E disse:--Un miglior tomo leggerete:

quel della _Pellegrina_ nulla vale.

Non trovo un'altra voi, come volete:

l'ho ricercata infin nell'ospedale.--

La dama irata disse:--Voi morrete

con quella vostra testa dozzinale.

Sempre difficoltá, sempre sventure:

con voi son tutte scarse le misure.

43

Nella _Filosofessa italiana_

un altro modo ho letto di fuggire.

Di nottetempo questa settimana

potrete al muro del giardin venire.

Una scala portatile alla piana

appoggerete, e dovrete salire:

quando siete in sul mur, tirate suso

la scala e a me la calerete giuso.

44

Salirò anch'io sul muro, e allor potremo

ripor la scala al di fuor nuovamente,

e l'una dopo l'altra scenderemo:

questa è cosa da farsi agevolmente.

Uscite, poscia ci travestiremo

per non esser scoperte dalla gente;

e poi nell'alba, all'aprir delle porte,

schizzerem fuor della cittá alla sorte.

45

Io voglio come maschio esser vestita:

voi, come donna, siate mia mogliera.--

Diceva Ipalca:--Trista alla mia vita!

Per me farò da moglie volentiera.--

Ed ebbono ogni cosa stabilita,

e di fuggire un sabbato da sera.

Dovea rubare Ipalca a Bradamante

per le bisogne non so qual contante.

46

Sapea dove la moglie di Ruggero

teneva piatta una sua borsa d'oro.

Ipalca aveva un occhio di sparviero,

e brievemente le ciuffò il tesoro.

E un sabbato di notte all'aer nero

fu data esecuzione a quel lavoro,

e la «filosofessa» fu imitata

sino a un peluzzo, alla fuga ordinata.

47

Marfisa si vestí da cavaliere,

come nelle commedie fa Clarice.

Ipalca non lasciava di temere;

ma fa la parte, e il cielo benedice.

Un calesso era pronto a lor mestiere.

Apparve di Titon la meretrice:

s'apron le porte; e Marfisa ed Ipalca

son nel calesso, e il postiglion cavalca.

48

La dama era un bel giovine a vedello.

Ipalca certo è differente assai,

quantunque avesse un leggiadro cappello

col pennacchino e abbigliamenti gai.

Un membro non avea che fosse bello.

Usava del belletto sempremai,

ma caricato e senza alcun ingegno,

donde movea, piú che lussuria, sdegno.

49

Verso la Spagna presero il cammino

queste due, finta sposa e finto sposo.

Lasciamle andar; diremo il lor destino.

A Parigi fu il caso strepitoso.

Le monache, suonato il mattutino,

levato il sol, lasciarono il riposo,

e sospettaron di Marfisa ingrata,

veggendo la sua cella spalancata.

50

Cominciano a cercarla in ogni loco

ed a chiamar con religiosa voce.

Una dicea:--Sant'Agostino invoco;--

l'altra un _Si quaeris_ dice, e fa la croce.

Il cicaleccio cresce poco a poco,

ognuna per accrescerlo si cuoce,

e finalmente tutte difilate

le nuove alla badessa hanno recate.

51

La badessa in furor scrive a Turpino;

la vicaria a due frati narra il caso;

la sacristana il narra a un abatino;

vuotano l'altre alla castalda il vaso;

una scrive all'amica, una al vicino:

in un momento a ognun la cosa è al naso.

Turpino alla badessa manda a dire

che si deve il silenzio custodire,

52

perché non vuol che scandal si dilati.

La badessa alle suore dá il precetto:

le suore a capo basso, occhi serrati,

tutte dicean:--Silenzio vi prometto.--

Turpino intanto un prete, de' fidati,

manda a Rugger col caso in un viglietto,

e lo consiglia a fare a Carlo istanza

di spedir genti, e dá buona speranza.

53

Al capitar del prete, la famiglia

del buon Ruggero è giá tutta in rivolta.

Bradamante gridava:--Para, piglia,--

ché la sua borsa d'oro è stata tolta.

Ruggero è fuor di sé per meraviglia,

né sa di borsa, e ognun guarda ed ascolta;

non si dovea saper che la sua sposa

tenesse borsa di soppiatto ascosa.

54

Bradamante era fuor de' sentimenti,

e strilla, e i servi vuol morti e le fanti,

e disse della borsa fuor de' denti,

tanto di borsa, grida a tutti quanti.

Ipalca manca dagli alloggiamenti,

adunque Ipalca ha involati i contanti.

