Il cane che Giorgio battezzava per Leone era ben degno del suo nome.

Figuratevi un gigantesco molosso di Terra Nuova, nero come l’ebano,

vellutato come un merinos, muscoloso come un torello, nella cui

magnifica testa, che il re delle foreste non avrebbe dispregiata,

splendevano due occhi bigi e ritondi, sfavillanti di quella calma

luce che denota assieme al coraggio ed alla forza la generosità e la

dolcezza, e avrete uno schizzo imperfetto dell’animale che ora diviene

un personaggio di questo racconto.

E quelle quattro qualità che in lui erano discese per patrizio retaggio

col sangue della sua razza il nobile mastino non tralasciava mai di

confermare coi fatti, ogni qualvolta glie ne era pôrta l’occasione.

La sua vita era una storia di prodezze. Quanti pollai non aveva difesi

dalla volpe, quanti agnelli contrastati al lupo, quanti bambini, quante

donne non aveva tratte a salvamento dalle acque straripate del Po;

uomini e bestie gli dovevano essere grati, ma forse le bestie soltanto

lo erano.

Oltre le grandi imprese egli contava i piccoli servigi che erano

infiniti. Destro in tutti gli esercizii del corpo, alla corsa come al

nuoto, esperto nel portare nello scrigno d’avorio della sua bocca ogni

oggetto le fosse confidato, la lettera dell’uno, il bastone dell’altro,

il cesto di quell’altro, fornito d’un olfatto più maraviglioso della

memoria di Pico della Mirandola, per cui nè un uomo, nè una cosa, nè un

sito gli sfuggivano più, una volta li avesse odorati.

_Leone_ era il paggio, il messaggero, il confidente più veloce, più

sicuro, più segreto, che dar si potesse. Servizievole e cortese senza

parzialità, egli s’affezionava specialmente, come tutti i forti,

a tutti quelli che il suo nobile istinto gli indicava come buoni,

perseguitati od impotenti.

_Leone_ non era però il primo suo nome; se il lettore ama sapere

come egli si chiamasse dapprima, voglia anzitutto ricordarsi come

ancora oggi nelle nostre campagne, gli epigrammisti e i begli spiriti

impongano ai cani i nomi o le qualità d’una persona e di una cosa rea

od odiata. Quanti _Radetzki_, quanti _Giulay_ non udimmo noi condannati

a latrare dalla satirica vendetta del popolano Lombardo! E non

conosciamo noi forse un cane nero che si chiama _Aspromonte_?

Ecco la storia:

La maggiore resistenza che le truppe di S. M. il re fedelissimo di

Sardegna, guidate dal generale Gifflenga, incontrassero nel 1814 sotto

le mura di Grenoble, fu — dopo quella del vecchio Dumoulin — da un

portentoso alano di Terranova che solo, come Giovanna d’Arco, difese

per più ore la breccia della città bonapartista.

Finalmente però, egli fu ferito in una gamba, e le truppe Piemontesi

entrarono trionfalmente nella conquistata fortezza conducendo

prigioniero nelle loro file il domato Orazio Coclite della razza

canina.

Ora uno dei soldati della spedizione di Gifflenga aveva promesso al suo

padrino, sindaco e cavaliere del villaggio d’X... di riportargli, se

tornava sano e salvo, un trofeo della campagna; e con molto acume, per

dire il vero, stimò che il più glorioso di tutti, era il cane stesso

che aveva fatto tanto sudare le Regie Truppe sulle mura di Grenoble.

Così infatti avvenne, e l’audace avventuriere di Terranuova passò dalla

vita militare alla civile divenendo proprietà del sindaco cavaliere.

Ma nel torno di quei giorni arrivavano le notizie che il generale

Buonaparte era sotto la buona custodia degl’Inglesi, sicchè il nostro

sindaco, il quale sebbene avesse sempre odiato per amore della

legittima la illegittima tirannia Napoleonide, non aveva però mai

osato di ridire una parola contro di lui quando faceva e disfaceva

i re d’Europa; ora che tutti strizzavano il loro sputo sul gigante

abbattuto, credette quasi di sciogliere un voto doveroso perpetuando in

qualcosa di vivo e di presente l’odio che aveva dovuto per tanti anni

masticare in silenzio.

