani ed i soldati,

i giovani perchè pronti a tutte le idee generose, i soldati perchè, una

volta educati, avevano il braccio armato per sostenerle.

Per questo egli aveva aperto bottega in via della Zecca tra

l’Università e la Caserma, sperando che la vicinanza gli avrebbe

tirati gli avventori d’entrambe le parti, per questo teneva il miglior

_Barbera_ e lo vendeva al più basso prezzo possibile, e consacrava a’

suoi intingoli di pollo tutto lo sforzo della sua arte culinaria.

Quanto a giuocare ci dovevano rinunciare; chè non è al tavoliere colle

carte in mano che si fanno gli uomini ed i soldati: poi erano tutti

ragazzi, figli di famiglia e corti di borsa, e non voleva che venissero

in casa sua a spennacchiarla di que’ quattro soldi che i loro parenti,

sottraendoli più spesso al pane quotidiano, mandavano loro da casa.

Era un oste evangelico e una bettola morale. Cosa miracolosa in vero!

Mamma Caterina era una buona donna e aveva per suo marito un gran

rispetto confortato da una buona dose di paura. Ma quel sistema

economico non c’era versi che le potesse entrare in capo. Essa era

tutta economia, tutto sparagno, diremo addirittura tutta lesineria:

avrebbe fatto intingoli di passeri se avesse potuto venderli per

capponi, misurato col centimetro le porzioni, e annacquato il vino

a suo padre se fosse venuto alla sua bettola; considerava insomma

l’avventore come il suo arcolaio, un coso da far girare finchè c’era

un’agugliata sul suo cilindro, od un quattrino nella sua tasca; e vi

lasciamo immaginare come doveva cruciarsi di quelle pazze prodigalità

di suo marito.

Perciò su questo tema era un continuo litigio — «Sergente — lo chiamava

sempre per il suo titolo giacchè oppositrice sì, ma rispettosa sempre,

— c’è troppo lardo nell’intingolo — Sergente, facciamoci pagare il lume

agli avventori che si fermano dopo bevuto... Sergente, c’è troppo vino

in quel _Barbera_ — Sergente, se non lasciate giuocare nella vostra

osteria ci giuocheranno i topi!...»

Il sergente rare volte si lasciava tirare a discutere giacchè sapeva,

che una volta accordata libertà di parola, egli era vinto; piuttosto

se gli pareva lecito accordava. Ma il più delle volte frenava, come

dicemmo, la discussione con un comando militare, reminiscenza de’

suoi giovani anni, che mutava di rigore a seconda de’ casi e della

circostanza. Così quando le chiacchiere della moglie l’avevan appena

nojato, un _Garde à vous_.... e la donna subito zittiva; se ella però

ripigliava, ed egli cominciava ad infastidirsi, le replicava con un

più sonoro _armes-aux-pieds_. Se infine questi due comandi erano stati

vani e le manovre non erano eseguite, usciva con un finale e rabbioso:

_fron-en arrière-front!_ dopo il quale nemmeno sua moglie osava più

fiatare.

Ciò non ostante per i primi mesi finì coll’avere ragione mamma

Caterina. La taverna era deserta, e il sergente Carrera continuava da

trenta giorni a mangiare egli solo i suoi intingoli. Mamma Caterina

disperava, e Carrera stesso era impensierito e molinava tra sè di

cambiar mestiere.

Finalmente un giorno, una brigata di studenti usciti allora di scuola

coll’appetito che sogliono mettere certe età e certe lezioni, alzarono

il naso come Renzo all’insegna del _Sole_, nell’apologo degli _Animali

Parlanti_, e si fermarono a guardare e a leggere.

— Tò — disse uno di loro — deve essere un oste di spirito quegli che ha

scelto quell’insegna.

— E di coraggio, soggiunse un altro. Quel Leone che fa le parti a modo

suo «_quia nominor leo_» ricorda il famoso apologo nel _Congresso di

Vienna_ e mi pare impossibile che il _Buon Governo_ l’abbia perdonato.

— Bah! Il Buon Governo è troppo buono per capire queste cose.... Ma la

scritta dico io «Qui si mangia si beve e non si giuoca».... che l’oste

sia un quacquero?!...

— Potrebbe essere un filosofo... là.

— Da pranzare ce n’è...

