utile fosse anche dal tetto in giuso.
Quanto alle ruberie delle persone,
sí corto fu che le chiamava abuso,
e prese un granchio a chiamar «corruzione»
alla coltura perspicace e all'uso;
dond'io d'epilogarvi non mi degno
i riflessi d'un uom di poco ingegno.
39
Marfisa è in nerbo, e la posta ritoglie;
corre come un dimon verso la Spagna
con la sua imbellettata finta moglie,
che col rosario in mano l'accompagna.
Turpin la briga a narrarci si toglie
alcune coserelle, e pur si lagna,
vedute da Marfisa, e scrive e ciancia
delle cittá e castella della Francia.
40
Giugnendo la bizzarra in qualche terra,
o vuoi castello o cittá provinciale,
metteva del calesse il piede a terra,
e per gire a' caffè metteva l'ale.
In alcun luogo, se Turpin non erra,
il caffè si bevea dallo speciale.
Basta, di quelle adunanze Marfisa
lasciò un itinerario ben da risa.
41
In quel caffè venien certe figure
da' paladin antichi discendenti,
abitanti in castei pien di fessure,
puntellati i canton, rotti e pendenti,
con le finestre metá di scritture,
metá di vetri avanzati dai venti,
e con porte che, chiuse, non che a' sorci,
non impedien l'ingresso a' cani, a' porci.
42
Parte aveano gabban di Salonicchio,
certi spadon, certe scarpe infangate,
da ciabattin rimesso qualche spicchio,
certe calze da sprazzi indanaiate,
cappellini tignosi e come un nicchio,
cappellon con le alacce mal puntate;
e tuttavolta ognuno avea sua scusa,
dicendo:--Oggi a Parigi questo s'usa.--
43
Entravane un con faccia larga e grassa,
rossa pel vin, pel sole abbrustolita,
con la parrucca come una matassa
di lin, non ripurgata o ribollita,
che per le guance penzolava bassa,
con la coduzza dietro di tre dita:
entrando, a tutti facea riverenza,
e poi siedeva con magnificenza.
44
Un altro con la faccia lunga e nera
ha le banduzze corte e inanellate,
un parrucchin con gli aghi e con la cera,
con sevo e gran farina impastricciato;
e nondimen con una sicumera
nella bottega a seder era entrato,
che mettea suggezione a tutti quanti,
perocch'era un di quei che aveano i guanti.
45
Era quel parrucchino una letizia,
sul viso lungo e ner, sí corto e bianco;
e la bizzarra gli facea giustizia,
ridendo sí che le scoppiava il fianco.
Quel gentiluom non entrava in malizia,
ché di sé troppo è persuaso e franco;
ma giudicando con sua fantasia,
sorride anch'ei per social pulizia.
46
Vedeansi giovanastri coi vestiti
di qua e di lá con gli ucchiei replicati,
ma sopra il destro quarto ricuciti,
segno evidente ch'eran rivoltati.
Gli untumi pel calor gli avean traditi,
ch'anche al rovescio s'erano affacciati,
massime sulla schiena a' capei sotto,
ed è superfluo il ragionar del rotto.
47
Pur nondimeno alcuno era contento
con que' vestiti del _diebus illi_,
perocché quattro sacca di frumento
avea cambiato in due fibbie di brilli;
e passeggiando la bottega, è attento
di serpeggiar col piè dove il sol stilli;
crescegli il cor, che gli occhi degli astanti
ferisca il fiammeggiar de' suoi brillanti.
48
Era un diletto udirli al lor arrivo
chiamar:--Bottega!--in voce gigantesca,
e all'apparir del caffettier giulivo,
non voler piú che un gotto d'acqua fresca,
il suo caffè disprezzando cattivo:
pur convien spesso ch'egli fuor se n'esca,
perocché si minaccia e non si prega,
reiterando:--Bottega, bottega!--
49
Diceano al caffettier que' ragazzoni
de' goffi sali e impertinenze vili,
per fare i perspicaci e i ciceroni;
poi si gettan ridendo nei sedili.
