MEMORIE D’UN DISERTORE
STORIA D’UNA FAMIGLIA DI PATRIOTTI
NARRATA
DA
GIUSEPPE GUERZONI
VOLUME II
MILANO
F. TREVES, EDITORE
1871.
Proprietà letteraria.
TIP. TREVES
MEMORIE D’UN DISERTORE
PARTE PRIMA.
IL PADRE
(_Continuazione_).
XXI.
SOPRA UNA TOMBA.
Giorgio, sebbene l’immagine di suo padre non l’abbandonasse un istante,
non si era ancora recato a visitarlo al suo sepolcreto, perchè era
sicuro che il primo mezzo per onorarlo era di attendere ai negozi
abbastanza intricati e di rendere felice la sua famiglia. Le donne
avevano adempiuto per lui al pietoso ufficio.
Una sera però si sentì oltre l’usato melanconico e dolente: un fiero
spasimo contorcevagli il cuore e provava un insuperabile bisogno di
esser solo e di piangere. Uscì di casa, infilò la prima viottoletta,
si pose a camminare senza direzione e senza scopo, sebbene nel turbine
di pensieri che gli rombava nel cervello, uno più possente degli altri
lo dominasse e guidasse i suoi passi. Andò lungo tratto di via a capo
chino, ora cogli occhi al cielo, ora arrestandosi dinanzi al mormorio
d’un’acqua corrente come se dovesse favellare con essa, ora spezzando
i rami d’albero che gli si paravano innanzi, come se volesse trarre
vendetta di un nemico, distratto, assorto, non vedendo e non udendo
nulla, nè coi sensi, nè collo spirito, di quanto lo circondava.
Già era giunto alla siepe d’albospino che egli stesso aveva piantato,
e non se ne era accorto; sicchè sorpreso e quasi irritato di
quell’oggetto che si frapponeva alla corrente delle sue meditazioni,
s’arretrò di botto, alzando la testa e guardando, fissamente il luogo
in cui si trovava.
Era la tomba di suo padre. Scosse un fremito passeggiero come tocco
di scintilla elettrica, entrò nel piccolo cancelletto della barriera,
andò al tumulo, vi si prostese, immerse la sua faccia nell’erba che
l’incoronava, e vi rimase a lungo come persona morta. Quando levò
la faccia inzuppata di pianto, s’assise sul tumulo stesso, colla
fronte appoggiata a una mano, l’occhio vagante nell’infinito, muto,
insensibile e quasi sculturale.
Durava così il tacito colloquio da pochi minuti, quando una forma
umana uscì dalle file dei cipressi dietro alle spalle di Giorgio, sola
rompendo col fruscio della lunga veste il silenzio profondo della selva
eridania. Giorgio non intese, e solo quando l’umana forma gli passò
davanti, scosse il letargo e la guardò. La guardò e la riconobbe. — La
riconobbe e impallidì, e si imporporò ad un tempo, e le lagrime gli si
disseccarono e il sangue gli rimase al cuore; tentò alzarsi e nol potè,
cercò la voce e non trovò che una parola affiacchita: «Giusta!»
— Sono io, signor Giorgio, vi disturbo, lo so, ed era per andarmene; ma
per uscire dalla siepe dovea passarvi dinanzi..... Scusatemi.
— Oh, signora Giusta.... realmente la siepe è un po’ alta.... perdonate
a me. Capisco che non so bene quel che mi dico. La vostra comparsa fu
sì improvvisa.... e insperata.
— Lo credo. E’ pare che siamo destinati ad incontrarci sempre nei
luoghi solitari!
— Eh sì.... ma l’altra volta era ben in altro luogo.... ed era io che
vi sorprendeva e la cosa cambia assai. Poi, vi dico il vero, era così
lontano dall’aspettarmi.... l’onore — (voleva dire la consolazione, ma
non ardì) — d’una vostra visita qui, che non sono ancora rimesso dallo
stordimento. Perdono ancora — fece Giorgio alzandosi e interamente
riavuto. — Volete sedervi qui? l’erba cresce sì molle in questi tristi
luoghi! O volete che v’accompagni fuori del bosco?
— Grazie.... la strada questa volta la so.... mi sederò poichè lo
permettete. — E i due giovani si assisero sul tumulo che per essere
stretto li obbligava a restare molto vicini.
— Vi siete venuta molte volte? — riprese Giorgio, guardando fisa la
fanciulla.
— Molte no — ma perchè nasconderlo? alcune sì.
— E posso osare di chiedervi il perchè?
— Il perchè? Voi dovreste intenderlo, o Giorgio. Sono un po’ romantica
e mi piacciono le stranezze sentimentali.
— Oh, non dite così!... nol crederò mai.
— Ebbene vi dirò anche che sono sovente triste. Quando la melanconia
mi coglie scappo di casa e corro nei prati, pei boschi, sui sentieri
abbandonati... dove mi capita. Ho veduto questa selva e me ne piacque
il silenzio e vi ritornai volentieri. Come vi trovai una tomba, quella
di vostro padre, o Giorgio, la foresta mi venne ancor più cara e decisi
di visitarla spesso.
— Non è tutto, signora Giusta. Dite che in voi pure s’è desto il culto
delle sante cose; dite che il visitar questa fossa maledetta dagli
uomini vi parve una protesta coraggiosa e un ufficio gentile; dite
che avete voluto dividere con noi, orfani, il tributo di compianto
che rendiamo all’uomo che è qui dentro.... dite questo e vi crederò...
Rispondete, signora Giusta, di chi sono queste viole sparse qui sulla
terra?... Di mia madre nè di mia sorella nol sono, perchè gli è più di
tre giorni ch’esse non vengono qui.
— Sono mie.... e mi concederete, o Giorgio, che passare dinanzi alla
tomba di un defunto senza gettarle un fiore gli è peggio ancora che
passare dinanzi a un povero senza gettargli un soldo.
— Lo concedo sì.... ma concedete a me di dirvi che siete una santa....
ma sappiate che da quest’ora io v’appartengo.... Mi credono un
fanciullo ma non è così... io posso nulla ma la mia vita è vostra. Non
so quale servigio possa rendersi ad una fanciulla oggi. Un tempo davano
la vita, ora non so; ma tutto quello che voi chiederete l’avrete da me.
Non potrei mentirvi in questo sito. Io dubito che abbiate dei corrucci,
che la vostra casa deve contenere dei terribili misteri ai quali non
aveste che l’iniziazione della vittima.... Ma comunque, se io, la
mia casa, tutto quel po’ che avanza ai Santafiori valesse a mitigare
un solo dei vostri dolori, ad appagare un solo dei vostri desiderii,
sappiate ch’io non crederò mai di avere fatto abbastanza che valga il
profumo che sfugge da una sola di queste viole, che ricompensi una sola
delle occhiate di pietà che avete gettate su questa tomba scomunicata.
