Sì, ma erano tutte cose che si potevano fare al tempo di Giotto e del

Beato Angelico, perchè è un fatto che nell'evo medio a Venere erano

riusciti a dare una bella batosta. Un po' con l'_asperges_, un po' col

_vade retro, Satana_, l'avevano spaventata, povera Venere! Ah, l'evo

medio aveva ridotto Venere in uno stato ben deplorevole. Una età senza

bagni in casa, senza calze di seta, senza saponi, senza tela batista.

Imaginare Beatrice con una camicia storica color Isabella; Laura con un

paio di calze di bigello affezionate alle gambe per delle settimane;

madonna Isotta con le unghie non spazzolate! Che orrore! La voluttà era

allora condita in salsa naturale, come quella che gli offriva sua

moglie.

* * * * *

La dama che lo attendeva a Genova pareva invece avere la specialità

delle salse più rare e raffinate. Non le aveva ancora assaggiate, è

vero: ma se il treno fosse arrivato a Genova, tutto, tutto dava a

credere che le avrebbe assaggiate.

Era una dama americana. Gli era stata presentata ad un grande albergo in

Roma. Lui le era stato di guida in qualche gita artistica ed ella si era

persuasa che lui solo aveva le qualità richieste per eseguire il busto

del suo defunto marito, da collocare onoratamente nel cimitero di***. A

Genova, diceva lei di avere alcuni ritratti del morto: ripassando per

Genova avrebbe telegrafato a Taliedo. Così avvenne: così egli era

partito.

Dopo tutto Taliedo non aveva mentito a sua moglie che nel genere:

un'americana, invece di un americano.

Il treno arrivò.

La dama attendeva.

Anch'ella era magra come sua moglie, ma di una magrezza diversa e

provocata da ben altro genere di sofferenze.

Si parlò molto del defunto marito: un uomo pieno di capacità e di

ragionevolezza, come dimostravano i suoi ritratti. Egli aveva provato

tutte le gioie del matrimonio e perciò Dio lo aveva fatto morire a

tempo. Non era stato un re dell'ottone, o del ferro, o del grano; ma un

onorevole vassallo al servizio di un re del petrolio: tuttavia un uomo

di grande valore. Si trattava di far rilevare, nel monumento funebre, i

simboli del suo commercio.

--Sempre felice con lui: mai divorziata--ella diceva.

Anche questo doveva apparire dal monumento.

--Come, voi non avete ancora legge del divorzio in Italy?--ella chiese.

Taliedo atteggiò il volto alla più infantile meraviglia: non conoscendo

il matrimonio, come poteva conoscere il divorzio?

Così conversando del defunto marito, quella dama magra e ardente gli si

era venuta accostando, da buona compagna, lì, sul sofà.

La sua _toilette_ da casa era in quel caldo giorno il perfetto contrario

dell'infagottamento rigoroso e sudicio in cui erano imprigionate le

Laure, le Beatrici e le Isotte del tempo antico.

Ridendo gaiamente delle virtù del defunto marito, le parti molli del suo

lungo corpo, parevano sussultare di gioia. I denti erano lupigni. Un

braccio pallido, terminava in una deliziosa mano rapace. Taliedo se lo

sentì svolgere dietro le sue spalle: apparire dall'altra parte della sua

testa, dietro la spalliera del divano.

Che enorme caldo! Egli era assai pallido, come avviene nei casi di

insolazione. Era il momento di reagire: egli lo intuì.

Mosse per levare il fazzoletto di tasca ad asciugarsi il sudore gelido.

--Oh, Taliedo, cosa avete lì?

--Dove lì?

--In vostra tasca.

Taliedo non ebbe il tempo di guardare che cosa avesse in tasca, che la

dama con l'altra sua mano rapace gli aveva estratto, per la testolina

sporgente, una piccola bambola.