Il caffettier, che ha molte erudizioni,
le dice con de' termini incivili,
e scopre il debituzzo e la lordura:
ma che non vince al fin disinvoltura?
50
In questo postiglioni capitavano,
che avean le mance scosse per le corse,
e in un stanzin della bottega entravano,
sfoderando le carte con le borse.
Tosto que' paladin s'affratellavano,
e la lor nobiltá lasciando in forse,
puntano al faraone a tavolino,
superando in bestemmie il vetturino.
51
Né perché un birro sopraggiunga e punti,
que' nobili rampolli hanno ribrezzo.
Frattanto i padri, alla bottega giunti,
leggono le gazzette per un pezzo,
e notan negligenze, errori e punti.
Alcuno grida:--O Dio, mi scandalezzo,
il tal monarca s'è portato male,
e non fu cauto appien quel maresciale.--
52
E qui della politica e dell'armi,
di regi matrimoni e d'alleanze
diceano cose da scolpir ne' marmi,
e di ragion di Stato e di speranze,
ed han greche sentenze e latin carmi,
per raffermare, e molte sconcordanze,
topografie, geografie, misure,
che non si troveran sulle figure.
53
Sostengon riscaldati e pettoruti
le loro opinioni, il pensamento;
pur insensibilmente son caduti
senz'avvedersi al scarso del frumento,
e ad esclamar che, se Dio non gli aiuti,
il viver sará un tedio ed uno stento,
perocché l'uve anche poche saranno,
e discordan sui prezzi di quell'anno.
54
Un grida che s'è sconcia una sua vacca
e per la menda ha citato un villano.
Un altro all'oche d'un vicin l'attacca,
ch'è danneggiato d'un quarto di grano.
Uno è in furor; vuol spezzare una lacca,
se sa chi ne' suoi fichi ha posta mano.
Cosí restan monarchi, arme e regine,
per oche, vacche, ficaie e galline.
55
Turpin Marfisa fa per le piú colte
cittá della provincia ancor che passi,
e va notando osservazion raccolte,
e costumi e cervei, difetti e passi;
dice che in queste, alle apparenze molte,
alle giostre, a' teatri, a' giuochi, a' spassi,
alle carrozze, a' servitori, all'oro,
si potea giudicar molto tesoro.
56
Ma nel fermarsi alcuni giorni poi,
l'antico detto si verificava:
«tutt'òr non è quel che splende tra noi»,
sicché Marfisa assai farneticava.
Vede alcun gentiluom, che, agli occhi suoi,
a' panni molto agiato non sembrava;
non tenea cocchio o pompa, e pur in cera
del cor dipinta avea la primavera.
57
Dall'altra parte molti risplendenti
scorrer vedea ne' cocchi lor famosi,
con certe risa sforzate fra i denti,
con certi sguardi cupi e sospettosi,
che dipingeano gli animi scontenti
e de' pensier molesti e tenebrosi;
donde Marfisa facea strani gesti,
veggendo i pover lieti e i ricchi mesti.
58
L'alterigia, il puntiglio, il fumo, il fasto
ben tosto discopriva quest'arcano.
Gli appariscenti appiccavan contrasto
co' men splendenti per la dritta mano,
e per i posti a una festa, ad un pasto,
e' metteano sozzopra il monte e il piano:
volean risarcimenti e vergognose
cercan vendette per le vie nascose.
59
Perocché l'ozio e i sistemi novelli
aveano lor sí rinvilito il core,
che tenean gran ribrezzo de' duelli,
ma ricorreano dal governatore.
Con invenzion, tradimenti e tranelli
lo facean divenir persecutore;
poi boriosi in piazza, a visi alzati,
narravan come s'eran vendicati.
60
Qui del governatore uscieno arresti
e rabbuffi e minacce mal fondate.
Gli oppressi tosto facean manifesti,
che le bugie scoprivano storpiate:
e perché l'ira fa gli uomini desti,
le lingue piú non eran moderate,
e allor sapeano tutti i forestieri
delle famiglie il stato ed i misteri.
61
E oscure azion, prepotenze e clamori,
debiti, usurpi e liti poco sante,
e mille altre vergogne sbucan fuori,
perché parta erudito il viandante.