Giorgio s’era esaltato e la parola, che prima uscivagli balzana e
stentata, sgorgò in sul fluire ardente e veloce. L’agitazione gli aveva
offuscato quel sentimento riguardoso che il luogo e la persona gli
imponevano, e si era accostato a Giusta tanto che oramai le teste dei
due giovani potevano toccarsi.
Per questo Giusta, commossa quanto il suo interlocutore, ma preservata
dal natìo pudore, indietreggiò alquanto senza nessuna espressione di
rimprovero o di esagerato decoro, ma che tuttavia gelò in un subito il
repentino entusiasmo di Giorgio.
E poichè come dicemmo egli non voleva confessare d’amarla, l’atto della
fanciulla lo richiamò al suo proponimento, e lo sforzò quasi a gettare
un po’ d’acqua fresca su tutto quel bollore che egli aveva lasciato
scappare per la via della gratitudine, ma che era già entrato in quella
dell’amore, e architettò nella testa quest’altro discorso il quale non
poteva essere nè più goffo nè più ingiusto.
— Scusatemi, signora Giusta, non è la prima volta che siamo soli e
potete avere fiducia nel mio onore. In qualunque luogo vi trovassi non
vi mancherei mai di rispetto, ma qui, sotto gli occhi di mio padre,
mi farei piuttosto ardere vivo. So, non ne dubitate, quale distanza
mi separa da voi.... io sono povero e sfortunato e voi siete ricca e
destinata alla fortuna. Vi ho confessata la mia gratitudine, perchè
questo sentimento è più forte di me stesso e non potea reprimerlo. Esso
potrà esservi indifferente, lo capisco, ma non offendetevi.
— Basta così, signor Giorgio.... Voi non sapete più quel che vi dite.
— E la fanciulla, voltate le spalle al suo interlocutore, abbandonò il
sacrato e s’incamminò verso l’uscita del bosco.
Giorgio restò senza fiato e senza moto a contemplare Giusta che spariva
fra gli alberi, quasi incredulo che egli avesse potuto lacerare colle
proprie mani la più bella, la sola larva poetica che gli sorridesse
ancora sulla terra.
La fanciulla camminava celeremente e si era allontanata d’un buon
tratto di strada, ma pensava; e più pensava più sentiva che il passo
le si rallentava; una forza più potente del suo sdegno la tratteneva e
finì coll’arrestarsi.
— Povero Giorgio! perchè gli aggiungerò a tanti dolori anche questo
disgusto? Non poteva certo volermi offendere.... egli che mi ama,
sebbene lo neghi. — E senza altro riflettere ritornò sopra i suoi passi
e rientrò ancor non vista nel sacrato dove Giorgio era rimasto colla
testa fra le mani, colle dita abbrancate nei capelli, preso da una
specie di vertigine mentale.
— Giorgio — fece la giovinetta, toccandogli appena la spalla.
Giorgio la rivide, balzò in piedi, si precipitò alle sue ginocchia, e
stringendole convulsivamente la mano gridava:
— Perdono... perdono....
— Vi ho perdonato. Ora tocca a voi a perdonarmi il mio atto di dispetto.
— L’ho meritato.
— No, voi siete infelice e l’infelicità rende aspri e diffidenti.
Io doveva comprendervi, Giorgio, e in luogo di volgervi le spalle,
stendervi la mano come faccio ora, e in luogo della vostra gratitudine
chiedervi la vostra amicizia.
— L’avete da lungo tempo, Giusta — rispose Giorgio rasserenato e
tornando a risentire i suoi scrupoli amorosi — e se non ho osato
proferirvela si è che.... — e s’arrestava di nuovo.
— Che cosa? — rispose Giusta, gioendo interiormente e ormai deliberata
a provocare una spiegazione (da tanto tempo desiderata) e di cui il
cuor suo aveva bisogno. Certo ella arrivava talvolta a manifestazioni
che, adoprate da una men giovane o men pura di lei, sarebbero parse
civetterie, e osservate da uno men cieco di Giorgio avrebbero espresso
meglio che le parole i sentimenti di quell’anima. Ma, lo ripetiamo,
essa amava, e non sapeva nascondere il suo affetto come colei che
ignorava il male, il male maggiore dei nostri tempi, la vergogna
del bene. A noi del resto la ritrosìa parve spesso una larva della
scaltrezza, e l’ars velare artem in femmine principalmente, è assai più
pericolosa dell’ingenuo abbandono e della pudica schiettezza.
— Si è che — riprese il giovane — se vi avessi confessata questa
amicizia or sono dodici mesi, credete voi che oggi potrei padroneggiare
il mio cuore? E che sarebbe avvenuto, Giusta, di me, se un giorno
non potendo più ingannarmi o ingannarvi, dissimulare o tacere, vi
avessi gettato ai piedi la dichiarazione di un affetto che non era
quello che mi era permesso di nutrire per voi, che non era quello che
voi nutrivate per me?... ve lo lascio pensare. Se aveste rifiutato,
avreste uccisa ogni gioia della mia vita.... se accettato, vi sareste
incatenata a un destino tetro e maledetto, e non avremmo avuto altra
consolazione nel naufragio che di sommergerci insieme.
— Che importa — disse Giusta pensatamente. Mano mano che essa scopriva
l’arte falsa di Giorgio per negarle l’affetto, più ella si sentiva
deliberata a confessarlo interamente.
— Che importa? — esclamò il giovane un po’ sbalordito — ma pensate voi,
Giusta, tutto il valore di quel che mi dite; sapete voi quanto bene e
quanto male può racchiudere una vostra parola? Voi siete troppo buona
per trastullarvi col cuore d’un giovane.
