La grande Arte non mi aprì nemmeno l'anticamera del suo palazzo; e
l'Arte del tanto per cento mi scacciò a calci nel sedere.
Ma nelle trattorie di infimo ordine sono felice oggi quando mi
annunciano che c'è una busecca con cui riscaldarmi e sfamarmi con poco
prezzo. Allora penso: Cretino, che ti era capitata una donna col
cervello sano e forte, col cervello di ragioniera, che avrebbe pensato
anche per te... E tu...! Via, via, amico, pagami l'assenzio.
AHI, QUEL POVERO COLONNELLO!
Polifemo--come sanno quasi tutti--era un mostro della specie oggi
scomparsa dei Ciclopi, cioè che avevano un solo grand'occhio tondo in
mezzo la fronte.
Questo Polifemo era innamorato di Galatea, la quale era una bella ninfa
del mare, bella e bianca come il latte. Aveva un solo occhio, Polifemo,
ma le lagrime che pioveva per la passione di Galatea non erano per ciò
meno abbondanti, e i sospiri che mandava su la zampogna silvestre
facevano tremare le foreste dell'Etna.
Ma Galatea veniva su dal mare e gli faceva, _maramao!_ e poi con le
compagne vezzosamente rideva del rozzo amatore, e tratta dai delfini,
gli facea davanti scorribande pel glauco mare.
Queste cose, assai vecchie, sono consegnate nei libri degli antichi
poeti.
Ma i poeti hanno trascurato di dirci che guai per Galatea se fosse
giunta a tiro di mano di Polifemo!
Per troppa furia d'amore se la sarebbe messa in bocca come un _fondant_
e se la sarebbe ingoiata, per goderne tutto il sapore.
* * * * *
Ebbene, qualche cosa di simile accadde tra il signor conte Guido Ubaldo
e la signora Fanny, o donna Fanny, come ella amava chiamarsi; perchè
ella era una dama molto aristocratica. «A Roma--e sospirava--andavo ai
balli di Corte!»
Ci fu un giorno che il signor conte si trovò al contatto della mano
della signora Fanny, e dopo la mano venne il braccio e dopo il braccio
venne il resto, finchè... «Finchè il signor conte ingoiò così come
stava la signora Fanny...?» Per l'appunto: finchè la sposò, così come
stava.
* * * * *
Ma non bisogna dimenticare che le mani della signora Fanny erano
deliziose e rare; e un po' i profumi, un po' la pelle, un po' lo
splendore languido delle turchesi e degli anelli, accoppiato col pallido
corallo delle unghie, fatto è che quelle mani esercitavano una tale
seduzione, che il signor conte fu più che scusabile se ne subì il
fascino irresistibile.
Gentiluomo campagnolo, il signor conte, bruciato dal sole, riarso dalla
vita faticosa dei campi e della caccia, col sangue grosso e caldo di un
uomo che--quando arrivava a sedere nel tinello della sua villa--li
faceva suonare sì gli ossicini dei pollastri, e un fiasco di vino della
sua vigna (oh che vino!) gli andava giù come ridere; un uomo--dico--in
quelle condizioni, al posar le sue grosse e arse labbra su quelle mani,
aveva provato l'impressione indimenticabile di ingoiare un sorbetto di
vaniglia o di ananasso.
Ora, tutto il resto della signora Fanny era--almeno per gli occhi e pei
sensi del signor conte--nella relazione di quella mano: una donnina
profumata, signorile, languida, che pareva avesse la virtù di attaccare
alle vesti la emanazione carnale di se stessa. Ora se una mano soltanto
dava questa sensazione di piacere, che cosa avrebbe dato l'intera
signora Fanny?
Il signor conte si ammalò di questa malattia di assaporare la signora
Fanny per intero, e l'infezione giunse a tal punto che fu necessario
l'intervento del matrimonio.
Ma ci furono dei guai seri e delle difficoltà da superare.
Il signor conte, ohimè! rasentava il peso di un quintale: ora appariva
da molti segni poco probabile che la signora Fanny volesse accettare il
matrimonio con un uomo di quelle proporzioni. Inoltre il signor conte
portava le camicie di flanella coi colletti rovesciati: aveva
l'antiestetica abitudine di legare le mutande su le calze, per modo che
bene spesso si scorgevano giù pendere i legacci: ignorava--almeno a
giudicar dall'esterno--l'uso degli stiracalzoni; e non soltanto fumava
degli orribili mezzi toscani, ma, quel che è peggio, giungeva al punto
di tagliuzzare con un coltello da tasca un mezzo toscano, ne imbottiva
la pipa e fumava come un plebeo.