Sapeasi che i men ricchi ne' colori
avean la casa in sostanza abbondante,
e che, per non far debiti all'usanza,
vivean modesti e con poca baldanza.
62
Non v'era altra ragion per le oppressioni
che la disuguaglianza de' vestiti,
e de' risarcimenti le ragioni
erano sangui antiqui e gran partiti.
Se v'eran degli agiati illustri e buoni,
questi non difendevano i traditi,
perocché in terzo, in quarto o in quinto grado
tenean con gli oppressori parentado.
63
Era in que' tempi il lusso una malia,
che cagionava piú d'una ingiustizia.
L'uomo alterata avea la fantasia,
perdea d'ogni misura la notizia;
ed alla necessaria economia
aveva dato il nome d'avarizia.
Ciò cagionava gran confusione
ne' provinciali, povere persone.
64
Turpin delle cittá de' provinciali
mille altri pregiudizi ed i sistemi
ha scritto diligente negli annali
di conti e cavalier di cervel scemi,
ed etiche peggior de' serviziali,
ridicole rubriche, insulsi temi,
a tal ch'anche Marfisa io vo' trar fuori,
ch'ella mi fa pietá tra que' signori.
65
Correndo a stracca per la via piú mozza,
giunse sul fiume Iber, lá nella Spagna,
e furiosa un giorno in Saragozza
entrò colla sua moglie o sua compagna.
Qui con un locandiere si raccozza,
sprezza le stanze, di tutto si lagna;
poi scherza seco, poi ride, poi grida,
ma finalmente piglia albergo e annida.
66
Nelle conversazion col suo guascone,
l'avea sentito mille volte a dire
ch'ei teneva efficace inclinazione
d'irsene in Spagna prima di morire;
però spera trovare il suo mignone
in Saragozza, o novella sentire
che glielo additi; e da maschio vestita,
pe' caffè in traccia conducea la vita.
67
Nelle botteghe eran giunti i foglietti
ed i successi di tutti i paesi.
Que' pagani facevan rigoletti
per un caso avvenuto tra' francesi;
e perch'eran nimici maladetti
per le guerre passate e ancor accesi
contro l'andata bravura francesca,
facean risa impulite alla turchesca.
68
La dama vuol saper di quelle risa;
drizzando un turco i baffi, le rispose:
--Una sorella di Rugger di Risa,
ch'era una delle donne strepitose,
fuggita è da Parigi alla recisa
da quelle che si chiaman sacre spose;
ed ogni conghiettura è chiara e piana,
ch'ella pel mondo faccia la puttana.--
69
Marfisa era filosofa a bastanza
perché quel titol non le desse pena,
ma il parlar del pagan senza creanza
di pregiudizio alquanto l'avvelena;
e disse:--Non è molto bella usanza
in faccia ad un francese giunto appena
il dir ch'è una bagascia a dirittura
una sua dama, e sol per congettura.--
70
Rispose il saracino:--In un francese
io non credea delicatezza in questo,
perocché noi sappiam che al suo paese
si ride d'un marito troppo onesto,
e che le donne sono anche riprese
s'hanno del schizzinoso e del modesto,
e che de' libriccin molto applauditi
giudican tutti i casti scimuniti.
71
Se a ciò che s'applaudisce che sia fatto
si vuol che il fatto poi solo si taccia,
non siete ancor spregiudicati affatto,
se non vi si può dire in sulla faccia;
ma se tra voi si de' tacer quell'atto
che commendate, qui vogliam bonaccia,
e nelle nostre region vogliamo
rider de' parigin quanto bramiamo.--
72
Fu la bizzarra per appiccar zuffa,
ma il numer grande di que' saracini,
e il timor di scoprirsi alla baruffa
la tenne col cervel dentro a' confini,
e fece come fa chi ride e sbuffa
ne' difficili casi repentini,
per mostrar del disprezzo e del coraggio
verso qualche nimico poco saggio.