Giusta stette alquanto pensierosa, guardò a lungo Giorgio, indi, come
vinta da un interno divisamento, proruppe:
— Ascoltatemi bene, o Giorgio. Non so che valga l’essere ricca....
so bene piuttosto che la mia ricchezza non mi ha dato un solo minuto
di gioia.... Pensate a vostro padre, pensate al mio, e dite chi di
noi due deve abbassare la testa, se io ricca o voi povero! Voi non lo
crederete, Giorgio, e vi parrà superbia la mia, ma sono più infelice di
voi. Voi foste percosso da fiere sventure, e non son molti giorni dalla
suprema; ma lasciate che ve lo dica, delle vostre sventure il cuore
può consolarsi. Quando si ha una famiglia come la vostra, i conforti
non mancano mai; quando si è vissuti in mezzo alle pure dolcezze ed ai
santi esempi che vostro padre ha versato sul vostro capo, le avversità
ponno lasciare qualche ruga sul volto, ma passano via senza offendere
lo spirito. Sapete voi quale è la sventura che non si vince e non si
guarisce? La lotta con sè stessi, l’isolamento del cuore, la morte
dell’anima. Sapete voi il tormento che non lascia un’ora di pace? Il
pensiero d’essere circondati da quelli che non possono e non vogliono
intendervi; d’avere un ideale e di vedervelo ogni giorno stracciato
sul viso; d’avere una fede e di vedervela ogni giorno insultata....;
d’avere nell’anima amore e di respirare d’intorno a voi odio;
d’essere puro e di assorbire i miasmi della colpa; sentir desiderio
d’abbracciare vostro padre.... e, mio Dio; non poterlo. Questa è la
sciagura vera, incurabile, mortale. Vedete, o Giorgio, ch’io non potrei
scherzare.... Vedete che il bisogno d’un anima che risponda alla mia
non è un capriccio, vedete che se voi mi profferiste anche più della
vostra amicizia sarei io che dovrei benedirvi.
Solo un mentecatto non avrebbe inteso; e prima ancora che la fanciulla
avesse finito, Giorgio si era gettato — no, non è la parola — si
era lasciato cascare nelle braccia di Giusta, ed avea stampato le
sue labbra, divampanti di tutta la sete di quella passione tanto
tempo contenuta, su quella fronte illuminata dalla celeste aureola
dell’amore. Giusta, non indietreggiò, nol respinse; e quelle due anime
giovani ed innocenti si smarrirono, come Mario e Cosetta, nel delirio
del primo ed ultimo bacio. Quando si disciolsero, Giorgio tremava,
Giusta aveva gli occhi rossi, ma irradiava da tutto il suo volto fiamme
di angelica gioia. Il giovinetto nel volgere gli occhi vide la tomba
del padre e s’abbrunì, e indicandola a Giusta disse: — È questo un ben
triste auspicio a un giuramento d’amore.
— No, l’amore è più forte che la morte — fece la fanciulla ponendo la
sua nella destra di Giorgio e risuggellando su quella lugubre ara il
giuramento eterno dei loro cuori.
PARTE SECONDA.
IL FIGLIO
— Où va tu, jeune soldat?...
— Je vais combattre pour les lois
eternelles descendues d’en haut.
— Que tes armes soient bénies, jeune
soldat!
LAMENNAIS — _Parole d’un Croyant_.
I.
È IL DÌ DEI COSCRITTI.
Il giorno in cui i coscritti s’adunano al palazzo del comune per tirare
il numero, passa inosservato nell’obblioso oceano delle grandi città,
ma per un villaggio è solenne e memorabile quanto lo può essere il
battesimo d’una nuova campana o il passaggio, con rispetto parlando,
d’un principe ereditario.
Il paesello quel dì è melanconico: i campi son deserti di lavoratori;
le mandre muggono abbandonate nei vaccili; le fanciulle si lascian
cascar di mano i lavori, e le madri si stringono replicatamente al
petto i portati delle loro viscere come se con quelli abbracciamenti
volessero scongiurare la sorte che pende sui loro capi.
Tutti sentono che la famiglia — perocchè un villaggio è una famiglia
dove ciascuno si conosce per nome e s’accompagna dalla culla alla fossa
— tutti sentono, diciamo, che la famiglia va ed essere vedovata dei
migliori figliuoli, e il lavoro privato delle braccia più vigorose;
talchè persino i più incalliti ed egoisti, non fosse altro per quella
brutta ragione del tornaconto, la quale fa parer belle certe azioni che
in fondo nol sono, si trovano spinti ad espandere quel po’ di carità
che rampolla in loro in mezzo al pelo del cuore.
Se il dottore e lo speziale — diciamo questi perchè sono, come ognuno
sa, i soliti politicanti della comunità, — si peritano a qualche
perorazione «sugli obblighi del cittadino» o «sulla necessità di Stato»
non è improbabile il caso che qualche giovinotto bell’umore, di quelli
cui la leva piace come al montanino il mal di mare, risponda alle
arringhe degli onorevoli oratori collo stesso frasario che il senatore
schiavista della Carolina del Sud adoperò contro il suo oppositore
umanitario in pien Senato americano.
E non vogliam dire che le busse tengan per ragioni nè nel vecchio nè
nel nuovo mondo; vogliam dire soltanto che in quell’ora quasi mortale
in cui i figli stan per essere divelti ai parenti e alle fidanzate
gli sposi, tanta è la passione e la concitazione degli animi in povere
genti che non han altro bene che il loro focolare e il loro solco, che
nessuna ragione pare buona, se non quella che parla per essi, e con
essi piange e deplora.
Quando nel fesso d’una roccia crepita una fiamma viva, e voi vi gettate
sopra acqua diaccia, anzichè spegnere la fiamma, spaccate la roccia.
Ora il 7 settembre 1820, era una di quelle giornate per il piccolo
villaggio di X.... Numerosi capannelli fin dal mattino ingombrano la
piazzuola del comune. Nel mezzo il crocchio più numeroso che canta
in un tuono rauco e melanconico una vecchia cantilena d’amore; sono i
coscritti che pensano la tristezza star bene affogata nel bicchiere,
e il cuore doversi intronare di risa perchè non oda i singhiozzi del
dolore. Cattivi medici e peggior medicina!...
In sui canti, o passeggiando, altri giovani messi come i primi alla
sorte; taluni si bisbigliano mesti addii, altri raccomandano agli
amici le case e le donne, pochi ascoltano silenziosi e indifferenti
i racconti di qualche veterano che ha veduto il grande esercito,
Austerlitz e Moskowa. Frammisti a costoro i soliti curiosi e
sfaccendati, che guizzano da un crocchio all’altro, beccando una
novella di qua, e vomitandola di là, lasciando dovunque passano
un atomo di fiele e una stilla di maldicenza, i due veri elementi
primitivi del pettegolezzo e della poltroneria.
Più spiccati di tutti il parroco e il maresciallo de’ Carabinieri,
a braccetto, solcando a passi solenni un tramite aperto dalla folla,
sulla quale i due personaggi lasciavan cascare di quando in quando due
occhiate sprezzanti e imperiose che parevano dire:
— Siamo il papato e l’impero, fateci largo.
Solamente, dobbiamo notarlo per fedeltà di cronisti, il parroco, il
quale a confronto del maresciallo pareva un anitrocolo accanto ad
uno struzzo, non poteva assolutamente appaiarsi col passo del suo
gigantesco compagno, talchè era costretto trascinarsi dietro di lui,
tenendosi agguantato al suo braccio per non perdere il beneficio di
quel rimorchio e non restare arenato nella maramaglia. I pochi villani,
che non avevano il rispetto della paura, non potevano tenersi dal
ridere di quella pariglia così scompagnata; e se un filosofo fosse
stato lì, avrebbe forse pensato alla terzina di Dante
. . . . . . . . . è giunta la spada
Col pastorale; e l’una e l’altro insieme
Per viva forza mal convien che vada;
o veduta, in quel gendarme che trascina via il prete, raffigurata tutta
la storia moderna.
