era dunque per essere addentrato in un solenne mistero. Egli avrebbe
dunque avuta una missione ancor più grande di quella di difendere
sua madre, di lavorare per la sua famiglia e di adorare Giusta? Egli
andrebbe a pronunciare un giuramento solenne? E stava per diventar
uomo davvero? Che cosa gli avrebbe mai detto quel dottore a cui lo
inviava suo padre? Quale sarebbe mai stata la prova a cui l’avrebbero
sottoposto? E l’avrebbe egli sostenuta con onore? E il coraggio non
gli sarebbe fallito? E una volta _carbonaro_, che farebbe? combattere?
morire anche? che importa! Ma se gli impongono uffici di sangue? Ne
sarebbe egli capace? Che cosa è mai codesto presentimento tormentoso
che si è attortigliato intorno al suo e come serpe gli avvelena la
speranza?...
Questi e altri quesiti mulinavano confusamente, tumultuariamente
innanzi al suo spirito, non interrotti nè dalle fiere scrollate della
diligenza, nè dal cicaleccio della compagnia, nè dagli aspetti mutevoli
e vaghi della campagna che sfilava dinanzi ai suoi occhi per l’ovale di
luce lasciato penetrare dal cristallo della carrozza.
Alla fine, pesto, rotto, maciullato, ma non ancora sveglio dal suo
pensiero fisso giunse in sul far della notte ad Alessandria; smontò
all’Albergo della Posta, dove la diligenza avevalo condotto, e chiese
alloggio.
Il cameriere, squadratolo dal capo alle piante e notate le umili vesti,
l’umile bagaglio e il più umile contegno, lo fece caritatevolmente
montare un centinaio di scalini, e traversato un androne stretto e
sudicio, lo fe’ entrare in una stanzaccia gialla; gli accese una
candela di sego sopra un tavolino da notte di larice dipinto, e
additandogli una specie di cataletto, gli disse:
— Ecco il vostro letto... ma prima il vostro nome.
— Giorgio Santafiori.
— Patria?
— S......
— Condizione?
— Possidente.
— Possidente?? — fece il cameriere proprio con due punti
d’interrogazione, appoggiati da un sorriso d’incredulità.
— Sissignore — rispose Giorgio che non sapeva i pericoli del dar del
lei ai camerieri, specie felina cui più accarezzi, più arricciano il
pelo e graffiano. E com’egli vedeva che il valletto, scritto su un
libraccio, disponevasi a uscire dalla stanza lo arrestò subitamente con
questa domanda:
— Mi faccia il piacere, signore, di dirmi a che ora parte la diligenza
per Torino domani mattina?
La domanda era mossa dalla ferma deliberazione di Giorgio di non
lasciarsi più incastonare nell’interno della carcassa, e di non aver
più la gramola d’un impiegato regio sulle costole.
— Alle cinque — rispose il cameriere voltandosi appena.
— Allora sia compiacente di prendermi un posto; ma se si potesse avere
lo vorrei sul davanti.
— Volete dire in _coupè?_
— Sarà bene in _coupè_.
— Si paga un franco di più per posta, mio caro, e credo....
— Eccovi il di più — e dal taschino del panciotto cavò la moneta
occorrente e la diede al cameriere.
— E la mancia per me, _signore?_
Alla luce dei marenghini di Giorgio aveva mutato sembianze, e il
cameriere s’andava persuadendo di avere in faccia un possidente
davvero.
— Scusi! ha ragione! — e il giovane gli diede un pezzo nuovo fiammante
di due franchi, coll’effigie di Luigi XVIII da un lato e nell’esergo i
tre gigli, schietta immagine del candore dei regnanti di Francia.
Il cameriere lo voltò e rivoltò, con una levata di berretto partì
convinto del tutto d’aver sbagliato ad alloggiare «quel possidente»
nella stanza dei carrettieri, al primo piano sotto il tetto.
Quanto a Giorgio lo scarrozzamento e i suoi diciotto anni non tardarono
a persuadergli il sonno, e malgrado l’assito del suo cataletto,
s’addormentò profondamente.