73
Era in sul fatto Ferraú qui giunto,
nipote di Marsilio, re di Spagna,
che di cavalleria conosce il punto
e co' suoi patrioti assai si lagna:
poi con Marfisa in amistá congiunto,
la serve e pel paese l'accompagna;
e pur la guarda in viso, e giureria
che non gli è ignota sua fisonomia.
74
Marfisa Ferraú conosce certo,
ché seco fatto avea piú d'un duello;
ma fa del franco ed usa il tratto aperto,
che lievi ogni sospetto dal cervello.
Verso la piazza sentesi un concerto
di corni e violini molto bello.
Il popol corre, dá d'urto e schiamazza,
e tutta Saragozza è nella piazza.
75
Marfisa a Ferraú ragion dimanda
di quel concerto e di quel gran furore.
Le rispose il pagan che in quella banda
da due giorni era giunto un ciurmadore,
che avea di privilegi una ghirlanda,
e cantatrici e piú d'un suonatore;
ch'era per lui la cittá sbalordita,
e si facea chiamar «cosmopolita»;
76
che da molti francese è giudicato,
ma che alterava spesso la favella;
che avea la sposa canterina a lato,
con bella voce, assai scaltrita e bella;
che vendea cataplasmi a buon mercato,
ma che la moglie veramente è quella
che con certi secreti suoi lavori
acquistava al marito de' tesori.
77
Giunsero nella piazza passeggiando,
ma convien colle spinte farsi strada.
Marfisa verso il palco va guardando
per veder quella cosa come vada.
La folla la rispinge rinculando,
sicch'ella è quasi per cavar la spada,
e pur il collo allunga da lontano
per veder questo nuovo ciarlatano.
78
Parle veder, non le par ben scoprire,
spera ingannarsi per la lontananza;
vorria appressarsi piú, vorria fuggire;
mostra negli atti molta stravaganza.
Colui che i bussoletti e l'elisire
alza ciurmando e ciarla all'adunanza,
alla taglia, al sembiante, a' capei d'oro,
le sembra ad evidenza Filinoro.
79
No, che non v'è ne' romanzi del Chiari
sorpresa a quella di Marfisa eguale.
Fece il viso d'un uom senza danari,
aprendo gli occhi e una bocca spannale.
Ferraú guarda e vuol che le dichiari
quella sorpresa fuor del naturale,
e sol trasse da lei quell'africante:
--Oh, cospetto di Dio, questa è galante!
80
Può fare il ciel--soggiungea la bizzarra
fuori di sé, né sa d'esser udita
--che senza aver riguardo alla caparra,
egli abbia sí vil giarda stabilita?
Questo sarebbe saltare ogni sbarra!
Non è possibil, scommetto la vita;
traveggo, non è ver, non sará desso,
e vo' serbarmi a vederlo dappresso.--
81
Ferraú, maggiormente curioso,
replica le richieste tuttavia.
Disse la dama:--Io son un po' dubbioso
di conoscer colui; ma andiamo via.--
Ferraú, ch'era un pagan generoso,
soggiunse:--Questa sera, in cortesia,
nel mio palchetto a teatro verrete
alla commedia e l'ore passerete.--
82
Disse Marfisa:--Volontieri accetto
e vi ringrazio della esibizione;
anche mia moglie condurrò al palchetto,
perch'abbia un poco di ricreazione;
ma vo' per grazia e per aver diletto
e per far bella la conversazione,
che voi facciate al palco anche venire
quel ciarlatan che vende l'elisire.--
83
Rispose Ferraú:--Questo fia fatto;--
diconsi addio, le man si sono strette:
--A rivederci al cominciar dell'atto,
nell'ordin primo, al numer diciassette.--
Ferraú resta alquanto stupefatto.
Marfisa imita al partir le saette:
non vede l'ora trovar la compagna,
per esalarsi e bestemmiar da cagna.
84
Giunta alla stanza sua con ciglio oscuro,
getta il cappel per terra e lo calpesta,
ed i vestiti scaglia contro al muro;
la camicia sudata la molesta:
la trae stizzita, e col suo viso duro
su e giú passeggia, astratta con la testa,
ignuda mezza e con la spada a lato,
e corre come un levrier sguinzagliato.