— Sicuro che ce n’è...

— Cosa per esempio?...

— Minestra e intingoli di pollo... formaggio, insalata.

— E null’altro?

— Non è anche troppo? — fece il sergente.

— Eh..... — rispose il primo interlocutore.....

— Quando lo dite voi..... signor oste..... basterà.

— Vengano di sopra e staranno meglio.

— Avete una stanza di sopra?

— Due ne abbiamo — fece Carrera sempre collo stesso piglio....

— Allora andiamo di sopra....

E i quattro studenti si misero a tavola.

Trovarono il vino eccellente, l’intingolo squisito, i prezzi

discretissimi e quand’ebbero finito vollero fare un brindisi agli

_Animali parlanti_ ed al loro proprietario.

— Come vi chiamate, caro oste? — disse quegli che pareva il capo della

brigata e che era il nostro conoscente Ernesto Gastone.

— Pietro Carrera, sergente di Napoleone e decorato della Legion d’onore.

— Sergente?.... Cavaliere voi, e fate l’oste... qui?.... fece Ernesto

guardando le pareti nude e le quattro tavole bianche della sala.

— E perchè no?...

— Ma un sergente di Napoleone potrebbe essere almeno tenente nel nostro

esercito.

— Un sergente di Napoleone può vendere degli intingoli ma non può

vendere la sua coscienza.

— Bravo Carrera! viva il nostro sergente Carrera!.... Toccatela con

noi, sergente!...

E gli studenti sporsero uno de’ loro bicchieri al veterano e vollero

che bevesse con loro...

— Sì, ma viva pure quello là — disse Carrera — e additò sopra il camino

un busto in gesso di Napoleone I.

— Ma l’Italia prima ancora di lui! — replicò il capo della brigata.

— L’Italia.... L’Italia.... biascicò tra i denti il sergente.... ma chi

la libererà l’Italia... lui!... ancora lui!.... disse alzando sul busto

i suoi occhi umidi di lagrime involontarie.

— Sergente, voi siete un nobile cuore — disse uno degli studenti. —

Noi ci intendiamo e ci intenderemo meglio. Intanto gli studenti di

Torino prendono sotto la loro protezione gli _Animali Parlanti_ e da

quest’oggi essi diventano una succursale della Università degli Studi.

— No — disse Carrera — vi ringrazio.... no, troppa gente mi noierebbe e

mi nuocerebbe... — Pochi ma buoni... mi basta.... e ad una condizione.

— Che qui non si giuoca?

— E che non si scherza — soggiunse il sergente.

X.

SOLDATI E STUDENTI.

Una volta scoperti, gli _animali parlanti_ diventarono di moda. Tutta

l’Università vi volle letteralmente passare; il buon mercato attirava

non meno che il nome del Taverniere e la bizzarria dell’insegna.

I quattro studenti poi s’erano ben guardati dal ripetere il brindisi

che avevano fatto assieme al vecchio soldato, e nulla era trapelato

di quella specie di patto. Ma la voga durò due mesi, poi cominciò a

scemare.

Molti erano sazi degli stufati di mamma Caterina, e molti trovavano che

il bettoliere era troppo severo e i racconti delle sue campagne troppo

lunghi, ed avevano finito col riparare altrove. Così la società era

andata vagliandosi e diradando fino a che si ridusse ad una dozzina

di veri avventori. Ma questi erano fedeli a tutte le ore del giorno

e della notte, e si sarebbe detto che avessero fatto degli _animali

parlanti_ il loro quartiere generale. Il fatto è che essi avevano altre

ragioni oltre quelle del piacere per non lasciare quel posto.

Essi in quella casa trovavano una sicurezza che in nessun altro luogo

avrebbero trovata. Giunta una certa ora, guardatisi in faccia, numerati

gli amici, non temevano che alcun orecchio traditore fosse alle porte

ad origliare e intanto che il vecchio sergente andava e veniva montando

le guardie per essi, potevano dirsi tutto quello che volevano, e

senza tema d’essere uditi e scoperti. Quella taverna era un asilo, una

fortezza, talvolta — per le idee che vi si manifestavano — un tempio.

Tutte le rivoluzioni, fu detto, hanno cominciato all’Osteria..... La

rivoluzione del 20 in Piemonte cominciò agli _animali parlanti_!