Aveva altre abitudini rozze e contadinesche, che non concordavano niente
con la sua nobiltà. Per esempio, fra le otto e le nove del mattino, dopo
tre o quattro ore di caccia o di sorveglianza ai lavori agricoli, era
per lui un gran piacere far colazione, all'ombra se era estate, al sole
se era inverno, nelle più umili osteriuzze di campagna in cui
s'imbatteva, e mangiava quello che c'era, come un muratore: quattro
soldi di tonno cosparso di pepe e un mazzo di cipolline fresche, e, se
v'erano operai, manovali, carrettieri, villani, parlava con loro da pari
a pari, tranne che a lui aggiungevano un _signor conte_, ma un _signor
conte_ così alla buona e consuetudinario che passava inavvertito. E
d'altronde se quel tonno con la cipolla piaceva tanto a lui come a
quegli altri, che bisogno c'era di far tante distinzioni anche nel
resto?
Nella casa del signor conte non esisteva una _table à the_, anzi credo
che quanto al tè preferisse una buona tazza di camomilla; e infine
attorno alla sua mensa non girava nessun muto e impassibile cameriere,
ma la stessa cuciniera si staccava dai fornelli per mettere in tavola,
così com'era, con il grembiule. Ed essendo oramai solo e senza nessuno,
arrivava d'estate al punto da mangiare anche in maniche di camicia.
Però di tutte queste ultime cose la signora Fanny non aveva che un
lontano sospetto, come ignorava la predilezione di lui per la minestra
di fagiuoli col lardo; o di ceci, con i quadrettoni di cruschello ben
grossi, che si sentono sotto i denti.
La signora Fanny era in quell'estate ospite in villa di una cospicua
famiglia, la quale era in buoni rapporti di vicinato e confinante per
proprietà coi beni del signor conte; e per tal modo si erano conosciuti.
La signora Fanny aveva appena da un anno smesso l'abito di lutto per il
suo primo marito: anzi si può quasi assicurare che era stato lui, il
signor conte, a farla sorridere la prima volta dopo quella gran
disgrazia; lui, con quel suo fare bonario, semplice, con quel suo largo
riso sano e felice, con quei suoi occhi celesti, senza ombre e senza
malizie.
--Pare un grosso bambino, ed ha la barba che qua e là è grigia--aveva
detto agli ospiti la signora Fanny.
--Un uomo felice--avevano detto gli ospiti.
* * * * *
La signora Fanny non aveva appetito, perchè aveva troppo sofferto per la
morte del suo povero colonnello, chè tale era il grado del defunto
consorte. Ma ci pensò lui, il conte, a stuzzicarglielo l'appetito, chè
da un laghetto sull'Alpe lontana faceva venir giù certe trotelle, certi
panierini di fragole selvatiche, certi formaggi che fanno i pastori,
certi funghi...! Tutta roba che si trova sul remoto Appennino, e non è
facile conoscere la via, i mezzi, il tempo per acquistarla. Ma il signor
conte, gran cacciatore, conosceva la montagna a palmo a palmo, e sapeva
in quale gorgo di fiume matura la trota, in quale selva cresce il
lampone e la fragola.
E che dire della caccia? O, quanti pennuti, già felici fra i ginepri e
le forre montane, quante gallinelle, quante starne, quante quaglie
furono dal micidiale piombo del conte sottratti alla libertà ed alla
vita e presentati come omaggio alla inappetenza della signora Fanny!
Fu così che la signora Fanny cominciò ad acquistare l'appetito; ma il
signor conte cominciò a perderlo.
Un giorno gli caddero molte lagrime sopra due quaglie, le cui compagne
erano state consegnate alla cuoca della signora Fanny, e allora pensò:
--Ma perchè piango io, sciocco che sono mai? Se quel povero colonnello
fosse in vita, allora sì avrei da disperarmi; ma poichè il colonnello è
morto..., io ben la posso sposare.
Pensar questo fu cosa facile.
Ma se il conte ci riusciva ad offrire le quaglie e le starne, ad offrir
se stesso non ci riusciva: trattare con donna Fanny era per lui
un'impresa seria: si imagini come offrire la scomposizione e
ricomposizione di un orologio alle dita di un carrettiere. Ne parlò ai
comuni amici, i quali ne parlarono alla signora Fanny.