Essa, la pupa, non era scostumatamente in camicia, come sogliono essere

le pupe che si espongono e si fanno comperare nei negozi; ma era

rigorosamente e virtuosamente vestita come le Laure, le Isotte antiche.

Aveva le calze, le scarpe, le doppie sottane con la cintura, un

giubboncino: tutto in regola.

Era la pupa di Irma che Taliedo si era messa in tasca quando aveva

elevata la sua mimma al terzo piano.

Si era dimenticato di renderla alla mimma: gli era rimasta in tasca.

--Oh, _a little doll!_--fece la dama accostandola molto da vicino ai

suoi grandi occhi miopi.

--Date qui--disse Taliedo di scatto--è un piccolo regalo, un piccolo

modello...

--Oh no!--disse la dama come non rispondendo a lui,--oh no!

--Molto _pretty, very pretty_--diceva intanto lei, gravemente.

--Già, molto _pretty_. Piccolo modello artistico.

--Oh, no.

--Dico di sì, modello artistico. Date qua, via.

--Niente dare qua, niente modello, niente via.

--Giuro!

Ella fece una brutta, severa smorfia a quel «giuro».

--Avete visto? Vi piace? Adesso datemi il mio piccolo modello.

--No, non dare.

--Io non capisco cosa vi troviate di straordinario...

Ella guardava ora non più la pupa, ma gli abiti, le cuciture: le faceva

passare al contatto delle sue lucide unghie crudeli.

--Dove vendono in Italy le _poupées_ così vestite?--domandò,

seccamente.

--In tutti i magazzini.

--Falso!

--Giuro.

--Falso!

Taliedo comprese che il suo volto tradiva che realmente egli diceva il

falso: infatti la vestizione della pupa era stata opera paziente di sua

moglie, sotto le più precise ed esigenti indicazioni di Irma.

--A me non piacere uomini maritati: uomini senza dedizione

assoluta--disse ella infine come ritraendosi, come rimettendosi nella

credenza tutte le salse che aveva preparato, compresa la deliziosa mano

rapace.

--Ma io non capisco, scusate.

--Voi capite benissimo.

--No!

--Voi avere moglie e _little baby_.

--Giuro di no!

--Allora lasciate fare così!

Prese la pupa e fece atto di collocarla sotto il nero, americano tallone

della perfetta sua scarpa.

--Ah, no!--fece Taliedo balzando.

--Non bambola italiana io: donna americana--disse la dama levandosi in

piedi e restituendo la pupa con disprezzo.

* * * * *

E fu così che, per colpa di quella malaugurata pupa, dimenticata lì in

tasca, Taliedo perdette l'occasione di guadagnare una bella somma

facendo il monumento a Mister George Paddy, mercante defunto di

petrolio, e anche--ciò che gli lasciò una grande amarezza, un vuoto

strano--l'occasione di gustare quella salsa esotica di cui aveva gran

desiderio.

VUOI SAPERE COME HO FATTO IL MILIONE?

Eravamo nel palco: io, Ballesio, l'universale Ballesio, il famoso

Ballesio il cui nome è da per tutto, il cui ritratto onora persino le

scatole dei cerini, la cui _réclame_ splende, scintilla dalle quarte

pagine dei giornali alle proiezioni luminose sui tetti; e con noi c'era

il colonnello, personaggio assai decorativo, e infine la signora

dell'immortale Ballesio.

La signora dell'immortale Ballesio sedeva al parapetto con la guardia

d'onore del colonnello.

Io non conosco di preciso l'età della signora Ballesio, ma certamente

fra i quaranta ed i cinquanta: però si può dire di lei «è ancora una

bella donna». Ma il cav. Ballesio afferma invece che la sua signora è,

tuttora, la più bella donna della città. Esagerazioni! Certo è che a

teatro tutti gli occhi girano, e poi si fermano su di lei. Perchè?