85
Era a vedersi una scena faceta
Marfisa mezza ignuda con la spada,
che passeggia fanatica inquieta,
e Ipalca spaventata, che la bada
e che la guarda come una cometa,
non intendendo il fatto come vada;
ma finalmente ardita le chiedeva
la ragion del furor che l'accendeva.
86
Disse la dama:--Senti: s'egli è vero,
alla croce di Dio! con un pugnale
gli spacco il cor, lo mando al cimitero:
conoscerá Marfisa quanto vale.--
E detto questo, va come il pensiero.
Ipalca replicava:--Chi e quale?--
La dama irata si rivolge e dice:
--Ella è una cantatrice, cantatrice.
87
È saltimbanco, vende teriaca,
guadagna sulla moglie, fa il ruffiano,
e m'ha ficcata questa pastinaca,
il turco, l'assassino, il luterano!--
E pur s'infuria, bestemmia, s'indraca.
Ipalca rispondeva:--Dite piano.--
Ma pure strologando indovinava
per qual ragion Marfisa furiava.
88
Di quel sospetto nulla piú fa sdegno
a Ipalca, che il sentire il traditore
si fosse sottomesso all'atto indegno
di dar la mano a una cantante e il core.
--Che sia ruffian--diceva--io mi rassegno,
ho pazienza che sia ciurmadore;
ma che una cantatrice sposata abbia,
santissimo Gesú, questo fa rabbia.
89
Io mi sento agghiacciar piú che nel verno.
Una cantante! oh, san Francesco mio!
una donna dannata in sempiterno,
per cui non ha misericordia Dio;
che ha mandate tant'anime all'inferno,
cantando in sul teatro e che so io!
una cantante, una scomunicata!
o Vergine Maria sempre laudata!
90
S'egli avesse sentito un cappuccino
a predicare un dí, com'ho sentito,
e gridare e sudar quell'angelino
contro queste donnacce da prurito,
e a provar che son diavol con l'uncino
sotto il belletto e sotto un bel vestito,
diguazzando una barba veneranda,
le avria il guascon lasciate da una banda.--
91
La stizza del sentir discorsi sciocchi
pose a Marfisa l'altra ira in bilancia,
e disse:--Non può far che l'ora scocchi;
t'immaschera al costume della Francia,
perocché le tue ciarle da pidocchi
gorgogliar presto mi farien la pancia.--
E brievemente andarono a vestirsi
per gir alla commedia a divertirsi.
92
E mascherate al teatro sen vanno,
l'una com'uomo e l'altra come dama.
Al numer diciassette picchiato hanno:
Ferraú tosto, per acquistar fama,
apre, mettendo Ipalca a saccomanno
con ceremonie, e quel momento chiama
felice, glorioso, e dá del resto;
ma Ipalca affatto era inesperta a questo.
93
Sei volte un'«umilissima» infilzando,
con rossor di Marfisa, entra e s'asside:
il sipario, che allor si andava alzando,
il complimento, grazie a Dio, recide.
La commedia si fa. Di quando in quando
si picchiano le mani e il popol ride,
e perch'ella era alquanto curiosa,
Turpin ci lasciò scritta qualche cosa.
94
V'erano in essa di molti cristiani
posti in aspetto obbrobrioso e tristo,
preti papisti e frati veneziani,
ch'altro eran ben, che imitator di Cristo.
Ma tra gli altri cattolici romani,
entro a quella commedia un ne fu visto
d'un secolare spigolistro avaro,
che all'uditorio turco assai fu caro.
95
Il poeta pagan fingea che morta
fosse la moglie del divoto arpia,
e che i preti gli fossero alla porta
per le candele e per portarla via.
L'avaro, ch'era una persona accorta,
per l'avarizia spender non volia,
ma per unirla alla religione,
col piovan facea scena in un cantone.
96
--Per scarico--dicea--di coscienza,
piovano, confessar vi deggio il vero:
mia moglie, e ve lo dico in confidenza,
nulla credea ne' successor di Piero.
