— Come!... Santafiori?... Santafiori di S....

— Sissignore — fece Giorgio.

— E figlio di Battista?...

— Sissignore.

— Oh mio caro e buon ragazzo.... qua un bacio.... un altro ancora....

già la disgrazia la ho saputa subito.... non parliamone più. Gran buon

uomo quel Battista... peccato che non abbia voluto.... basta.... ma c’è

il figlio.... il figlio si farà cuore.

Queste parole che il dottore pronunziava a strascico, unite insieme

e rinterzate dal necessario significavano: «peccato che Battista non

abbia voluto farsi carbonaro. Basta, ci vuole pazienza! ma c’è il

figlio da pescare e si pescherà».

Giorgio naturalmente non aveva capito un ette. Ernesto invece indovinò

l’antifona e pensò subito di tagliar corto.

— Ho offerto a Santafiori l’ospitalità in casa nostra.

— Benone — esclamò il dottore.

— E vado a far preparare un po’ di cena per riparare ai guasti che le

diligenze di S. M. hanno fatto nei nostri ventricoli. Intanto ti lascio

solo con Giorgio che ha una malattia segreta da confidarti.

— Oh! — fece il dottore guardando fra dolente e stupito l’ospite suo

che sorrideva. — Via parlate signor Santafiori — ripigliò il medico

quando si fu accorto che Ernesto era uscito. — Sedete e parlate.

— Signore — fece Giorgio restando in piedi e pigliando una certa aria

solenne. — La mia malattia è una fantasia di suo figlio che io non ho

voluto contraddire per poter conservare più gelosamente il segreto che

mi conduce da lei.

— Non si tratta dunque di medicina!... E di che cosa si tratta allora?

— rispose Gastone ravvivato nelle sue segrete speranze e avvicinando la

seggiola.

— La prego di leggere questa lettera — e Giorgio porse al dottore il

biglietto che gli aveva lasciato suo padre. Gastone pose a cavallo del

naso un paio d’occhiali e si mise a borbottare più che a leggere queste

parole:

_Gennaio_ 1827.

«Caro Gastone.

«Quando mi proponeste or sono cinque anni di dare il mio nome alla

Carboneria non lo volli e ve ne diedi le ragioni, che ripetere non

giova.

«Nullameno se a ottant’anni, dopo aver percorse tutte le società

segrete di due secoli e di due mondi, non poteva sentirmi invaghito

d’entrarvi, mio figlio che pose oggi il piede sulla soglia della

vita, non dee restare ignaro di ciò che si pensa, si spera e

si prepara per la libertà del suo paese, ed io desidero ch’egli

offra il suo braccio alla Carboneria, fidente che alla religione

del giuramento egli non mancherà mai. Però lo mando a voi, caro

Dottore, perchè l’iniziate.

«Fate che il suo amore alla libertà ed il suo odio alla tirannia,

fruttino opere generose alla patria e che egli vegga compito il

sogno che io porto meco nella sepoltura.

«BATTISTA SANTAFIORI».

La faccia del dottore mano mano che procedeva nella lettura era

divenuta porporina, copiose stille di sudore imperlavano la sua calva

fronte, due grosse lagrime gli colavano sulle guance, un sorriso di

contentezza gli tremava sulle labbra, e il foglio pareva gli volesse

saltar fuori dalle mani come lo avesse colto la paralisi.

Appena finita la lettera si gettò egli stesso nelle braccia di Giorgio,

gli afferrò colle mani la testa e baciucchiandolo di nuovo: — Ah sì!...

— gridava — oggi stesso.... subito.... mio caro cugino.... mio buon

cugino.... che sii benedetto tu e il padre tuo.

Giorgio non poteva comprender bene il significato di quelle parole

«buon cugino»; tuttavia alla vista di quel vecchio commosso e

tremante non potè vincere egli stesso un fremito d’emozione e dovette

appoggiarsi ad una sedia per non traballare. Quale mai doveva essere

quel mistero a cui suo padre lo avviava dalla tomba, che faceva

piangere un vegliardo e a lui, giovane provato alle percosse, battere i

polsi?

Però come la prima sfuriata quetò, Gastone prese a dire:

— E voi siete ben preparato, figliuol mio?

— Lo sono.

— E se v’imponessero prove terribili?

— Le subirei.

— E se vi comandassero un delitto?

— Un delitto! — chiese Giorgio meravigliato — mio padre non può volere

ch’io m’ascriva a una setta di malfattori.