Quindi il Terranoviere entrò nella casa del sindaco cavaliere come in

un’altra Sant’Elena, col collare al collo, e col nome di Napoleone; e

così lo chiamarono per parecchi mesi; ma alla fine i fanciulli, i quali

sono i primi confidenti degli animali, si radunarono una bella sera

intorno al loro padre e gli dissero:

— Sentite babbo: _Napoleone_ è così bravo, così dolce, così carezzevole

che dovreste togliergli il collare.

Il babbo cavaliere diede a _Napoleone_ una occhiata da Hudson-Lowe; ma

dopo aver riflesso che libero farebbe meglio la guardia disse:

— Ebbene, toglietegli il collare.

Ridonato così alla vita libera, _Napoleone_ sentì crescere l’affetto

per i suoi giovani intercessori e specialmente per Giusta, la figlia

minore, che era stata la più ardente di tutti.

Il cane inoltre sentiva che quella debole creatura era la migliore

della famiglia, e forse la più infelice, e s’attaccò a lei con tutta

la fedele devozione onde quegli animali sono divenuti il simbolo

proverbiale.

Giusta, d’altro canto, ricambiavalo colle carezze, coi regalucci, coi

trastulli, con quei lunghi discorsi che i bambini fanno agli animali, e

gli animali ascoltano coll’orecchio ritto, l’occhio fisso, rispondendo

talvolta con un gemito che è forse la radice d’una parola che gorgoglia

impotente nella loro gola.

Però quando Giusta capì che il nome di Napoleone era imposto al suo

fido come un marchio di disonore, giurò di toglierglielo; e fedele al

proposito, cominciò da quell’ora a chiamarlo coll’ultima sillaba non

meno formidabile dell’intero nome: — _Leon_.

I famigliari a poco a poco trovarono più spiccio il secondo appellativo

e glielo confermarono, mentre il padre, dopo avere borbottato un po’,

si ridusse a fare questo ragionamento che fu il più giusto di tutta

la sua vita: — Poichè vogliono che il cane sia buono e generoso e

che non debba più portare il collare, sarebbe un’immoralità chiamarlo

_Napoleone_.

_Leone_ adunque, eretto il muso, dilatate le narici, si pose a fiutare

il vento, girò due volte intorno a sè poi come se avesse trovato,

sotto il suo olfatto, la traccia dell’oggetto che ricercava, si pose a

galoppare a gran salti nella direzione di Giorgio.

— _Leon!_... — fece questi, quando l’ebbe a pochi passi.

_Leon_ s’arrestò, fissò i suoi occhi penetranti e sereni nell’individuo

che lo chiamava, lo riconobbe, fe’ cascarsi di bocca gli oggetti che

portava e gettò le sue zampe leonine sul petto di Giorgio con tale

gemito di gioia, con un amplesso così amoroso da far pur troppo pensare

come meno sinceri e affettuosi sieno talvolta gli abbracciamenti

dell’uomo.

Giorgio rispose alla festa dell’animale passandogli una mano dalla

cervice in sulla groppa, ma punto dall’impazienza di sapere che cosa

recasse stretto nei denti, lo lasciò subito dicendogli:

— Porta, _Leon_... porta qui.

Il cane obbediente riprese da terra un oggetto bianco che i fiocchi

d’erba e le tenebre avevano fino allora nascosto, e lo porse a Giorgio.

Questi afferrò; era un sasso avvolto in una carta, e la carta era una

lettera. Due tocchi più veloci del cuore gli dissero che era di Giusta.

— Allora l’aperse, tentò cogli occhi decifrare le parole, ma il buio

non gliene lasciò Indovinare che una sola: il nome di Lei. Ogni altro

sforzo fu vano.

_Leon_ frattanto aveva riafferrato l’altro oggetto che aveva portato e

lo porgeva col muso allungato al suo giovine amico.

— Il mio bastone!...... — esclamò Giorgio. — Oh che fortuna!... E dove

l’hai trovato _Leon_?...

Se il cane avesse potuto rispondere avrebbe detto, che ripercorrendo la

stradetta dove Giorgio era passato poche ore prima l’aveva inciampato,

e riconosciuto al fiuto per quello dell’amico di Giusta, addentato e

portato seco in compagnia della lettera.

Ma il bravo _Leon_ non potè dare altra risposta che una dimenata di

coda e un mugolato. Giorgio intanto si appoggiò al randello, tentò

muovere un passo, e sebbene con qualche dolore pure gli riuscì. Ne

tentò un secondo, e s’accorse che lentamente sì, ma pure avrebbe potuto

guadagnare la casa. Quando il cane lo vide camminare, tornò a fare

una capriola e si pose a trottargli davanti, colla coda in resta, il

naso all’aria, battendo tutti i cespugli, annusando tutte le piante,

avanguardo e guida ad un tempo del nostro ferito.