Perchè è la moglie dell'immortale Ballesio? Perchè osa esporre, contro

la maldicenza, uno scollato autentico ed inaudito in un teatro di

provincia? Perchè i due solitari che le adornano gli orecchi sono

calcolati a lire diecimila l'uno?

Il cav. Ballesio mi disse piano:

--Senti: ho sonno, e poi mi annoio. Sono stanco di _Vedova allegra_.

Vieni con me a prendere un altro caffè? Permetti, cara?--chiese alla

signora.

--Sì, caro.

E ci allontanammo.

--Questa sera tua moglie è, come dire?, superlativa,--dissi versando il

caffè all'amico.

--Questa sera? Puoi dire «sempre», mia moglie, la Trebbiatrice.

--Perchè la chiami così?

--È un vezzeggiativo. Non hai mai visto le trebbiatrici? Ingoiano tutto.

Così mia moglie, in fine d'anno, ha il coraggio di trebbiare dalle venti

alle trentamila lire per le sue spese personali. A Parigi, a New York

sarebbe un'inezia; ma qui in provincia, bada che ci vuol del genio per

trebbiare trentamila lire l'anno! Mia moglie è straordinaria! Ma come

fai ad ingoiare tanti biglietti da mille? le domando. È un suo segreto!

Capisci tu? Ma sta sicuro che li ingoia.

L'immortale Ballesio, quando ha mangiato e bevuto bene--quella sera egli

aveva onorato il colonnello con un magnifico desinare--non si riconosce

più: non è più la solita mutria: parla, ha dello spirito. Capace poi,

domani, di negare villanamente tutto quello che si è lasciato sfuggire:

ma per quella volta, parla.

--Così che, così che--chiesi io--la tua casa privata ti porta ad una

spesa equivalente ad un milione circa di capitale. Non è così?

--Un piccolo milionario--rispose Ballesio--un modesto milionario... Il

milione, vedi, sarà in avvenire come quel tale pollastro che quel Re di

Francia voleva nella pentola dei più poveri fra i suoi sudditi.

L'avvenire della società è sbalorditivo...

--E tu intanto principi...

--Bisogna ben dare l'esempio...

--A parte gli scherzi--dissi,--ma spiegami come va questa faccenda; come

va che tu che sei un modello di esosità, spendi, senza protestare,

ventimila lire e più per la tua signora...

--Mettiamo le cose a posto: prima di tutto, modello sì, ma non di

esosità. Quanto alla mia signora, è evidente; io devo tutta a lei la mia

fortuna. Lei non lo sa, ma è così!

--Ma se non ti ha portato un centesimo di dote!...

--Ti sbagli: mi portò il padre, la madre e quattro fratelli da

mantenere, che oggi sono tutti impiegati nell'azienda.

--E allora?

--È un problema psicologico. Tutti i problemi umani hanno un fondamento

psicologico occulto. Senti il mio: ma prima di tutto guardami bene in

faccia: non quale mi vedi nelle fotografie, nei quadri, nei _tablò_; ma

quale sono realmente: sono bello o brutto?

Esitai.

--Di' pure brutto, piccolo, rincagnato, pelato fino dalle origini, e

senza l'onor del mento. Ma devi aggiungere che a ventidue anni, quando

la sposai, ero anche più brutto: lo dico io, e mi puoi credere. Mi sono

fatto un po' bello in seguito. Immagina invece che cosa doveva essere

mia moglie allora! Tu dirai: Una dea! Io aggiungo: Una carica di

cavalleria! Dopo la quale tu non sapevi più in che mondo eri. Sono cose

che a dirle non ci si crede. Bisogna provarle.

--Provare per credere--dissi io--come per le tue pillole.

