partire: uscì dalla tettoia, infatti. Allora brillò una gran luce: ma
non dal cielo uniforme di piombo scendeva quella luce; ma dalla immensa
candidezza della terra, e fuori di quel candore, tutto era ugualmente
plumbeo: le fiumane, le piccole case, disperse, livide, sepolte: un
paesaggio immobile, desolato, bianco su cui avanzava, quasi immersa, la
linea nera del convoglio.
* * * * *
Però era oramai mezzogiorno e il signore si preparò a far colazione:
l'apparecchio o viatico che levò da una cestina e dispose bene bene,
rivelava l'esistenza di un cuoco di casa, o forse anche di una di quelle
mogli rare e preziose che preparano tutto per il marito che viaggia.
Quel viatico rivelava inoltre che egli era un buongustaio e anche uno
stomaco solido. Guardò con occhio commosso un'anca di cappone a lesso;
pallida, piena, gelatinosa, accuratamente priva di bordoni e di piume,
oh non come sono le ali e le ànche scheletriche nei disingannevoli
cestini da viaggio! Guardò un bellissimo, brunito, rosato, profumato
arrosto di filetto, disposto in ordinate fette. Esitò: finalmente prese
delicatamente una fetta d'arrosto, aperse la bocca, mise un po' fuori la
lingua... In quel punto la dama fece una smorfia di supremo disgusto.
Il signore fissò: depose la fetta su le altre, non sulla lingua, e in
tono di persona seccata disse:
--Oh, senta, cara signora, che lei mi voglia impedire di fumare, vada
anche, benchè questo è scompartimento per fumatori; che non mi permetta
di aprire il finestrino per un momento, sia pure; ma mangiare, ah,
mangiare...
--Non parlare con voi.
--Allora io parlare con voi... oh, corpo di Bacco! E dire che quando noi
andiamo all'estero, stiamo, si può dire, col cappello in mano; e questa
razza prepotente quando viene in Italia...
Ma la signora con una mossa sdegnosa, appena detto «non parlare con
voi», si era rifugiata nell'angolo opposto, e d'altra parte,
quell'arrosto era così buono, così persuasivo che pareva dire: «Perchè
ti vuoi guastare la digestione?» Le fette sparivano tranquillamente,
alcuni panini scricchiolarono, una bottiglia nera versò una volta e due
il suo contenuto luminoso giù per la gola dell'amabile signore. Non
rimaneva che la frutta, e questa era rappresentata da grossi mandarini
dalla buccia ben sciolta.
A questo punto il treno, che già andava lento, rallentò: la macchina
mandò un gran sbuffo, poi un sibilo flebile, lugubre, morente: il treno
si fermò. Un silenzio profondo, poi un'agitazione paurosa per tutto il
treno. Il treno era sotto la neve. Stazione vicina? No. In aperta
campagna. Si sentivano sportelli e vetri aprirsi. Un individuo o due
saltarono giù. Rimasero confitti come cialdoni nel lattemiele: la neve
rasentava la banchina. Terrapieno, siepe, tutto era livellato in una
desolazione bianca: la macchina--la si scorgeva in curva--era quasi
tutta immersa. Nevicava ancora.
La signora si scosse.
--Cosa succede?--chiese voltando la testa verso il compagno di viaggio.
--Probabilmente bloccati.
--Ah! Verranno a sbloccare.
--Speriamo bene, signora.
Può fare sempre piacere ad un filosofo il constatare che la piccola
graziosa neve ha forza di arrestare una macchina enorme e nera, simbolo
del progresso; come la pudica acqua di affondare un transatlantico; come
un microbio invisibile di uccidere un uomo: ma è bene non trovarci in
simili casi.
La verità cruda non tardò a farsi strada: treno bloccato in aperta
campagna: avanzare e retrocedere impossibile: segnalazioni
insufficienti: telegrafo rotto: macchina spenta.
Prospettiva certa: cinque ore di blocco, almeno, cioè il tempo da
permettere alle guardie di percorrere i venti chilometri lungo la linea
sino ad arrivare alla stazione da cui erano partiti: poi aspettare la
locomotiva liberatrice. Altra prospettiva molto più probabile: la notte
in treno, senza calore e senza luce perchè la caldaia era già spenta.
Quando la signora seppe questo, fece anche lei come tutti nel treno:
protestò: il treno era un coro di proteste. La signora aggiunse la sua
voce esotica al coro, con speciale sintesi diffamatoria verso l'Italia.