Il tocco delle 10 era fissato per l’estrazione del numero. Non appena
cessarono di suonare al campanile del villaggio, la turba cominciò a
ondulare e a sospingersi come quando un buffo repentino di borea agita
una marina già prima tranquilla.
Il maresciallo dei carabinieri, che aveva stentorea la voce, come
erculea la figura, gridò ai coscritti nel natio gianduia, sola lingua
ufficiale a quei tempi:
— Avanti, giovinotti, facciamo presto!...
E poichè l’avviso aveva tutta l’aria del comando, i giovani designati
presero la scala del comune e montarono volonterosi come le anime della
barca di Caronte nel tragittare l’ultimo fiume.
In coda ad essi il resto della gente; ma come ognuno immagina, la sala
del comune di X.... non misurava i trecento piedi di lunghezza ed i
cento di larghezza della sala della Ragione di Padova, ed a mala pena
capiva, oltre le tavole e le seggiole del sindaco e degli assessori
appanciollati, una cinquantina di persone.
Per tal modo soltanto da dieci o dodici metà monelli e metà notabili,
quelli per privilegio della piccolezza e questi per quello della
grandezza, avevano potuto penetrare. Gli esclusi erano rimasti
sul pianerottolo, sulla scalinata o sotto la porta ad aspettare la
proclamazione.
Son sette i garzoni richiesti al comune.
Son poste nell’urna le sette fortune
Ciascun vi si accosta col tremito in cor.
Il primo ad essere chiamato fu il figlio stesso del sindaco, Adolfo
Arena.
Quand’egli si mosse dal suo posto per andare all’urna, pareva che
passasse un carico d’_acqua di Colonia_ e di pomata di _mille fiori_.
Accostossi all’urna colla testa alta, baldo e sprezzante; cavò una
palla e senza nemmeno guardarla la diede a suo padre.
— _Quindici!_... — gridò questi mostrando con due dita la palla al
pubblico e a’ suoi colleghi.
— _Quindici?!_... — ripeterono molti fra i coscritti in atto di
sorpresa e quasi d’incredulità.
Ma il sindaco teneva sempre alto e visibile il numero come il cerretano
della piazza fa colle uova che estrae dal viscere misterioso del suo
sacco.
A vedere che quel riccone sfondolato, quel fannullone imbecille,
che poteva col denaro delle pomate e delle essenze comperarsi _dieci
cambii_, era così fortunato da sortire col numero più alto, un mormorìo
sordo e lungo corse tutta la sala, mormorìo che voleva chiaramente
significare al padre e al figliuolo:
— Non meritate la vostra fortuna.
Giorgio Santafiori, uno dei coscritti, fu il solo che si avvicinasse ad
Adolfo e stringendogli la mano gli dicesse:
— Me ne congratulo di cuore. — E fu tosto la volta di Giorgio stesso.
Egli immerse lentamente la mano dentro l’urna, rimescolò le palle, ne
estrasse una, la guardò, impallidì, ma pronunciò con voce abbastanza
ferma e chiara.
— _Uno!_...
— _Uno_ — replicò sonoramente il sindaco colla stessa manovra.
Giorgio si mosse per uscire; molti di quei coscritti pensarono
certamente in cuor loro:
— Meglio lui che noi; — ma tutti si sentivano il dovere di mostrarsi,
pubblicamente almeno, tocchi dalla sua disgrazia; ciascuno gli aperse
rispettosamente il passo fino alla scala.
Dopo Giorgio ci fu un momento di cicalìo, di colpi di tosse e di
soffiate di naso.
Un maggiorente tra gli spettatori disse al vicino:
— Se quel giovane avesse avuto cervello, oggi potrebbe ancora pagarsi
il _cambio_.
— Dite suo padre che doveva aver cervello — rispose il vicino.
E il maresciallo de’ Carabinieri, chinandosi all’orecchio del parroco
che stavagli a dritta:
— È uno scavezzacollo di meno.
A cui il parroco, sempre sottovoce:
— È un eretico.
— Sarà dei primi a marciare — continuò il maresciallo; — e volgendosi
al sindaco che aveva alla sua sinistra: — Non è vero, signor
cavaliere?...
— Il _Buon Governo_ è nelle vostre mani, signor maresciallo: fate voi.
Noi non possiamo che prestarvi l’appoggio della nostra autorità. Ma
ripigliamo.
E il sindaco con la conosciuta sonorità chiamò un altro nome.
Un giovinotto alto, erculeo, color ciliegia, cogli occhi fiammeggianti
ma piccini come quelli d’un falco, s’avanzò traballando fino alla
tavola e cavò il suo numero.
— _Sette!_... — esclamò, e con rinforzo di trachea:
_Settanta?_...
Ma nello sforzo di porgere la palla al sindaco cadde rovescioni
traverso la tavola e vi restò.
Il lettore, mi si lasci l’illusione d’averne almeno uno, abbandonerà
volentieri gli altri coscritti alla loro partita di fortuna e seguiterà
con me i passi degli altri personaggi che più ci debbono interessare.
II.
È UNA MADRE.
Giorgio Santafiori s’era diretto difilato a casa sua, l’ultima del
paese. Il colpo che lo aveva percosso, l’avea quasi sbalordito, ma
appena fuori e all’aria aperta si ricordò ch’era suo dovere mostrarsi
uomo e comparire innanzi alle donne di sua famiglia più calmo e sereno
che gli fosse possibile. Strada facendo pensava che se fosse una
disgrazia da potersi nascondere o confessare più tardi, egli l’avrebbe
fatto; ma come mai celare ciò che tutto il paese conosceva, che cento
bocche si sarebbero affrettate a riportare a sua madre e a sua sorella
caso mai l’ignorassero ancora?
— Se non si può nascondere la verità — diceva a sè stesso il giovane —
bisogna almeno dar l’esempio del coraggio nel sopportarla.
E temendo d’essere pallido, suo malgrado mettevasi a correre a perdita
di lena, per poter cancellare col rossore violento della corsa, la
traccia di dolore dell’anima sua.
Ma Giorgio non poteva presentire che sua madre sapesse già tutto.
