--Sì, signora, con le traduzioni letterali dal francese. Io

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CHE COSA È L'AMORE?

CHE COSA È

L'AMORE?

Novelle di ALFREDO PANZINI

MILANO Società Editoriale Italiana

Diritti letterari ed artistici riservati per tutti i paesi alla

SOCIETÀ EDITORIALE ITALIANA--MILANO

Copyright 1912, by SOCIETÀ EDITORIALE ITALIANA--Milano.

=A Titiritì=

INDICE

I.--Che cosa è l'amore? Pag. 9

II.--Le olimpiadi e la signorina Olimpia » 21

III.--Abito nero e abito bianco » 33

IV.--Le mosche e la Polonia » 47

V.--La busecca » 59

VI.--Ahi, quel povero colonnello! » 71

VII.--La bambola fatale » 85

VIII.--Vuoi sapere come ho fatto il milione? » 97

IX.--Un piccolo bacio, qui! » 107

X.--Giacominus Giacomini » 119

XI.--Come la lingua della signora si calmò » 133

XII.--La morte di un re » 145

CHE COSA È L'AMORE?

Il signor Aurelio, uomo di abitudini mentali alquanto filosofiche, e

perciò mediocre accumulatore di denaro, viaggiava in uno scompartimento

di terza classe.

D'estate si viaggia meglio in terza classe che in prima, specialmente

oggi che la democrazia ha attaccato dei carrozzoni belli e inverniciati

di terza ai diretti, così che poveri e ricchi hanno la soddisfazione

fraterna di trovarsi a breve distanza, trascinati dalla stessa forza; e

più specialmente si viaggia bene in terza classe quando non si gode di

nessun diritto a biglietti gratuiti, come era il caso del signor

Aurelio.

La campagna, verde e rosea, fuggiva davanti al finestrino, e quel

movimento di tutte le cose suggeriva al signor Aurelio quest'idea

peregrina: «tutto è mobile in questo mondo.» Ma poi considerando che gli

oggetti si movevano soltanto nell'apparenza, meditò quest'altra idea,

anche più peregrina: «tutto è stabile ed immobile in questo mondo.

Dormi, Pina, Pinuccia bella! sì, il _lacu_...»

Il signor Aurelio non viaggiava solo, ma con una sua bambina, gracilina

e bionda come l'oro. L'aveva posta a giacere sopra un cuscino: aveva

steso un lenzuoletto candido per evitare il contatto coi microbi: ma la

non voleva dormire. Oltre che gracilina, nervosa, eccitabile! Dio, che

disgrazia essere nati da un padre di abitudini filosofiche!

«Sì, cara, il _lacu_!» Ella aveva un suo linguaggio, tutto fatto di

strane analogie, che lui solo, il padre, intendeva. Ogni corso d'acqua

era _lacu_, cioè, lago. Ogni oggetto, fuori del finestrino, destava in

lei enorme meraviglia. «Eppure un poco di ricchezza e di proprietà per

queste povere creaturine, non è mica un delitto!» (Il signor Aurelio già

pensava alle teorie collettiviste che oggi sono così in vista

sull'orizzonte umano, e per le quali egli simpatizzava un giorno sì, e

un altro giorno no).

* * * * *

Cadeva il vespero; ed una grande città sfumava enorme, rossiccia,

turrita in fondo al piano: il diretto vi si approssimava rapidamente.

--Ci fermeremo qui--pensò il signor Aurelio dopo molte

considerazioni.--Proseguire col treno della notte e col freddo che fa

alla notte, non conviene.

Lungo la notte fredda vegliano le bronchiti, le polmoniti, ed altre

cose feroci che la Natura sparge e contro cui la sua povera mimma aveva

le più limitate difese.

Per tutte queste ragioni il signor Aurelio instituì questo bilancio, se

era più dispendioso proseguire, mutando la terza in una seconda classe,

o pernottare in un albergo molto pulito, quasi in un _hôtel_, non per

sè--si intende--ma per la Pina; un _hôtel_ dove i microbi fossero meno

visibili. Vinse la scelta dell'_hôtel_, anche perchè si correva il

rischio di trovare una seconda classe piena zeppa di gente, e allora la

Pina? Non dobbiamo meravigliarci di questi dubbi, considerando che il

signor Aurelio aveva per le altre questioni un colpo d'occhio fulmineo,

ma per le piccole operazioni quotidiane era spesso impicciato in una

maniera troppo vergognosa per un uomo della sua barba, della sua età.

Scese, dunque, e si fece condurre in un albergo dove i camerieri hanno

l'abitudine di portare la camicia bianca e si assicura che la biancheria

del letto è di bucato. Il naso del signor Aurelio fece, tuttavia,

parecchie esperienze.

Disse il babbo alla sua mimma:

--Una felice idea, adesso, Pina. Andiamo fuori di porta io e te.

Troviamo un bel _restaurant_, e facciamo un bel pranzo.

E richiamò alla Pina tutte le cose che le piacevano: latte, _purée_,

pappa, e le fragole rosse, queste soltanto da vedere e da ammirare.

--Ah! sì!--faceva la Pina con gran serietà e convinzione.

Ma poi, lavata che ebbe la sua mimma, un grave pensiero si affacciò alla

mente del signor Aurelio: «Le metterò il berretto di lana o il

cappellino di velo?» Il pomeriggio era tiepido, ma calato che fosse il

sole, probabilmente l'aria si sarebbe fatta fredda. Dunque mise alla

Pina il cappello di velo, e nella tasca si tenne la berretta di lana e

sul braccio prese la mantellina di lei.

Uscì: il corso era tutto elegante, fastoso, signorile, nella rossa luce

del tramonto, che stendeva come un pulviscolo di porpora fra la gente,

ed anche di microbi.

«Oh, io prendo la mia Pina in braccio, e chi vuol guardare, guardi»,

così deliberò il signor Aurelio.

Pensare che vent'anni addietro, quando lui abitava in quella città, da

studente, si sarebbe messo a ridere vedendo un uomo con la barba come

lui ora aveva, andare, a modo di una balia, con una mimma in braccio!

Fece il corso. Giunse nella piazza dove erano i tram. Scelse un tram che

conduceva verso la collina, fuori di porta. Si attraversò un altro gran

corso, poi con diletto si vide che le case diradavano, ed i pioppi

sorgevano verdi con un fremito già di frescura vespertina. Il tram

correva oramai per la campagna, nella bianchezza della via, tagliata

netta, ai margini, dal verde dei campi. Il tram cominciò a salire verso

i primi colli, e quando fu giunto ad un piccolo alberghetto o

ristorante, quivi le rotaie finivano ed il tram si fermò.