— Bene! domani sera vi condurrò io stesso alla _vendita_ e sarete

ordinato.

E in quel mentre entrava Ernesto ad annunziare che la cena era

imbandita con soddisfazione di tutti, ma principalmente del dottore cui

la conquista di un nuovo accolito aveva risvegliato uno straordinario

appetito.

La notte Giorgio non potè, come l’inferma di Dante, trovar posa sulle

piume; il domani stavagli confitto come chiodo nella mente e il sonno

stesso non potè sconficcarlo. Quando verso il mattino s’addormentò, i

pensieri della veglia divennero le larve del sogno e nella lor forma

impalpabile sembrarono più terribili. Povero giovane!... quei sogni

erano forse profezie.

Quando si svegliò aveva le ossa peste, le arterie lo martellavano

ancora, e le nebbie della notte non peranco s’erano dileguate

dall’anima sua.

Cercò Ernesto, era all’università; cercò il dottore, era alle sue

visite: si trovò male nella solitudine di quella casa e uscì. Si pose a

vagare solo soletto per Torino, ma ben presto fu annoiato dai monotoni

rettilinei di quelle contrade, dalla perenne penombra di quelle

viottole umide e strette, dove non era vestigio di gloriose memorie

antiche, dove era rachitico il moto della vita moderna, dove una

popolazione nana, taciturna, povera, insassata, senza raggio veruno di

brio e di vivezza italiana, passava e ripassava come popolo di fantasmi

in una squallida necropoli.

Quest’era l’impressione di Giorgio quaranta e più anni fa; e certo

chi confronta la povera capitale dei poveri re di Sardegna e i suoi

sessantacinque mila abitanti colla splendida sede del regno d’Italia,

animata dalle sue duecento mila persone, co’ suoi monumenti, le

sue ricchezze, le sue industrie e il suo splendore odierni, troverà

legittimo il giudizio e onesto il commento che il narratore delle sue

memorie ci appulcra.

VIII.

DELUSIONE.

Giorgio s’era fermato in mezzo a piazza Castello a contemplare la

magnifica facciata del palazzo Madama, lavoro di Filippo Juvara,

lamentando anch’egli che alle altre tre parti dell’edificio mancassero

gli ornamenti della fronte come a un bel viso di donna le grazie

dell’imbusto e l’armonia dell’insieme.

La sua contemplazione però non era così assorta che egli non avesse

scorta subitamente la cavalcata di tre persone preceduta da uno

staffiere in livrea che sbucava sulla piazza destra di Po.

Il cavaliere di destra sembrava gentiluomo d’alto affare, perocchè

gente che già cominciava ad accalcarsi ed a far ala convergeva su

lui principalmente gli sguardi e a lui solo dirigeva gli inchini e

le rispettose sberrettate. Ci fu anzi un tentativo, un preludio di

battimani che smorì via, non sapremmo ben dire se per un sentimento di

decoro popolesco o per mancanza di sego alla macchina dell’adulazione.

Era un giovane lungo, magro, patito, giallo come l’itterizia o il

rimorso, dal mento osseo e nudo d’ogni onore, dagli occhi grigi ora

vaganti e inquieti, ora vitrei e fissi, incavernati dentro i zigomi

prominenti e gli orli sporgenti delle ciglia, simili a fatue fiammelle

nel cavo d’una tomba. Il vestito era nero, abbottonato, disadorno come

quello d’un giovane collegiale uscito di recente dalle austere chiostre

dei Gesuiti: le gambe straordinariamente prolisse gli cascavano più

che non poggiassero sulle staffe; il braccio destro che non reggeva

le redini penzolava come sfibrato lungo il fianco; sulla sua fronte,

nel suo sguardo, nel portamento, nella persona tutta, un marchio

indefinibile di fatalità, un misto di tragico, di grottesco, di

ascetico; don Chisciotte coll’occhio d’Amleto nelle vesti di Lojola.

Guatava sotto le pupille a destra ed a sinistra, rispondeva ai saluti

portando automaticamente la mano all’ala del cappello e facendo ad ora

ad ora caracollare il bianco destriero, esercizio nel quale sembrava

maestro.

— Chi è questo signore? — chiese Giorgio percosso dalla visione di

questa figura.

— Oh curioso! non lo conoscete? — fece uno degli ammiratori — è il

principe Carlo Alberto di Carignano.