Balilla, il fratello minore del coscritto, uno di quei misteriosi
fanciulli riboccanti di vitalità, padroneggiati da istinti generosi
e selvaggi a un tempo, che a sette anni vi dicono delle parole così
serie e così virili che vi fanno paura e sui quali pende certamente
l’inesorabile dilemma «o grandi uomini o miserabili» secondochè
nell’ora suprema della loro vita, nel passaggio decisivo dell’infanzia
all’adolescenza — dall’istinto alla ragione — avranno trovato accanto a
sè l’austera sentinella dell’educazione paterna, o l’ombra indulgente
della compassione materna — Balilla, dicevamo, era uno di quegli
scappatacci che s’era ficcato fra le gambe dei notabili per entrare
nella sala; sicchè, appena intese la sorte del fratello, per la stessa
via ond’era venuto, cioè fra le gambe sullodate, era sgattaiolato fuori
della sala e a gambe levate era corso a casa sua a portare la novella.
— Mamma!... Livia! — gridò il fanciullo tutto sgolato, appena giunto
sulla soglia — Giorgio ha cavato il numero _uno_.
Una martellata sul cervello, un ferro rovente nel cuore non potevano
far più male a quelle due donne.
Nessuna svenne, perchè madre e figlia erano da lungo tempo temperate
alla fiamma viva della sventura; ma si precipitarono l’una nelle
braccia dell’altra, vinte da quell’angoscia che impedisce di piangere
e di parlare. Passata quella prima ambascia la madre rivoltasi al
figliuolo che aveste recata la novella:
— È impossibile!... — esclamò — è impossibile — e udendo nell’andito
vicino i passi di Giorgio, si slanciò verso di esso ripetendo ancora. —
Ah!... dimmi che non è vero Giorgio, dimmelo per pietà.
Giorgio balbettò alcune parole, e tutto il coraggio che aveva raccolto
per istrada si disfece innanzi al dolore di sua madre. Dopo quel primo
sfogo, la signora Rosalia — così chiamavano per tutto il paese la
madre del nostro coscritto — si sentì più calma; quell’impeto di dolore
abbonacciavasi: ma non come s’abbonaccia un oceano quando la bufera è
passata, ma per sprofondarsi sempre più e impadronirsi dei centri della
vita, per ingigantire colà non visto, silenzioso e implacabile.
Oh perchè mai quella donna che vedevasi tolto, è vero, il figliuolo ma
non per sempre e forse per poco, provava uno spasimo che sarebbe stato
solo legittimo dinnanzi a una tomba?... Il lettore che ci rivolgesse
questa domanda continui questo racconto; per ora rispetti con noi i
presagi e il dolore d’una madre.
I suoi figli le stavano d’attorno e cercavano riconfortarla: Livia
rimutava i guanciali del seggiolone; Giorgio le sottoponeva ai piedi lo
sgabelletto. Balilla si sforzava a portarle dei bicchieri d’acqua che
si rovesciava incorreggibilmente addosso prima di giungere al segno.
Livia la sorella era più sensibile di tutti nella casa; essa tremava e
aveva la febbre, ma pur tuttavia con quella virtù di rassegnazione, che
è l’eroismo delle donne, trovava ancora la forza di dire:
— Via mamma!... Giorgio tornerà presto, gli daranno dei permessi come
l’anno scorso a Michele.... Andrò io, se mai, a gettarmi ai piedi del
Re.
— Del Re?!... — fece Giorgio sorridendo e diremmo sogghignando
amaramente.
— Michele! — sospirò alla sua volta la signora Rosalia....
Vi fu un istante di pausa. Giorgio la interruppe levando la mano verso
un quadro che pendeva alla parete di fronte a lui e esclamando:
— Quell’uomo solo m’avrebbe insegnato quel che bisognava fare quando
non si vuol essere schiavi.
Le donne, il bambino, tutti, levarono gli occhi verso il quadro: era il
ritratto del capo della famiglia, del marito di Rosalia, del padre di
Giorgio, Livia e Balilla.
Stettero tutti quattro contemplando quella figura, quasi aspettando
che parlasse, poi la madre per la prima inginocchiossi, e i figli
l’imitarono assorti in un voto, in una preghiera comune.
Chi conosce la vita di quel vecchio innanzi alla cui immagine stava
genuflessa quella famiglia, intenderà com’egli potesse essere invocato
senza idolatria.
Se la Chiesa ha i suoi santi, perchè non li avrà la casa?
Quel giorno, Rocco, un vecchio contadino imbambolito, che faceva i
grossi servizi della casa, non intendendo come un dispiacere così da
poco potesse guastare l’appetito, dopo che egli avea proprio il giorno
del funerale di sua moglie mangiato col miglior gusto del mondo la più
bella tacchina del pollaio, — Rocco, diciamo, avea preparato il solito
desinare, ma nessuno vi toccò, meno Balilla, per quella gran ragione
dell’età che potrebbe, anche dai filosofi, essere data per spiegazione
di molte cose buone e cattive senza bisogno di pescarle nelle monadi di
Leibnizio o nei bernoccoli di Gall.
E certo quella legge che proporziona ai bambini le afflizioni è
provvidenziale perchè li prepara alle maggiori prove dell’età adulta
senza vulnerare troppo quella sensibilità che debbe essere la molla
della loro virtù.
Passò l’ora del desinare, venne la sera e Giorgio s’era scostato un po’
da sua madre ed era montato nella sua stanza. Quivi tirò da un vecchio
stipo alcuni scartafacci, ne sfogliò alcune pagine, poi giunto a un
certo punto si lasciò cadere il capo fra le mani e sospirò.
— Ah!... mio padre aveva ragione: servitù e miseria!...
Frattanto la notte calava, e un’allegra banda di coscritti attraversava
la strada sfilando in battaglia sotto le finestre del Santafiori e
cantando a perdita di flato, con grande accompagnamento di strilli, uno
stornello della contrada, del quale per caso conosciamo il tenore:
Va là bellina che il mio cor non falla
Tu mi vorresti collo schioppo in spalla.
Va là bellina ch’ora so il tuo male
Tu vorresti sposare un caporale;
Ma uccel di bosco non sta bene in gabbia
E tu bellina creperai di rabbia.
Giorgio si scosse, s’affacciò alla finestra e dietro gli scuri
socchiusi accompagnò lungamente collo sguardo quella spensierata
comitiva, le cui voci si perdevano già nell’immenso sfondo della
pianura eridania.
— Essi non lasciano nulla dietro di sè, mentre io....
E una lagrima lunga e silenziosa gli rigava la guancia....
Poi come spinto da un interno divisamento, prese da un canto un
randello, e in punta di piedi, per non farsi udire dai suoi di casa,
uscì per il muro del giardino e prese la via dei campi.
III.
DISCUSSIONE AL BUIO.