--Viaggiato molto--diceva--ma mai visto qualche cosa così orribile.
Russia, Norway, Svizzera, paesi avanzati avere _puf_, _uf_ (soffiava).
Avere, come dicete voi? _Avere rotery-snow-plough_ per soffiare via
neve.--E con la manina vorticosa faceva un molinello che buttava via
tutta la neve.
--Vuol dire--spiegava il capotreno ai circostanti, un giovanotto quasi
elegante--che all'estero adoperano un tipo nuovo di spazzaneve a
ventilatore per liberare i binari. Qui siamo ancora al vecchio tipo che
non è buono se non a buttare la neve da un binario sull'altro; e poi con
una neve come questa non va.
La signora, dopo avere protestato, si dovette anche lei adattare al
fatto reale; aspettare, pazientare, tacere.
Passava, interminabile, il tempo.
Quando la superba umanità intuisce una forza che non può vincere, con
cui non può lottare, si abbatte avvilita, muta. I carrozzoni, specie
quelli di terza classe, potevano richiamare in mente certi
carri-bestiame, pieni di corpi immoti, attoniti.
Ma i bambini si udivano gemere: qualche donna piangeva. La fame! Qualche
vigoroso, qualche ardito discese: dal casello vicino, da una cascina si
potè avere un poco di pane: ma era una disputa feroce: la si
intravvedeva nei vagoni di testa.
Calava la sera.
--Signora, posso offrire?
La signora pareva sofferente: era scossa come da brividi.
Il signore aveva tolto dalla grossa valigia di cuoio una fialetta di
essenze.
--Veda, signora--disse--quando io viaggio, ho l'abitudine di prevedere
tutto. Ecco qui, oltre al resto, una candela: è probabile che fra poco
torni a proposito.
--Grazie, ma avere anch'io _petit flacon_. Piuttosto ho fame.
--Ah--fece il signore--e presa la cestina, ne trasse ancora quella
deliziosa anca di cappone. Poi fissò la signora: sorrise dolcemente con
i suoi denti bianchi nella faccia rubiconda, un po' ironica, e senza
muoversi punto, appena movendo le labbra:--Sì--disse--ma pagare!
«No, no denaro--disse fermando il gesto della signora.--Soltanto un
piccolo bacino, qui!»
E indicò la punta del grosso naso.
--Ah!... _Fy, old satyr!_
--Niente, vecchio satiro, _madam_. Ho dato addio da tempo alla carne:
non però alle ànche di cappone. Ma quest'oggi mi sento americano
anch'io, cioè molto originale--e così dicendo fece atto di riporre la
preziosa anca superstite.
Allora con un moto rapido, la dama si appressò: il signore sentì cose
molli, profumate, deliziose appressarsi a lui: la lontra, le viole.
I labbruzzi di lei sfiorarono il suo grosso naso. Poi tutta si ritrasse
indietro, coprendosi il volto per non vedere quella orribile cosa che
aveva baciata.
* * * * *
--Dire--ruminava tra sè il signore allontanandosi nel corridoio, e
riacceso un toscano per lasciare che la dama affondasse in pace i suoi
dentini in quella anca rosata--dire che circa vent'anni fa questa triste
avventura della neve poteva essere fra i più saporiti ricordi della
vita!
Un mezzo toscano è spesso una grande consolazione, nella miseria.
GIACOMINUS GIACOMINI.
Quella volta la mamma, per quanto pietosa, non potè nascondere il grave
fallo di Giacomino: il babbo venne, seppe, e quella sera grandinò.
Una grandine alla vigilia di Natale?
Sì, una grandine di busse, ma non sui campi: bensì sulla persona di
Giacomo Giommi, ovvero Giacominus Giacomini, come lo chiamavano
beffardamente i compagni di scuola, figlio legittimo ed unico del signor
cav. Antonio e della signora Palmira, scolaro ginnasiale
scioperatissimo.
La signora Palmira conosceva del non egregio suo Giacomino tutte le
prodezze: dalla vendita della grammatica latina per acquistare il
diritto di copiare i problemi, alle lezioni marinate con superba
disinvoltura; sapeva perchè diminuiva lo zucchero ed aumentava in modo
anormale la lista del calzolaio e del sarto. Il padre, cav. Antonio,
ignorava tutte queste cose: prima perchè nessuno gli diceva niente,
secondo perchè dalle sette del mattino--ora in cui si levava--a
mezzanotte e anche all'una talvolta--ora in cui rincasava--non compariva
nel domestico focolare che per le due ore del pranzo. Però se ignorava
l'analisi, intuiva la sintesi:
--Quel ragazzo non ha voglia di far niente di bene!