Quei dodici studenti erano Enrico Gastone, Alberico Grandis, Pietro

Muschetti, Angelo Tubi, Giovanni Majoli, Federico Vigliani, Urbano

Rattazzi, Costanzo Ferrari, Alberto Pareto, Nino Tosti, Giovanni

Durando e Angelo Brofferio; e questi dodici nomi erano i rappresentanti

della Università Torinese, e i più ardenti di quella generazione alla

quale era serbato l’onore di dare il primo sangue in quella nuova

impresa che si preparava per la causa d’Italia.

Erano tutti _Carbonari_ come voleva l’epoca, ma alla Carboneria

credevano poco, molto invece aspettavano dall’esercito, nulla dal

popolo. Nell’esercito vedevano uomini o per ingegno o per vanità, o

per fama di operate prodezze autorevoli nel paese; e i primi tra essi,

alcuni usciti dall’esercito napoleonico e devoti alla libertà, che

credevano aver propagata col loro sangue e ad ogni modo nemici delle

patteggiate umiliazioni del 1815 e desiderosi di vendicare, in un colla

caduta del loro Capitano, i loro stessi diritti. Altri, i più giovani

entrati da poco nell’esercito, ma educati all’abborrimento dell’ozio

imbelle, e della spregevole bandiera per amore delle classiche

tradizioni dovunque risorgenti, per animo generoso o bisogno di audaci

imprese reputati esperti più che non fossero delle cose della guerra,

erano già tenuti ed eletti per i principali fattori dell’aspettato

risorgimento.

Nel popolo invece, ineducato, inesperto, stanco, dissanguato da

quindici anni di guerra, estimato sordo ad ogni idea generosa e

incapace di un’opinione, nessuno invece confidava o soffermava il

pensiero.

Credevano che come gregge avrebbe ubbidito il cenno dei condottieri e

applaudito il vincitore.

Negli studenti stessi, e nella gioventù colta in generale, non era a

sperare gran cosa: i figli della nobiltà, tranne pochissimi e numerati

esempi, impastati di feudali tradizioni e tremanti sotto il cenno

della illimitata autorità paterna, e sedotti, o comprati dalla speranza

d’una carriera che la povertà quasi universale della nobiltà rendeva

necessaria alla corte ed alla milizia, e la più parte per piccolezza

d’animo e di mente inetti a guardare oltre una spanna ed a sentire lo

spirito dei tempi che si maturavano.

Restava la borghesia, ma anche da questa, quanta parte bisognava fare

ai pusilli, al numero immenso che la educazione gesuitica del tempo,

sovrana in Piemonte, evirava e impecoriva!...

Se non che a poco a poco anche gli studenti delle altre città del

Regno, specialmente quei di Genova ed Alessandria, si ammaestravano

alle stesse idee e si stringevano a quei della Capitale in una lega

fraterna, che più tardi prese il nome di federazione Universitaria, e

raffigurando così l’altra più grande federazione dei popoli italiani

che era il sogno più audace, il supremo ideale dei liberali d’allora.

A incoraggiare e cementare queste frazioni, a dar loro unità

d’indirizzo e d’azione, professori e maestri secretamente conferivano

nelle scuole colla esposizione di liberali dottrine, fuori col

consiglio, e più tardi coll’opera e coll’esempio. La storia cita l’avv.

Carlo Massa da Asti, Pietro Baggiolini e l’avvocato Tubi.

Ridotte a così sottil numero le file, facile era tenerle insieme colla

congiura; e la istituzione dei carbonari serviva meravigliosamente

all’uopo. La Carboneria era il vincolo comune. Pei carbonari la

_Federazione Universitaria_ comunicava coll’esercito, e col resto

della cittadinanza che entrava nel partito liberale. Ogni parte però,

l’esercito, gli studenti, i cittadini, aveva capi suoi proprii, e si

moveva, come direbbesi ora, entro un certo limite indipendentemente.

E per la trafila delle _Vendite_ comunicavano poi coi liberali

della restante Italia, ma era più una comunione di idee che una lega

coordinata ad un centro unico, dittatore per un’azione concorde.

