placida creatura bionda, di quel biondo tenero come di spiga non baciata
bene dal sole; anzi vi dirò che quella bellezza nordica aveva così
conquistato il mio animo che non soltanto il color bruno ardente delle
bellezze nazionali, ma lo stesso color falbo delle nostre donne, mi
pareva un'imperfezione di natura. Ella era inoltre così squisitamente
monda e detersa che dalle sue carni lattee io sentivo esalare un
perpetuo profumo di pervinca e di mughetto; e gli occhi suoi grandi,
quasi squarciati, di un azzurro dolcissimo, sotto due archi di ciglia
perfetti ed evanescenti, mi immergevano nello stupore di un sogno, da
cui uscivo talora fremente e con queste terribili domande: «E come
finirà questo amore? Come farò io a palesarle il mio affetto? E palesato
pur anche il mio amore, dopo che avverrà?»
--Allora un amore ideale...
--Altro che ideale, romantico, vi dico: anzi nessuna dichiarazione
d'amore era avvenuta. Ella era donna per bene, madre di due graziosi
bambini a cui io facevo da bambinaio, perchè la servetta era una
smemorata, un'arfasatta, come sovente sono nei nostri paesi.
Suo marito, uomo di molti affari, viaggiava per l'Europa, ed aveva
lasciata la sua signora a curarsi in una piccola, modesta stazione
balnearia, dove ella aveva preso a pigione una villetta solinga presso
il mare, e dove io l'avevo, naturalmente, seguita. Permettete che
continui la descrizione: Il suo mento era di un ovale perfetto e la sua
piccola bocca, a cuore, era la sola cosa rosea in quel volto. Il naso,
quello sì, era poco perfetto: un piccolo nasetto rivolto in su, ma vi
dirò: i nasi aquilini e forti delle nostre donne, con sopra le dense
corrusche ciglia nere, spesso congiunte, che sono così caratteristiche
fra noi, mi spiacevano tanto al confronto che mi chiamavano in mente il
becco delle civette e le ciglia dei bachi da seta.
--Parlavate della Polonia?
--Mai più: ella era una donna placida, come vi dissi, e si parlava di
cose placide: delle mie cacce, dei bagni, di cose da mangiare, tanto più
che io la aiutavo nelle compere presso gli avidi e zotici nostri
rivenditori, che avevano, anche allora, l'abitudine di mettere sugli
stranieri una tassa di soggiorno mediante un sovrapprezzo sui
commestibili. Del resto, la cucina italiana le gradiva moltissimo, e se
ne parlava. I _pròcoli_ (broccoli) fritti le piacevano assai. I nostri
vini leggeri, razzanti, erano una deliziosa _pìpita_ (bibita). Sospirava
Napoli dove era stata parecchio tempo. _A Naple semper trovate tante
buone gente_. Ma le pizze di Napoli la turbavano, al ricordo.
Ella mi affidava il suo _portmonè_ (portamonete), e andavamo coi bimbi a
far la spesa. Si comperava la _pulpa_ di manzo per fare il _buglione_
(brodo); e trasaliva di gioia con tutta la chioma flava, come una
fanciullina, quando vedeva nei panieri: _Keste pikkel cose fini fini_
(queste piccole cose fine fine), le _ziligi_ (ciliege).
--Dio, come era volgare!
--Tutto è relativo; e poi a quel tempo non era di moda l'estetica. Vi ho
detto che era placida, ma aveva anche lei i suoi momenti di lagrime e di
commozione: per esempio quando il marito la avvertiva che lui non poteva
tornare, perchè era chiamato per affari a Parigi. Lambiva con le belle
mani i suoi piccini: «_Povres enfants! Kante_ (quando) un _ome_ (uomo)
promette, deve _mantenire_» (mantenere). E diceva ciò assai gravemente.