Dopo un’ora circa, dopo frequenti riposi, dopo aver ribagnata la ferita

coll’acqua fresca e scorrente d’un rivo, Giorgio e il suo compagno

arrivarono innanzi alla soglia di casa Santafiori.

Prima di entrare, il giovine prese _Leon_ per la gorgiera, lo accarezzò

e gli disse in amichevole comando:

— A cuccia qui, neh, _Leon!_.... aspettami.

_Leon_, data un’occhiata in giro, senza esitare un momento si accucciò

sotto una di quelle panchette di marmo che solitamente fiancheggiano

i grandi portoni delle agiate case campagnuole, poste forse con

intendimento di lusso e di ornamento, ma sulle quali molte notti

trovano un letto meno ingrato della strada, le stanche ossa del

mendicante e del proscritto.

La signora Rosalia e Livia avevano aspettato Giorgio senza coricarsi

ruminando nella mente i più angosciosi e strani commenti di

quell’insueto ritardo.

La perdita decretata al mattino del figliuolo e del fratello le

rendeva naturalmente credule del proverbio — che rivela certamente

i pretensiosi apotegmi dei filosofi. «Le disgrazie non vanno mai

scompagnate».

E ciascuna in suo cuor dubitava.

Inoltre Giorgio usciva frequenti sere per un cammino alle due donne

ben conosciuto; ma d’attardarsi tanto non eragli mai toccato, chè dai

piaceri e dai bagordi egli era alieno più che mai.

Quando lo videro zoppicante, reggentesi a stento, madre e sorella

misero un grido; e mentre il figliuolo sedevasi sulla prima scranna

capitata, esse gli furono tosto d’attorno a chiedergli che fosse.

— Non è nulla — fece Giorgio sostenendo con una contrazione del labbro

le sue parole — nel saltare il fossato asciutto della canapaia mi fallì

un piede e me lo sono torto un po’.

La madre lo guardò e indovinando la pietosa bugia del figliuolo:

— Tu non mi dici la verità — esclamò — tu zoppicavi forte, tu soffri

assai.

— Adesso sì perchè la botta è ancora viva.... ma passerà, purchè possa

andare a letto. Vuoi darmi un lume, Livia?!...

La signora Rosalia e Livia, insistettero per osservare la piaga e

medicarla. Volevano svegliar Rocco, chiamare il chirurgo; ma Giorgio

per tagliar corto alle interrogazioni e schivare delle cure che

l’avrebbero costretto a confessare la verità, prese il lume, infilò

le scale tenendosi più ritto che dato gli fosse, e canticchiando per

ingannare l’amorosa sollecitudine delle due donne, la strofa dello

stornello dei coscritti

Va là bellina ch’ora so il tuo male

Tu vorresti sposare un caporale,

montò nella stanza.

Nessuno crederà che egli colla lettera di Giusta in tasca pensasse

prima alla sua ferita.

Chiavato dunque l’uscio della camera per di dentro, cavò la lettera,

la riaperse, e senza tremare, è vero, ma un po’ agitato, lesse quel che

segue:

«Giorgio,

«Che ti accadde?... Ho udito una schioppettata; t’hanno dunque

ferito?.... e molto?... e dove?... per pietà dammi tue notizie, o

mi farai morire.

«Mio padre mi ha imprigionata nella mia stanza, e per di fuori odo

i zoccoli dei villani che fanno la sentinella. Per fortuna quando

sentii che _Leon_, il solo amico che mi resta qui, ululava sotto

la mia finestra come volesse dirmi: «son qua io per aiutarti»

pensai subito di scriverti queste righe e gliele gettai dal balcone

dicendogli «Cerca Giorgio». Il nostro amico partì a gran salti,

ed io spero che tu pure l’adoprerai per dirmi se debbo vivere o

seguitarti.

«_P. S._ Mio padre comandò a tutti di non dir nulla dell’accaduto a

persona viva. Egli ha dunque paura?...»

Giorgio baciò commosso il foglio, afferrò una penna e rispose.

«Giusta,

«Nulla di grave. Pochi pallini che mi han scalfitta la pelle: sta

dunque tranquilla.