— Lui!... — e Giorgio stette a bocca aperta guardando lungamente dietro

la cavalcata che era già sparita dietro le cancellate del palazzo

reale.

La sera giunse, e il dottor Gastone, fatte altre raccomandazioni al

neofita, per vie torte e recondite lo condusse seco alla residenza

dei carbonari. Era questa l’ultima casa a destra in via Santa Teresa;

s’entrava per una pusterla, v’era un atrio nudo ed umido, una scala

larga e scivolante; in cima al secondo pianerottolo un grand’usciale

forato nel suo centro da uno di quei finestrini che si chiamano occhio

di bue.

Gastone picchiò tre colpi colla mano: un occhio si presentò al

finestrino e poco dopo l’usciale si aprì. Tre uscieri o guardiani

coperti da maschere nere stavano impalati all’ingresso, e solo al venir

di Gastone si diedero tre trinciate traverso al petto, saluto e segno

di riconoscimento dei Carbonari.

— Bendategli gli occhi — disse il dottore a uno dei tre uscieri; — è

necessario, amico — riprese volgendosi a Giorgio; — aspettate qui nel

vestibolo finchè sarete chiamato.

E dati ancora tre picchi alla porta di una stanza attigua, vi entrò.

I tre avvolsero intorno alla testa di Giorgio due fazzoletti,

s’assicurarono che luce non potesse entrarvi nè uscirne, lo presero

per mano e gl’intimarono di seguitarli. Il giovine sentiva schiudere e

chiavare delle porte, urtava talvolta i ginocchi nelle seggiole e così

a mano cieca credette di percorrere molte stanze. Ma s’ingannava: egli

non aveva fatto che girare intorno alla medesima sala che il dottore

chiamava vestibolo e i chiavistelli che croccavano non erano che quelli

della medesima porta d’entrata.

Alla fine sentì al suo orecchio la voce del dottore Gastone che gli

susurrò: — venite meco.

Sempre al buio camminò; e come egli credeva d’aver fatto un lungo giro,

gli era impossibile nemmeno colla mente d’orientarsi. Avvertì soltanto

sotto i suoi piedi qualcosa di molle che smorzava i suoi passi, ma non

potè distinguere se fosse erba o tappeto.

Gli fu imposto di fermarsi e si fermò: di non muoversi e non si mosse:

s’accorse d’esser solo e provò la duplice sensazione della notte e del

deserto.

— Chi siete? — tuonò dopo un bisbiglio indistinto di pochi minuti una

voce.

Giorgio disse con voce fermo il suo nome.

— Che volete? — richiese la stessa voce.

— Entrare nella società dei buoni cugini carbonari — rispose Giorgio

facendo pro delle lezioni del dottore.

— A quale scopo?

— Per il trionfo della libertà, lo sterminio dei tiranni e il regno

della giustizia sulla terra.

— Credete la società tanto potente e tanto illuminata per compiere

questa triplice missione?

— Lo credo.

— Non sapete che essa ha le mani grondanti di molto sangue innocente?

— Non lo credo.

— Non sapete che essa, sotto il mantello della carità e della patria,

cova neri progetti d’ambizione e che non altro agogna che satisfare la

propria sete di ricchezza e di onori?

— Non lo credo.

— E siete parato a seguitarla dovunque?

— Sì.

— Ad obbedirla?

— Sì.

— A darle il sangue?

— Sì.

— A darle la vita e la vita dei vostri cari?

Giorgio esitò un impercettibile momento, ma rispose tosto:

— Per un santo fine, sì.

— Dei vostri parenti e dei vostri amici?

— Sì.

— Di non scandagliare, di non discutere, di non travisare i pensieri, i

propositi, i decreti dell’ordine, e di serbarne fedelmente i segreti?

— Lo potrei giurare.

— E vi basta l’animo di compiere per essa qualunque impresa, e, se

fosse necessario per la sua gloria e la sua salute, di consumare anche

un delitto?

Era la stessa domanda che il dottore avevagli fatto la sera precedente,

ed egli diede la stessa risposta.

— Mio padre, Battista Santafiori, che voi forse avrete conosciuto e che

era un santo uomo, non mi avrebbe mandato a voi se vi avesse creduti

capaci d’un delitto.

Lo stesso interrogatore insistè: — ma se la società decretasse ciò che

gli uomini chiamano un delitto, e commettesse a voi il perpetrarlo, che

fareste?