--Ha ingegno, e farà bene--risponde la signora Palmira che più si
avvicinava alle nozze d'argento e meno veniva dividendo le idee del
marito.
--Ingegno a dir le bugie, ingegno a sgraffignare se trova, ingegno ad
inventare tutte le scuse per faticare meno che si può e godersela più
che può. Credete che io non me ne accorga?
--E anche in ciò si richiede ingegno--rispondeva la signora Palmira, la
quale si riserbava almeno il diritto di parlare sempre per ultima.
Chi possedeva l'analisi e la sintesi sul conto di Giacomino era la donna
di servizio: ella sapeva tutti i progressi fatti da lui nel _folklore_
delle ingiurie plebee ad una umile fantesca: da _servaccia_, _sguattera_
sino a certe parole che offendevano la dignità del sesso. Ella aveva
anche imparato la differenza che passa tra l'impressione di una scarpa
coi chiodi e un'altra senza chiodi: i modi con cui Giacomino comandava
potevano ricordare un linguaggio non più ammesso dalla democrazia. Vero
è che, quanto a termini ingiuriosi, la domestica disponeva di un
vocabolario ricchissimo. In questi casi Giacomino, leso nel suo onore,
riferiva alla mamma.
La mamma allora interveniva come giudice e diceva: «Mettiamo bene le
cose a posto. Tu sei la serva e lui è il padroncino, tu sei una donna
fatta e lui è un bambino ancora ingenuo.»
«Per me l'è un barabba!» diceva con profonda convinzione la donna, e
allora Giacomino assisteva ad un'altra varietà di diverbio, quello fra
la donna di servizio e la mamma: diverbio molto più clamoroso e lungo
perchè la donna di servizio si credeva in diritto di pretendere per sè
l'ultima parola.
Dunque quella antivigilia di Natale la signora Palmira aveva dovuto
recarsi alla direzione del Ginnasio, chiamatavi d'urgenza da un laconico
biglietto del signor Direttore.
Veramente il biglietto era per il padre e non per lei.
Il signor Direttore, anzitutto rilevata questa sostituzione, accolse la
signora Palmira con un contegno così solenne ed enigmatico che la detta
signora perdette la sua abituale sicurezza.
--Abbia ad ogni modo la bontà di accomodarsi.
«Non avrà mica ammazzato qualcuno!» pensò la signora Palmira.
Il signor Direttore torna a sedere sul suo seggiolone: preme il bottone
elettrico: compare il bidello: ordine di far comparire Giacomino Giommi,
e Giacomino compare.
«Povero figlio mio--palpitò la signora Palmira come lo vide con un
aspetto così compunto come mai gli era accaduto--questa volta ne hai
fatto una grossa!»
Il Direttore con una crudele lentezza estrasse un foglietto e lo
presentò alla signora.
--È questo--domandò--il carattere del suo signor consorte?
--Veramente...--disse la signora.
--Questo è un falso; ieri il suo signor figliuolo ha presentata questa
giustificazione. Del resto guardi--e col dito fulminò lo
scolaro--_habemus confitentem reum!_--Per tutto questo ed altro io
desidero la presenza del padre.
--Ma...--obbiettò la signora Palmira.
--Assolutamente: intanto la avverto che il suo figliuolo, per deliberato
consiglio dei professori, è sospeso dalle lezioni. Questo come
preavviso: il resto verrà poi!
Il signor Direttore fece capire che non aveva altro da esporre, almeno a
lei, signora Palmira.
La signora Palmira inchinò, uscì, con Giacomino dietro.
«Si può essere più imbecilli? E si può essere più villani con una
signora? Un falso! a quell'età!» e rideva verde: tuttavia come giunse a
casa, ordinò con un cenno al rampollo di seguirla. La signora elevò il
_tu_ alla potenza del _lei_.
--Ha inteso, bel signorino?
--È stato Finotti...!--rispose Giacomino con un tono che non avrebbe per
nulla indicato quel nobile sentimento «che fa l'uom di perdon talvolta
degno»: indi dirotto pianto, ma di rabbia.
--Finotti a far che? a scriver la lettera?
--No, a dirmi come si doveva fare _la scusa_. La fanno tutti, mica io
soltanto! Il direttore l'ha su con me, e mi castiga solamente me--così
rispose Giacomino.