L'alberghetto era pulito, ed aveva una bella cucina. La padrona, in bel

grembiale bianco vi troneggiava fra i fornelli e le casseruole, e due

minuscoli garzoncelli, in berrettino bianco, la aiutavano a sbucciare

pisellini e tagliare una gran spoglia gialla e grande come luna

nascente.

--Buona sera, signore--e--oh, che bella mimma--disse la padrona venendo

incontro agli ospiti.--Vuol restare servito qua? o vuole invece andar di

sopra, che c'è una bella terrazza? C'è pronta una minestrina di pasta

battuta coi piselli che è una bontà, e dei maccheroncini che aspettano

che l'acqua bolla: poi ci sono bistecche, costolette. Oh, vuole un mezzo

pollastrino alla diavola? E da bere desidera vino o birra?

Anche qui non era facile decidere: ma quanto alla terrazza, sì, fu

deciso: per il resto avrebbe pensato poi, ma certamente, intanto, una

minestrina minuta, e ben cotta per la mimma.

--E il brodo leggero, leggero, quasi acqua, mi raccomando!

--Per questo non dubiti, Signore--disse l'ostessa.

Salì dove c'era la bella terrazza.

Essa era rossa di gerani in gran fiore e punteggiata di campanelle che

già chiudevano i loro petali iridescenti. La sera imminente alitava la

sua pace e la sua frescura, oramai, nell'aria calda del giorno.

La Pina vide le belle tavole preparate, e fece un «oh» di felicità.

--Guarda, nei campi, mimma--disse il babbo sollevandola--, ecco il

grano. Esso è biondo oramai. Guarda sopra la collina quei bei draghi e

serpenti grandi d'oro che vi si posano: le nuvole. Vedi come si rompono,

come si snodano; dileguano, impallidiscono! E vedi tutti quei cipressi

neri come una processione? Oh, ma quelli non li guardare!

--Oh, la luna!--fece la mimma che aveva scoperto anche la luna, una

falce pallida, pallida di luna nel cielo d'oriente.

--Già, anche la luna: tutto tuo, mimma!

--Oh sì, e la pappa...

* * * * *

Parlavano forte il babbo e la fanciullina perchè nella terrazza non

c'era alcuno.

Ma no! Nella stanzetta che precedeva la terrazza, c'era un giovane: un

elegante aitante giovane di primo pelo. Pareva solo: ma anche uno meno

distratto del signor Aurelio, subito si sarebbe accorto che non era

solo. Egli stava dritto e guardava i due nuovi venuti, mentre con una

mano accarezzava una rotondità provocante che terminava in due

scarpette alte e lucide. Era una _grisette_ graziosa, nascosta dalla

figura del giovane ed appoggiata al davanzale. Si voltò: apparve un

volto birichino di giovanetta, con un nasetto all'insù. Curva sul

davanzale, la cara fanciulla si lasciava lisciare molto dilettosamente.

«Anch'io, se ben mi ricordo, vent'anni fa devo aver fatto qualcosa di

simile--pensò senza rancore il barbuto signore--e certamente era una

cosa molto piacevole. Anzi si può affermare che le osterie suburbane

sono una succursale del paradiso; ed un'ostessa che tiene pronte le

tagliatelle e delle uova e delle bistecche, l'estate specialmente che fa

gonfiare i papaveri, ella è una benemerita del genere umano; e tutte

quelle buone cose da mangiare in due, fra il verde, rappresentano come

degli zeri aggiunti all'esponente ben miserabile della felicità.»

Queste cose pensò il signor Aurelio mentre la Pina contemplava nella sua

innocenza un piccolo gnomo di terracotta, che la guardava dalla sua gran

faccia di satiro ridente.

«--La presenza delle terze persone--continuò il signor Aurelio--non è

piacevole, e noi certo non siamo piacevoli e bene accetti a quei due

innamorati».

Per questa ragione, dopo aver disegnato sulle labbra un garbato sorriso,

il signor Aurelio non esitò a parlare così:

--Proseguano pure le loro occupazioni, come se noi non ci fossimo: la

piccina, come ben vedono, è ancora innocente; e, per conto mio, ciò che

non fa male alla piccina, non mi disturba affatto.

Disse ciò da filosofo e insieme da persona educata: così come si suole

dire per cortesia: «Seguiti, o signore, a fumare lo stesso! A me non

disturba il fumo, anzi...»

Probabilmente i due innamorati avrebbero seguitato a fumare, anche senza

permesso.

La ragazza sorrise, cioè distese in su le estremità delle rosse labbra e

socchiuse i suoi grassi occhietti. Il giovane, invece, aggrottò le

ciglia, e parve pensare se quelle parole contenevano l'offesa di una

ironia. Ma no! Allora sorrise anche lui, e ringraziò.

Poi si stabilì un certo scambio di parole fra le due coppie di

commensali.

Aspettando che il cameriere portasse in tavola, la ragazza fece

conoscere meglio alla mimma quei gnomi di terracotta che ornavano la

terrazza, in figura di vecchietti ridenti, barbuti ed incappucciati; e

le spiegò che quei coboldi incappucciati non mangiano le bambine, nè

buone nè cattive; ed infine le mostrò l'imagine sua di angeletta

deformata nelle spere di vetro. Ciò fece molto ridere la mimma. E il

signor Aurelio fu molto riconoscente alla graziosa _grisette_.

Poi vennero i maccheroncini fumanti nel pomidoro nuovo e nel burro:

venne la minestrina leggera per la mimma, ed allora ognuno badò ai fatti

suoi.

Ma poi accesa la sigaretta, lui e anche lei, lui, il bel giovane, disse

al signor Aurelio:

--Eppure, veda, caro signore, vi sono dei brontoloni, specie certi

vecchi barbogi e puritani, che in una sala di albergo si scandalizzano

se trovano una coppia, così come noi, _tête-à-tête_, che fa all'amore. È

invidia. Creda, tutto invidia.

--Certo è invidia, invidia dormente--rispose l'uomo filosofico.--Io però

non la provo affatto. Io provo un altro ben diverso sentimento quando

vedo due giovani, come voi due, avidi,... avidi di confondere il loro

essere in un essere solo.

--Mi piace la frase--disse il giovane.--Ma tu, Argia, non ne hai capito

niente, vero?

L'Argia sosteneva che aveva capito benissimo, e poi, disse:

--Il sentimento, mi dica il sentimento che lei, signore, prova quando

vede due giovani che si vogliono bene.