Giorgio non rispose.

— Rispondete.

— Come debbo rispondere? istruitemi — dall’accento capivasi che

l’interrogato cominciava a impazientire.

— Rispondete quel che volete.

— Non ubbidirei.

— Non ubbidiresti?... voi dunque non volete essere nostro «buon cugino»?

Giorgio esitò ancora una volta, poi francamente e con voce risoluta

rispose:

— A questo patto no.

Appena uscite queste parole un gran tramenìo si fece nella sala. Le

porte tornarono a sbattere fragorosamente, e in mezzo alla confusione

delle voci il neofita potè distinguere questa intima: — si escluda, e

si rimandi.

E tosto la stessa persona che aveva sempre parlato, ricominciò con

tuono solenne:

— Se è così, come dite voi, sappiate che non potete entrare nel nostro

ordine. Badate però che se svelerete a persona viva, foss’anche la

minima parte di quello che avete udito e veduto, la Società ha l’occhio

lungo e la mano sicura e ovunque vi celiate saprà colpirvi.

E prima ancora che Giorgio avesse tempo di profferire una ragione

si sentì afferrare da quattro braccia robuste, e senza intimazione

trascinare in mezzo alle tenebre, e dove non sapeva. Provò per un

secondo la voglia di stracciarsi la benda e di rispondere per le rime

a quella violenza, ma il pensiero di suo padre lo contenne. Gli fecero

fare i medesimi ghirigori e lo condussero ancora nel vestibolo. Intanto

nella conventicola la discussione erasi incalorita: quegli che aveva

parlato e che era il Venerabile della Vendita in persona opinava per

l’accettazione, non solamente perchè il rifiuto di piegare a un comando

colpevole testimoniava dell’onestà del candidato, ma perchè lasciarlo

possessore d’una metà del segreto senza legarlo col giuramento

dell’Ordine, era un’imprudenza ed un pericolo.

Un altro invece insisteva per il rifiuto, perchè la base fondamentale

della Società era l’assoluta obbedienza, senza di che essa non avrebbe

più potuto esistere. «Se, diceva egli, noi possiamo imporre come prova

ad un candidato perfino il suicidio, perchè non potremo pretendere da

lui un altro atto qualsiasi?»

Nella testa invece del povero dottore Gastone battagliavano i più

opposti sentimenti. Da un lato l’antica religione del rito carbonaresco

lo eccitava a respingere senza grazia il giovine che aveva così sfidato

le collere onnipotenti dell’Ordine; dall’altro il pensiero che il

suo candidato era il figlio di un amico e di un uomo sì benemerito

della patria e dell’umanità, lo consigliava a impetrare dai colleghi

l’ammissione ed il perdono. Però egli ingarbugliò un discorso tutto

lardellato di citazioni erudite per fare una di quelle dimostrazioni

bifronti e a doppio taglio delle quali i sofisti d’Atene, i farisei

del sinedrio, e i moderati di tutti i paesi furono maestri, provando

che il principio stava per il rifiuto, ma il caso per l’eccezione;

raccomandando il suo proposto in nome dei servigi resi da suo padre,

della sua giovinezza, e delle sue speranze.

Quand’ebbe finito gli grondavano i goccioloni, perocchè nulla eragli

mai costato tanto come il venir meno a quella rigidezza di osservanze

nella quale aveva fatto voto di vivere e morire.

La disputa continuò ancora un poco, ma il partito della eccezione fu

vinto e Giorgio ricondotto al medesimo posto bendato come prima.

La medesima persona con voce anco più solenne ripigliò il discorso così:

— Giorgio Santafiori. Il venerabile consiglio vuole interpretare

benignamente le vostre parole, e non come un atto di disubbidienza ai

suoi precetti, ma come un testimonio d’onestà che per fermo vi onora.

Esso però, prima di ammettervi nel suo seno, affinchè non possiate

nè scagionarvi per ignoranza, nè aspettarvi nessun perdono se gli

trasgredite, deve darvi alcune norme. Norma prima e immutabile: dovete

tenere la ubbidienza cieca e muta ai decreti nostri. Per questo la

Carboneria è potente, per questo essa s’aggira non vista, inaspettata

e temuta dovunque; per questo essa potrà compire la grande missione

che l’autorità dell’universo le ha confidata fra gli uomini. Nessun

atto malvagio può partire da lei, perocchè essa esprima e voglia la

giustizia e punisca di infamia e di morte chi sindaca le azioni sue, e

s’oppone a’ suoi divisamenti. Valgavi un’altra legge, ed è il mistero.