Alla mattina era in piedi un’ora prima della chiamata, e i cavalli non
erano ancora attaccati, che egli era già nicchiato nel suo _coupè_.
VI.
I GIOVANI SON PRESTO AMICI.
Divideva il sedile con un altro giovinotto press’a poco dell’età sua,
biondo melagranato, vivace, col caschetto gettato di sghimbescio sulla
fronte, una certa eleganza trascurata nelle vesti, la pipa di schiuma
in bocca «che pipava eternamente», sempre in moto e in trambusto con
tutti i suoi sensi e le sue facoltà, ora canticchiando e zufolando
allegramente tutte le canzoni che gli frullavano pel capo, e battendo
la misura col piede, ora sdraiandosi animalescamente sul sedile, colle
gambe sulla serpa, ora rizzandosi in piedi a ciarlar col postiglione
e a dar la voce ai cavalli, ora lanciando facezie non troppo castigate
alle contadinelle, o motteggi non troppo cortesi a viaggiatori pedestri
che la diligenza incontrava sulla via.
Giorgio, per fortuna, non era così imbronciato come la mattina
precedente, e quel tramenìo non lo indispettiva punto, forse perchè
si era detto che quel giovane avea l’aria franca e la cera gioviale, e
la gioventù e la schiettezza han diritto talvolta di farsi perdonare i
peccati delle loro virtù.
Un accidente di viaggio cooperò a domesticare i due viaggiatori del
_coupè_.
Nel giungere a Felizzano, a una posta e mezza d’Alessandria, il
postiglione che era a cassetta non fu presto ad arrestare i cavalli,
e un fanciullino abbandonato in mezzo alla strada corse pericolo di
essere schiacciato dalle zampe. I due giovani, che avevano avvertito
e la buaggine del postiglione e la foga dei cavalli e il pericolo
del bambino, senza profferire una parola nè l’uno nè l’altro s’erano
slanciati insieme fuor della carrozza, e con pari rapidità s’eran
trovati alla testa dei cavalli, agguantandoli al freno con una mano e
coll’altra facendo schermo al fanciullino che ebbe tempo a scampare.
L’impresa finì lì; ma i due giovinotti trovarono buona l’occasione
e per dirsi scambievolmente un complimento e per stringersi la mano;
laonde quando rimontarono in carrozza erano già più che conoscenti, e
se non fosse abusare della parola, un miccino amici.
— Vorrei mangiare attraverso uno dei cani del professor Cridis,
se son capaci di farmi vedere un servizio di posta più sciancato o
antidiluviano di cotesto. — E voi? — fece il giovane della pipa.
— Io ho viaggiato così poco.... anzi nulla che a dir vero...
— E per Dio! foste restato tutta la vita sotto il grembiale della
mamma, credo ancora che ve ne accorgereste!
— In verità il carrozzone è tormentoso, rispose Giorgio.
— E i cavalli? non sembrano forse usciti dalle scuderie di don
Chisciotte? Mettete insieme dei postiglioni sempre briachi, e dei
maestri di posta superbi come i gran maestri dell’ordine Mauriziano e
avrete il resto della derrata.... Che cuccagna dopo il felice ritorno
dell’angusto monarca!... ma finirà, oh finirà!...
— Cszs! signore, credo che quei di dentro possano sentirvi.
— Eh che cosa importa a me! Avete paura voi?
— Non è per me, signor mio: egli è per voi. Sento a dire che
s’incontrano spioni dappertutto come i funghi d’autunno.
— Già!
«Ogni parete un delator nel seno
«Nasconder può.
come dice Pilade ad Oreste.... Ed io auguro a tutti, quattro strettoni
di corda a costo di far da contrappeso io stesso! — rispose il
giovinetto abbassando però d’una mezza ottava la voce, giacchè anche
lui aveva pensato d’essersi troppo azzardato con uno che pareva, è
vero, un buon diavolo, ma che in fin dei conti eragli sconosciuto.