Giorgio camminava da circa dieci minuti, ma si poteva dire ch’egli
aveva fatta strada per trenta. Dal modo sicuro e rapido col quale
saltava fossati e cansava cespugli e spinai senza mai sviarsi d’un
passo dalla traccia d’un sentieretto, che la notte avrebbe intieramente
nascosto per uno meno addestrato, si capiva che il giovine s’era
lungamente esercitato per quel cammino e che non doveva esser quella la
prima notte che lo percorreva.
Attraversata una vasta prateria tutta imperlata di rugiada, il di
cui umidore montavagli fino al ginocchio, Giorgio si trovò in faccia
a una di quelle larghe gore che sono tanto frequenti nelle campagne
circumpadane, serbatoio ad un tempo d’acque irrigue, peschiere
fecondissime e confini a vasti poderi. Un ponte di pietra solido ma
svelto cavalcava la gora; ma dalla parte opposta a quella d’onde il
nostro coscritto veniva, lo sbarrava un cancello di ferro fiancheggiato
da due ali di muro e munito alle sue estremità superiori da lance
fitte e acuminate. Quel cancello stava aperto fino alla prima ora
di notte, poscia serravasi; sicchè per passare oltre o bisognava
gettarsi nell’acqua, o scavalcare il cancello o possederne la chiave; e
quantunque buon nuotatore, trovava più spedito e più comodo, quando la
necessità non costringevalo altramente, lottare d’agilità colle punte
di ferro della cancellata.
Quella notte Giorgio non aveva, a quel che sembra, alcun motivo per
non passare per la via consueta, e marciò difilato sul ponte. Arrivato
alla cancellata cominciò ad arrampicarsi alle sue aste, agile come
un martoro, finchè potè abbrancarsi alla spranga che inchiodava
trasversalmente le verticali; quivi puntatosi a tutta forza di polsi si
sollevò di peso tanto appena da sormontare le lance e, colto il destro,
diedesi una spinta in fuori e fu in terra senza nemmanco toccarla con
un dito. Quella sera Giorgio, bisogna confessarlo, si sentiva qualche
cosa nel sangue che raddoppiavagli l’agilità e l’energia.
Una stradetta s’apre immediatamente in faccia al cancello, e Giorgio la
imbocca senza esitare, cominciando però ad alleggerire i suoi passi e
ad aprire più diligentemente l’orecchio. Dalle sue risvolte tenuissime,
scorgevasi che la stradetta serpeggiava lungo il fianco d’una
collina: quando ad uno dei suoi meandri un enorme fabbricato dalle cui
frequenti finestre tremolava ad ora ad ora qualche fuggevole fiamma
di lume, presentossi dinnanzi agli occhi attenti del nostro notturno
personaggio. A quella comparsa il suo calpestìo divenne più sordo e il
suo orecchio più teso.
Di lì a poco egli giunse al termine della stradetta di fronte al
portone maggiore del cortile, la di cui muraglia serrava tutto in
giro la casa che sorgeva solitaria come un castello, sul dorso della
collina. E castello non era nè di nome nè d’architettura e assai meno
per tradizioni d’avi patrizii o per privilegio di nipoti. Era invece un
casone di campagna rizzato lassù per sottrarlo alle alluvioni del Po,
largo, solido, con tutti i comodi per gli uomini e per le bestie, senza
gusto, senza eleganza, monotono alla luce, al buio cupo.
Giorgio — il lettore lo avrà pensato — non aveva la chiave del portone
come non aveva quella del cancello, e d’altra parte nulla gli avrebbe
importato l’averla, per la ragione semplicissima ch’esso non voleva
entrare. Girò invece la muraglia e arrivò a salti alla parte posteriore
della casa. Quivi, a ridosso della muraglia di cinta e piantato anzi
nella fondamenta di quella, ergevasi un secondo fabbricato destinato
agli uffici rustici, che riceveva luce da una fila di finestroni,
alti da terra non più di un metro, sbarrati da inferriate e alcuni da
graticci fittissimi.
Là, Giorgio s’arrestò; tenne il respiro, ascoltò; rassicuratosi,
accostossi ad uno dei finestroni, e leggiero come uno spiro d’aria,
bisbigliò questa parola:
— Giusta!
— Giorgio — rispose da una inferriata una voce ancora più sommessa.
— Oh grazie, Giusta, d’essere venuta — fece il giovane allungando
la mano entro la finestra e stringendo quella della donna che aveva
parlato.
— Mancare oggi che un’altra disgrazia ti ha colpito?! Sarebbe stata una
viltà.
— Tu lo sai dunque?!
— E come non saperlo — rispose con un sospiro la fanciulla che era,
come ognun vede, l’amante di Giorgio: mio fratello Alfredo fu il primo
a raccontarmelo. Mio padre ne parlò durante il pranzo.
— E con gioia m’immagino — fece Giorgio con un amaro sorriso.
La donna vi rispose con un sospiro, ma il giovine finse di non
intenderla e continuò:
— Dopo aver perseguitato il padre e ruinata la famiglia sarà una festa
per lui vederle portato via l’unico braccio che le restava.
La fanciulla trovò appena il coraggio di dire:
— Giorgio!?
Ma Giorgio capì tutto quello che voleva esprimere quell’invocazione del
suo nome. Era la figlia che pativa dei torti del padre e che implorava
dal suo amante perdono.
— Parliamo d’altro.... sono venuto apposta.... ho bisogno di un tuo
consiglio.... Giusta, mi vuoi bene?... — È questo l’eterno esordio di
tutti gli amanti anche bugiardi e nessuno stupirà che anche Giorgio, il
quale amava invece dell’amore più sincero e profondo, l’adoperasse....
Giusta non parlò; ma l’anima sua, tutta colma d’amore, le sfavillò
dagli occhi.
— Se mi vuoi bene — continuò Giorgio — devi aiutarmi.
— Parla — disse Giusta — tu sai ch’io sono tua.
— Ebbene.... io voglio fuggire.... non voglio essere soldato.
— Fuggire?
— Sì!... fuggire, disertare.
— Oh, Giorgio — esclamò la fanciulla coll’accento della paura — che
pensi mai?...
— Penso che se vado soldato,... che se vado lontano, quattro, sei,
otto anni, nol so, io, mia madre, mia sorella, mio fratello, siamo
tutti precipitati.... Tanti anni lontano e senza poter soccorrere la
mia famiglia, è spingere mia madre al cimitero, i miei fratelli nella
miseria.... e Dio sa dove... Penso che io, riparando in un altro paese,
potrò se non altro trovar da lavorare.... Tu sai ch’io so fare un po’
di tutto.... mezzo agricoltore, mezzo meccanico, mezzo marinaio, e
colle lingue che mio padre m’ha insegnato posso avventurarmi a girare
il mondo senza paura...
— Ma i pericoli? — e se t’arrestano, Giorgio!... Tu non ci pensi —
rispose sempre più inquieta la giovane.