--Va bene: lei vada intanto nella sua stanza.
Giacomino non domandava di meglio e si rifugiò nella sua stanza dove
tutto serbava traccia delle sue imprese: la tappezzeria stracciata per
ornare il palazzo della regina nel teatrino dei burattini: le sedie
adattate a biciclette e ad automobile: il lume meccanicamente contorto
per costituire il fanale della detta automobile: le quali cose insieme a
molte altre, se davano alla stanza un disordinatissimo aspetto,
provavano le disposizioni congenite del giovanetto alla meccanica.
Ma quel triste vespero Giacomino entrò assai turbato nella sua stanza:
il gatto che lo vide--al rumor della porta aveva levato la pupilla dal
suo vigile sonno--come saetta fuggì: negli esperimenti meccanici di
Giacomino, o nelle rappresentazioni dei burattini, egli--onesto
micio--era forzato a fare delle parti repugnanti alla sua indole
tranquilla.
* * * * *
Proprio in quell'ora il signor cav. Antonio tornava a casa.
L'abitudine nei _paterfamilias_ è così forte che essi ricasano anche
quando la dimora non è più asilo di pace.
Il signor Antonio era bensì cavaliere per ragione del suo grado
ufficiale, ma viceversa doveva sgobbare come un somiere. Giacchè se lo
stipendio governativo era sufficiente per una famiglia di abitudini
modeste, diveniva inadatto a sopperire al treno di casa quale era
imposto dall'esempio delle altre famiglie e dalla filosofia della
signora Palmira, la quale soleva dire: «Si vive una volta sola e perchè
ci dovremo privare di qualche piccolo benessere?» Per soddisfare questo
_piccolo benessere_, il cav. Antonio doveva «arrotondare» il suo
stipendio.
Questa necessità dell'arrotondare degli stipendi spesso rappresenta uno
sgonfiamento del denaro pubblico, e qualche volta ha il suo epilogo
nelle aule dei tribunali. Ma è proprio vero che il signor Antonio
_arrotondava_ onestamente, cioè lavorando di più col tenere alcune
amministrazioni private.
Però con questa vita da bue lavoratore portare il titolo di cavaliere, è
una ironia! Ma il cavalier Antonio non si accorgeva oramai più di questa
ironia: il mondo era divenuto per lui un immenso cartafaccio con colonne
di numeri lunghe lunghe da sommare, e non finivano mai, e non lo
avrebbero mai abbandonato: lui sì avrebbe abbandonate le formiche delle
cifre il dì della morte, ed esse--le cifre--sarebbero state prese sotto
tutela da qualche altro: ma suo figliuolo--Giacomino--sarebbe divenuto
non un impiegato, ma un libero professionista! ed ecco perchè Giacomino
era entrato in Ginnasio e nella casa del cav. Antonio era entrato _Rosa
Rosæ_, _genitivo_ e _dativo_, _Fedro_ e la _grammatica dello Schultz:_
arnesi di pensieri, dei quali il più domestico e perito era, a tutto
dire, _Giacominus ipse!_
Il povero signor Antonio si confortava di respirare la libertà futura
che avrebbe goduta il suo figliuolo, dottore, ingegnere, avvocato! Di
altre soddisfazioni non ne aveva. Il _thè_ che la sua signora offriva
alle amiche nel giorno di ricevimento, aveva per lui un sapore di
amarezza stantìa: e quanto al buon gusto della sua signora nel vestire
egli era forse il solo a non apprezzarne tutta la finezza. Tuttavia
anche lui aveva le sue oasi, rappresentate dalle rare e necessarie
vacanze, e fra queste la più dilettosa e lunga era quella del Natale.
«Tre giorni di pace in casa!»--pensava il signor Antonio rincasando--e
passando dal pasticcere ha ordinato un dolce di vaste proporzioni: dal
pollivendolo un tacchino, due capponi e tre dozzine di uova, dal
droghiere, marsala e liquori. Con queste liete disposizioni di spirito
il cav. Antonio entra nel lare domestico.
--Oimè! cos'è quest'aria di mistero? Perchè tutti si rimpiattano? dove è
Giacomino?
* * * * *
La signora deve pur raccontare.
Il volto del cav. Antonio si offusca: insolitamente balena e lampeggia.
La signora Palmira non ha mai assistito ad una burrasca di suo marito
più improvvisa di quella. «Oh! come diventano neurastenici questi
uomini! e poi chiamano isteriche, noi, donne!»