--Precisamente--disse con gravità Ballesio.--Senonchè Mariuccia allora

non era Giunone; era Ebe; Giunone, quale tu la ammiri adesso, diventò un

poco per volta. Ebbene io, a differenza di molti uomini, inconsapevoli

della verità, intuii subito che avrei fatta una deplorevole fine nella

mia qualità di marito. Bada bene però, e vedi di non confondere: mia

moglie era, come è adesso, l'esemplare delle mogli; ma tu devi sapere

che le facoltà ragionative della donna non hanno sempre la stessa sede

di quelle dell'uomo. Supponi, per modo di dire, che in mia moglie le

facoltà ragionative risiedano nell'epidermide, e che la sua epidermide

dicesse allora: «io ho bisogno di vestirmi--quando mi vesto--di seta e

di pietre preziose», e poi di' quale doveva essere la mia sorte che non

potevo comperarle che un abito di cotonina! Io sentivo la necessità di

diventare ricco appunto per non diventare un marito, come dire?

infelice. Ma come si faceva a diventare ricco? Lo sai tu?

Io sospirai.

L'immortale Ballesio mi spiegò e disse:

--La donna è la glandola della ricchezza. Pare un assurdo, ma è così. La

donna è come la pituitaria, la tiroide, la surrenale, glandole superflue

in apparenza. Ma tu portale via, e l'uomo diventa l'ombra di un uomo.

Sopprimi la donna, e tu hai l'uomo che ritorna allo stato selvaggio e

cretino.

Dopo ciò Ballesio bevve un cognac, e seguitò:

--A quei tempi io reggevo una farmacia a Montefalco. Guarda che per

andare giovane di farmacia in quel paese bisogna essere morti di fame.

In una settimana tu non fai cinque lire di banco. Il mio predecessore

era scappato via per disperazione, portando con sè quel po' di chinino

che c'era e una mezza dozzina di barattoli antichi.

Io, appena arrivato lassù, avevo messo fuori un gran cartello: _Farmacia

uso Roma_. Sai tu cosa vuol dire _farmacia uso Roma_? Io no.

Probabilmente era uno sfogo di quel genio della _réclame_ che mi si

sviluppò in seguito. Una sera d'inverno, dopo l'avemaria, stavo al buio

pensando al mio avvenire di marito infelice. Sentivo nella stanza di

sopra, ogni tanto, il passo di Mariuccia. Ella bubbolava dal freddo,

poverina! e doveva tenere sotto le sue adorabili sottane un vile

scaldino di carbonella. Sai tu quali orrendi pensieri devono passare per

la mente di una bella giovane costretta a bubbolare dal freddo in un

paese come Montefalco? Io sentivo già i brividi sul mio capo.

O Mariuccia--esclamai--o io morirò, o tu avrai un camino grande come una

fornace; e quando vorrai andare a spasso, avrai una carrozza con quattro

cavalli che ti tireranno dove vuoi. Allora, capirai, di automobili non

si parlava dalle nostre parti; non esistevano le mie pillole; il

termosifone era una cosa sconosciuta.

Ed ecco che un Marcantonio di montanaro, grosso e alto come la bottega,

mi spalanca la vetrina, entra e butta sul banco una cosa, e dice con

disprezzo:

--Questa tientela per te.

Guardo. Era una carta senapata.

--Non ha fatto effetto, galantuomo?--dico io.

--E che effetto vuoi tu che abbia fatto?--mi dice. Non mi ha grattato

nemmeno la pelle.--Ora, prosegue l'ineffabile Ballesio, tu sai la storia

dell'uovo di Colombo, della lampada di Galileo, del pomo fradicio di

Newton! Ebbene, quell'uomo è stato la mia lampada, il mio uovo, il mio

pomo marcio. Sentii, come farti capire? una luce trapassare la mia

mente, un lampo; ma avevo trovato!

--Amico--dissi con effusione a quel villano--vieni fra due ore e avrai,

ti giuro, il cerotto che tu vuoi e che ti guarirà.

Due giorni dopo l'uomo tornò. Mi mostrò la sua schiena che era tutta una

piaga; ma lui era esultante: era guarito!