Giorgio pure aveva avuto lo stesso pensiero, e capì che il suo giovine
vicino doveva essere un po’ inquieto delle imprudenti parole lasciate
scappare; onde pensò di rassicurarlo, e fu egli stesso che ruppe il
silenzio così:
— Io la penso come voi, signore, e però, giacchè ci siamo conosciuti in
una buona azione, penso che ci riterremo ambidue galantuomini. Intanto,
come i galantuomini non hanno nulla da celare, così comincierò dal
dirvi il mio nome se lo desiderate.
— Ed io il mio.... se vi pare.
— Io sono Giorgio Santafiori.
— Ed io Ernesto Gastone.
Giorgio diè un balzo sul sedile ed esclamò:
— Gastone! ma è impossibile....
— Curiosa anche questa! E perchè mo’ deve essere impossibile ch’io mi
chiami Gastone piuttostochè.... Bortolone?
— Eh lo so io!... Scusate!... Ma siete voi davvero suo parente?
— Ma parente di chi?... Ohe! Dareste volta proprio adesso!
— Perdono.... ma io voleva dire se eravate parente del dottor Gastone.
— Sentite! mia madre era una donna onesta e credo proprio di sì. Ma voi
come conoscete mio padre?
— E dunque siete suo figlio?
— Credo almeno.... ma dunque voi conoscete mio padre?
— Io non lo conosco.... è il mio che conosceva lui.
— Vostro padre? e come si chiamava?
— Battista Santafiori.
— E cosa faceva?
— L’affittaiuolo.
— Battista Santafiori! Non è la prima volta che mi vien all’orecchio
questo nome.
— Può darsi! Perchè mio padre era molto amico del vostro — disse
Giorgio.
— L’ho udito a nominare, vi ripeto.... ma vattelapesca come e perchè —
rimuginava Ernesto — vostro padre ov’è ora?
— Partito! — sospirò Giorgio, accennando colla mano il cielo.
— Ah! non gli dico buon viaggio perchè non gli posso dire buon ritorno.
— E il vostro sta bene?
— Il mio, eh! eh! Ma non credo che potranno dire così i suoi ammalati
dopo la prima visita.
A Giorgio piaceva poco quello scherzare sopra i parenti e non rispose
nulla.
Ernesto, burlone per natura, non se ne avvide e continuò:
— Quando andate a Torino ci verrete dunque a trovare.
— Ci vado ora.
— A Torino?
— A Torino e a trovarvi.
— Me ne dispiace.
— Ve ne dispiace? e perchè?
— Perchè se venite a trovare il medico è segno che siete ammalato....
Male della nostra età.... questo s’intende. Oggi non c’è mela senza
macchie e.... Basta! Mio padre è.... e vi guarirà, ve ne do parola io.
Giorgio durava fatica a capire; ma siccome non era gonzo, alla fine
chiarì che cosa si intendesse dire il Gastone, e pensò bene, per
nascondere meglio il segreto della sua gita, di lasciarlo nell’errore
suo pagandolo di un sorriso che dir volerà: — È così!
— Mio bravo signor Giorgio: vedo che la civiltà è penetrata anche in
mezzo alle Fillidi del villaggio. Davvero se lo sapesse il vergine
professore Alardi se ne scandolizzerebbe. A proposito di professori
siete studente anche voi?
— Eh no! Sono campagnuolo come il mio povero padre.
— Peccato! Con quella faccia e quelle spalle fareste onore alla brigata.
— E voi siete studente?
— Già! e di terz’anno di legge! — fece Ernesto rizzandosi un po’
orgogliosamente sul sedile e cacciando fuori un buffo di fumo dalla sua
pipa che poteva rivaleggiare col fumaiuolo d’un camino di ferro.
— È una vita allegra lo studente, a quel che ho inteso dire.