In Torino esisteva pure la Federazione Universitaria, e quattro dei

suoi dodici membri, Ernesto Gastone, Alberigo Grandis, Ottavio Tubi e

Pietro Muschietti, formarono una specie di Balìa, di comitato esecutivo

investito di più ampie facoltà, e il solo che avesse l’incarico di

mantenere comunicazioni coi capi dell’esercito e della cittadinanza, e

di entrare a parte di tutti i segreti del movimento.

Quando però il comitato aveva qualcosa di più intimo da trattare

ammiccava l’occhio ai suoi otto amici: essi si ritraevano in un’altra

stanza e il comitato restava solo.

Gli studenti avevano saputo destramente togliere al convegno degli

_animali parlanti_ ogni carattere politico. Venivano nelle ore del

desinare o della cena, spesso colle loro amorose; sturavano molte

bottiglie; parlavano di amori, di teatri, di romanzi, di piaceri,

e tra un sorso e l’altro disputavano anche di filosofia, facevano

chiasso diabolico, ma non proferivano una parola di politica se non

quando erano in consiglio ristretto e ben sicuri. Per parere ancora più

leggieri e spensierati s’erano imposti il nome, _Società degli animali

parlanti_, e avevano preso ciascuno il nome di una bestia stravagante,

e votato con pompa bizzarra, una specie di statuto che doveva regolare

tutti i loro atti e del quale l’oste stesso era il Presidente.

I birri del Lodi che avevano subito messo l’occhio sopra questo ritrovo

e che avevano tentato più volte di penetrarvi per spiarlo, avevano

finito col persuadersi ch’era una brigata di buontemponi che non aveva

altro per il capo che le feste e le belle donne; e l’oste un volpone

che aveva saputo fare l’austero per spennarli più largamente.

A poco a poco però l’osteria degli _animali parlanti_ cominciò ad

essere visitata da un’altra compagnia d’avventori. Diedero l’esempio i

soldati d’alloggio nel quartiere vicino, adescati dalla fama del buon

vino e dal profumo dei pasticci; poi seguirono altri dei quartieri più

lontani di Piazza Carlina, della Consolata e della Cittadella.

Sappiamo già che il sergente vedeva di buon occhio questa compagnia e

che gli studenti la cercavano; dunque erano festeggiati e corteggiati.

Carrera si metteva in mezzo a loro a contare le sue campagne, e gli

studenti si fermavano ad accendere una pipa ed a toccare i bicchieri.

Erano per lo più caporali e sergenti, giacchè la paga della povera

recluta era troppo smilza per arrivare anche solo ai banchetti degli

_animali parlanti_, e a primo aspetto pareva che non s’occupassero

d’altro che di rifocillare i loro stomachi e stare allegri, finchè la

disciplina lo permetteva e batteva la ritirata.

Carrera stava attento a’ loro discorsi e non poteva capir altro che

fiabe di caserma e scongiuri di beoni!

Tutt’al più qualcuno mandava un melanconico sospiro al suo villaggio

lontano, a sua madre inferma, alla sua vita de’ campi perduta.... e

tornava a bere.

Per questo Carrera aveva avuto cura di tenerli sempre nella sala a pian

terreno, mentre noi sappiamo che gli studenti stavano al primo piano.

Ma Ernesto Gastone, la nostra conoscenza, un giorno volle tentar una

prova con un sergentino dei Dragoni, e quando fu per congedarsi e per

stringergli la mano gli fece il segno del Carbonaro.

Il sergentino rispose. — È dunque dei nostri, pensò il giovane Gastone,

e ce ne saranno forse altri.

Il sergente fu invitato a salire dagli studenti, fu riconosciuto per

_tinto_, per amico, abbracciato e festeggiato e ammesso nella società.

Dietro a lui vennero altri dei suoi camerati e poi altri ancora; furono

ricambiate le parole d’ordine, e in fine la lega tra studenti e soldati

fu conchiusa.

Un consiglio di prudenza però voleva che l’amalgama non fosse troppo

palese nè troppo inteso, e fu convenuto che i soldati avrebbero

continuato a tenere abitualmente la prima sala e che gli studenti non

sarebbero discesi, o i soldati saliti che per reciproco invito.

C’era però un altro pericolo: i soldati erano per muoversi, e ci poteva

essere il traditore, e bisognava scegliersi e contarsi, e non parlar

mai di cosa alcuna compromettente, se non quando la compagnia era

ridotta a quei cinque o sei più fidati.