--Si cerchi Ipalca--Bradamante grida:

--se le strappi la borsa, e poi s'uccida.--

55

Il prete, col viglietto del prelato,

Rugger fece morir quasi d'affanno:

sopra un soffá disteso s'è gettato,

dicendo.--Io vivo per maggior mio danno.--

Bradamante, che il vede addolorato,

chiede se della borsa a parlar stanno.

--Che borsa? che non borsa? dalla cella

--disse Rugger--fuggita è mia sorella.

56

--Fuggita s'è Marfisa! Ipalca manca!

la borsa è andata!--Bradamante strilla,

si batte il viso e poi l'una e l'altr'anca,

grida a Rugger che si debba seguilla.

Disse Rugger:--Quando sarete stanca,

terminerete di suonar la squilla:

la mia sciagura abbastanza mi pare,

senza far la contrada sollevare.--

57

Ruggero se n'andava a Carlo Mano;

rimase la consorte disperata,

che, piangendo in baritono e in soprano,

ha intorno la famiglia radunata.

La tien don Guottibuossi per la mano,

e promette gran cose all'impazzata:

talor minaccia i cagnolin parecchi,

che, al pianto urlando, intruonano gli orecchi.

58

Ruggero a Carlo Magno la sventura

narra, e soccorso al suo caso dimanda.

In traccia, di Parigi entro le mura,

l'imperatore di Marfisa manda;

ma gli è sí rimbambito di natura,

che fuor che il letto e un'ottima vivanda

nulla conosce, e a Rugger dimandava

chi fosse, dieci volte, e replicava.

59

Massimamente, morto il Maganzese

Ganellon traditore, il suo mignone,

Carlo è col capo fuori del paese,

e risponde al contrario alle persone.

Venne la nuova che nessun francese

sa di Marfisa, donde il re Carlone

disse a Rugger con viso sonnolento:

--Ben guarda, ella sará nel suo convento.--

60

Rugger perdé la pazienza un tratto;

volta la schiena e borbottando parte.

--Perdio!--dicea--l'imperatore è matto.--

Chiama Dodone e Orlando da una parte,

anche il danese consigliava il fatto;

e si concluse che gettasse l'arte

Malgigi, per saper dalla magia

dove Marfisa con Ipalca sia.

61

E tutti quattro a Malagigi uniti

sen vanno tosto per sapere il vero.

Gli aveva il mago attentamente uditi

con ciglia brusche e con viso severo.

Stava Malgigi assai mal di vestiti,

la barba ha lunga, e non pel suo mestiero,

ma perché non aveva veramente

da pagare il barbier sí facilmente.

62

Per dirvi come fosse Malagigi,

guercia avea guardatura e faccia nera.

Benché avesse i capelli mezzi grigi,

gli teneva in coltura con la cera:

la polver confondea da' neri a' bigi.

La sua camicia candida non era,

ma tuttavia teneva i manichini

grossi, antichi, giallastri e picciolini.

63

Le calze ha cenerognole di stame,

che aveano sparse alcune cicatrici,

guarite, or colla seta verderame,

or colla rossa, da' buchi nimici.

Piangean le scarpe dolorose e grame,

che aveano avuti assai pietosi uffici.

Malgigi delle volte piú d'un paio

lor dedicato aveva il calamaio.

64

Le brache ha di sovatto violetto,

perché cercava brache consistenti;

sopra il ginocchio è corto il coscialetto,

e per l'untume sono rilucenti.

Guardava il mago or lo spazzo or il tetto,

al ragionar de' paladin parenti,

i quai chiedean che l'arte sua traesse

e dove sia Marfisa lor dicesse.

65

Poich'ebbon detto, il mago si fe' chino:

prima di dir volea soffiarsi il naso.

Avea sí rotto e lordo il moccichino,

che di tenerlo in vista non v'è caso.

Mise la testa sotto al tavolino

(vecchio scrittoio in tre gambe rimaso),

e poich'ebbe la tromba ben suonata,

questa risposta a' paladini ha data:

66

--Stupisco che voi siate sí ignoranti,

e che giunto all'orecchie non vi sia

che usciti son de' libri nuovi alquanti,

i quali han disertata la magia.

Non vi sono piú streghe o negromanti,

un'impostura è oggi l'arte mia.

I moderni scrittor spregiudicati

i negromanti al sole hanno mandati.

67

L'anel dell'arte non è un diamante,

non v'è nessun che piú gli presti fede;

pentacoli, sigil, son tutte quante

cose alle quali il diavol piú non cede.

Teschi, capelli, cere, bisce e piante

non trarrien di sott'acqua due lamprede.

Gli antichi libri miei ben posso aprire,

il diavol non si move per venire.