— Una volta, dicono di sì. Poco da studiare, i professori che vi
dettavano i quaderni, roba da poter smaltire in quindici giorni; eppoi
meno birri e men gesuiti intorno; i babbi più mansueti, la borsa meno
smilza e le donnine più cortesi. Ma adesso, oh che orrore! La sola
_economia politica_ di quella testa da morto del Cridis basterebbe
a far scappare dall’università. I papà che stringono sempre più i
cordoni e che parlano anch’essi di economia privata; gli scolari che
hanno imparato a sgobbare, e che si ritirano nei retro bottega da
caffè a commentare la costituzione del _dodici_; il _barbera_ più
caro; i bigliardi guardati eternamente da facce patibolari e..... delle
gonnelle non dico nulla. È una vera quaresima. A Torino non trovereste
più un zinzino di ragazza passabile a volerla pagare una laurea
dottorale. C’è la Gigina di fianco al teatro d’Angennes, ma da poco
tempo in qua è divenuta magra e trasparente come un foglio di carta
oliata. Ci sarebbe anche la Cloe di Piazza Vittorio, ma andare in casa
sua è come _ficcarsi_ in un alveare; se ne esce con un po’ di miele
sulle labbra ma colla persona tutta morsicata. Non so se mi spieghi! La
migliore è la Bombason sopra all’osteria degli _animali parlanti_... O
a proposito sapete dove sono gli _animali parlanti?_
Giorgio che era vissuto fino allora nella vita rigida e quasi monacale
della casa e del villaggio, Giorgio che non avrebbe mai pensato vi
potesse essere al mondo un uomo che pensasse a due donne in una volta
e che avrebbe certo afferrato per il collo il primo che avesse ardito
parlare senza rispetto della sua Giusta, fu come colui che cammina
sopra una bella prateria smaltata di fiori e che a un tratto si trova
sotto il piede la melma d’un pantano dove non osa inoltrarsi per timore
di sprofondare. Però quando Ernesto gli chiese se sapeva dove fosse
l’osteria degli _animali parlanti_, non volle chiedere alcuna ulteriore
spiegazione e rispose secco:
— Oh no.
— No? ma siete dunque mai stato a Torino?
— Mai.
— Non importa! Non siete perciò scusato. Un giovine che ignora
l’esistenza degli _Animali parlanti_ — parlo dell’Osteria — è come un
leguleio che ignora l’esistenza delle dodici tavole, o un filosofo
della botte d’Eidelberga. Gli _Animali parlanti_, — dice il mio
amico Grandis, un altro studente che vi farò conoscere se verrete a
Torino — gli _Animali parlanti_ sono la più bella istituzione degli
Stati di S. M. il Re di Sardegna, come la Università è la più brutta.
Ed è una istituzione davvero. Voi la credete forse una bettola, ma
v’ingannate. C’è il suo statuto che ha il vantaggio d’essere mutabile e
riformabile a piacimento; c’è il suo presidente — perchè la istituzione
è repubblicana, — i suoi censori, i suoi tribuni, e come il fuoco sacro
dell’allegria e dell’amore non mancano mai, così ci sono anche le sue
Vestali per custodirlo... e vi assicuro io che la fiamma non muore.
Venite e vedrete... e forse vincerete. Vi farò conoscere Grandis,
quel che vi ho già nominato, che chiamano il _gran cucù_, perchè si è
pensato essere consono a una società d’animali parlanti, che ciascuno
portasse il nome d’un animale. V’è l’_orangotano_, l’_alocco_, e
l’_ibi_, ecc., e perfino le sacerdotesse hanno il loro soprannome
gentilizio.
E mentre Ernesto finiva il suo discorso, la diligenza arrivava ad Asti
davanti all’Albergo col _Leon d’oro_, dove il nostro studente e il
nostro campagnolo scesero a stirizzire le gambe ed a mescere insieme un
bicchiere del più mascagno alla salute degli _Animali parlanti_ e della
loro amicizia.
Quando rientrarono nella catapulta ambulante, il sole tramontava
dietro i colli di Superga: una fascia grigia listata di frange d’oro
incoronava l’orizzonte, e una ombra sempre più lunga e silenziosa
copriva di soave melanconia la terra.