L'uomo filosofico meditò e poi disse:

--Oh, una gran cosa, sublime e terribile! Veda, signorina, comunemente

il pubblico, quando osserva due amanti camminare su e giù per i luoghi

solitari; o, a tavola, negli alberghi, come può essere qui, li vede

alternare un boccone e un sospiro; e lasciare in pace la bistecca per

appiccicarsi per mano; e fare sbocciare piccoli baci dalle labbra

socchiuse, ebbene allora il pubblico grossolano crede e giudica che ciò

sia cosa immorale. Ma niente affatto...

--Ma sicuro...--disse l'Argia con molta approvazione.

--Adagio: la mi lasci finire, signorina. Per me i due innamorati non

sono due che si divertono; ma due meschinelli, due inconsapevoli

lavoratori e servi di quella grande autocrate che si chiama Natura, i

quali, poveretti, ubbidiscono a certe leggi che impone questa fatal

Natura. A me è accaduto lo stesso come accade a voi. Ho amato, ho

baciato e poi..., e poi e poi è nata quella lì. Allora ho sentito la mia

giovinezza morire, ed ho sentito che la mia vita non aveva più altro

ufficio che quello di difendere questo piccolo debole fiore delle mie

carni.

L'uomo filosofico prese la Pina sulle ginocchia e la guardò con grandi

occhi, umidi e dolci; e domandò:

--Lei non ha mai pensato a queste cose, signorina?

La graziosa Argia questa volta non rise.

Ma il giovane, recingendo alla sua bella amica il fianco, disse:

--Lei deve essere filosofo, caro signore. Ma in verità ella è troppo

filosofo, e perciò non è più filosofo. Anch'io sono filosofo e come

studente di medicina, è quasi un dovere essere tale. Certamente io

convengo che la natura imponga queste leggi. Ma il nostro dovere di

uomini civili è di non pigliarlo sul serio il codice semi-barbaro della

natura. Frodarle fin dove si può queste leggi! Questo sì è il segreto

della vita!

--E se non si può?--richiese il signore.

--Se non si può--disse in tono di suprema rassegnazione il giovane,--si

è dei deboli, cioè bisogna accettare di essere infelici. Ecco tutto. Ma

bisogna potere! Pensi, caro signore: non abbiamo mica noi, nascendo,

approvato, firmato e sottoscritto il contratto feroce che la Natura ci

ha imposto! È lei che ce lo ha imposto. Chi non lo sa? È una delle prime

nozioni di fisiologia: _alla natura brutale niente importa di noi, ma la

conservazione di noi come specie_. Invece a me importa moltissimo di me

e niente affatto della conservazione della specie. Io perciò come

persona intelligente, mi ribello ai decreti imperiali della natura, o

quanto meno cerco di raccogliere le rose e buttare via le spine.

L'Argia, quest'amabile fanciulla, possiede anche lei un'intelligenza

filosofica istintiva e condivide queste mie idee; e perciò tutti e due

facciamo un amore facile, piacevole, direi così, sportivo; e molti

giovani fanno come noi, e fanno saviamente. E lei che mi risponde ora,

caro signore?

L'uomo chinò il capo.

--Lei è destinato ad essere più felice di me, e perciò a vivere di

più--disse e guardò a lungo la sua piccola Pina.

Poi sospirando aggiunse:

--Tutto il mio mondo è qui, in questi quattordici chili di carne! Qui

stanno tutte le leggi della vita, per me!

Era sera oramai.

Mise alla Pina la berretta di lana e la mantellina.

* * * * *

Altre coppie intanto dall'amore «sportivo» cominciavano ad occupare

rumorosamente qua e là i tavoli. Col nascere delle tenebre cominciava la

giornata gaia del piacere per gli amanti più saggi. Per lui si chiudeva.

* * * * *

Ricondusse la Pina all'albergo, voltò la chiave della luce elettrica, e

la bella stanza si illuminò di bianchezza con gran piacere della Pina.

Il signor Aurelio le tolse poi le vestine, e la mise sotto le coltri;

dicendole che stesse buona e dormisse.

Ella dormiva. E lui guardava con occhi di infinita domanda quella strana

imagine che era sopra il letto: Maria Vergine, vestita di azzurro, con

gli occhi in su, sopra un arco di stelle!

--Quella lì--mormorò il signor Aurelio--è destinata a correggere i

tremendi decreti di Dio o della Natura. Ma che ne sai tu, povera

imagine?

LE OLIMPIADI E LA SIGNORINA OLIMPIA.

--Lei faccia i suoi libri e vada via!--scoppiò a dire il signor

professore contro di me.--E via subito, subito, subito. Fuori da

quest'aula!

E la mia giovinezza fu tutt'ad un tratto investita, assalita da

quell'uomo congestionato in faccia, che mi respingeva con parole di

minaccia, coi gesti, con la persona, finchè l'uscio della scuola fu

ribattuto contro di me.

E ancora sento e vedo lo stupore e il silenzio dei miei compagni. Ma che

misfatto mai avevo commesso? Quale malefizio avevo mai perpetrato contro

quell'uomo? Quale lebbra era apparsa in me, giovinetto, per essere

espulso a quel modo?

Io mi trovai solo, nella strada, coi miei libri di greco: le tempie che

mi martellavano, il pensiero che non si fissava più se non in un'unica

idea: la licenza liceale perduta, il mio avvenire distrutto, il mio

povero babbo... E allora cominciai a lagrimare.

E così lagrimando mi accorsi che non ero più tra le vie tumultuose

della città; ma seduto su di una banchetta solitaria dei giardini

pubblici, e sopra di me i tronchi protesi e neri di un'antica pianta si

aprivano pudicamente, meravigliosamente con le loro infinite gemme di

petali rosa, e più sopra ancora splendeva l'azzurro del cielo.

Era il dolce maggio.

Ma quale misfatto avevo io commesso?

Lo dirò candidamente ora che la tranquillità è ritornata nel mio

spirito, e molto tempo è trascorso.

Io avevo allora diciotto anni ed ero un buon scolaro di greco e di

latino. Ero ossequiente alla mitologia greca, credevo alle virtù dei

Greci e dei Romani. Credevo, senza che il mio pensiero avesse sino

allora sollevato alcun dubbio, in Giove Tonante, nei Titani, nelle Muse,

nelle regole di grammatica e di retorica. Ero, insomma, un bravo

figliuolo, un buon figliuolo, ed anche un gentile ingenuo figliuolo.

Ma il vero è che in quel giorno io avevo inconsapevolmente offeso il mio

professore di greco in ciò che di più delicato e sensibile ha l'uomo,

cioè nella sua vanità.

Ma quale colpa ne avevo io se ignoravo nella mia candida anima

l'esistenza di questo punto vulnerabile nell'epidermide coriacea

dell'uomo? Se lo studio delle virtù greche e romane mi avevano quasi

instillato la convinzione che dire la verità fosse il miglior modo di

mettere in pratica quelle illustri virtù?