«Però se tuo padre non ti rispetta io commetterò uno sproposito e

a costo di farmi bruciare le cervella verrò a strapparti dalla tua

prigione.

«Io pure non parlerò, non per paura, ma per non trascinare per le

bocche della piazza il tuo angelico nome.

«GIORGIO.»

Scritto e sigillato legò la lettera all’istessa pietra di Giusta,

aperse piano piano la finestra, e sussurrò quasi insensibilmente:

«_Leon_». Il cane accovacciato, balzò ritto come gli fosse fischiata

nell’orecchio una palla.

— Porta a Giusta — disse Giorgio. _Leon_ dati due squassi di coda,

sprofondossi a saltelloni nella fosca campagna.

Giorgio allora scoperse la piaga e vide che pochi grani di piombo

avevano appena sfiorate le carni. Egli vi applicò altri bagnuoli,

si bendò, e cacciossi subito sotto le coltri a cercarvi riposo alle

membra, non allo spirito suo.

Di lì a qualche minuto, seguendo la corrente de’ suoi pensieri, egli

sclamò:

— Era ben meglio che m’avessero fracassata la gamba!

La madre passando inquieta dinanzi all’uscio del suo figliuolo raccolse

questa esclamazione e mormorò sospirando:

— Qui c’è ancora la mano di Salomone Arena.

V.

IL TESTAMENTO DI BATTISTA.

Fra le poche carte lasciate da Battista vi era uno scartafaccio di

ricordi, appunti e pensieri, indice interrotto della sua storia,

fronde sparte del suo spirito, radunare e disporre le quali era studio

religioso e sollievo gradito di Giorgio nelle brevissime ore di ozio

che i peggiorati negozii di casa gli concedevano. Un foglietto staccato

che portava il suo nome a una data più recente attrasse particolarmente

l’attenzione del giovine, il quale lesse e rilesse più volte quanto

segue:

«A Giorgio

_Gennajo_ 1817.

«Una cosa sola ti ha taciuto tuo padre, benchè da’ discorsi

della casa, da’ libri o dalle gazzette tu ne debba a metà essere

istruito. Ma a parlartene mi tratteneva, e la tua età ancora

immatura e il timore di sospingerti io stesso in un inestricabile

labirinto di guai e d’affanni dei quali la famiglia nostra fu già

afflitta abbastanza. Però considerai meco stesso che alla fine era

dovere l’apprenderti la verità, perchè se è detto che questa debba

nuocere e chi la bandisce, giova poi sempre a chi la intende, e il

vantaggio dell’uno riscatta il danno dell’altro.

«De’ doveri nostri verso la patria conversai teco più volte, ma più

che le mie parole e l’oscuro esempio della mia vita, ti favellerà

il cuore che hai, lo so, onesto e generoso. Non importa adunque

che io vi aggiunga un jota e su questo conchiuderò: ama la tua

patria collo spirito e colle opere, e adora la libertà, che è il

compimento della giustizia sulla terra.

«Codesta patria, — tel dissi — è tutta Italia, e Dio le volle

dare per confini eterni le Alpi ed il mare: però tutto quanto la

frantuma o la cincischia o la deturpa dee sparire e sparirà. Dee

sparire l’impero forastiero e l’impero pretesco, devono sparire

i regoli mancipii dell’uno e dell’altro, e le barriere e le izze

municipali devono sparire, e le caste e i privilegi, e le leggi

tiranne e i codici barbarici, l’ignoranza e il pregiudizio devono

sparire, e l’Italia ridiventar libera come la Repubblica di

Savonarola e potente come la monarchia che Dante ha vaticinato. In

qual tempo questa opera si compirà, non te lo posso profetare, ma

sento di poterne accennare il modo.

«Non t’inganni la calma stagnante della superficie. Per di sotto

è minato, e nel momento in cui ti scrivo l’Europa è solcata da

una rete di fuoco, e le maglie sono le _Società segrete_. Molte

fra esse son tenui come ragnatele impotenti, ma tutte mirano al

medesimo intento e recano la stessa minaccia. Anni fa erano più

numerose e più sparpagliate, e ti so dire anche lontane assai

dal fine alto e schietto di patria e di libertà. Le componevano e

guidavano per lo più vecchi armigeri di Bonaparte, e i nomi stessi

mostravano l’inanità del concetto e la picciolezza del fine. Ma gli

_Avvoltoi di Bonaparte_, i _Cavalieri del Sole_ e dello _Spillo

Nero_, a poco a poco, e mano mano che la idea d’Italia brillava

più chiara, si andavano via via fondendo in una sola, sorta, non

corrono molti anni, nelle terre degli Abbruzzi dapprima sotto velo

di ministerio umanitario, poi svelatamente politico, denunciata e

tradita da quel re Giacchino Murat che l’avea chiamata e favorita,

e, tienlo per mio testamento, destinata a incorrere egual sorte

ogni qual volta essa fiderà nei principi e non si guarderà dagli

ambiziosi. Vo’ dire la _Carboneria_, il nome della quale non t’ha

ad essere ignoto.