--Rimaritarmi, io?
La signora Fanny non faceva questione del conte o di altri: faceva
questione semplicemente del verbo _rimaritarsi_. Come è naturale, donna
Fanny faceva presente l'ombra di Sicheo, voglio dire del defunto
colonnello, il quale era inutile che fosse stato così buono, così
cavaliere, così compiacente di morire, se la vedova si doveva legare con
altri. Il vero è che lei non vedeva nessuna necessità di queste seconde
nozze. Sarebbe come offrire una seconda licenza ad uno scolaro: ma è la
prima quella che è necessaria, il _porro unum_ della carriera.
Così per le donne: è il primo marito che è necessario.
E poi quel dover rinunciare alla pensione che quel povero colonnello le
aveva lasciata, a lei pareva quasi un delitto di ingratitudine.
E infine, perchè non dirlo? Il suo primo marito era stato troppo buono,
troppo cavaliere, troppo delicato in tutto, così che lei si sentiva come
un pochino viziata.
--No, amico, credetelo, vi farei infelice--diceva al conte.
Ma se tutti gli impedimenti erano questi, egli, il conte, poteva
garantire che sarebbe stato tanto buono, tanto docile, tanto delicato
anche lui.
--Sì, ma poi voi siete troppo colossale, mio Dio! Vi pare che staremmo
bene vicini l'una all'altro?
A questa terribile domanda, il povero conte non sapeva che rispondere;
ed era tanta la desolazione che si dipingeva sul suo viso, che donna
Fanny ridea di gusto, e da allora cominciò a pensarci su. Le donne--come
è ben noto--hanno l'istinto della redenzione, e fu appunto per questo
che nel cervello della signora Fanny entrò, non l'amore propriamente, ma
l'idea di redimere quel povero conte: compiere come una missione di
bene.
Senza cominciare da Beatrice Portinari, che gettò nella mente del suo
pallido amico l'idea della _Divina Commedia_, quante donne potrebbe
registrare la storia che furono cagione dell'opera egregia di tanti
uomini illustri!
Ora la signora Fanny non si proponeva certo di far comporre al conte una
_Divina Commedia_, e nemmeno di iniziarlo alla vita politica. Ma le
pareva opera degna della sua muliebre intellettualità e di quell'istinto
materno che fu depositato dalla natura nel segreto di ciascuna
discendente di Eva, richiamare alla vita quel disgraziato conte.
Perchè io non ho detto tutto: ma il vero è che il conte Guido Ubaldo
portava un bel nome storico, che il suo patrimonio era cospicuo, e il
castello che abitava era stato testimone di antiche storie. Con questi
requisiti, un uomo si doveva seppellire in campagna? vestire a quel
modo? condurre l'esistenza di un fattore?
«Ma salva e redimi quell'infelice nostro discendente», pareva dicessero
alcuni ritratti antichi a donna Fanny, il giorno che il conte la
condusse a visitare il castello.
Fu così che donna Fanny si decise, perchè oltre a richiamare il conte
Guido Ubaldo a vita conforme al proprio grado, c'era tutto il castello e
le sue adiacenze da riformare.
Riformare la mobilia, se non in tutto almeno in parte: tutte quelle sale
tetre con quei mobili neri, roba d'altri secoli, consunti dai tarli,
roba da antiquari, sostituirli con aerei, azzurri, rosei mobili di stile
floreale; e bianco e oro alle pareti; e su la spianata invece di quei
funebri cipressi, spianarvi un _lawn-tennis_, e perchè no? sostituire il
vecchio e geometrico giardino all'italiana con tutti quei vasi di
limoni, con tutti quei corridoi di verdura, con un vago e vario giardino
all'inglese.
C'era insomma da consumare l'attività di una donna anche meno
intraprendente della signora Fanny. Ma più che il castello, stava a
cuore a donna Fanny di riaprire e rimodernare il palazzo comitale di
città; e più che il castello e più che il palazzo, le stava a cuore di
rimodernare e aprire alla vita il suo volonteroso secondo consorte.
* * * * *
Così adunque vennero celebrate le nozze.
Gli sposi partirono, e si racconta che, nei primi tempi, molto
viaggiassero, e in grandi città facessero loro dimora.
Se non che, dopo qualche anno, ritornarono al castello perchè il povero
conte non istava proprio bene. Infatti non si riconosceva più.