68

I moderni scrittor colla scienza

il popol e i dimoni hanno istruiti.--

Il popol non mi fa piú riverenza,

né vengono i dimon, bench'io gl'inviti.

Non so se netta sia la coscienza

di questi scrittor nuovi fuor usciti,

che inutil l'arte magica hanno resa,

né so se ben la cosa abbiano intesa.

69

Si credeva una volta facilmente

de' diavoli e de' maghi il gran potere;

che Farfarel venisse fra la gente,

per far ora piacere, or dispiacere.

Oggidí non si crede piú niente,

pe' scrittor c'han soppresso il mio mestiere.

Per ischerzo de' diavol si decide

che non vengono al mondo, e poi si ride.

70

Pretendon trarre agli uomin l'ignoranza

gli scrittori novelli col lor fondo.

Ma questo por negli uomini costanza,

circa a' spirti dannati nel profondo,

fa a poco a poco credere in sostanza,

non sol che mai non vengano nel mondo,

ma timor toglie e sparge quel veleno

di dubitar se diavoli vi sièno.

71

In quanto a me, che la professione

di mago sia distrutta e posta sotto,

poco m'importa. Grazie a Salomone

ed a Rutilio, in altro sono dotto;

ed ho sempre concorso di persone,

sapendo trar la cabala pel lotto.

Servo mille persone del paese

con la mia _Fiorentina_ e _Bolognese_.

72

Ho fatti guadagnar danari assai

con le cabale mie, che fan miracoli.

Ognun mi fa regali sempremai:

un giorno mi porran ne' tabernacoli.

I concorrenti non mancano mai,

c'hanno bisogno a interpretare oracoli:

coi calcoli numerici gli appago,

ed ho giá fatti di tesori un lago.

73

Alle mogli incagnate co' mariti,

che rimarranno vedove, indovino.

A' figli indebitati inferociti

predico il padre a morte esser vicino.

Di giovinette c'hanno i cor feriti

e di serventi ho pien sempre il stanzino

e di mariti; e chi va, e chi torna,

ed io indovino amori ed odii e corna.

74

Per saper di Marfisa altro non posso

che la cabala trar, se pur v'aggrada;

io v'avverto però che non m'addosso,

netto risponda ove Marfisa vada.

Lo dirá la mia cabala allo ingrosso,

ma voi dovete interpretar la strada.

Se pel diritto l'interpreterete,

le mani in su Marfisa metterete.--

75

Non può Dodon piú rattener le risa,

e disse:--Posa, posa, Malagigi:

risparmia un'impostura di tal guisa.

Che fai de' tuoi tesori e de' luigi?

Cambia quella camicia lorda, intrisa,

se puoi col lotto guadagnar Parigi.

Che fai di quelle calze e quelle brache,

che par ch'abbian su avute le lumache?--

76

Rispose Malagigi:--Che stupori

per queste brache e la camicia mia!

Io non bado a coltura né a tesori,

ché m'innamora sol filosofia.

Tristo a me se badassi a frange, ad ori

ed all'attillatura e leggiadria:

questo sarebbe in me tristo preludio;

addio filosofia, scienza e studio!--

77

Ruggero, Orlando, il danese e Dodone,

quantunque non avesser molta voglia,

risero tutti all'ultima espressione.

Malgigi anch'esso del serio si spoglia,

e ride per far lor conversazione;

poi disse:---Voi scorgete ciò ch'io voglia;

se non credete a cabale, mi date

un ducato in prestanza e ve n'andate.

78

Ognun de' cavalier mezzo ducato

gettò del mago sopra al tavolino;

poi lo lasciâro, e Orlando smemorato

giva dicendo:--Oh secolo meschino!

Quest'uomo a' nostri dí sí riputato,

che sbigottiva il popol saracino,

pe' nuovi libriccini s'è ridotto

a viver con la cabala del lotto!--

79

E brevemente, per andare in traccia

della bizzarra, han posto ordin tra loro.

Ognuno dalla stalla il caval caccia.

Orlando non avea piú Brigliadoro:

non è da dimandar se ciò gli spiaccia.

Frontin non è piú vivo. Alfin costoro

de' lor vecchi destrier tutti son privi;

forse pe' cambiamenti non son vivi.

80

Sin che per lo Vangelo avea servito,

vissuto era ogni antico corridore

per sessant'anni, fiero ad ogni invito;

Baiardo e Vegliantin pien di furore,

Frontin, Rondello e Rabicano ardito

era, siccome narra ogni scrittore:

ma poi, cambiato il buon costume in vizio,

que' destrier eran morti a precipizio.

81

Non so se ognun questo evidente segno

tenesse a tristo augurio pel futuro:

certo ne pianse Orlando, e con ingegno

fe' predizioni, favellando al muro.