Aveva molti scatti di sdegno contro la fanticella _très-laide_, e
peggio: chè, spesso di giorno, spesso anche di notte, era trovata
assente, sotto il pretesto delle danze campestri al lume della luna. Le
diceva sempre: _Vergognati gli occhi fuori della testa!_ Doveva essere
una espressione polacca.
Per conforto io dovevo cantare.
--Voi cantavate?
--Certo, come italiano io avevo il dovere di sapere cantare e cantare
canzoni napoletane.--Canta, bell'italiano!--diceva.
--Anche «bello» vi diceva?
Era nient'altro che un epiteto ornativo: tutto ciò che era in Italia
godeva di questo aggettivo, eccezione fatta dei bottegai. Povera e buona
signora! Del resto io ero assai bello, nè mi vergogno, oggi, di dirlo:
bello di quella bellezza maschile, forte, che io non so se l'esotismo
della moda, oppure il positivismo hanno fatto perdere a voialtri,
giovani moderni. Concedetemi la divagazione: voi moderni siete brutti:
la virtù fisica maschile è appena sostenuta oggi dagli ufficiali;
e quelle signore che oggi sono così fiere propagandiste
dell'antimilitarismo, dovranno creare, forse, un militarismo pacifico ed
artificiale in omaggio alla bellezza virile. Ma sapete che siete ben
goffi, ben menci coi vostri abiti razionali? Noi, romantici, eravamo
belli. Alto io ero, nerboruto, con due calzoni assaettati, stretti sì
che i muscoli delle cosce guizzavano: voi oggi portate le gonnelle, non
i calzoni, e qual meraviglia se le donne vogliono adottare i calzoni?
Portavo io, allora, coturni da cacciatore, feltro grigio, giacca stretta
al busto e così cantavo, come potevo, ed ella diceva: _Canta, canta,
mio core mi fa male! tanto dispecere col core malato!_
Ma il cuore, malato veramente, era il mio.
* * * * *
Avevo cantato tutta quella mattina stringendo appena la sua pallida
mano, odorante di giunchiglia, fresca della sua primavera. Avevo
mangiato un boccone all'osteria; mi ero chiuso nella mia stanza. Era un
giorno ardente, e il sudore, con la passione, grondava dalla mia fronte.
Come concludere quell'amore? Rapirla, e poi? E dove andare? Come vivere?
E quei figli? Sappiate che io ero povero, allora. Volli almeno,
qualunque fosse stato il nostro destino, che ella sapesse almeno tutto
il mio amore. Non ci saremmo, forse, mai più riveduti, ma del mio amore
ella doveva avere notizia certa e memoria perpetua.
Per tutto questo, benchè mi paresse cosa disonesta ed audace rivolgere
dirette e vere parole d'amore a donna che apparteneva ad altro uomo,
pure la passione vinse e scrissi. Timidezze dei venti anni!
Suo marito, forse--io pensavo--mi avrebbe ucciso. Ebbene? Non ero già io
disposto a dar la vita per la Polonia? Guardai per la misera stanza
d'albergo: non c'era calamaio nè penna, istrumenti poco usati nelle
locande campestri, anche oggi che siamo così evoluti. E poi, che
calamaio, che penna! Trassi il coltello, mi denudai il braccio, vi
immersi la punta della lama. Più profondamente premetti che non fosse
necessario; ed un forte rivoletto di sangue, del mio sangue, rutilò. Lo
contemplai con occhi sbarrati: scendeva giù per l'avambraccio, scuro, e
si veniva grumando nella mano. Poi che l'ebbi deterso alquanto, scrissi
col mio sangue. Che cosa scrissi? Non ve lo saprei ripetere. Poche
parole, ma parole di sangue; ma degne di essere scritte col sangue. Poi
mi si appannò la vista; mi parve che un'aria, quasi gelida, asciugasse
il sudore della fronte. Un gran languore mi colse. Caddi riverso sul
letto, e mi addormentai profondamente.