Dunque in quel giorno si spiegava un passo di autore greco e vi si

trattava delle Olimpiadi. Io sostenevo che le Olimpiadi erano uno spazio

di quattro anni nel complicato Calendario dei Greci; il professore

sosteneva che esso era di cinque anni. E certo io avevo più ragione di

lui! Ma poi la disputa si inacerbì e, non so come, mi vennero fuori

queste vere ma infelici parole, cioè che anche i professori di greco si

preparano sulle versioni letterali dal greco.

Non l'avessi mai detto!

Quel maestro di umanità perdette d'un tratto ogni sua umanità, divenne

furente e mi scacciò, come ho detto.

* * * * *

Dunque io lagrimavo silenziosamente sulla banchetta dei giardini

pubblici, sotto quella dolce fiorita di rose, e un cantare lontano di

uccelletti pareva come aiutasse le timide gemme a sbocciare.

Allora mi accorsi di non essere solo sulla banchetta.

Una giovane donna sedeva presso di me.

Io fino a quel giorno avevo conosciuto, anzi avevo combattuto con i tre

generi, maschile, femminile e neutro; ma ignoravo che cosa fosse

quell'essere delizioso e perfidamente saggio che è la femmina.

Era bella? era elegante colei che sedeva presso di me? Io ben sentivo il

languore di due grandi pupille nere che sempre più si venivano scostando

da un fine libro e si posavano, quasi avvolgendomi, sulla mia giovinezza

lagrimante.

Alla fine udii una voce pietosa e quasi materna che mi rivolse queste

parole:

--Perchè piange, se è lecito domandare?

Così cominciammo a parlare, ed io raccontai tutta la mia disavventura,

dalla questione delle Olimpiadi a quell'espulsione feroce, la prima

grande sventura della mia vita.

Ella ascoltava. Un grazioso sorriso di meraviglia e di pietà balenava

sulle sue labbra. Il volto, un po' chinato, mi si faceva sempre più da

presso: un volto pallido, ambrato, fine, strano, delimitato da un velo

nero che si inarcava sulla fronte: perchè all'infuori di quel volto

bianco, di due nude bianche mani, tutto era nero: tutta chiusa ella era

in una veste nera. Ma non ne emanava alcun fantasma di morte o di lutto;

ma come un profumo esotico e forte.

A quel profumo anzi io sentivo sobbalzare l'anima mia stranamente, e

quasi sbocciare come sbocciavano le gemme della pianta che si allargava

sopra il mio capo. E ciò mi dava un senso di nuovo piacere, che nasceva

dal mio dolore.

Diceva ella ogni tanto:

--Oh, che roba! Che orrore! _Pauvre enfant!_

Poi con volubilità che quasi mi offese, mi pregò che le spiegassi quella

storia delle Olimpiadi.

Che cosa le potevano interessare le Olimpiadi?

--Così--disse con un sorriso ambiguo--, è perchè anch'io mi chiamo

Olimpia.

Allora io cominciai a raccontare.

--Ella deve sapere, signora--dissi--che nell'anno 776 avanti Cristo,

cioè 23 anni prima del 753, anno della fondazione di Roma...

A queste mie parole la signora strabiliò, e inarcò le grandi ciglia.

--E lei, così giovane,--disse--deve ricordare tutte le cose dai secoli

delle Olimpiadi sino ad oggi? Ma se io non ricordo più nemmeno quello

che è avvenuto ieri! _Ah, pauvre enfant!_

E mi guardò con intensa pietà.

Io andai avanti e le spiegai tutta la storia dei giuochi Olimpici:

cominciando da quel re briccone di Enomao, che sfidava alla corsa dei

cocchi tutti i pretendenti alla mano della bella sua figlia

Ippodamia,--ma siccome l'asse dei cocchi era di cera, veda, signora,

così tutti cadevano vinti.

--Oh, che birbante!--disse la signora Olimpia.--Ma oggi sarebbe

squalificato quel signore!

--Ma un bel giorno--proseguii--nella terra Apia arrivò Pelope, figlio di

Tantalo.--La storia di Pelope e dei suoi cavalli fatati interessò

moltissimo la signora, specialmente quando imparò la sua vittoria su

Enomao, il suo sposalizio con Ippodamia.--E da queste nozze poi nacque

Atreo, che fu padre di Agamennone e di Menelao.

--Oh, guarda--disse la signora Olimpia, e sorrise in modo che mi

sconcertò.

--Ho detto qualche sciocchezza forse, signora?

--Ma niente del tutto--e rideva gaiamente.

Ma poi si fece seria e mi domandò:

--E lei deve sapere tutte queste cose?

--Ah sì, e altre ancora.

La signora si strinse le tempie con le mani, come fosse stata colta da

un accesso improvviso di emicrania.

Domandò:

--E cosa prendono di paga i vostri professori, che insegnano tutte

queste cose?

--Due o tremila lire, credo, signora.

--All'anno?

--Sì, signora, all'anno.

La signora parve sbalordire.

--E anche lei, se volesse fare il professore, prenderebbe lo stesso?

--Così credo--risposi.

I grandi occhi della signora Olimpia espressero una grande pietà.

Disse:

--Ma se io ne spendo quasi altrettanto per le calze...!

Allora stupii io:

--Per le calze, signora?

--Sì, calze e accessori--si affrettò correggendo. Ma poi parve pentita

delle sue parole.

Domandò di vedere i miei libri greci: li girò in alto, in basso come una

cosa nuova.

Dissi io allora:

--Anche lei leggeva, signora.

--Ah, il mio libro non si può vedere: e sigillò il libro, posando sulla

busta di cuoio la mano.

Io non insistetti e tacqui.

Ma dopo un poco mutò pensiero.--Guardi--mi disse audacemente.

Guardai. Era un libro francese, un romanzo. Non lo avevo mai letto; ma

il titolo non mi era nuovo. Poi ricordai. Ricordai che un giorno mio

padre, parlando con un magistrato di quel libro, aveva detto: «Finchè

non riuscirete a togliere dalla circolazione questo genere di libri, le

vostre leggi non rappresenteranno che un'ipocrisia sociale di più».

--Non ha letto mai questo libro?

Io arrossii grandemente.

Per me? per lei arrossii che leggeva quel deplorevole libro? Non so: mi

sentivo un gran calore nelle vene.

--Davvero non l'avete mai letto?--chiese socchiudendo maliziosamente le

sue grandi pupille.

--Davvero!--e arrossivo anche di più.

Mutò discorso.

--Dunque il vostro caso è disperato?

--Sì, signora.