Io avevo inventato il famoso cerotto di Sant'Antonio. Nelle nostre

campagne chi non conosce adesso il cerotto di Sant'Antonio? I farmacisti

delle città avevano dimenticato la esistenza dei forti lavoratori della

terra, la cui epidermide, perchè sa--come si dice oggi--il lavoro dei

campi, è insensibile ai comuni revulsivi. Avevano dimenticato questa

elementare psicologia della medicina popolare che un farmaco è creduto

tanto più efficace quanto più si sente e fa male.

--Ma tu dici delle bestialità, Ballesio.

--Mai più! È affare di autosuggestione. Il villano si sente bruciare e

pensa: «ecco, io guarisco!» Pensare di guarire spesso vuol dire guarire.

Aggiungi poi dietro il cerotto l'imagine di Sant'Antonio, del grande

taumaturgo, e tu hai la spiegazione dell'immenso successo del mio

specifico. Devi poi notare che nelle nostre campagne c'è ancora un po'

di religione e i parroci, con una piccola percentuale sulle vendite,

hanno fatto una _réclame_ strepitosa a questo revulsivo che cura

sciatiche, lombaggini, raffreddori e, dopo usato per l'uomo, tu non lo

butti via, ma ne incolli la immagine nelle stalle per la protezione

delle bestie.

Dopo il cerotto di Sant'Antonio, la via era aperta. Un giorno

contemplando la mia signora che si svestiva allo specchio, esclamai:

«Dio, che tesori! ma perchè devono esistere fanciulle clorotiche,

smunte, senza l'onore di quel seno e perciò prive della venerazione

degli uomini e della santa gioia della maternità?» Pensare questo ed

inventare le mie pillole fu un attimo. Ah, tu ridi? saresti buono anche

tu di far le mie pillole, eh? Ma di persuadere l'umanità che con le mie

pillole si guarisce, fui capace io solo.

E Ballesio assunse la sua aria di grand'uomo. E aggiunse gravemente:

--Al bene di tutte le classi sociali io ho provveduto: ai neurastenici,

agli stitici, agli ipocondriaci; e poi mi chiamano--qui in quest'idiota

paese--avaro, esoso, tirchio; imbecille mi chiamano anche! pucinella

politico, perchè, ora--dicono loro--sto coi preti, ora sto coi

socialisti. Io sto con chi soffre, e il mio nome è universale: _Vos

omnes qui laboratis et «ammalati» estis, venite ad me!_ Questa è la mia

divisa. Non vi sono che i medici ed i preti che preferiscono la

percentuale sui miei specifici agli specifici medesimi: ma si tratta di

una classe, direi quasi cinica, senza fede, destinata a scomparire. Ma

tutto il resto del mondo è basato sulla fede! Come ha progredito il

Cristianesimo? Con la fede. Come progredisce il Socialismo? Con la fede.

Che cosa è il _sole dell'avvenire_ che gli increduli deridono? Una forma

allotropica della fede. Come si diffondono per il mondo le mie

boccettine, le mie scatoline? Con la fede. La fede è l'ossigeno della

vita. La fede genera il dogma: il categorico imperativo di Massimiliano

Kant. Chi non crede al dogma, _anathema sit!_ Scomunicò la Chiesa,

quando potè! Scomunico io chi non crede a me! Ti pare? Senza fede, che

cosa hai? Hai la ribellione, hai la critica, hai individui pallidi,

stitici, dolorosi, senza vigore di volontà; hai degli irregolari della

vita. Ora--sta bene attento--dall'incontro di un atomo di fede negli

altri con un atomo di genio tuo, si ottiene il protoplasma intorno a cui

si verrà poi innucleando il milione. Hai capito adesso come si fa a

diventare milionari?

--Ma tu hai fede nei tuoi specifici?--chiesi io.