* * * * *
Cadeva il vespero quando i miei occhi si riapersero. I bagliori
sanguigni del tramonto sereno entravano nella stanzetta muta. Mi
ricordai. Balzai per prendere il foglio dove avevo consegnato al mio
sangue la confessione del mio amore.
Il foglio era scomparso!
V'erano bensì sul pavimento due o tre fogli del mio taccuino, ma quello
con la lettera era scomparso.
Qualcosa di terribile balenò allora nel mio cervello. Io non vi ho detto
di alcune gelosie che nutrivo in segreto per la bellissima donna. Ella
ne era del tutto innocente: ma un barbuto signore del luogo, assai
prepotente e ricco, e di sospetti costumi, troppo spesso e troppo da
vicino, e con aria troppo beffarda soleva passare presso di noi, lungo
la spiaggia del mare. Io vi assicuro che più volte ero stato preso da un
impeto folle di affrontarlo, e soltanto per riguardo alla dama me ne era
trattenuto, per timore che egli beffardamente mi dicesse: «E lei chi è?
che c'entra?» Ora il sospetto che colui, o altri per lui, avesse,
durante il mio sonno, fatto rapire il foglio, mi si presentò come cosa
certa, per effetto dell'immaginare mio fallace; tanto più che l'uscio
della stanza era rimasto aperto. Misi in tasca il coltello, stavo per
lanciarmi fuori, quando rassettando rapidamente le cose mie e
raccogliendo quei fogli sparsi, m'avvidi con stupore profondo di una
cosa non sospettata.
Ecco: durante il mio sonno, le mosche avevano fatto colazione con la mia
lettera. Avevano mangiato col sangue le mie parole d'amore.
Il foglio non era stato rapito; era stato succhiato dalle mosche. Ecco
perchè esso era tornato bianco come prima. Quali pensieri mi
germogliarono in mente, non vi saprei dire: ma ricordo che guardai le
molte mosche appollaiate sui vetri: esse parevano godere di una
eccellente digestione. La mia idealità era stata divorata dalle mosche!
Allora avvenne quel disorientamento nel mio spirito di cui vi parlavo in
principio; o se vi pare, un nuovo orientamento.
--Avete rifatta la lettera con l'inchiostro?
--Nè con l'inchiostro, nè col sangue: avevo trovato la soluzione
semplice, naturale del problema che mi tormentava. Il violino dell'oste
faceva già _zin-zin_ e un contrabbasso faceva _zun-zun_: le danze sotto
l'imminente luna erano cominciate.
Attesi: Quando fu notte alta, vidi fra le ballerine apparire la servetta
della mia signora polacca a cui la frase, _vergognati con gli occhi
fuori della testa_, non produceva alcun effetto morale.
La Polonia, dunque, era sola in casa.
Allora mi avviai, ed ero ben risoluto: il cancelletto era aperto e la
sabbia del viale non produceva alcun rumore.
Povera e buona signora! Me ne rimorde un po' ancora il cuore: ella aveva
messo a letto i suoi piccini e si preparava in abito molto notturno a
seguirli, dolce, placida, indifesa e per nulla presaga dell'avvenire di
quella strana notte. Quando mi vide scavalcare la finestra a piano
terreno mandò un grido...
--Di paura o di piacere?
--Chi se ne ricorda più? Ricordo che rimase immobile, paralizzata. Io
ero ben gagliardo allora, e le mie braccia e tutto il mio essere si
affondò in quella profumata tenerezza bianca della Polonia.
La sentii più tardi mezza dormiente sussurrare alle mie orecchie:--Da
quanto tempo ti aspettavo bell'italiano!--E la mattina mi diceva quasi
piangendo: _Mon Dieu_, come mi potevo difendere? Voi siete entrato come
un _véritabile_ brigante _et une femme quand est en toilette de nuit ne
peut absolumment se défendre_.