Il cav. Antonio entra nella stanza di Giacomino.
Giacomino lo sbircia.
Svelto come uno scoiattolo, ha presentito la caccia e la tempesta. Cerca
di fuggire, ma la porta è chiusa.
Caccia, nella stanza, all'uomo, anzi a Giacomino!
Giacomino salta sul letto, s'appiatta, s'arrampica. Ma il terrore di
quell'uomo che non ha mai visto così adirato, paralizza la velocità
delle sue gambe.
Giacomino, infine, come un volgare malfattore, è preso da quell'uomo e
per qualche tempo una grandine di pugni cade su di lui senza riguardo ad
una parte piuttosto che ad un'altra della sua persona.
Finalmente la grandine cessò.
Al molto rumore di grida e di mobili smossi è successa una gran calma.
Il bruciore dei pugni passò in breve. Giacomino mette fuori la punta di
un occhio: sbircia, e torna ancora a nascondere la testa fra le braccia.
Sì, perchè quell'uomo è ancor lì, anzi era lui--quell'uomo--che faceva
quel curioso rumore--e non sapeva prima quello che fosse--col fiato.
Giacomino non si muoveva perchè aspettava che quell'uomo andasse via; e
torna a sbirciare con la coda dell'occhio: guarda meglio, e lo vede
finalmente alzarsi, e andar via.
Ma dietro la porta chiusa c'era la mamma che invano aveva forzato di
aprire. E come i due si incontrarono, si appiccicarono: e Giacomino
sentì che si dicevano fra loro quelle brutte parole che a lui erano
interdette e per cui--per l'appunto--la serva lo chiamava barabba.
Ma il babbo, a differenza della mamma e della serva, non ci doveva
tenere al diritto della parola per ultimo, perchè poco dopo fu un gran
silenzio e non si mosse più nulla.
Però qualche piccola, impercettibile cosa si mosse. Dove? Dentro di
Giacomino.
La mamma aveva detto che lui, quell'uomo, lo voleva ammazzare con tante
busse, ma Giacomino non ne sentiva più nemmeno l'indolitura.
I pugni che pigliava talvolta, come incerto delle sue monellerie, da
qualche condiscepolo, più robusto ed anziano, lasciavano un'impressione
molto, oh molto più durevole. Eppure il babbo è molto più grosso di
coloro!
E allora perchè? Perchè ha meno forza? E perchè ha meno forza? perchè
ha la barba quasi bianca? Sono i vecchi che hanno la barba quasi bianca.
Dunque il babbo è vecchio!
* * * * *
In quel punto la stanza si illuminò ma nessuno aveva portato il lume:
era la lampada nella strada e la stanza appariva chiara, più chiara che
mai, perchè oltre alla luce della lampada c'era la luce del tramonto, un
tramonto di una luminosità trasparente e grande come suole d'inverno
talvolta, con dei riflessi azzurrini.
Le altre volte che Giacomino era stato messo agli arresti di rigore
nella sua stanza, come si era fatto certo di esser ben solo, obliava il
suo fallo, obliava il rimprovero, obliava la lieve percossa ricevuta, e
levati alcuni ferri dal comodino, si sfogava esercitando l'arte del
meccanico con ingiuria dei mobili, ovvero insegnava la parte di elefante
al gattuccio quando doveva comparire su la scena dei burattini. Così
operando, tutto facilmente obliava.
Ma quella sera i mobili godettero della loro pace, e il
micio--prudente--non c'era. In vece Giacomino pensò.
Che cosa pensasse, non è facile a dire: ma qualche cosa pensò: non alla
mancanza della scuola, oh no davvero!
Ma il babbo, quell'uomo che vedeva così di rado; quell'uomo che per aver
dato pochi pugni leggeri leggeri, tirava il fiato sul letto, poco fa;
quell'uomo che la mattina si alzava col lume, e via; che la sera col
boccone ancora in bocca, pioggia o bel tempo, inverno o estate, neve o
afa, si alzava e via; quell'uomo che poco fa aveva detto «vergogna!» gli
stava davanti: penosamente davanti.
Oh, bella! anche il direttore aveva fatto la voce terribile e aveva
detto a Giacomino «vergogna!» eppure quella stessa parola «vergogna!»
detta dal babbo gli faceva un altro effetto: gli faceva un'impressione
più dolorosa che i pugni che aveva presi.