L’ombra è il suo regno, e il silenzio la sua forza. Chi tradisce a

un profano una sola delle sue parole è inesorabilmente condannato

ad essere percosso egli stesso da una mano invisibile ma sicura.

Rammentatevelo; finchè l’ora non sia suonata d’uscir dalle tenebre e di

sfolgorare nella luce, tale è la sua legge. La adempirete?

— L’adempirò — rispose freddamente Giorgio.

— Inginocchiatevi e pronunziate la formula di giuramento.

Giorgio eseguì e pronunziò.

— In virtù dei poteri che ci sono conferiti vi comunichiamo il primo

grado dell’ordine. Voi siete carbonaro.

Fatto ciò gli furono appresi i segni e le parole di riconoscimento,

i saluti e i modi di chieder soccorso, e alla fine fu ordinato agli

stessi uomini che l’avevano guidato di sbendarlo.

Come rivide la luce, Giorgio fu colto da tale attonimento che poteva

quasi rassomigliarsi a stupidità. La fantasia aveva dunque tramato una

sì ricca tela di sogni per preparare ancora più umiliante e cocente il

disinganno della realtà.

Il sotterraneo tenebroso, le pareti cariche d’emblemi, e di simboli

spaventevoli, un tribunale d’uomini pallidi e solenni, la luce

incerta, i suoi arcani che montano dagli abissi della terra e incutono

terrore, il linguaggio mistico e ispirato, il vero, il grande mistero

come lo aveva immaginato, come sapevano prepararlo ed affrontarlo

quei sacerdoti e quei neofiti delle prime religioni d’Oriente, come

l’avevano conservato sotto gli atrii di porfido, o dentro le caverne

dischiuse nelle viscere delle foreste ancor vergini, i grandi maestri

delle Società segrete del Medio Evo; tutto ciò avrebbe forse compensato

la povertà dei sentimenti e del linguaggio, la mancanza di fede e di

vita che in quell’interrogatorio gli si erano improvvisamente rivelati.

Invece un volgare e prosaico stanzone, delle cortine di percallo alle

finestre, un tappeto verde sbiadito sopra una tavolaccia, degli uomini

in cravatta bianca noiati e sonnolenti sopra poltrone di maio spelato

seduti all’intorno, degli emblemi di carta appesi o impiastrati alle

pareti; l’ironia teatrale del terrore; l’aula d’una accademia di

Arcadia nell’ora del chilo.

Giorgio era salito troppo alto nelle nubi e bastò quel fioco lume

di candela per farcelo precipitare; cercò una cortesia per quella

gente e gli fallì; un sentimento di fratellanza e nol trovò; stette

un istante a contemplare quelle figure avvizzite e sbadigliose che

disarmonizzavano tanto dai motti che profferivano e dalla dignità

nella quale si drappeggiavano; e sbagliato due volte il saluto col

quale doveva accomiatarsi, uscì dalla sala e, prima ancora che Gastone

potesse raggiungerlo, dalla casa.

Lungo le scale urtò contro un lungo fantasima d’uomo avviluppato in

un ampio mantello che montava a passi di gigante. Quando costui fu

in faccia al nostro giovane avvallò ancora più il mento nel collare

del ferraiuolo e scavalcò tre scalini in un sol passo. Ma nè l’atto,

nè le tenebre valsero a nasconderlo. Giorgio aveva stampato quel

volto a linee incancellabili in mezzo al pensiero, e non appena lo

travide nell’ombra, lo riconobbe; lo riconobbe e si agguantò alla

ringhieria per lasciarlo passare, più incredulo che atterrito a quella

apparizione.

Era ancora Carlo Alberto di Carignano che saliva la scale dei carbonari.

IX.

GLI «ANIMALI PARLANTI».

Passando nell’aprile del 1820 per via della Zecca, arrivati alle ultime

case bastava alzar gli occhi per vedere al sommo d’una porta larga e

bassa un’enorme insegna di osteria. L’insegna con pennellate da orbi

raffigurava sopra una larga tavola l’apologo del Leone che fa le parti

ai minori compagni di preda, come ce lo ha lasciato descritto Fedro

nelle sue favole, e l’Abate Casti nel suo poema; e sotto portava a

lettere meglio che da speziale questa scritta un po’ singolare:

_Agli animali parlanti_

_si mangia, si beve, e non si giuoca._

Ora bisogna convenire che se la bizzarria dell’insegna e le due prime

promesse della scritta «si mangia e si beve» erano un bell’amo agli

avventori, l’ultima condizione minatoria «e non si giuoca» pareva

proprio stampata là per far scappare tutta quella parte rispettabile di

publico beone e bettoliere che ama avvicendare il corso ed il boccone

col giro di tresette e di primiera.