Il postiglione avea smesso di chioccare la sua frusta, i cavalli
trottavano a testa bassa; il cinguettio della vettura andava po’ a po’
smorendo e tutti erano dominati dalla malia possente di quell’ora che
«ai naviganti volge il desìo e intenerisce il core».
Ma oltre questo, Ernesto risentiva gli effetti d’un altro sortilegio,
quello dell’Asti che aveva largamente sorseggiato. Però appena fu in
carrozza si accoccolò nell’angolo e vi s’addormentò, mentre Giorgio
ripigliava il filo dei suoi pensieri, interrotti dal giorno precedente,
gittando appena l’occhio sulle comitive di contadini che tornavano dai
campi, invitate dalle colonne di fumo che si innalzavano dai lontani
casolari, nunzie della cena che le vigili massaie stavano preparando.
Era già notte. Ernesto dormiva e Giorgio lo guardava. Lo guardava con
bontà e, quasi diremo, con intenerimento. Il campagnuolo presentiva che
anche in quell’esistenza un po’ guasta e appannata, v’era un raggio di
bellezza e di generosità, e ascoltava già con certo compiacimento la
voce che dal fondo gli susurrava «sarò tuo amico». Un ciottolone su cui
passò la ruota scombussolò nelle più intime latebre, ci si perdoni la
frase, la carrozza, e fe’ sobbalzare Ernesto che si svegliò.
— Ah finirò col proporre agli _Animali parlanti_ una rivoluzione contro
le regie poste — esclamò tastandosi... dove aveva preso il colpo.
— Per fortuna siamo presto alla fine.
— Dove siamo?
— Il postiglione dice a Moncalieri.
— Ah sì! Veggo «i merli del re».
— I merli del re?
— Sì! in luogo «dei merli del castello del re». Sono abbreviazioni che
ti insegneremo quando sarai nella nostra società..... Ora che vi penso
noi ci diamo ancora del _voi_ a quel che pare! È un’infrazione agli
statuti! Te la senti di darmi del _tu?_
— Con tutto il cuore. — E lì al buio i due giovani si diedero un’altra
volta la mano, nè mai amicizia giurata in faccia al sole fu più sincera
e fedele di questa.
— Viva l’amicizia! Peccato che non c’è la bottiglia per il brindisi...
Ma domani mio caro... Spadafuori.... cioè.... no.... come ti chiami
infine?
— Santafiori! L’hai di già dimenticato.
— Non farci caso.... il nome non importa. Se t’imbrancherai fra gli
_Animali parlanti_ dovrai anche tu rinunziare al tuo nome e pigliarti
per amore o per forza il nome di qualche bestia della zoologia del
Buffon.
— Ed io l’accetterò ben volentieri. Ma dimmi un po’, come potrò entrare
nella vostra istituzione se non sono studente?
— Lascia fare! Ti presenterò io come federato.
— Come federato?
— Sì! È una storia lunga che ti narrerò poi... Verrai dunque?
— Verrò.... ma prima....
— Prima che?
— Prima vorrei che mi aiutassi a trovar la casa di tuo padre il dottor
Gastone.
— Oh bella! s’intende! Se è la prima volta che vieni a Torino dove
vorresti dar del capo?
— In una locanda qualsiasi.
— A farti pelare... Se hai dei quattrini non temere, che la _Bombason_
te ne alleggerirà.
— Ma dove vuoi che vada?
— E non te l’ho detto ancora? A casa mia.
— Impossibile! Sarebbe un’indiscretezza....
— Parola abolita dal nostro dizionario — interruppe tostamente Ernesto.
— Inoltre se vuoi metterti in cura sotto mio padre, è meglio essergli
vicino.
— No, Ernesto. Verrò a trovarti dove vuoi e quando vuoi, ma accasarmi
da te mi è veramente impossibile.
— Ebbene, facciamo un patto. Stasera ti condurrò da Cloe.... e domani
verrò a prenderti.
— Cloe! Non è l’alveare — fece Giorgio sorridendo.
— L’alveare — confermò Ernesto.
— Ti sono infinitamente obbligato.