--Ma io non credo--disse ad un tratto assumendo un'aria ben strana di

serietà.--Anzi è un affare rimediabile. Dunque il greco, voi dite, è

molto difficile. E deve essere così! E voi assicurate che anche i

professori si aiutano con le traduzioni?

--Sì, signora, con le traduzioni letterali dal francese. Io non dico che

tutti i professori facciano così, ma il mio fa così.

--E voi gliel'avete detto?

--Pur troppo, signora--sospirai--, e magari potessi rimediare al

malfatto!

--Semplice--disse.--Carta, penna e calamaio. Vi detto io.

* * * * *

Ora io non ricordo più come avvenne, ma so per certo che per trovare

carta, penna e calamaio, io salii con lei, da lei, nel suo appartamento.

Venne ad aprire una cameriera. Non ricordo l'appartamento. Mi parve

strano e diverso da quello di casa mia. Perchè diverso, non so.

La camera da letto dove mi introdusse, era misteriosamente elegante, con

un lettuccio piccolo, grazioso, tutto a trine.

Ma non conservo percezioni nette; soltanto ricordo che un brivido

morboso si veniva impadronendo di me, mentre ella con calma esacerbante

si toglieva, allo specchio, tutti quegli strani armamenti della testa.

Mi pareva che qualcosa di inusitato, di enorme dovesse fra poco

succedere.

--Ma sapete--disse--che l'abito nero dà un bel caldo! Deve essere caldo,

oggi.

--Sì, caldo!--dissi, e ricordai non so quanti gradi di temperatura.

--Oh, anche di più!--disse ridendo.--Permettete?

Uscì. Rimasi solo. Rientrò poco dopo. Era uscita dalla guaina nera: era

tutta vestita di una gran veste rosea. Mi parve più magnifica. Stupii

come sotto quelle maniche dell'abito nero ci fossero state nascoste due

braccia così bianche! Ebbi l'impressione di una energia occulta e

deliziosa in quelle braccia nude.

--Oh, che cattiveria, che cattiveria, che cattiveria--disse ridendo e

venendomi sempre più vicino, quasi rasente--tormentare col greco e con

tutti quei libracci un povero bambino!--e così dicendo crollava la

testa, e si appressava di più.

--Povero bamboccione--disse d'un tratto, e mi prese con le due mani

adunche per i capelli ed accostò il mio volto alle sue grosse labbra.

Io impallidii. Ella parve godere del mio pallore. Non parlava più.

Probabilmente la mia faccia era diventata una mela o una pesca di

luglio: una pesca sugosa e fresca che ben si morde.

* * * * *

--Ora, ragazzo, _s'il te plait_, torniamo alle Olimpiadi e al tuo

professore--disse.

A me parve come di essere desto dal sogno in cui il Veglio della

Montagna immergeva coloro che gli dovevano essere devoti sino alla

morte.

Io non ne volevo più sapere nè di Olimpiadi, nè di scuole.

--Voi siete ben goloso, _mon petit_. Torniamo alle Olimpiadi.

In quell'ampia vestaglia ella si era rannicchiata in fondo ad una

poltroncina.

--Mettetevi lì, e buono. Già bisognerà fare così!--Prese un tavolino e

lo collocò fra la sua persona e la mia a guisa di bastione.--Posso

offrirvi?

Mi porse una sigaretta: ne accese una per sè.

Devo confessare che la mia mente era così annebbiata che se colei mi

avesse detto: «manda i padrini al tuo professore, e battiti a duello»,

io avrei trovato il consiglio naturalissimo.

Invece il suo consiglio fu molto savio e rivelò molto acume. Aggrottò le

ciglia e disse:

--Tu capirai che lui dovrà pensarci due volte prima di formulare l'atto

di accusa contro di te. In fondo è un atto di accusa contro di sè.

--To', è vero!

--Ma non basta: la sua rabbia è appunto in relazione alla impossibilità

in cui l'hai messo di punirti...

--To', è vero! Ma può vendicarsi--aggiunsi.

--Perfettamente. Ma tu prendi dal «secrétaire» carta e busta e scrivi.

Scrivi: detto io. No, quel foglio lì.--Guardai il foglio. Vi era

impresso in azzurro, «Olympie».

Oh, Olimpia, dolce pingue nome! Tutto azzurro, tutto fresco come la

grande acqua del mare.

--Su, andiamo, scrivi! Eri così «savio» poco fa.

Io scrissi: «Signor Professore, in un momento di vera aberrazione

mentale ho osato formulare contro di lei un'accusa che tanto più mi

tormenta di rimorso quanto più riconosco la sua dottrina e il suo

sapere. Come posso rimediare se non facendo piena dichiarazione della

mia colpa e supplicandola di volermi perdonare?»

--È tutta una bugia--dissi.

--E la bugia si trova dentro la vita o fuori della vita?--mi chiese

l'adorabile Olimpia.

È vero: la menzogna è nella vita. E allora perchè soffrire per

combattere quello che è nella vita, che è la vita?

Guardò l'orologio.

--Presto, pòrtala subito al tuo professore.

* * * * *

O me, miserabile! Mi feci quasi scacciare da quella stanza da cui non

volevo più uscire.

* * * * *

Il giorno dopo il professore annunziò la mia lettera alla scolaresca; la

lesse anzi; poi pronunciò un discorso di elogio alla mia persona. Ma io

rimasi molto indifferente.

* * * * *

Dopo due mesi ero in possesso della licenza, ma senza troppo studiare.

Me ne era andata via la voglia di studiare. Mio padre forse se ne

accorse, specialmente quando gli manifestai la intenzione di darmi a

tutt'altri studi che quelli classici.

Abbandonai le Olimpiadi per sempre e tutti i secoli di cultura classica

prima di Cristo e tutti quelli dopo Cristo, fino ai tempi nostri.

Bisogna conquistare la vita, e non servire ai morti.

E se i Greci avessero dovuto studiare il greco, e i Romani studiare il

latino, quei due popoli non sarebbero stati i grandi popoli che furono.

Di questa semplice verità io devo la conoscenza alla signorina Olimpia,

artista di caffè-concerto e stella di prima grandezza.

ABITO NERO ED ABITO BIANCO.

--Ecco, veda, io non domando di far carriera: io domando, prima che

questa barba diventi grigia, di poter respirare un poco d'aria igienica.