Non mi rimase che l'ufficio di confortare la sua coscienza,
assicurandola che la colpa non era sua, ma della _toilette_ che vestiva
in quell'ora.
* * * * *
Il dì seguente io mi ricordo che ebbi una discussione con l'oste e con
alcuni avventori di campagna. Le mosche erano a nembi per la cucina in
quella mattina d'estate; e quella gente ragionava, per effetto di quella
disposizione filosofica che è connaturata nell'uomo, sui misteri della
Creazione.
Essi sostenevano, ad esempio, la inutilità assoluta delle mosche nella
economia della vita.
Io ero di opinione contraria.
Sventuratamente non potevo spiegarmi, se non col dire che anch'esse
erano creature di Dio. Certo io ero guarito dell'orgasmo della mia
passione. Avevo trovato quella base morale che Archimede, come sapete,
propone come giusto fulcro delle operazioni umane, nessuna esclusa. Sono
diventato positivista; ho abbandonato la Polonia al suo destino storico;
mi sono dato anch'io al Proletariato, del quale, come esempio vi
dimostra, si vive, ma non si muore.
LA BUSECCA.
Vedi questa mia barba selvatica? Vedi queste mie scarpe e questi calzoni
inconciliabili nemici di ogni elementare eleganza?
E d'altra parte vedi quella automobile laccata di verde con quella bella
signora? con quei due bambini, compresi già della loro posizione
privilegiata? Vedi quella governante che conserva tutta la dignità della
razza britannica a dispetto della bianca cuffia servile? Vedi tutto
questo?
--Sì, vedo, ma andiamo oltre.
Il mio amico pittore--artista molto delicato e fine, ma pur troppo,
oramai fallito per la gloria--si trovava in quell'ora del pomeriggio nel
suo stato abituale di saturazione lucida di assenzio.
--Niente affatto «andiamo oltre», rimaniamo qui. Contempla soprattutto
quella signora. Ti pare bella, sì o no?
--Sì, bella, ma andiamo oltre.
--Niente «oltre», perchè tu devi sapere che io, se non fossi nato
imbecille, potrei essere seduto su quella _limousine_: quei figliuoli,
cioè no quei figliuoli, insomma alcuni figliuoli li avrei potuti fare
io, cioè lei; lei ed io _in marital nodo congiunti_. Tu ne dubiti? tu
credi ad una mia allucinazione verde? Guarda! Sono stato avvistato. La
signora ha dato ordine al meccanico di allontanarsi.
La signora, infatti, volgendosi a caso verso di noi, ci aveva scorti:
aveva fatto un impercettibile segno di spiacevole sorpresa e poco dopo
la automobile si allontanava per il viale del Parco.
L'amico pittore continuò:
--Ci credi ora? Vuoi sapere la storia? Vuoi venire a casa mia a vedere i
documenti? no? Bene, paga un assenzio e ti racconto la storia
inverosimile. Essa è fatta di niente.
È il dramma psicologico di un cretino: e il cretino, lo intuisci subito,
sono io. Credi tu che uno, perchè è artista, non possa essere
profondamente cretino? Credi tu che uno, perchè è pittore e sente il
colore, non possa essere un cieco della vita reale?
Io sono un cieco della vita. Ascolta.
Dieci anni addietro questa barba orribile non era nata: fra le mie
scarpe ed i miei calzoni esisteva un'intesa di eleganza e la mia
cravatta svolazzante era come una bandiera di giovinezza. Ero astemio. I
miei capelli fiorivano sul mio capo dolcemente al tepore della mia anima
sciocca, ma sensitiva. Io giungevo per la prima volta a Milano così
sicuro di essere accolto nel Grande Hôtel della gloria, come il mio
primo quadro era stato accolto all'Esposizione di Brera: le poche
centinaia di lire che avevo in tasca, mi parevano un capitale a fondo
illimitato, come si legge nelle Società di banca, «capitale a fondo
illimitato». La prima impressione di Milano non fu piacevole. Era un
mattino grigio di febbraio; e già quel verde crudo della campagna sotto
il cielo basso che gemeva di pioggia, mi pareva un colore stonato,
disteso da un cattivo pittore. Le case, le strade, tutto mi pareva
precipitare verso una tinta unica: un grigio caffè e latte. Perchè uno è
imbecille? Perchè ha i sensi che fanno vedere e sentire tutto falso.