Al tocco della ritirata i più rientravano in quartiere e non restavano

che quelli che ne avevano ottenuta licenza.

Ma quando un soffio favorevole li spinge, gli uomini fanno una valanga

come le palle di neve.

La burlesca insegna del sergente Carrera aveva attirati gli studenti,

gli studenti i soldati, i soldati i bass’ufficiali, ed ora tutte queste

forze associate insieme attiravano gli ufficiali. Una voce venuta non

si sa donde, ripetuta da tutti e da nessuno, sottile e insensibile,

serpeggiava, quasi un gran segreto, nelle file de’ liberali: che

agli animali parlanti era l’unico luogo dove si potesse star sicuri.

Si aggiungeva a bassa voce che l’oste era bonapartista e tutti gli

avventori Carbonari. Ce n’era anche di troppo per incoraggiar coloro

che avessero avuto bisogno di trovarsi in simile compagnia.

Infatti a poco a poco cominciò a capitare a desinare e cena qualche

sottotenente, poi due o tre luogotenenti, infine, cosa molto

sorprendente, un Capitano! È vero che quest’ultimo ci compariva di rado

e ci si fermava poco. Beveva un sorso, cambiava quattro ciarle cogli

altri ufficiali e cogli studenti, eppoi se n’andava... ma insomma ci

bazzicava.

Il sergente Carrera vedeva oramai realizzato il suo sogno, e quando

arrivò il Capitano incoronò d’alloro il busto di gesso del suo

Napoleone e canticchiò tutta la sera a bassa voce la _Marsigliese_.

Donna Caterina che vedeva rigurgitare la cassetta di quattrini, si

sentiva scoppiare di gioia e aveva cessata ogni opposizione contro suo

marito che cominciava a credere uomo di genio.

Carrera però non decampava dal suo sistema «Giuoco no» ci s’intende! —

nè alcuno per vero dire pensava a violar la consegna.

Sul capitolo — donne — aveva cercato metterle alla porta; ma su questo

punto aveva trovato duro. Egli non voleva persuadersi che uno studente

senza donna è un essere imperfetto, monco, eunuco. Quasi tutti quegli

studenti poi avevano de’ serj impegni e non potevano esonerarsi

dall’obbligo di condurre a cena almeno la domenica le loro crestaie.

Carrera sulle prime non voleva capirli, aveva mostrato il broncio ed

era arrivato a dire che le avrebbe messe alla porta.

— Tu non lo farai — aveva detto Ernesto, — sarebbe come mettere alla

porta noi tutti. Senza dire che si schiaccerebbe qui la rivoluzione

che vuoi fare in piazza, e con cui non ci sarebbe nè grande esercito

nè grande capitano che tenga. Non vuoi capire che studenti e crestaie

sono una cosa, che esse sono il fiore delle nostre feste, l’ornamento

del nostro braccio, la gioia dei nostri studi, la nostra poesia in

una parola? Uno studente senza amorosa è un preparato anatomico senza

anima. Se tu vorrai trovarne uno, dovrai andare fra gli sgobboni

ciuchi e birboni che hanno già venduta l’anima rachitica al buon

governo, oppure tra qualche scheletrito filosofuccolo, confitto sopra

un palinsesto di carta pecora a cercare la dimostrazione matematica

del moto in mezzo alla gente che si muove. Ma costoro non vengono agli

_Animali parlanti_ o gli denunzierebbero al primo birro che passa. Se

vuoi dei rivoluzionari che abbiano nel fegato un po’ di santa bile e

nel cuore un po’ di santo amore, capaci a giuocar tutto per una bella

parola che si chiama libertà, bisogna che tu li cerchi tra coloro

che sono anche pronti a giuocar tutto per quella bella cosa che si

chiama la donna. Togli l’uomo alla donna e addio eroismo. Togli allo

studente il piacere di ribellarsi tutte le sere alla leggi sociali, al

Regolamento e ai comandamenti di Santa Madre Chiesa, e tutto il suo

spirito rivoluzionario se n’andrebbe evaporato. Credi a me, Carrera:

picchia su tutti i temi ma non su questo. Anzi ti consiglio a far buona

cera alle signorine ed a levarti la pipa di bocca quando entrano... Se

no.... addio _animali parlanti_.... Tu non ci vedi mai più.