E il signor Foresti mi presentava sul dorso della mano, dall'alto della

sua statura atletica, la sua barba, dove il grigio già minacciava una

invasione generale: ed io credo che fosse questo grigio, in aumento,

combinato con la speranza, sempre più in diminuzione, di potere

respirare «un poco d'aria igienica», che rendeva il signor Foresti

piuttosto irritabile, anzi molto irritabile, nel suo ufficio di

capo-stazione della piccola stazione di S... Egli era capace di

avvertire dal suo buco di distribuzione dei biglietti: «Questa bottega è

diversa dalle altre: meno avventori vengono, più piacere mi fanno!»; era

capace di dire, percorrendo il treno con le braccia aperte e con un

sorriso tremendamente ironico: «Ma quei baci, ma quei saluti, ma se li

distribuiscano prima!» Capace, nella spedizione delle merci, di

attaccarsi a tutti i rampini di quei regolamenti che odiava di un odio

così profondo.

Un orco! La più docile ed umile pasta di questo mondo: tanto è vero che

non aveva fatto carriera. Certo, in quei momenti, era bene non

avvicinarlo, non parlargli.

Ma io avevo trovato un mezzo per esasperarlo in modo soave ed atroce.

Chiudevo le pupille dolcemente, dicevo con voce sentimentale:

--Ecco qui il suo piccolo giardino, i garofani, l'insalata; ecco la sua

piccola stazione, beata come un eremo, baciata dal primo raggio del sole

e salutata dalle rondini... Ah, se io fossi come lei, capo-stazione,

come lo terrei coltivato, inaffiato, fiorito, il piccolo giardino: e

come ci farei una capannetta per leggere, per istudiare...

--Badi bene come parla, sa! Non si prenda mica giuoco di me!...

--Scusi, capo, io dico sul serio. Per me, costretto a vivere in una

grande città, questa vita idillica sarebbe l'ideale... Lei qui, intanto,

è padrone assoluto...

In verità, in verità, era un reclusorio quella piccola stazione: e lui,

il capo, un coatto, costretto a vivere fra un disco al nord e un disco

al sud; giacchè l'amministrazione lo aveva bensì elevato al grado di

signore assoluto, essendo egli, bigliettaio, spedizioniere,

telegrafista; ma non aveva chi lo sostituisse o lo aiutasse fuorchè uno

scambista e un facchino.

--Quanto ai libri da leggere, eccoli qui!--e prese un ammasso enorme di

libri e carte. Io temetti che me li scaraventasse sulla testa: si

accontentò di accatastarmeli davanti: erano regolamenti, circolari,

istruzioni.

--Questa è la mia letteratura!--Aveva gli occhi feroci.--Creda--mi

diceva poi acquietandosi con la subitaneità della sua indole buona--io

odio questo sole, io odio quest'aria balsamica; io, democratico,

considero questa sudicia umanità di campagna come una razza inferiore.

Persino le donne, capisce lei? persino le donne non mi sembrano donne!

L'aria balsamica, l'aria igienica pel signor capo era quella che si

respira nel fondo di quei pozzi grigi che sono le vie, le piazze di una

grande città.

«Ah, a mezzanotte--sospirava--un teatro illuminato! per le vie lucide

dei tram lucidi! uomini col colletto pulito, donne all'ultima moda;

donne autentiche, lavate; _bars_, _buvettes_, scintillanti di luce

elettrica, vetrine messe con gusto: lavorare sì anche, ma almeno potere

un'ora al giorno sedere entro un caffè, godere lo spettacolo

dell'umanità che passa davanti al vostro tavolino, al vostro calice di

birra autentica! Macchè sole, macchè mare, macchè alberi, fiori,

verdura, insalata, garofani!»

Oh, allora sì, il signor capo si sarebbe «arrangiata» la barba che

oramai diventava grigia, ed avrebbe speso allegramente il capitale

esuberante della salute che rifioriva nel suo corpo.

Da anni ed anni tempestava la direzione per un trasferimento in una

città grande: era lì, rimaneva lì, e non aveva più altra speranza che

quella di ammalarsi sul serio e poter ottenere un congedo.

Ma come fare ad ammalarsi? In quella piccola stazione dall'aria

balsamica, la gente ci veniva per salute all'estate, ed egli aveva la

soddisfazione di vedere bensì in quel tempo aumentato il suo lavoro, ma

senza potere avere la consolazione di ammalarsi.

* * * * *

Una mattina di luglio, una ben calda e serena mattina, io presenziavo

l'arrivo di un piccolo treno, che usurpa il nome di diretto.

Il signor Capo, tra spedizione merci e spedizione viaggiatori, ne aveva

sino oltre al berretto paonazzo. Tempo di villeggiatura per la restante

umanità! Un piccolo rossore alla fronte, un parlar secco allo sportello

dei biglietti, un saluto glaciale a me, mi avevano fatto capire che

quella mattina la caldaia cerebrale del signor Capo era in uno stato di

ebollizione pericolosa.

Il treno si era appena fermato che un piccolo signore, da uno

scompartimento di prima classe, si era affrettato a chiamare:

--Aprite, presto, presto!--Poi si era calato da sè, come se la carrozza

fosse in fiamme: ma un po' impediva il ventre che sporgeva dagli

svolazzi di un giacchetto di _orléans_ nero; un poco era colpa delle

gambine esili, che non riuscivano a toccare il predellino.--Dove sono i

carabinieri? i due carabinieri regolamentari?

Le guardie del treno, la gente si affollò subito d'intorno a quel

signore, invocante l'intervento di quegli uomini neri e rossi, i quali,

benchè siano da alcuni considerati come un arcaismo nella società

moderna, tuttavia costituiscono la più visibile manifestazione della

giustizia umana. Essi però erano assenti.

--Ma non si faccia compatire; ma non faccia ridere il pubblico--gli

gridava dal treno, come dall'alto di una tribuna, un giovane signore,

tutto vestito di bianco che pareva un sorbetto vanigliato.

--Lei ha violato la mia personalità! Quel signore ha violato la mia

personalità!--denunciava il piccolo signore nero con gli occhi fuori

dalla testa, con una voce così irosa, che guai per l'elegante giovinotto

se il vecchiotto avesse avuto il resto del suo fisico così bellicoso

come la voce.

Un professionista del furto nei treni? Mai più! L'elegantissimo giovane

scese anche lui per dare spiegazione al pubblico che si affollava.

Semplicemente uno che voleva chiuso il finestrino. Invece il vecchio

signore lo voleva aperto.

--Soffro d'asma!--diceva, e questo era evidente, chè pareva minacciato

da una congestione.

--E se soffre d'asma? Io non posso mica sacrificare il mio vestito e il

mio panama (il panama che il giovane aveva in testa era veramente

bellissimo ed immacolato) alla sua asma!

Così si riaccese la disputa lì sul marciapiede, con l'intervento

giuridico dei signori ferrovieri e dei signori viaggiatori. La questione

giuridica sui finestrini aperti o chiusi fu dibattuta con

quell'entusiasmo del tutto italico per le questioni bizantine. «Esiste

un articolo del regolamento...!» «Non esiste niente, invece! Chi è

immediatamente vicino al finestrino, è padrone del medesimo». «Sì, ma i

finestrini laterali sono piombati. Esiste solo il finestrino di mezzo.