— Quanto ai pericoli sono il retaggio della vita.... Eppoi?! lasciami
arrivare fino al mare e chi mi piglia sarà bravo.
— Oh mio Dio! — che cosa ti passa mai per il capo.... ma non sai che
pei soldati vi sono dei rigori terribili?
— Tu vuoi farmi paura, Giusta: ma sai bene che è difficile.
— Ma io ho paura, — interruppe Giusta — io ho paura, se non l’hai
tu.... Se t’arrestano.... se ti condannano, se ti chiudono in quegli
orribili luoghi, dove comandano cogli staffili in mano degli uomini
sinistri, dove si trascina una palla al piede tutta la vita.
— Bah!... tutta la vita!?
— Tutta la vita, o un anno o un giorno che so io!... non è forse lo
stesso per me che ti amo?... Noi donne siamo forti per noi stesse,
ma per quelli che amiamo non sappiamo che piangere o tremare. Lascia
me ai tuoi pericoli; mi troverai coraggiosa; ma quando ci sei tu
non pretendere da me che la febbre della paura. Non vorrei vederti
partire, vorrei che tu restassi qui accanto a me e a tua madre; ma
piuttosto che saperti perseguitato, bandito, nascosto ne’ boschi,
senza rifugio, senza pane, senza sonno, forse morente... minacciato
ad ogni ora da quell’orrenda palla al piede.... oh sì.... amo meglio
vederti soldato.... anche otto anni.... son lunghi, lo so; ma non
sono _sempre_. Da soldati si torna soldati, si può starsi vicino,
vedersi qualche volta, scriversi.... E a’ tuoi.... mio Dio qualcuno ci
penserà.... Giù in fondo alla miseria non lo siete; io sono una povera
schiava, io non ho nemmeno la libertà di fare tutte le carità che
voglio, ma infine io sono qui per te.... io sono te stesso.
Giorgio l’aveva ascoltata commosso ma non vinto; quindi perseverò.
— Le tue parole sono quelle d’un angelo, Giusta, ma tu ti fingi il
destino più nero di quello che deve essere. A Genova o a Nizza, dove
ho degli amici, potrò imbarcarmi; di là guadagnare sicuro l’America,
l’America che è piena dei ricordi di mio padre e che non rifiuterà
lavoro a suo figlio. Appena che la fortuna mi sorrida, manderò i miei
risparmi alla mia famiglia e cercherò di farla trasmigrare per non
separarmene mai più.
— E me?... — chiese Giusta con accento di doloroso rimprovero.
— E te — rispose Giorgio dopo un momento di esitazione — abbi coraggio,
Giusta, e guarda in faccia come me tutta la verità... Oggi farti
mia sai che è impossibile. Tuo padre e la mia povertà, e la condanna
che mi è piombata sul capo, lo impediscono inesorabilmente. Fra otto
anni, quando potrò spogliarmi della divisa, credi tu che io sarò meno
miserabile, o tuo padre meno avverso di prima?... No, Giusta!... Non
ci è altra speranza per il nostro amore che assalire con un colpo
disperato il destino e gettare tutte le nostre poste sul tavoliere
della fortuna. Se l’America mi è propizia, io posso tornare ricco, tuo
padre mansuefarsi al mio nuovo stato, tu essere già padrona della tua
volontà.... infine, giunto all’estremo, rapirti con me.
— Oh tu ti perdi!... tu non mi ami.... — rispondeva Giusta con voce
quasi spenta.
— Perduti siamo io e tu fatalmente se resto — ripigliava Giorgio — sii
ragionevole, anima mia; è per non perderci che io gitto la mia vita
nella mischia disperata del destino... è perchè ti amo che non voglio
porgere volontariamente la mano ad una catena che mi ti rapirebbe per
sempre.
Giusta scrollava il capo, ma Giorgio non vedeva e continuava:
— Eppoi, Giusta, vi è un’altra ragione che tu sai, che tu taci forse,
perchè temi di evocarla contro di te. Tu conosci l’educazione che mio
padre m’ha dato; la sua vita intera è per me un sacro testamento ch’io
debbo rispettare; la sua fede è la mia, e mi parrebbe tradirla assieme
alla memoria dell’uomo che cominciò coll’amicizia di Balilla e finì con
quella di Washington.
Giorgio aveva dato alle sue ultime parole un accento solenne e Giusta
non scrollava più il capo ma pensava. Dopo alcuni istanti di pausa essa
riprese:
— E Michele.... e tuo fratello?...
— Michele non è più mio fratello. Dal giorno che egli obbliò i
beneficii di mio padre e le preghiere di sua madre per vendere la
sua mano ai nemici della nostra fede e della nostra casa egli non
può più sperare che io accetti cosa alcuna da lui. E inoltre egli
non farà nulla. Da tre anni non scrive più, e dacchè seppe che la
miseria picchiava alla porta della casa che l’aveva ricettato, ci
ha abbandonati. Eppoi che cosa potrebbe un sottotenentuccio pieno di
vizi, di debiti, giuocatore e infingardo?... Giusta, non è di qui la
speranza.
La fanciulla non avea che un’ultima ragione — la più debole di tutte —
ma s’afferrò anche a quella come alla tavola del naufragio.
— E l’affittanza?...
— L’affittanza?... — rispose il coscritto — e quale?... Tu sai che
l’ultima piena ci ha lasciate le campagne rase come una mano e tu sai
quello che mio padre ha dato ai poveri che l’innondazione ridusse senza
tetto e senza pane. Fu l’ultimo nostro colpo. Per pagare gli affitti
ci fu d’uopo fare dei debiti e quei debiti non si poterono pagare e
raddoppiarono; poi — e qui la fronte di Giorgio diveniva color della
notte che ravvolgeva — poi tuo padre comperò le cambiali e noi siamo
nelle sue mani. Il prodotto di un anno non basterà a saldare le tratte
e a noi non resterà più un soldo di capitale per condurre innanzi
la locazione. Ci converrà vendere quel po’ di bestiame e strumenti
avanzati e non ci resterà più nulla fuorchè la casa. Finchè c’era
io, il tetto per coprirci e il mio braccio per campare bastavano; ma
ora.... Oh Cristo!...
Giusta vide inabissarsi anche l’ultima tavola. Disperata però dei
trovati della mente, il sapiente istinto della donna l’avvertì che
la sola arma invincibile era il suo cuore e affidò a questa l’estrema
difesa.
Allora afferrando attraverso la inferriata la mano di Giorgio e
tirandola a sè con tutta la forza di cui quel suo corpo d’etere poteva
essere capace, proruppe:
— Infine, non voglio che tu fugga!... se tu lo fai.... dirò che non
mi vuoi bene.... che mi abbandoni.... e se m’abbandoni io morirò....