Lasciamo stare l'abitudine delle minestre col cece e delle colazioni da
cacciatore con il tonno, il pepe e la cipolla: ma voglio dire che lui
non si conosceva più. Era diventato di un colore che ricordava il grano
che è cresciuto in cantina; e, mentre prima stava ritto, ora era tutto
cascante, e quella sua barba veramente fiorita, in cui i fili d'argento
già facevano bizzarro contrasto con il color primitivo del rame, era
stata trasformata in una barbetta in punta, d'un colore tutto eguale, un
colore sporco fra il cenere e il biondo.
Parlava mansuetamente e assicurava tutti che stava bene di salute; ma
quel suo sorriso stirato, dava a vedere che non lo diceva con
convinzione.
Anche l'aria nativa non gli giovò: e come molti avranno osservato che
gli uomini prima di impazzire, prima di ammalarsi di incurabili mali,
ovverosia prima di morire, mettono fuori certi loro sentimenti sigillati
nel cuore da anni ed anni, così si racconta che il povero conte
esclamasse una volta:
--Ah, perchè è morto quel povero colonnello!
* * * * *
Quando anche il conte morì, fu osservato che la sua barba era tutta
bianca e così i capelli; e così si osservò che il suo volume e il suo
peso non erano diminuiti.
Ahi, come si dolse donna Fanny della morte del povero conte! Dopo il
colonnello ella credeva impossibile di trovare un uomo più cavaliere,
più gentile. Eppure ella lo aveva trovato nella persona del conte Guido
Ubaldo; ed era morto!
Tutto ella aveva fatto per lui: lo aveva abituato a portare i colletti
alti; a gustare il tè, che prima non poteva soffrire, a fumare le
sigarette invece dei toscani. Aveva smesso l'abuso dei farinacei, del
fiasco di vino; s'era adattato benissimo ai ricevimenti del venerdì, a
coricarsi dopo il teatro, a stare in letto al mattino sino alle otto per
lo meno: insomma, in tutto si era incivilito, dirozzato quel povero
conte; in una sola cosa non era riuscita donna Fanny: nel farlo
dimagrare. Perchè quello di ridurlo magro era stato il principale
pensiero di donna Fanny. Ma invano!
Cure sopra cure, aveva fatto: non vino rosso, non farinacei di cui era
sì ghiotto; molto tè, molto digiuno, massaggio, cura elettrica ad alta
frequenza, idroterapia, cura di Montecatini, di Carlsbad, tabloidi di
tiroidina. Macchè! Diventava pallido, ma magro niente!
Così, ma molto più in lungo spiegava donna Fanny al dottore, il vecchio
dottore di condotta, che la stava ad ascoltare a fronte bassa e con gli
occhi chiusi dalla mano.
--Pensi--seguitava donna Fanny--che vedendo l'impossibilità di ottenere
alcun dimagramento, mi sono raccomandata ad un celebre specialista
omeopatico, il quale mi consigliò come infallibile una cura assai rara e
costosa, fornitami--noti bene--da quella stessa casa--una delle case più
accreditate--da cui io da anni faccio venire i miei articoli da
_toilette_.
A questo punto il vecchio dottore si tolse la mano dagli occhi, e,
levando il volto, affissò attentamente il volto della contessa Fanny,
chè tale ora si poteva a buon diritto chiamare; e poichè qualche cosa
era necessario rispondere, così il dottore disse:
--Io sono della vecchia scuola, signora contessa; ma io credo che chi è
nato grasso e grosso non potrà mai diventare snello e magro. Credo
piuttosto che una vita libera ed all'aperto, piena di attività, quale
era quella che spontaneamente conduceva prima il defunto signor conte,
avesse virtù di mantenere l'equilibrio organico meglio che le cure
specifiche escogitate al proposito e a cui ella testè mi accennava. La
ragione ci consiglia spesso di violentare la natura, ma una più acuta
ragione ci avverte che è bene usare le maggiori cautele in quest'opera
di violenza.
Così parlò il vecchio dottore.
Ma alla sera, avendo osservato il volto imbiutato e lisciato di
cosmetici della signora contessa--cosa di cui forse il conte Guido
Ubaldo non si era mai interamente accorto--scrisse in un suo libro di
memorie mediche, accanto al nome del defunto, questa nota in latino,
come soleva:
E le parole sono queste:«_Ex eodem unguentario unde causas nuptiarum,
idem, miser comes Guidobaldus, mortis emit causam_.» (Dal medesimo
venditore di cosmetici, da cui il misero conte Guidobaldo tolse la
_causa_ del matrimonio, comperò pure la _causa_ della sua morte.)