Quello di mezzo è collettivo!» «Ma nel caso specifico erano due soli

nello scompartimento e perciò non si poteva invocare l'appello alla

collettività.» «Esisteva però sotto la vecchia Mediterranea un articolo

che dava diritto di chiudere dalla parte del vento!» «Ma oggi la

Mediterranea è scomparsa: non esiste che lo Stato.» «Le ferrovie di

Stato hanno creato un subbisso di regolamenti: ma nessuna regola

specifica oggi esiste in relazione ai finestrini aperti o chiusi.»

L'elegantissimo giovane con calma imperturbabile dimostrava la assoluta

inferiorità delle ferrovie di Stato italiane, rispetto alle ferrovie

estere. «Chi ha viaggiato all'estero, sa che nei vagoni-_salons_ è

diffusa l'abitudine di tenere chiusi i finestrini in qualunque stagione;

e se quel signore non sa fare a viaggiare...» «Io non so fare a

viaggiare? È il mio mestiere viaggiare...--fremeva il vecchio

signore.--Del resto, qui è unicamente questione di essere gentiluomini o

mascalzoni».

--Be'--disse il capo-stazione intervenendo--a che punto siamo?

Sciocchezze, sciocchezze! Capo-treno, dia la partenza.

--Io rimango--disse il vecchio, immobile, lì, coi suoi occhietti irosi

fissi sull'avversario.

--Io parto--disse il giovane, arrampicandosi, ma con la testa rivolta

all'avversario.--Del resto, sa, se vuole riparazione...

Squillò la cornetta; e il treno si mosse; e il vecchio signore già

emetteva, con tutto il suo fiato disponibile: «Prepotente!», quando

l'elegante giovane signore fu colto da un fremito di spavento. Che era

accaduto?

Il suo abito candido, il suo cappello splendido non erano più bianchi

che davanti.

L'uomo era diventato bicromatico.

Durante la sosta e la disputa, la macchina, seccata, aveva fumato

vigorosamente, e tutto il fumo aveva investito in modo irreparabile

l'abito bianco.

Non era il giovane signore più presentabile alla prossima stazione

balnearia, dove era diretto e dove probabilmente gli stava a cuore di

giungere perfettamente candido.

Già il treno era in moto, ed egli, aperto lo sportello, era balzato a

terra con la sua valigetta.

Il vecchio signore, all'improvvisa discesa del suo avversario, galoppò,

come potè veloce, nella sala d'aspetto. Senonchè il giovane non lo

inseguì. Affrontò alteramente il capo-stazione Foresti, dicendo:

--Favorisca presentarmi il libro dei Reclami.

--Cosa vuol reclamare?--domandò il Capo, con un certo fare un po'

bonario, un po' canzonatorio all'aspetto bicromatico del signore.--Io

piuttosto potrei reclamare contro di lei che è sceso dal treno in moto.

--La sua macchina mi ha rovinato!--esclamò il giovane con voce

esasperata.

Il capo-stazione lo guardò: le sue labbra sorrisero, tutta la barba

sorrise.

--Infatti--disse--è un pochino sudicio.

--E lo dice in questo tono?

--Pretende forse che mi metta a piangere?

--Pretendo che lei faccia il suo dovere. Intendo elevare formale reclamo

contro la sua macchina, intendo domandare risarcimento del danno

subìto... Esiste un articolo del regolamento ferroviario che vieta alle

macchine di fare fumo...

--Infatti--disse il signor Capo--articolo decimo, paragrafo sesto delle

_Istruzioni pel servizio dei macchinisti e fuochisti_: _«i macchinisti

devono astenersi da qualsiasi operazione che possa produrre fumo, o,

comunque, riuscire molesta od incomoda ai viaggiatori, come...»_

--Perfettamente, e allora perchè lei rifiuta di accogliere il mio

reclamo?

--Perchè è stupido--disse il capo-stazione accendendo in tutta pace una

sigaretta.

--Ma chi, stupido?

--Il reclamo, il regolamento, la causa per il risarcimento dei danni...

Il mondo è pieno di cose stupide...

--Ma io le posso citare--disse il giovane signore eccitandosi

visibilmente--il caso del barone Y..., segretario dell'ambasciata

germanica, mio buon amico, che fece causa ed ottenne un risarcimento

dignitoso dallo Stato perchè una macchina aveva, come nel caso mio,

rovinato una _toilette_ della sua signora...

--Ma cosa vuole che me ne importi del suo barone, della _toilette_ di

quella signora? Bella novità che lo Stato paga! Non paga mica, però, chi

dovrebbe essere pagato! Oh, vada a farsi benedire e favorisca di

lasciarmi libero...

Il giovane signore, invece, gli sbarrò il passo e con voce insolente

esclamò:

--E chi crede di essere lei? Un tirapiedi del Governo, forse?

La parola «tirapiedi» ebbe la virtù di trasformare il signor Foresti.

--Le pare che io abbia una faccia di tirapiedi?

Si era drizzato sulla persona, aveva buttato via la sigaretta.

--Tirapiedi del Governo,--confermò il giovane signore andandogli col

viso contro il viso--la metterò io a posto!

--Ma non lo dica neanche per ridere!...--e proferendo queste parole,

distese quella sua larga mano, prese tutto il disgraziato signore per

l'abito e con violenza inaudita lo tirò a sè; poi lo allontanò usando

del braccio come fosse stato un'asta di stantuffo; quindi lo proiettò

sconciamente lontano.

Per sua mala sorte lì presso c'era un carretto delle merci, e il giovane

vi urtò in malo modo, cadendo.

Sanguinava.

Il facchino accorse e lo rizzò a stento.

Fu condotto al pozzo: rimase lì un po', fra un secchio d'acqua e un

asciugamano.

--La caserma dei carabinieri? dov'è la caserma dei

carabinieri?--domandava angosciosamente.

Gli fu indicata. Due chilometri di distanza.

Il signor Capo, intanto, aveva riaccesa la sigaretta: andava fra un

disco e l'altro: la sua galera.

--Ci rivedremo in tribunale!--gli disse il gentiluomo salendo in una

carrozzella.

Il Capo non voltò nemmeno la testa. Ma vide me che attendevo, e allora,

un po' ridendo, un po' fremendo:

--Bel mestiere il capo-stazione!--disse.

--Bravo Capo! Bel colpo! Ma lei ha una forza...