«Ora codesta Società barbifica in tutta Italia, ed in Piemonte ha

ramificazione e capi che ti dirò di poi. Non è, bada bene, che non

si debba desiderarla migliore. Le sue formole son vuote, il suo

fine è vago, e i suoi riti ricordano troppo le iniziazioni delle

antiche caste religiose perchè uomini liberi le debbano osservare.

Per resistere e limare la credo ancora utile, ma riedificare ne

dubito; e inoltre essa è come certe acque che irrigano soltanto

un terreno privilegiato e non solcano mai i vasti campi delle

moltitudini. In ciò sta proprio la fiacchezza sua: essa è casta:

essa è un brandello della società non la società intera. Spera

tutto dai nobili, dagli impiegati, dai soldati; teme il popolo, non

lo educa, e lo trascura, laonde verrà giorno, se non muta stile,

che il popolo le starà dinanzi spettatore sbadato e stupito, come a

una commedia che non capisce.

«Spero però che muterà, e che il tempo e l’esperienza le

schiariranno la via. Comunque, essa in oggi è il nucleo dei

patriotti italiani, ha nelle sue file uomini onorandi, è il punto

di leva del despotismo, vuole rompere le catene della patria, e

bisogna darle la mano ed associarsi. Io non l’ho fatto, figliuol

mio, perchè mi sentiva già vecchio alla politica, perchè i negozii

nostri m’imponevano di consacrarmi alla casa, perchè infine non

avrei potuto entrare ne’ suoi ordini senza tentare una riforma

che sarebbe spiaciuta e forse tenuta per pericolosa semenza di

discordia. Ma tu sei giovine, tu sei a tempo di vederla riformata;

tu puoi forse un dì o l’altro ajutare questa opera, e devi

profferirle il tuo nome.

«Ti dirigerai in nome mio al dottore Gastone in Torino, contrada

della Consolata, e gli presenterai il bigliettino che vedi

unito a questo foglio. Il dottore è carbonaro, ha un grado nella

_Vendita centrale_ di Piemonte e potrà iniziarti. Se ti propongono

giuramenti e formole accettale; e se ti paiono stravaganti pensa al

fine, che è retto.

«Nota che ti parleranno della federazione italiana. Secondo me

codesta federazione dovrebbe essere il patto solidale che lega

fra loro tutte le terre d’Italia nel pericolo e nella battaglia

dapprima, nella vittoria e nella libertà di poi. Ma vi sono molti,

pei quali l’Italia non varca la siepe nel proprio villaggio; e per

costoro la federazione non è che vaghezza o proposito di unione

tutt’affatto accademica, o tutt’al più accordo in un’ora comune

d’azione per imprese diverse, non per un fine unico o fraterno.

Colla scorta della tua mente e del tuo cuore tu correggerai questo

concetto sbagliato. Che se un giorno la _Carboneria_ fallisse

al suo segno, o le sorgessero dattorno associazioni di popolo

educatrici e militanti a un tempo, stringiti a queste; perocchè

questa sola è la vera via della patria e la patria stessa.

«Tuo padre — _Battista_».

Chi ha seguitato le vicende della vita del Santafiori non meraviglierà

se egli professava opinioni che certo in allora erano ancora germinate

in poche menti, forse nella sola altissima di Foscolo, il quale legava

ai venturi un volume di sapienza in poche parole: «Per far l’Italia

bisogna disfare le sette». In Battista come in Ugo quelle opinioni non

erano anacronismi; all’uno le avea dettate l’esperienza delle cose

vedute e delle quali era stato sì gran parte, all’altro il limpido

raggio dell’intelletto, lo studio dell’antica saggezza e la sventura.