LA BAMBOLA FATALE.
--_Patà! Canca Imma_.
--Cosa vuol dire _patà_?
--_Patà_ vuol dire, _in braccio_. E _canca_ vuol dire, che _Irma è
stanca_.
La prese in braccio.
Dopo un po' egli disse:
--Ma, cara mia, capirai che valigia, pastrano, ombrello e la bambina,
anche, per giunta... è impossibile.
La signora, allora, lo alleggerì della valigia, una di quelle valigette
di cuoio, leggere leggere; poi gli prese anche il pastrano e l'ombrello,
e non gli rimase che la mimma.
--Auf!--soffiò ancora il giovane.
--Ti pesa?
--Piuttosto: ma vedremo di rimediare. Di'? tu, oilà, vuoi andare più in
alto, al terzo piano, che ti porto meglio?
--_Tì!_--rispose la piccola mimma con quella sua languida voce di
cantilena.
--_Tì_ lo capisco: vuol dire _sì_--disse il babbo.
--Eppure pesa così poco, pesa: magari pesasse di più--disse la madre.
Il babbo sollevò la bambina sua al terzo piano: cioè a cavalluccio sopra
le spalle.
* * * * *
Il babbo e la mamma erano assai giovani: lei una donna scialba,
delicata, lunga, troppo lunga. Doveva essere stata vezzosissima pochi
anni prima: ma la maternità intensa aveva fatto quasi repentinamente
sfiorire la sua giovinezza; aveva deformata la sua persona. Le mani
erano lunghe, trasparenti: le orecchie, il naso mostravano le
cartilagini. Lui, sì, era un bruno, aitante, esuberante, forte maschio.
Pareva che la sua giovinezza fosse ancora sorpresa del laccio
ineffabilmente tenue e infrangibile del matrimonio, rappresentato da
quella mimma esile come la mamma, da quella sposa patita. Eleganti erano
l'uno e l'altra: ma di diversa eleganza: in lui era l'eleganza che cerca
il piacere, in lei l'eleganza che non va oltre il decoro e la nettezza.
Dunque la sollevò, la sua mimma, sulle spalle, al terzo piano.
--_Pimpala, Imma!_--fece la bimba spaurita.
--Cos'ha, adesso, con questo _pimpala?_--chiese lui alla moglie.
--_Pimpala_--spiegò ancora la moglie con una sua voce di
rassegnazione--vuol dire che l'Irma cade, che lei cade.
--Ma dio--disse lui alla bimba--dammi le manine. Con tutte le cose che
hai in mano!...
Ed egli prese le cose che aveva nelle sue mani di giglio, e se le pose
in tasca; poi strinse l'una e l'altra mano dell'Irma; e ci stavano per
intero, la manina ed il piccolo braccio della bimba, nella sua forte
mano.
--_Oh, lulù, lulù!_--esclamò ad un tratto gioiosamente la bimba,
dondolando con la voce la testa e le chiome.
--_Lulù_, vuol dire?--chiese lui.
--_Lulù_ vuol dire il _lago_.
--Perchè?
--Mah! lei dice così.
Infatti, dall'alto del terzo piano anche lei, la piccola mimma, vedeva
il lago.
* * * * *
I giovani sposi con la loro bambina scendevano verso il lago. Il
paesaggio era immobile nella lucidità del mattino di giugno: il lago
giaceva laggiù così in fondo che i battelli bianchi a vapore che lo
attraversavano, parevano balocchi.
Al di là dei muriccioli di pietra che costeggiavano il sentieruolo, si
occultavano le villette; e qua e là tutti i fiori, tanto quelli dalle
aiuole ben rasate delle villette, quanto quelli dalle rocce e dai dirupi
erbosi, si occhieggiavano nella rivista del sole: bocche di leone,
giaggioli, rose, viole, contesse e duchesse della specie, pettinate dal
giardiniere, fiori aristocratici, insomma; e poi umili fiori di campo.
--Bella mattina, eh, Irma?--domandò il babbo.
La bambina non rispose niente.