--Immensa! Essi valgono quello che valgono gli altri specifici. Tieni

bene a mente: nel campo terapeutico, tranne l'olio di ricino, il chinino

per la malaria, il bicarbonato pel bruciore di stomaco, tu non hai che

dei medicamenti illusori: bastoncini di carta su cui l'ammalato si

appoggia disperatamente per passare dallo stato egrotante a quello di

sanità. La sola terapia vera è l'igiene, l'aria, il sole e, moralmente,

essere un poco bestia. Ma che colpa ne ho io se l'uomo non può e non

potrà mai essere uomo igienico? se la sua anima non è sempre bestiale?

* * * * *

E quell'imbecille di Ballesio chi sa per quanto avrebbe durato, se in

quel punto il rumore del pubblico non avesse avvertito che la _Vedova

allegra_ era finita.

Ballesio corse a prendere la sua signora: giacchè questo onore egli non

lo cede a nessuno.

Sarà ridicolo questo minuscolo uomo, in grande sparato bianco, dare

maestosamente il braccio alla giunonica sua signora; ma è uno spettacolo

che tutti ammirano.

Quella sera la signora aveva un manto di ermellino arrivato da Parigi.

Si può chiamarlo imbecille finchè si vuole, ma bisogna fargli largo. La

sua automobile ha l'ordine di rombare spaventosamente, ed i suoi fari

devono essere i più luminosi. La luce ed il suono tengono viva la fede.

Ammirabile uomo, dopo tutto, che conserva inalterabile, assoluta la

fede, anche nella sua signora.

UN PICCOLO BACIO, QUI!

--Riservato per dame?--domandò la dama al conduttore indicando l'interno

di uno scompartimento di seconda classe, dove otto corpi di grosso sesso

maschile si stavano pigiati.

--Viaggiamo in condizioni eccezionali, signora.

--Ah!--fece la dama--e le sue pupille grige sotto il velo rialzato, e

che scendeva giù da una gran falda di cappello, fulminarono gli otto

grossi corpi; fulminarono il conduttore, e con lui il suo colletto un

pochino lercio, le sue mani quasi nere; fulminarono il treno in

disordine, la stazione in disordine; e, più largamente, fulminarono

l'Italia e le ferrovie in disordine: anzi in quel giorno in completa

disorganizzazione per effetto della neve; una neve enorme, paurosa,

strana, la quale pareva avesse un suo linguaggio di morte, come dire: io

ti voglio coprire, congelare, vecchio mondo!

--Venga con me, signora: la metterò in prima--disse il conduttore, e

precedette la dama attraverso un ingombro immenso del treno: bagagli,

gente.

--Qui è interamente vuoto--disse infine, indicando uno scompartimento di

prima classe.

--Se permette, ci sono io--disse al conduttore un signore che era lì, in

piedi, nel corridoio; ed indicò il suo grosso sciallo buttato

nell'angolo.

* * * * *

Questo signore era piccolo, anzianotto, sbarbato e fiorito nel volto:

però aveva un bellissimo naso grosso, ed un bellissimo ventre, sporgente

da un bellissimo pastrano da viaggio. La sua testa pelata era difesa da

un cupolino di seta. Egli stava a guardare dietro la grossa lastra di

cristallo ciò che avveniva nella stazione, e con una mano grassoccia,

adorna di un pesante anello, fumava un vile toscano: da che si poteva

arguire che quel signore era italiano, non straniero.

All'avvicinarsi della dama egli ritirò con bel garbo il ventre, e la

dama passò; passò perchè era sottile, ma la si contorse come per evitare

il contatto di quel ventre, di quel naso, di quel puzzo di vile toscano.

Ma per entrare, la sua alterezza dovette piegarsi da una banda perchè il

cappello non entrava.