Giorgio avea già preso il suo partito. Fece alla sordina i suoi

preparativi di viaggio; diede a credere a sua madre che partiva per

una gita d’affari, corse alla nota inferriata — che il lettore non

avrà dimenticato — a dare una stretta di mano a Giusta, e fatto un

fardelletto di biancherie, leggero come il bagaglio d’un poeta, si

pose la strada di Voghera fra le gambe e via. In questa città trovò

la diligenza che partiva tutti i giorni per Alessandria; carcassa di

animale paleontologico alla vista, macchina tormentatoria alla prova, e

in verità non sappiamo ancora come quel capo ameno di Galeazzo Visconti

abbia dimenticato di porre in uno de’ giorni dispari della sua famosa

quaresima, in luogo del camminare sui ceci colle piante scorticate,

e dello stare a cavalcioni d’un trave coi pesi di piombo ai piedi,

«squassi di diligenza.»

Ma Giorgio, cui la lettera di suo padre ronzava senza posa per il

capo, non badò punto, non sospettò nemmeno gli atroci spasimi di

viscere che l’aspettavano, e fu il primo ad entrare nella _macchina_

e ad appollaiarvisi. Dopo Balzac e Paolo di Kock sarebbe superfluità

e temerità ad un tempo metter mano alla tavolozza per dipingere

la popolazione che si stipa consuetamente nelle diligenze e negli

_omnibus_, e noi siamo franchi dalla spesa di eccitar la fantasia del

lettore per fargli capire ciò che indovinerà assai meglio senza il

nostro soccorso.

Sia però detto per l’esattezza storica: mancavano, è vero, il porchetto

da latte e la balia che fa la _toeletta_ del suo marmocchio, sotto

il naso dei viaggiatori, senza correttivo d’acque odorose; ma v’era

il solito convoglio di mercanti vignaiuoli, la faccia rubiconda e

contenta d’un caporale dei granatieri che «andava in permesso» e la

famiglia numerosa di un impiegato del regio bollo che tornava dagli

ozii della campagna ai sudori del telonio, e proprio a costa di Giorgio

l’impiegato in persona. E poichè il nostro amico amava gl’impiegati

come i cani il cimorro, così l’idea di balzar fuori dalla carrozza

e d’andarsene a piedi non fu l’ultima che gli passò per il capo, e

intanto che la maturava si tirò sulle gambe il pastrano, e sugli occhi

il cappello, sprofondò il mento nel collare della camicia e prese

l’attitudine seria e ingrugnata di chi non vuole appiccare discorso.

L’impiegato, che aveva il talento d’osservazione proprio della specie,

pensò che il suo vicino fosse noiato del silenzio che da pochi minuti

regnava, e aprì tostamente il fuoco così:

— Andate a Tortona, bel giovine?

Giorgio avea nelle vesti e nel volto l’aspetto d’un campagnuolo

benestante e il regio funzionario avrebbe creduto venir meno alla

dignità del regio bollo dandogli del signore.

— No — rispose secco Giorgio.

— Ah! ho capito.... andrete forse alla fiera di Serravalle?

— Nemmeno.

L’impiegato si pose a manovrare sopra un altro fianco.

— La può dirsi ancora una buona diligenza questa qui di Voghera! I

prezzi un po’ caretti... è vero?

— Eh! — fece Giorgio quasi grugnendo, e, per quanto gli era permesso

dall’incassamento, voltando il fianco al regio impiegato.

— La Società fa buoni affari, perchè i cavalli non sono che gli scarti

del nostro _treno_ e agli incanti si possono portar via per una pipa di

tabacco... eppoi, tutti questi paesotti han mercati tutte le settimane

e fiere quasi tutti i mesi; dunque c’è movimento per gli stradoni.

È vero che i vaccari e i porcari vanno a piedi, ma la diligenza è

piena lo stesso... Che vi pare?... Io credo che la sola fiera di San

Gaudenzio a Castelnuovo Scrivia mette in giro... non dico per dire, ma

un dieci mila anime...

«Alle anime messe in giro» Giorgio fece uno sforzo disperato, e girò

anch’egli completamente le spalle all’arrigatore, brontolando fra sè

«che se i porcari e vaccari andavano a piedi, i rompiscatole andavano

pur sempre in carrozza».

L’impiegato, visto l’atto e quasi indovinate le parole, esclamò:

— Anche la gioventù di campagna è senza rispetto in questi tempi? — e

si voltò a tormentare il caporale dei granatieri che avea dirimpetto.

Memorie d'un disertore, vol. 2/3 · 第 2 / 9 段