— Allora fai a modo mio e vieni a piantar le tende nella mia stanza.
Non s’incomoda nessuno. Ti cedo il mio letto; ed io mi sdraio sul sofà.
— Oh, questo poi no — rispose Giorgio che già cominciava a cedere
terreno.
— E _vada todos!_ Bada che è l’ultima transazione. Io terrò il letto e
tu sarai condannato al sofà. È convenuto?
— Ebbene, è convenuto. Ma permettimi un po’ una domanda. I tuoi amici
degli _Animali parlanti_ hanno tutti il tuo cuore, Ernesto?
— Tutti. Col vantaggio che hanno spesse volte la testa migliore.
La diligenza entrava da S. Salvario nell’_Augusta Taurinorum_ e andava
a metter testa al _Bue Rosso_, scalo delle corriere del Tanaro.
I viaggiatori aggranchiti erano smontati, i bagagli calati e ciascuno
avea presa la sua volta.
— Vieni con me, Giorgio — disse Ernesto — e sopratutto non guardar per
aria camminando. Perderesti credito e ti prenderebbero per un poeta o
un almanaccatore. Tutti gli uomini serii a Torino guardano per terra.
Giorgio fece della raccomandazione dell’amico l’uso che credette
e si diede a seguitarlo fedelmente fino a che, dopo buon tratto di
strada, Ernesto picchiava a una casa d’aspetto modesto di piazza della
Consolata, dicendo: — Questa è casa mia. — E apertosi per di dentro il
portello, i due amici entrarono.
VII.
IL PIÙ TINTO DEI CARBONARI.
Il medico Gastone aspettava il figliuolo di ritorno dalla campagna in
un ampio stanzone che servivagli di studio, tutto tappezzato di scansie
e vetrine, piene di volumi, di strumenti chirurgici e d’ogni maniera
di preparati di chimica e d’anatomia. Tutta questa suppellettile
scientifica, a dir vero, non serviva che d’insegna alla bottega, e ben
considerato era messa in mostra più per rinforzare il credito nella
dottrina del Dottor Gastone, il quale aveva accattato bensì una certa
riputazione nella scuola rabbiosamente _brousseista_ di Torino, ma era
ben lontano dall’usare troppo spesso del suo armamentario e della sua
biblioteca.
Nel momento in cui lo troviamo, coi gomiti puntati sul tavolino
passeggiando liberamente con una mano sopra la lucida curva d’una testa
brulla d’ogni lanugine come la guancia d’una giovinetta, il dottor
Gastone pensava... Alla scienza?... no!.... A suo figlio? nemmeno...
sebbene l’amasse di tenero affetto. Pensava alla _Carboneria:_ alla
_Carboneria_ di cui egli era stato il primo apportatore in Piemonte,
che era il suo genio famigliare, il suo sogno, il suo nutrimento, la
sua ambizione e la sua vita.
Nel 1812, in occasione di un viaggio di istruzione che aveva fatto
nel mezzodì, era stato ascritto ai Carbonari del Cilento, e come
laggiù i meridionali hanno il genio, dove genio è necessario, di ogni
scienza simbolica, e le società segrete che ne facevano professione
erano divulgate e potenti, così il Gastone riportò di là tutto il
severo convincimento dei suoi maestri e non provò mai la tentazione
così facile di posporre un punto d’interrogazione dubitativo a certe
ritualità che anche a molti fra i credenti parevano istrioniche.
Fin dai primi gradi erasi avvezzo ad osservare colla religione di
un neofita tutti i precetti del rituale carbonaresco; e quando fu
innanzi nella gerarchia non permise mai ad alcuno di schermirsene e di
deriderlo.