--Da facchino, caro. Doveva vedermi dieci anni fa! Povero giovane, mi

dispiace, ma che vuole? Ho perso il lume degli occhi. Mi poteva dire

tutte le brutte parole che voleva: è un corollario del mestiere: non ci

bado più. Andò proprio a trovare quella parola _tirapiedi_. Io tirapiedi

del Governo! Io che per dire a tutti, superiori e inferiori, quello che

va detto, ho fatto questa bella carriera dopo venti anni di servizio!

Adesso il meno che mi possa capitare è una sospensione.

* * * * *

Ma non fu propriamente così.

Mezz'ora dopo, il signor Capo stava consumando la sua modesta colazione

fra un treno e l'altro, in una piccola osteria, vicina al disco, quando

precipitò nella stanzetta quel signore vestito di nero. Il suo aspetto

era esilarante, luccicante: saltellava sulle piccole gambe.

--Ah, finalmente la ritrovo! Ma dove è il signor Capo, quell'egregio

signor Capo, quel grande uomo del signor Capo? ho chiesto e mi hanno

indicato qui. Permetta che io stringa quella valorosa mano! Lei è la

perla dei funzionari dello Stato!

--Grazie--disse il signor Capo, Foresti--è la prima volta che mi sento

fare un simile elogio. Peccato che lei non sia un ispettore dello Stato.

Il piccolo signore sorrideva con aria olimpica; volle nelle sue piccole

mani prendere la grossa mano del signor Foresti; la voltò, la rivoltò,

la esaminò.

--Una mano simile--disse con profonda convinzione--vale tutto un codice

di legislazione sociale. Pensi che questa mano mi ha risparmiato un

mezzo accidente. Io schiattavo dalla bile. Pensi che in treno quel

prepotente si è permesso di fermarmi il braccio che voleva tirare il

campanello di allarme: il suo vestito bianco gli premeva più della mia

soffocazione! Io voglio proporre per una ricompensa quell'egregio

macchinista che alimentava così vigorosamente il fuoco, che usava con

tanta opportunità il soffiante... Ma lei, lei poi come ha risposto

bene, che dignità, che correttezza! Oh, se tutti i funzionari dello

Stato sentissero la responsabilità del proprio ufficio; considerassero

lo Stato come, come dire? come la rocca Capitolina delle istituzioni

sociali, e non come la vacca da mungere...! Ma che cosa posso fare io

per lei? Mi esprima un suo desiderio, io sarei ben lieto, ben onorato...

Il signor Capo aveva smesso di levare la pelle a certe infami fette di

mortadella e fissava il suo interlocutore. Il suo aspetto era molto

autorevole.

--Oh, io--disse quell'incognito autorevole signore--proporrò per prima

cosa tutto un regolamento sull'uso dei finestrini: infatti la

legislazione delle ferrovie dello Stato è muta a questo proposito. E

lei, scusi, mi viene un'idea splendida, possederebbe per caso una

qualche laurea in legge? No? Peccato! Io la proponevo subito all'Ufficio

centrale per le contestazioni legali...

--Ma scusi--fece molto turbato il capostazione Foresti--lei chi è?

--Chi sono? Ah, sì, chi sono?--e trasse e presentò al capo-stazione il

suo biglietto da visita: _Cav. Comm. X. Y.--Ispettore capo delle

Ferrovie dello Stato._

* * * * *

E fu così che il signor capo-stazione Foresti fu trasferito in una

grande città, dove potè respirare l'aria balsamica dei grandi corsi,

l'aria igienica dei teatri scintillanti, dei caffè-concerto; dove i suoi

occhi poterono contemplare delle donne pulite, autentiche, all'ultima

moda; dove potè consumare tutto il suo capitale di salute prima che la

barba diventasse totalmente grigia.

LE MOSCHE E LA POLONIA.

Non mi accusate di essere positivista, scettico o come meglio vi piace

chiamarmi. Io, alla vostra età--parlavo con un giovane amico--ero

terribilmente romantico ed idealista. Combattere per la infelice Polonia

era il mio sogno...

--Non per il Proletariato?

--No, mio giovane amico; allora non era ancora di moda quella cosa che

voi dite.

--Non c'era il Socialismo ai vostri tempi?

--Sì, c'era; ma era--come dire?--ancora a balia: un grosso, tozzo

marmocchio di una voracità incredibile che lasciava indovinare uno

sviluppo prodigioso: un po' bruttino, sia espresso col dovuto rispetto,

ma marmocchio ancora, come vi dicevo. Ah, morire con una palla in fronte

e il sole polacco davanti agli occhi, centuplicava l'ebbrezza della mia

gioventù! La mia gioventù è fiorita agli ultimi bagliori del

Romanticismo. Ma anche senza Romanticismo, sta il fatto che pei giovani

la Morte spesso si presenta come una forma eroica di Vita. Se la natura

non ci usasse questo lugubre scherzo, le guerre sarebbero finite da un

pezzo! Ma io non voglio tediarvi con la filosofia. Vi dirò, dunque, che

allora vi erano comitati per la Polonia, conferenziere polacche, come

oggi vi sono le suffragette. Sapete chi mi ha guarito della mia malattia

romantica? Le mosche!

--Le mosche?

--Sì, come ho il piacere di dirvi: se non c'erano le mosche, io sarei

rimasto--forse--ancora romantico ed idealista, e non avrei fatto la

discreta carriera politica che voi, bontà vostra, esaltavate poco fa.

Quel lurido e petulante animale mi ha inoculato il _virus_ del

positivismo. Una reazione, quasi fulminea, è sopravvenuta, ed

improvvisamente la mia vita ha deviato come un treno, a cui lo scambista

toglie, con un colpo di leva, la direzione: dà un sobbalzo e poi fila,

precipita verso nord invece che verso sud. Vi può interessare?

Il mio giovane amico rispose gentilmente:

--Moltissimo.

Io allora gli offersi una sedia, una sigaretta e, richiamando alla

memoria cose antiche, proseguii. Alla vostra età io amavo una signora

polacca, di Varsavia, anzi di _Varsovì_, come ella diceva in un suo

gergo, mescolato di polacco, di francese e di italiano.

--Ci siamo col solito amore!--disse l'amico.

--Ma, benedetto Iddio, questo dovreste saperlo: senza l'amore e senza la

donna non esisterebbe nè romanticismo, nè positivismo, nè lirica, nè

epopea, e tutto questo benchè la donna sia un fenomeno triste. Ricordate

la conclusione dei Nibelunghi?

--Nemmeno per sogno.

--È un'espressione notevole. I Nibelunghi terminano con queste parole:

«perchè l'amore porta in fine disgrazia».

--Era questa vostra signora una conferenziera Pro-Polonia?

Che cosa è l'amore? · 第 1 / 6 段