Da due mesi erano brutte mattine per lei: non si destava più ridendo e
gorgheggiando, ma tediata e piangente. Perchè prima il riso ed ora il
pianto, ella non sapeva. Lo sapevano i genitori ed il medico. Per ciò
era stata condotta sul lago, fuori della città afosa. Era pallida
pallida; era magra, non pesava più nulla. La pelle le cadeva giù per le
coscie come due borse vuote: il collo era uno stelo venato d'azzurro.
Piangeva spesso per niente. Ora però si veniva rimettendo in meglio, ed
i suoi genitori spiavano il suo volto, il suo colore, il suo appetito,
il suo umore ed altre cose, come i marinai fanno col cielo quando temono
la burrasca.
* * * * *
--Ma ha un bel colorito stamane, vero?--chiese lui.
--Non c'è male.
--Irma, mi vuoi bene, oh Irma, dimmi, mi vuoi bene?--chiese lui.
--Sì, tanto, papà.
La voce veniva da sopra il suo capo, dal terzo piano. Ma che voce!
Accorata, profonda. Pareva venisse come da un mondo crepuscolare, ove
non è lago, non sono fiori, non è sole. Un mondo crepuscolare ove
abitano quelli che furono, ove abiteremo noi, che siamo.
Sorrise a quel--_sì tanto_;--lo fece ripetere e disse:
--Ah, questo sì, Irma, è un linguaggio chiaro.
E poi, come... come non so, la tolse dal terzo piano, la accostò alle
labbra, la baciò.
--To'! e tu perchè piangi?--domandò alla moglie.
--Perchè non ci vuoi bene a questa povera bimba. Ogni momento tu te ne
vai via.
--Ma, amica mia, sii ragionevole; gli affari in prima linea, dopo voi
altre, si intende! Sto fuori, qualche volta mi assento. Ma che vuoi? Un
artista è come un uomo politico: non può allontanarsi dalla società. Son
capaci di dire: «Lo scultore Taliedo com'è che non si vede? Mah! È
ammalato, è neurastenico, è etico, non può più lavorare. Che peccato, un
artista così bravo!» Ora io non voglio dare queste soddisfazioni ai miei
amici. Per esempio, l'affare per cui vado oggi a Genova mi è venuto
d'_emblée_, al Grand Hôtel Excelsior a Roma. Senti, è buffa: un
americano è venuto in Italia per farsi fare la statua di sua moglie
morta. Egli è felicissimo che sua moglie sia morta, ma vuole eternare in
marmo la sua gratitudine.
Il giovane scultore Taliedo parlava così con volubilità allegra, ma la
giovane donna ascoltava come fossero cose estranee e lontane: la piccina
aveva reclinata la testa bionda sull'esile stelo del suo collo esangue.
* * * * *
Un'ora dopo il giovane scultore Taliedo correva in diretto--ben
rincantucciato e accomodato--verso Genova.
La felicità della vita consiste, come tutti sanno, di diversi capitali,
come la salute, i denari, il buon umore; ma consiste anche nel sapere
mutare, nel cinematografo del cervello, la serie delle imagini.
Un'imagine è lugubre, per lo meno sconsolante? Sostituiamola con un
_film_ tutto da ridere.
Mentre il treno correva, lo scultore Taliedo faceva passare con
vertiginosa rapidità le ultime imagini di sua moglie: «Cara, brava,
buona, virtuosa, tutto quello che volete: ma è strano come con
l'apparire delle virtù morali, siano scomparse le virtù corporali.
Poverina, non è colpa sua, ma è troppo lunga, troppo affilata: troppe
cartilagini visibili.»
Lo scultore Taliedo era pienamente giustificato davanti ai suoi occhi se
lasciava il lago e correva a Genova in un treno diretto.
--Mia moglie--proseguiva dal delizioso angolo ove stava
rincantucciato--andrebbe bene come modello per Maria Vergine! Ma non se
ne fanno più ordinazioni di Marie Vergini in questi tempi sacrileghi; e
quei positivisti di parroci le comprano già bell'e fatte, inverniciate e
vestite, dalle case di commercio. Ah, poveri artisti!
Però l'idea di modellare sua moglie con Irma in braccio lo seduceva: una
visione soave. Irma che ride, pargoletta, dalle braccia materne: una
visione secolare: la maternità e il figlio o la figlia, cioè il germe
della vita!
È il grande motivo dell'arte che fu. E Taliedo vide, nel corso dei
secoli, artefici canuti e barbuti che gareggiavano nell'esprimere sulla
tela o con la creta il tema meraviglioso della Donna vergine e madre; e
di mano in mano che creavano, adoravano la loro creazione.