Era il mattino. Avevo negli occhi il risveglio nel mattino della mia
Venezia, in piazza San Marco. San Marco balena d'oro; è tutto animato
come una trireme antica in voga piena. Poi abituato al fetore delle
alghe e di altre cose stagnanti, l'assenza di quel profumo mi pareva
rendere l'atmosfera priva di un elemento necessario alla respirazione.
Vi sentivo invece un indistinto lezzo di coloniali, droghe, zafferano;
come un odore dell'anima mercantile della città. Il dialetto, questo
terribile dialetto lombardo con quelle desinenze cupe, in _oeu_, _u_,
_uh_, _uuh_, mi scoteva i nervi, e mi pareva che tutti si fossero
divertiti a rivolgermi delle parole scortesi. Oh, invece, il risveglio
della mia Venezia! batter di zoccoletti, scandere di parole cadenzate,
musicali, come su di un'antica spinetta. Provai un bisogno di fuggire
ancora, di imbarcarmi sul primo treno in partenza. Ma poi pensai: E la
conquista della gloria? e il mio quadro all'Esposizione?
Avevo una fame da poeta; e proprio in quell'ora un ristorante si apriva.
--Avete niente di pronto?
--La busecca.
--Ah sì, la busecca!
Mi stava in mente l'idea che la busecca fosse una sorta di manicaretto
raro; un cibreo delicato, aristocratico, asciutto, finamente rosato,
servito in un piattino, o tegamino di bel metallo.
Mi vidi portare davanti una tazza da brodo, soverchiata da un liquido
giallastro purulento. Dentro vi nuotavano delle anse intestinali
lardacee. Ne concepii un terrore macabro.
Guardai il cameriere: esso stava col naso in su, soddisfatto di sè,
intento alla disinfezione mattutina del detto naso. Questa non è una
specialità milanese, ma dei lavoratori della mensa in genere. Ma allora
mi parve una specialità milanese, come la busecca. Uscii naturalmente
senza toccare cibo.
* * * * *
Girai tutto il giorno per trovare una stanza d'affitto che non avesse
l'apparenza atroce di essere io in balìa di un'affittacamere. Ebbi la
fortuna di trovare una cameretta pulita, in una via relativamente
silenziosa. La mia finestra dava in un cortile grigio, quadrato. Quattro
pareti grige, ma pulite, si innalzavano per altri tre piani e
sprofondavano per altri due. In fondo, alcune piante di bambù si
allungavano nella nostalgia dell'azzurro. Io le guardai con un affetto
fraterno.
* * * * *
Passavo lunghe ore alla finestra a dipingere, ed ero così assorto nel
mio lavoro che non mi accorsi che di fronte a me, a venti metri di
distanza, una figura di giovinetta passava, ripassava, era intenta a
fissarmi. La guardai anch'io. Essa si era messa con la testolina
appoggiata sulle palme della mano, e mi pareva che le sue labbra
mormorassero: «Cattivo, non vi accorgete che da tanti giorni vi guardo?»
Certamente--pensai--è una cameriera, una sartina, una ballerina, io non
so bene. Ma qualcosa di volgare deve essere per fissarmi con tanta
insistenza.
Risposi tuttavia al saluto. Un giorno mi fece un cenno vivace, come a
dire: «Abbiate la cortesia di aspettare».
Aspettai.