Giacomino voleva un gran bene alla sua mamma, mentre col babbo non aveva
avuto mai gran relazione. Se ne riconosceva l'autorità, ciò era per il
fatto che doveva dire «buon giorno, buona sera», per il fatto che era
lui che metteva fuori i denari, era lui che per fare certe spese tirava
fuori dal portafogli certi biglietti grossi che Giacomino avrebbe mutato
così volentieri in tanti dolciumi; era lui, sempre lui.
Se non che la gran differenza tra prima e adesso era questa: prima gli
pareva una cosa naturale che tutto ciò dovesse avvenire per parte del
babbo, nel modo medesimo che è naturale che colui il quale ha sete va al
caffè e ordina il gelato: chi ha fame va al ristorante e ordina un bel
piatto di maccheroni: chi ha freddo va presso alla stufa: chi vuol fare
un viaggio monta in treno: chi vuol vivere in montagna, prende in
affitto una villetta sui monti nel tempo dell'estate, ecc. Ora tutte
queste cose così naturali e così semplici, anzi così abituali, erano
abituali semplici e naturali perchè c'era quell'uomo che vi pensava:
quell'uomo che si alzava al mattino col lume, che la sera andava via col
boccone in bocca, che poco fa ansimava per aver dato a lui Giacomino,
due piccoli pugni, che avea detto «vergogna!» e avea la barba quasi
bianca.
* * * * *
Congiunte queste due cose che prima erano disgiunte, Giacomino capì che
aveva fatto male, molto male! Male a far la firma falsa? No. Ma se lo
fanno tutti! Male a fare una cosa che dava dispiacere al babbo.
E siccome questo dispiacere che dava dispiacere al babbo, dava anche un
certo non so che a Giacomino che gli faceva venire la voglia di
piangere, così Giacomino si mosse in punta di piedi alla ricerca del
babbo. Giacomino sa camminare, quando vuole, con la prudenza di un
pellirosso: esce di stanza, fiuta e, naturalmente, s'avanza verso il
tinello. No, il babbo e la mamma non pranzano, come credeva. La tavola è
bensì apparecchiata, anzi c'è in mezzo la zuppiera. Ma nessuno dei due
l'ha toccata.
Le posate sono al loro posto: sul canterano sono gli involti intatti dei
doni di Natale.
Giacomino sbircia: la mamma, seduta su la poltrona, legge il giornale.
E il babbo?
È andato via anche quella sera che è l'antivigilia del Natale? Io non
saprei proprio dire se Giacomino ebbe la visione dolorosa di tante belle
serate con dolci, castagne, panna levata e cialdoni, forse anche con
teatro, andate maledettamente a male per colpa del direttore; certo ebbe
il sentimento che nessuno più del babbo soffriva per la sua mancanza.
* * * * *
C'era il lume nella stanza da letto. Giacomino spinse l'uscio. È il
babbo che va a letto.
Giacomino non si ricorda più--perchè adesso è diventato un giovanotto
serio e bravo--non si ricorda più quello che disse, però si ricorda che
il babbo, quando lo vide con quelle disposizioni, fu molto buono con
lui: lo perdonò subito subito e diceva:--Non mi darai più dispiaceri,
vero?--e lui Giacomino rispondeva di no! con una convinzione insolita, e
il babbo non gli diede nessun bacio, ma con la mano gli toccava i
capelli, e ciò gli faceva un gran piacere, e quando il babbo gli disse:
«Adesso va a mangiare, che avrai fame!» Giacomino non andò a mangiare,
ma prima andò nella sua stanza e acceso certo suo candeliere, cominciò a
scrivere una lettera al babbo. La lettera fu tanto lunga che nessun
compito raggiunse mai, a memoria di Giacomino, una così spontanea
prolissità.
Scritta la lettera, Giacomino la collocò in luogo tale che il babbo al
mattino la scorse prima di ogni altra cosa.
Di fatto il babbo la scorse, la aprì, la lesse e riconobbe che il suo
Giacomino ha cominciato a pensare. Ah, se il signor Antonio sapesse il
latino, come si rallegrerebbe ripetendo il motto di Cartesio: _cogito
ergo sum_, cioè non più Giacomino birichino, ma _homo sum!_
COME LA LINGUA DELLA SIGNORA SI CALMÒ.
La signora entrò in casa, si gettò sul sofà, tacque, cioè no; si preparò
a parlare: invocò il nome di Dio--riservato così spesso, ohimè! per gli
attacchi d'emicrania--si levò di scatto, spalancò due o tre porte a
vetri, e si precipitò, cioè scoppiò nello studio di suo marito.