Oh, allora sarai contento quando mi vedrai morta, morta come la nostra
povera madre, perchè la tua è anche mia madre!...
E la parola che usciva dapprima trarotta e singhiozzante dal suo
labbro, finì in uno scoppio di dirottissimo pianto.
— Ma no, non piangere Giusta!... io tradirti?... io non ti voglio
bene?... Lontano, te ne vorrò cento doppi di più — e le asciugava gli
occhi — ci penserò ancora.... non ho deciso.... torneremo a vedere. —
(Giusta continuava a singhiozzare). — Credimi.... te lo giuro... ho un
mese di tempo... chi sa!... io stesso muterò pensiero.... ma per carità
Giusta!...
E mentre il giovane tentava sorpassare il varco della ferriata per
posare un bacio sulla fronte della vergine sua, un calpestìo d’uomini,
un bisbiglio di voci e il cigolare dei catenacci d’una porta pustierla,
sospesero le parole, gli affetti e il battito dei due amanti....
— È mio padre, — esclamò Giusta spaventata — fuggi.
— Fuggire?.... — disse Giorgio, brandendo il suo randello.
In quel punto un’ombra compariva per di dietro alle spalle di Giusta,
la quale, prima ancora che questa si rivolgesse, afferratala per un
braccio e facendola ruotare sopra sè stessa, la scaraventava con un
terribile slancio contro la opposta parete.
— Assassino! — urlò Giorgio a tal vista, aggrappandosi alla ferriata e
scuotendola freneticamente.
Frattanto dalla pustierla erano già sbucati quattro uomini armati di
fucili, di ronche e di forche; Giorgio si mosse ad incontrarli risoluto
e disperato, quando un colpo di fuoco partito da uno di quegli uomini
lo fece rinculare di alcuni passi e cadere stramazzoni sul suolo.
— Non è che una carica di lepre — esclamò l’individuo che aveva sparato
— un po’ di bruciore per questa volta e basterà.
— Portatelo di là dal ponte — gridò una voce dall’interno della stessa
stessa finestra dove era accaduto il colloquio dei due amanti.
— Va bene, signor cavaliere, — rispose l’uomo stesso dell’archibugiata.
E i quattro uomini alzato di peso il corpo di Giorgio sempre svenuto,
eseguirono il comando del loro padrone.
IV.
NAPOLEONE.
La freschezza dell’erba su cui era stato lasciato e l’aria notturna
risvegliarono dopo pochi minuti il ferito.
Se egli non disse come gli eroi delle tragedie — «dove son io?» —
si guardò veramente d’attorno per capire in che luogo si trovava e
ricordarsi in qual modo, dopo aver durato tanta fatica per scavalcare
il cancello, riposasse oltre le sue sbarre sopra un molle tappeto di
trifoglio e di lugliuola.
In un attimo si orientò; ma quanto allo spiegare come fosse lì era un
altro problema e la sua mente si perdeva in un labirinto di congetture
e di supposizioni, tutte del più al meno, vane ed inverosimili.
Si tastò la coscia dov’era stato ferito; sentì lo spasimo del dolore
e la umidezza del sangue, ma comprese che le palline avevano appena
penetrate le carni e non tocche le ossa del femore.
Allora, animoso per natura, tentò uno sforzo per rialzarsi, ma non
potè, e ricadde nella giacitura di prima.
Non si smarrì; ricordossi dei consigli di suo padre; cercò nelle sue
tasche il coltello che non lasciava mai; trascinossi fino alla sponda
della gora; cavò il fazzoletto, ve lo inzuppò; col coltello squarciossi
i calzoni e bendò la piaga con quella compressa improvvisata. Al
frigore dell’acqua rinacque; abbrancossi a un salcio che sorgeva sulla
riva e reggendosi al suo tronco rizzossi.
— E camminare?... — pensò appena fu in piedi.
Si guardò in giro un istante, scorse coll’occhio la nera pianura del
prato, guatò la gora, affinò l’udito per ascoltare se qualche rumore
moveva dalla perfida casa che aveva dietro di sè e tutto gli parve
sepolto nel silenzio della notte.
— Ah se avessi il mio bastone — ripensò ancora — poi come se avesse
avuto un’ispirazione subitanea, esclamò forte, quasi confabulasse con
alcuno:
— Ma con un coltello e un salice se ne può tagliare uno.
E dal pensiero passando tosto all’azione si agguantò colla manca
all’albero e colla destra si mise a menare colpi alla cieca contro il
primo ramo che gli capitò sotto il tiro del suo braccio.
Ma il ramo, grosso e tenace, croccava, gemeva, ma resisteva; Giorgio
cominciava già a sudare e a disperare di troncarlo. Ad un tratto,
mentre riprendeva un po’ di fiato, sentì dalla opposta parte della
cancellata un gran tonfo nella gora, e subito quel chiasso senza nome
di un’acqua che sia tagliata da un nuotatore o battuta da un remo.
Giorgio naturalmente si volse; cercò con occhi spalancati la causa di
quell’inaspettato fenomeno; ma egli, dal salice, e mascherato diremo
così da due pilastri del cancello, non poteva, per quanto si sforzasse,
vedere oltre di essi. Gli restava l’udire, e tese infatti l’orecchio,
smorzando ogni più lieve moto della sua persona.
— È uno che viene a nuoto — pensò Giorgio. — Chi sarà mai?... — e in
questo serrava nel pugno il suo coltello, e s’appuntellava più forte
all’albero in atto di difesa.
A un tratto un’enorme ombra nera balza sulla ripa della roccia e
s’arresta, immobile, taciturna e misteriosa.
Giorgio con un po’ di fantasia, e non ne mancava, poteva paragonarla a
una di quelle sfingi che il pellegrino notturno incontra ai piedi delle
piramidi di Gizek o dei templi ruinati di Karnak.
Ma Giorgio, giova ripeterlo, non poteva dal suo posto discernere oltre
il ponte; solo parevagli veder ruotare nelle tenebre due bragie cupe e
formidabili le quali acceleravano nel suo cuore quel battito indomabile
che accompagna sempre la sensazione dello ignoto anche ne’ petti più
coraggiosi.
Però l’incertezza di Giorgio durò men che non s’immagini.
Prima ancora che lo spettro si fosse mosso, Giorgio aveva detto a
sè stesso. — È una bestia... forse un cane. — E prima ancora che il
cane avesse dato segno di sè scrollando dalla criniera l’acqua che lo
inzuppava con uno scroscio che corse echeggiato per tutta la campagna,
il nostro ferito senza mai muoversi disse, e forte questa volta:
— È _Leon_... ma che cosa può aver in bocca?!...