Scomparve un momento, riapparve: diede una occhiata rapida per osservare
se dalle altre finestre poteva essere scorta, se vi era qualcuno; poi
rapida, risoluta, graziosissima, sollevò un foglio grande come quelli da
disegno. Se lo collocò davanti alla faccia.
C'era disegnato in nero un gran V geometrico.
Subito il V è buttato via; ed è sollevato un altro foglio con un I della
stessa proporzione.
Seguì un breve cenno molto calmo, molto grazioso con la testa, come a
chiedere: «Avete capito? Quello che vi ho fatto vedere è un VI. Ora
attento.»
Ed allora sfilarono fulmineamente tre lettere, sostenute da un colossale
ammirativo: esse formavano la parola _Amo!_ Vi amo!
E rimase lì imperterrita. Io rimasi lì. La rivedo ancora fare un gesto
così grazioso, così disperato di impazienza! Certo deve aver detto:
_Dio, come l'è bell, ma come l'è stupid. El capiss no!?_
Allora io, cretino, meditai come avrei dovuto fare per comunicarle la
risposta, che era questa: «Io sono straordinariamente stupìto».
Mi posai la mano sulla fronte, e la allontanai con un gesto
melodrammatico. «Ah! Ah, io sono straordinariamente stupìto».
Lei, la cara fanciulla, interpretò quel gesto come un'espressione
romantica, come avessi detto: «Il vostro amore mi dà alla testa, e mi
toglie la facoltà, per ora, di rispondervi.»
Parve soddisfatta; prese dalle sue labbra un bacio e me lo consegnò
deliziosamente.
Scomparve.
* * * * *
Noi abbiamo tenuto corrispondenza epistolare per quasi un mese. Le sue
lettere erano scritte tutte con alti caratteri in punta; esatte,
regolari, e contenevano un loro profumino delicato, e la loro
immancabile enorme viola fresca del pensiero, fermata con uno spillo e
un nastrino all'angolo superiore sinistro. La sua ortografia era
precisa, la sua prosa non priva di fioriture letterarie, nate non da
lei, ma appiccicatele dalla maestra di letteratura. Le espressioni sue,
sue di lei, invece balzavano fuori da quelle convenzionali, misurate,
calme, positive, concludenti: tutto il contrario di quello che si poteva
supporre dopo quell'assalto di torpedine: Vi amo!
La prima lettera fu naturalmente la sua, ed il ragionamento, così della
prima come delle seguenti, seguiva questa linea di logica:
«Voi--parliamoci chiaro--non mi amate se non forse un pochino per
vanità. Io vi amo invece davvero, e ve l'ho dichiarato. Per quante prove
io vi portassi che sono una signorina per bene, voi non ci credereste:
non negate. È una disgrazia; ma mi crederete in seguito. Siete disposto
a sposarmi? I miei genitori sono molto severi, ma mi vogliono anche
molto bene. Io ho ventidue anni, ma non intendo di fare niente senza
l'approvazione dei miei genitori. Potete dare, come non dubito dal caro
volto che avete e che amo tanto, buone referenze di voi? Se sì, ditelo
presto e l'affare è fatto».
Era stata allieva di qualche scuola di ragioneria, la signorina, per
trattare l'amore così alla spiccia?
La signorina era carina: e ti confesso che se l'avessi veduta su di un
balcone di marmo a Venezia, intenta a interpretare l'azzurro
interminabile della laguna, io mi sarei chiamato felice di una così rara
ventura. Invece io la vidi un giorno, quasi da vicino, in un grande
negozio: slanciata, bella, elegante in un grembiuletto di seta, tutto
quello che vuoi; ma ritta accanto ad un libro mastro. Era il negozio
paterno. Esso era immenso, pieno di commessi, e ne esalava quell'odore
di droghe, caucciù, medicinali che mi pareva l'odore di Milano. Il
sorriso, che lei mi lanciò dietro il libro mastro, si impregnò di
drogheria, di ragioneria. Ma che importa la ricchezza! Che importa la
miseria!--dissi fra me--Non è la Miseria la divina introduttrice nel
vestibolo della Gloria? Almeno così avevo imparato nei romanzi e anche
nei libri di scuola.