Alcuno però dapprincipio aveva preso a giuoco il divieto, ed aveva

cercato deluderlo, ma l’oste era subito intervenuto e con due parole

secche e dure come pugni di ferro aveva subito rimesso l’ordine e fatta

rispettare la sua legge...... E gli avventori bevevano, pagavano e se

ne andavano scontenti, e giurando di non tornare mai più in una bettola

che aveva la disciplina del convento, mangiare, bere, e non far nulla!

L’oste però, ad onta del sensibile abbandono del suo negozio, non

mostrava alcuna disposizione a scancellare quell’articolo di legge e

quando quella bettola era deserta si sedeva in panciolle sulla porta;

accendeva la sua lunga pipa e fumava aspettando.

L’oste però non era solo; c’era anche una ostessa; c’era una mogliera,

quindi un’opposizione, un dissenso, un antagonismo di poteri, e dentro

a certi limiti molto ristretti, un dualismo. La moglie infatti non

aveva mancato opporsi fin dalle prime a quella capricciosa proibizione

con tutte le ragioni del tornaconto nelle quali era dottissima, e

con tutte le forze della sua loquela, le quali erano onnipossenti; ma

il marito che le cedeva _pro bono pacis_ in tutti gli accessorii, da

questo, che a lui pareva principale, non volle indietreggiare nemmeno

d’un passo, e un dì in cui la voce della sua compagna s’era fatta

impertinente e riottosa più del dovere, aveva finito coll’intimarle un

solenne ed imperioso _front-en-arrière — front!_ che era il più valido

mezzo con cui soleva chiudere la discussione, e sciogliere le sedute

quando le vedeva un po’ troppo tirate in lungo.

Perocchè bisogna sapere che il padrone degli _animali parlanti_ era

un vecchio soldato; nientemeno che un avanzo di Saragozza e della

Beresina; un sergente del _Grande Esercito_.

Quando nel 1814 fu atterrato l’idolo che egli aveva adorato con 500

mila camerati, portati in giro per le capitali d’Europa, il sergente

Pietro Carrera era prigioniero dei Russi in Siberia, e quando dopo la

pace del 1815 egli potè rivedere l’Europa, Napoleone era già incatenato

sul suo scoglio Africano e il sole dell’impero era tramontato.

Ma Pietro Carrera aveva fatto come il granatiere dell’Elba: aveva

riposto nel suo zaino l’aquila vinta e aveva giurato d’aspettare.

Egli era uno degli entusiasti del grand’uomo, e credeva sempre vederlo

tornare come un Messia. Per lui era la gloria non solo, ma la libertà,

la giustizia, e in una sola parola, la patria, che lui caduto era

divenuta schiava e soltanto in suo nome poteva essere redenta.

Ed all’adorazione del Semidio rispondeva con odio profondo e mortale

contro la torma di tirannelli che s’erano gettati sulle sue spoglie e

se l’erano divise. Tornato in Piemonte non ebbe che parole di disprezzo

per i soldati del grande Capitano che non avevano esitato porre al

servizio de’ suoi nemici la loro vecchia spada di Osterlitza e di

Majoraloswetz, e non volle avere nulla di comune nè con loro, nè col

governo... Li chiamava soldati di ventura e disertori, e quando li

vedeva passare, il fiero veterano voltava le spalle e sputava nero.

Ma bisognava vivere, e dopo avere per i primi tre anni curvata la

fronte, che aveva tante volte sfidato l’aspetto degli Ulani austriaci

e dei Cosacchi, sotto la soma del facchino in un magazzino, trovò una

donna che s’innamorò della sua cicatrice e lo sposò.

Egli aveva allora cinquant’anni e Caterina 40 e l’accordo dell’età non

poteva essere più promettente.

Caterina gli portò in dote un migliaio di lire e questo fu il capitale

col quale inaugurarono la taverna degli _Animali parlanti_.

Memorie d'un disertore, vol. 2/3 · 第 4 / 9 段