Tranne il cappello, che fra veli e piume e spilloni, era di una

complicazione ammirabile, tutto il resto era semplice: una gonna nera,

un'ampia giacca di lontra, nel cui mezzo era posato un cespuglio di

violette finte: finte, ma non importa! Tutta la leggiadra creatura

odorava di viva viola, di fresco mughetto, di pura lavanda. Ma le narici

del suo nasetto impertinente si dilatarono e parvero aspirare in quello

scompartimento come un malvagio odore: le delicatissime labbra si

storsero: poi si sedette come rassegnata. Lentamente, con due sottili

mani inguantate, alti i cubiti, si toglieva veli, spilloni, cappello,

come fosse una funzione sacra. Apparve allora una leggiadra testa dai

capelli cinerei. Con un rapido moto trasse poi da una borsetta uno

zendado, vi ravvolse in un attimo il capo nella foggia languida in cui è

effigiata Beatrice Cenci; distese sul velluto un gran lino bianco; vi si

adagiò con la testa; vi si immobilizzò: forse dormiva se non fosse stato

un piccolo piede a dichiarare che ella era pur desta.

Il grosso signore si rivoltò ancora, lui e il suo naso, contro la

stazione. Era interessante guardare quello che vi succedeva. Un grigio

enorme, un umidore intenso, una folla sconvolta era sotto la tettoia:

ogni tanto passava qualche macchina fumida, gemebonda che trainava

vagoni lenti grondanti da una impellicciatura mostruosa di neve: dentro

si vedeva sfilare un ingombro di umanità.

Si va? si sta? cosa si fa? chi lo sa? Dall'interno del treno immobile,

dal di fuori giungeva un ininterrotto suono di voci:

«Ritardo di due, sei, dieci ore! La neve! macchè la neve: il

«sabotaggio». Ci vuole un ferroviere impiccato per ogni stazione! Ma si

impicchi lei per primo! Le ferrovie ai ferrovieri! Alle società private

le ferrovie. Senti il compare! È un deputato forse lei? Vi sono delle

donne, dei bambini nelle sale d'aspetto che strillano, che si disperano,

che hanno fame.»

Il vecchio signore faceva: _up, là!_ sollevandosi ritmicamente sulle

punte dei piedi, poi ricadendo sui talloni. Ad un tratto abbassò il

vetro: un signore era uscito dall'ufficio del capostazione; agitava

furibondo le braccia; dietro di lui erano altri signori furenti; dietro,

due capo-aggiunti, ma avviliti, poveretti; la barba di tre giorni, i

baffi in giù, il bavero in su, l'orgoglioso berretto color granata,

pesto, avvilito anche lui. Quel signore aveva tutta la bocca aperta e le

sue parole dovevano essere terribili: ma non si sentivano: ecco perchè

il vecchio che faceva _up, là!_ aveva abbassato il vetro.

Allora si udì la voce di quell'energumeno che urlava:

--Ma dove è quel capostazione? Ha finito il suo turno ed è andato a

casa? Già loro signori capi non sanno niente, loro non capiscono niente,

tutto un giuoco a scaricabarile. Al telegrafo, al telegrafo! Mangiapani

a tradimento. Vi concio io, ora! Un dispaccio al ministro.

Chi poteva essere quell'autorevole e furibondo personaggio?

Tutta la folla si volta, al galoppo, verso il telegrafo, e dietro

corrono le lucerne di due carabinieri. Ma tornano tutti subito indietro.

Una imprecazione collettiva, enorme: Il telegrafo non funziona più!

Ma che succede adesso? Un altro signore rompe la calca, affronta

l'energumeno e strilla come un'aquila:

--Prima di tutto, lei che grida tanto, fuori il biglietto!

Era il più bello della scena, quando la dama, levando appena il dito,

disse laconicamente:

--Prego, chiudere.

Il vecchio grasso gentiluomo udì, si voltò, guardò la dama. Ella diceva

proprio a lui. Lui parve meditare: dopo tutto la signora di seconda

classe era come sua ospite nel compartimento di prima.

--Prego chiudere--ripetè la signora in tono che non era affatto di

preghiera.

Allora il signore alzò lentamente e come a malincuore il cristallo.

Che cosa è l'amore? · 第 4 / 6 段