Il dottor Gastone poteva dirsi il perfetto Carbonaro. Non motto segreto
ch’egli ignorasse, non segno cabalistico ch’ei non sapesse eseguire
con drammatica perfezione. Conosceva la storia della Carboneria come i
padri guardiani d’un tempo conoscevano la storia del loro convento, e
le dava anch’egli, e sul serio, origini antiche ed auguste, facendola
scendere da Salomone, da Manete, e via via dai templari, dagli
illuminati, dai framassoni; ogni dì aveva sulle dita i titoli e le
sedi di tutte le vendite, e ti snocciolava all’occorrenza i nomi di
tutti i venerabili e de’ grand’orienti, come avrebbe potuto fare un
_Almanacco di Gotha_ della _Carboneria_. Sapeva a memoria un numero
stragrande di aneddoti e li spacciava sicuro e convinto, e fra le
altre rimuginava una storia completa del modo con cui la Carboneria
aveva aiutato Napoleone a fuggire dall’isola d’Elba, che avrebbe dato
clandestinamente alle stampe per edificazione dei fedeli; e infine
era il bibliotecario, l’archeologo, l’erudito e il giurisperito della
Società.
Con tali attributi e tale fervore di credenza nessuno meraviglierà
s’egli facesse propaganda e se la sua messe fosse copiosa.
Non appena reduce in Piemonte, il suo primo pensiero e il suo primo
sforzo fu di impiantare una _vendita_ a Torino e vi riuscì. I _buoni
cugini_ non si contarono dapprima che sulle palme della mano, ma
poi raddoppiarono, moltiplicarono, e la _vendita locale_ divenne
_centrale_, cui ben presto prestarono sudditanza e fecero corona molte
altre vendite in tutte le città del Piemonte, penetrate in breve nelle
magistrature, nelle milizie, nelle scuole, a’ piedi dell’altare,
nell’aula della reggia, formidabile serpe laocontea che montava
invisibile ma sicura al collo dei tiranni d’Italia, e li avrebbe di
certo strozzati, se essi medesimi non si fossero vestiti delle sue
sembianze e non l’avessero ingannata.
Il nostro dottore però rappresentava la vecchia Carboneria; quella
a cui bastava radunarsi in un sotterraneo addobbato di simboli tetri
per pronunciarvi sopra lo stocco e il gomitolo una tragica formola.
Perciò i patriotti piemontesi, i quali verso il 1818 cominciavano
a comprendere come le opere sole avrebbero potuto suggellare i
magnifici giuramenti delle _vendite_ e che pensavano seriamente ad una
rivoluzione, sebbene fossero pieni di stima per la probità del loro
fondatore, si diedero piano piano a emanciparsi da lui, a celare una
parte dei loro segreti e a non considerarlo più che come uno strumento
passato d’uso o tutt’al più come l’uomo tecnico delle controversie
disciplinari. Però non gli assegnarono che un grado mediocre nella
gerarchia, e lo crearono solamente Censore. Il povero Gastone versò
lagrime amare e sincere per quell’oblìo che a lui pareva ingratitudine;
pensò un momento rassegnare la dignità; ma alla fine non ebbe cuore di
separarsi da quella che chiamava la sua seconda famiglia.
E naturalmente la famiglia prima, cioè la vera, ne pativa alquanto. Gli
interessi andavano alla carlona; l’educazione del figlio ne scapitava;
i malati gli andavano al camposanto, e il dottor Gastone non se ne
accorgeva, parendogli che dal giorno in cui Ernesto aveva presi i primi
gradi dell’ordine fosse in buon porto di salvazione e la famiglia al
sicuro da ogni disastro sotto le grand’ali della Carboneria.
Quando Ernesto entrò nello studio, traendo seco Giorgio che stava di
dietro timidamente, il dottore si scosse dalla meditazione, s’alzò e
baciò ripetutamente il figliuolo che gli corse nelle braccia.
— Babbo... ti presento un mio amico.... un amico.... che ho trovato per
istrada.
— Oh bravo, bravo Ernesto... ho molto piacere — e il dottore
agguantava la mano di Giorgio stringendola più volte col triplice segno
carbonaresco; segno che il nostro campagnolo non solo non capiva ma non
avvertiva nemmeno.
— E come si chiama il signore? — riprese un po’ secco il Gastone, che
non vedendosi corrisposto al segno cominciava a raffreddarsi.
Ernesto declinò il nome del suo amico.