Allora avrei dovuto lasciarla: una bella lettera d'addio, e tutto
finito. Ma io, uomo inconcludente, oltrechè cretino, non sapevo
decidermi. Non per amore, sai, ma così, per quella impotenza morale, che
ho alfine riconosciuta come mia proprietà inalienabile: e un po' per
egoismo, perchè mi confortava il sapere che, nella città tumultuosa e
grande, esisteva un piccolo cuore che palpitava per me; fosse pure un
cuore di ragioniera.
Un giorno mi scrisse e diceva così: «Sentite, per lettera vedo che non
c'intendiamo. Proviamo ad intenderci a voce: mi vedrete così anche da
vicino. Alle ore sette trovatevi nella chiesa di via X***. Entrate in
chiesa: a quell'ora la chiesa è deserta; potremo parlare.»
* * * * *
Un piccolo raggio di sole si riverberava sulle alte cime delle piante
allora rifiorenti nei giardini pubblici per cui lei doveva passare per
recarsi in quella chiesa. La vidi arrivare in fatti. Era in compagnia di
una sua governante o domestica che fosse. Vestita di scuro con una
veletta scura sul volto: dietro turgeva la massa bionda dei capelli. Mi
vide. La sua testolina si inchinò insensibilmente, ed un piccolo cenno
della mano mi fece capire: «Seguitemi a distanza». Le sue scarpette
facevano scricchiolare i sassolini dei viali, deserti a quell'ora.
Allora vidi bene i suoi piedi. Io, l'essere più sprovvisto di
fondamento, avevo delle idee estetiche assolute, sui piedi delle donne.
Io pensavo ai piedi di lei e ad un'altra cosa che mi si era fissa in
mente.
«Piedi troppo lunghi--sospirai--: irremissibilmente piedi troppo lunghi.
È orribile: queste donne lombarde hanno tutte i piedi lunghi.»
Ella scomparve dietro la portiera della chiesa.
Io entrai.
La chiesa era deserta, infatti. Lei mi affrontò. Due bianche belle mani
sollevarono la veletta.
--Voi non mi avete veduta mai da vicino--disse.--Voi siete artista e
questo pensiero mi turba un po'. Sono quello che sono, così: guardatemi.
Vi piaccio?
Dio, che caro volto, che tremore nelle pupille, che candore nei denti!
Ma io pensavo a quei piedi, e poi aveva quell'altra idea fissa in testa.
Vedi, quando io ricordo tutte queste cose, io corro alla _buvette_ a
bere assenzio e domando:
«Un assenzio per questo cretino.»
--E la voce?--io domandai.
--Ma deliziosa, amico mio: tutto delizioso.
--E cosa ti disse?
--Cosa vuoi che possa ricordarmi io che vivevo dentro un'idea fissa? Mi
fece, ecco, capire che bisognava che mi decidessi: o prendere o
lasciare. Quella insistenza mi turbava. Io mi ricordo che sentivo il suo
piccolo tacco battere impazientemente come tu faresti se fossi un
maestro di musica e udissi delle stonature.
--Ma di positivo che cosa hai detto tu?
--Di positivo? ho domandato: Signorina, lei mangia la busecca?
Mi guardò trasognata.
Io ripetei imperterrito la domanda.
--Ma certamente--rispose.--Il sabato è d'uso, in casa, fare la busecca:
a papà piace tanto. Perchè?
Vedi, amico, allora l'idea di sposare una donna che mangiava la busecca,
mi incuteva un senso di orrore!
* * * * *
Poi non ricordo più nulla.
La rividi attraversare ancora i giardini. Aveva la testa abbassata, come
se una ferita la avesse offesa nel petto.