Le ho fatto correzioni in scandescenza,
ma le fatiche mie furono un zero;
morí secreta eretica in peccato,
né deve esser sepolta nel sagrato.--
97
Il piovano, ammirato e grave in viso,
faceva del zelante e del prudente,
dicendo:--A un caso occulto ed indeciso,
non si deve dar scandalo alla gente;
e poi so ch'ella è ita in paradiso,
e il posso dir d'una mia penitente.
Dovete anzi, di cere liberale,
farle un solenne onor nel funerale.--
98
Ciò che adduceva l'avaron marito
per non dar cere a quella sepoltura,
ciò che il piovan rispondeva perito
a voler torce di buona misura,
cagionava un dialogo fiorito,
di veritá ripieno e di natura,
a tal che i turchi pel rider scoppiavano,
e le lor brache larghe scompisciavano.
99
Ancor che fosse Marfisa affannosa
pel saltambanco che non giunge mai,
non tacque alla commedia scandalosa,
che il cristianesmo rinvilisce assai.
A Ferraú si volse dispettosa,
e disse:--Questi vostri commediai
sono troppo maledici e indiscreti
contro ai cristiani, a' nostri frati e a' preti.--
100
Ipalca certo sarebbe fuggita,
ma giá dormiva alla seconda scena.
Ferraú con maniera assai pulita
disse a Marfisa:--Non vi date pena,
la politica nostra è stabilita,
nel far commedie in sulla turca scena,
di porre in tristo aspetto l'inimico,
per conservar nel popol l'odio antico.
101
In ludibrio si mettono i cristiani
e in una vista schifa e abbominevole,
acciò non si battezzino pagani.
La massima non sembra irragionevole.
Certo i vostri poeti son piú umani,
e le commedie loro han del piacevole;
e sembra, per voler retto decidere,
che vogliano i cristian far circoncidere.
102
Certi Macmud dipingono prudenti,
molto teneri in cor, molto pietosi,
certi bey, filosofi saccenti,
moralisti, divoti e generosi;
e per converso cristian malviventi,
marchesi ladri e conti pidocchiosi;
donde da noi si spera certo e crede
che vorrete abbracciar la nostra fede.
103
E inver sono infiniti i cristian vostri
che voi chiamate «turchi rinegati».
Fioccano a torme sempre a' templi nostri,
non senza alcuni preti e alcuni frati.
Forse annoiati son de' paternostri,
o poveri o viziosi o disperati;
ma forse anche i scrittor mal cauti fanno
cotesti disertor con vostro danno.--
104
Marfisa nelle spalle si rannicchia,
perocché quel discorso ha del preciso.
Ecco un che gentilmente al palco picchia:
è il ciurmador che avuto avea l'avviso.
Marfisa nel tabarro s'incrocicchia,
mettendo pria la maschera sul viso.
Si desta Ipalca, e anch'ella prestamente
s'è mascherata alquanto goffamente.
105
In bocca la bizzarra un sassolino
si getta per confonder la favella,
caso che il ciurmador per rio destino
fosse il guascon, che mai non vorrebb'ella;
ma ci vuol flemma, ché insino a un puntino,
al viso, al favellare, alla gonnella,
alla disinvoltura, ed in sostanza
è Filinoro: è tronca ogni speranza.
106
Bolle il sangue a Marfisa, e le dá d'urto
nella pia-madre, e quasi esce dal cerchio,
siccome il brodo nel paiuol ch'è surto
pel troppo foco e spinge insú il coperchio.
Un uomo, a cui vien fatto il maggior furto,
che ha gran famiglia e nulla di soperchio,
non ha metá dolor di quel che prova
Marfisa, che il pidocchio alfin ritrova.
107
Avea questo filosofo guascone,
poiché lasciò quel padre abate santo,
piantato il laico a piè, suo compagnone,
dormente un giorno e cotto piú che alquanto;
e venduto il destriere ed il rozzone
e i ricchi guarnimenti, trasse tanto
che poté tôr le poste e far viaggio,
piantar carote e cambiar personaggio.