Carrera finì col fare di necessità virtù e col piegare la testa.

Ma piuttostochè perdere quella buona gioventù e tutto il fascio di

speranze che vi era congiunto, era prudenza compatire qualche sua

debolezza.

Anzi a poco a poco si famigliarizzò anche colla popolazione femminina,

ed a persuadersi che v’erano al mondo delle cose legittime, tollerate

e autenticate, assai più brutte di quegli amori illegittimi e

primaverili.

E come accade che ogni accesso è corretto dal suo eccesso contrario,

finì a prendere sotto la sua protezione quelle povere creature anche

contro i frequenti capricci dei loro amici, ad aggiustare le loro

liti, a soccorrerle nelle loro angustie, a largheggiare di cortesie,

di complimenti e di motti anche più di quello che avrebbe dovuto, e che

mamma Caterina avrebbe potuto sopportare.

Quanto al resto era sempre lui, e non s’era mutato d’un capello.

Abituato alla disciplina ed all’ubbidienza militare non poteva capire

che ci potessero essere quattro uomini raccolti in un luogo, senza che

lui ne dovesse prendere il comando. Egli d’oste non aveva che il nome,

ma in fatto era sempre un sergente che comanda alla sua squadra.

Non avrebbe cambiato per tutti gli scettri della terra la calotta del

bettoliere pel suo berretto da granatiere; così non avrebbe rinunciato

a quelli che chiamava i diritti della sua carica in quell’osteria, ci

fosse entrato un maresciallo di Francia! Era un’osteria, era un luogo

pubblico: comandava lui, e a cui non piaceva gli rincarasse il fitto.

Però tutta quella scolaresca la guidava come una compagnia di

coscritti, ed essa gioconda e spensierata ci si prestava. — Piaceva

a quei giovinotti il rabuffo di quel vecchio che rappresentava

ai loro occhi una storia vivente di onore e di virtù; piaceva a

quei soldati che si sentivano involontariamente subordinati a quel

veterano consacrato dal fuoco di cento battaglie. Ognuno lo amava e

lo rispettava anche nei suoi difetti che non erano che i vezzi del suo

carattere originale.

A chi non avesse conosciuto quell’uomo, quegli avventori, e il segreto

che li riuniva, sarebbe parso strano sentir l’oste dire:

— Sedete lì, voi mangiate questo pasticcio... o andate a farvi

friggere... meno chiasso voi altri là in fondo..... Oggi non voglio

denari.... a domani.... Non vi do altro da bere... siete briachi...

signorine, andate in piccionaia se volete fare il nido — e via di

questa lena, e con questo tuono in mezzo alle risate e ai battimani

de’ suoi avventori, i quali però erano ben lungi da impermalire o dal

prendere sul serio il suo brontolìo, e lasciatolo passare, finivano

col fare a modo loro, e col mettergli sossopra tutta la casa ch’egli

avrebbe voluto ordinata e disciplinata come un accampamento militare.

XI.

CONFIDENZE.

Giorgio, tinto carbonaro, era tornato da Ernesto con una faccia molto

scontenta.

— Ebbene, gli aveva chiesto Ernesto, è compito il mistero?

— Compito — rispose Giorgio sospirando.

— Non mi sembri molto contento... La faccia augusta del Gran Maestro

non ti ha commosso?

— Mi avrebbe fatto ridere se avessi potuto dimenticar che quella

gente... deve liberar l’Italia...

— Parla piano che nessuno ti senta. Rischieresti d’avere alle spalle

un decreto di _soppressione_ e di lasciare la vita alla cantonata di

casa tua senza nemmeno vedere da che parte sia venuto il complimento —

fece Ernesto sforzandosi di vincere il sorriso di incredulità che gli

spuntava sulle labbra.

— Baje! Io credo che quella gente abbia il cuore di cartone come i

pugnali... e la testa da morto come i simboli... È meglio che torni

al mio paese e che compia il mio progetto. Io non ho nulla a che fare

nella commedia che si recita qui.

— Tu hai dei progetti? Hai sempre delle speranze.

— No. — Al contrario gli è il difetto di ogni speranza che mi fa covare

un progetto.... insensato forse, ma necessario...

Memorie d'un disertore, vol. 2/3 · 第 5 / 9 段