108
Qui apparve abate, lá uffizial da guerra,
qua inviato secreto con arcani,
lá pellegrin che per gravi colpe erra,
e tenta d'elemosine i piovani;
in qualche castelletto, in qualche terra,
fu giuocator col diavol nelle mani,
perocché certo e' le sapeva tutte
e aggiunge alle dottrine di Margutte.
109
Protettor fatto d'una cantatrice,
vestito nobilmente e riccamente,
ei fu in sul punto, per quanto si dice,
ch'era il borsello suo convalescente.
In questa bella trovò la fenice,
amante men dell'altre fintamente,
ma non tanto fenice che donasse,
se prima il cavalier non la sposasse.
110
Avea raccolta questa verginetta,
tra onesti doni e le merci onorate,
d'orivuol, gemme e astucci una cassetta
e borse d'òr da esser venerate,
perché con sdegni casti e senza fretta
e con rifiuti le aveva acquistate,
con modesti atti e discorsi morali
e con le sette virtú cardinali.
111
Ma poiché molto il pericol, dicea,
d'ir sui teatri la mortificava,
ché la sua castitá, che salva avea
sino a quel punto, si perseguitava,
a sposar Filinoro discendea
e i santi acquisti in dote gli recava;
ma veramente l'accieca la brama
di sposar Filinor per esser dama.
112
Filinoro, filosofo in bisogno,
non ebbe alcun ribrezzo e se la prese,
dicendo in cor:--Tu sarai dama in sogno;
co' tuoi borsel mi lascia ire alle prese;
quando ho danar, di nulla mi vergogno.--
E cominciò di smisurate spese,
e veste e giuoca e spende senza fine,
e tratta principesse e ballerine.
113
In poco tempo al verde s'è ridotto.
Alla dama consorte il ver celava;
pur, perch'ella il vedea giuocare al lotto,
ad un sí triste segno sospettava;
ma finalmente scopre ch'egli è rotto,
che le vesti e le cuffie le impegnava,
e cominciava ad appiccar baruffa:
ma invan con Filinor si grida e sbuffa.
114
Che con moine, carezze e scherzetti,
quel ch'ei disegna, ben le fe' comprendere:
comincia in casa a condur degli oggetti,
paladini e milord che potean spendere;
gli pianta e parte al canto de' duetti
e di quell'arie che soleano accendere.
La dama sposa per necessitate
l'util modestie ha infin rinnovellate.
115
E perché giova in cosí fatta tresca
cambiar paesi e riuscir novelli,
questa coppia gentil piantò bertesca
e in diverse cittá vischio agli uccelli.
La dama, ch'era una lana sardesca,
al cavalier tenea stretti i borselli,
dond'ei che i vizi suoi vuol mantenere,
si fece ciurmador, di cavaliere.
116
Ma lo faceva con magnificenza
e suoni e canti e livree ben guarnite.
La moglie in casa non facea credenza,
ed egli in piazza spaccia elisirvite;
e tenendo nel dua la rubescenza,
di qua, di lá le genti ha sbalordite.
Da pochi giorni in Saragozza egli era,
e in brieve nel palchetto è quella sera.
117
Quando riebbe la bizzarra il fiato,
fece forza a se stessa: discorrendo
col sassolino fitto nel palato,
molte richieste al guascon va facendo.
Quel diavol, ch'era un golpon scozzonato,
alle dimande va soddisfacendo:
nelle risposte si fe' grande onore,
salvo che apparve un po' millantatore.
118
Non so qual fosse degli angeli bigi,
che inducesse la dama a far richiesta
a quel cosmopolita se Parigi
vedesse, andando in quella parte o in questa,
ché le pareva in chiesa a San Dionigi
veduto averlo a messa un dí di festa;
e ch'anzi, poiché ogni uom alfin pur ama,
l'avea veduto a far scherzi a una dama.
119
Disse il guascon:--È vero, è vero, è vero.
Era costei di famiglia elevata,
Marfisa detta, sorella a Ruggero,
morta per me, basita, spasimata.
Per dirvi tutto, io l'aveva nel zero,
né so dir come l'abbia sopportata,
ché le puzzava il fiato ed era pazza,
ed anche anche non molto ragazza.--
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