I quattro paladin si dánno pegno

la fede d'ire al chiaro ed all'oscuro,

e di trovar Marfisa e di fermarla,

di ricondurla, e fin di sculacciarla.

82

Rugger prese il cammin verso la Spagna,

Dodon verso Inghilterra il caval sprona,

Orlando caccia il suo verso Alemagna,

il danese era assai vecchia persona,

e disse:--Io cercherò questa campagna:

la lepre sta dove non si ragiona.--

Adunque spinse il suo caval di passo

per que' villaggi, come andasse a spasso.

83

Bradamante a Rugger dalla finestra

si raccomanda per l'amor di Dio;

e intorno la sua borsa l'ammaestra,

gridando:--Carni mie, consorte mio.--

Rugger sprona il cavallo, che sbalestra

sei peta della dama al romorio.

Riser gli astanti, Bradamante alquanto

s'è vergognata, ed io finisco il canto.

FINE DEL CANTO DECIMO

CANTO UNDECIMO

ARGOMENTO.

Nel viaggio Marfisa in corruzione

(dopo una febbre effimera) ritrova

le ville, le castella, e con ragione

nelle cittá di provincia non cova.

Va nella Spagna, e scopre il suo guascone

in una circostanza affatto nuova;

vien da Rugger sorpresa alla commedia;

l'accidente è passabil, se non tedia.

1

Quella disperazion di Bradamante,

per cui piú non sapea quel che facesse,

era una passion predominante,

che fa solo la borsa in capo avesse.

Con disonor la cognata è ambulante;

par che il dolor lo sposo le uccidesse;

per tal fuga ognun mormora, è dolente:

Bradamante la borsa ha solo in mente.

2

Né si trovava una persona ardita

che le facesse un po' di correzione,

e perch'era gran dama e riverita,

si rispettava la sua passione.

Benedetto il caval che l'ha colpita

con quelle peta all'uscir del portone,

che fe' alle genti far quella risata

e ritirar la dama svergognata.

3

Marfisa, Ipalca e il postiglion che trotta,

aveano fatta giá la prima posta.

La dama al postiglion la testa ha rotta,

che a chiederle la corsa le s'accosta.

Cambia la posta, e grida, che par cotta,

che non vuol passo lento, non vuol sosta,

a ponte rotto, a buca, a sasso, a crollo

vuol che si corra e se ne vada il collo.

4

Scrive Turpin che non ci fu mai caso

che una corsa pagasse quella dama.

Di questa veritá son persuaso,

perch'ella non dipende dalla fama.

Turpino fu scrittor che avea buon naso,

e per prova del vero cita e chiama

de' mastri postiglion le note certe,

dove son le partite ancor aperte.

5

A qualche postiglion data ha la mancia,

se fu robusto e buon bestemmiatore;

del resto il chieder prezzo era una ciancia,

che tirava percosse d'un gran core.

Ipalca, finta moglie, avea la guancia

talor di carta e di color peggiore,

e alle sciarre, a' cimenti, alle contese,

vanta un suo voto che le avea difese.

6

Tra la rabbia, il furore e i patimenti

e l'amor pel guascone, che conserva,

sentí Marfisa un dí scuotersi i denti,

e volse il viso pallido alla serva,

dicendo:--Io sento ribrezzi e accidenti

e una debolezza che mi snerva:

mi duole il capo ed ho la bocca amara.--

Rispose Ipalca:--Questa è febbre chiara.--

7

Disse Marfisa:--Io ti darò un susorno;

altro non mi sai far che triste augurie;--

e grida al postiglion che suoni il corno,

sferzi i cavalli, ed entra nelle furie;

e benché porti una gran febbre intorno,

non lascia le minacce né l'ingiurie,

ma alfin la febbre d'una buona razza

basta a frenare anche una donna pazza.

8

E convenne far alto in un villaggio.

perché Marfisa piú non si reggea.

Or quasi Ipalca ha smarrito il coraggio

per il finto marito che gemea,

e dice:--Eccovi alfin quel dal formaggio.

Caro Gesú! fuggir non si dovea.--

Marfisa è oppressa, ma l'ha minacciata

con una guardatura spiritata.

9

Prendesi alloggio, ed all'uomo-fanciulla

venne un dottor d'una trista figura.

Di villa egli è, ma il capo non gli frulla,

ne sa quanto un Macope ad una cura,

perché l'arte sapea di non far nulla

e di lasciar l'imbroglio alla natura.

Tocca il polso, l'orina vuol vedere,

e poi dice:--Ha la febbre il cavaliere.

10

Diman verrò, vederem, penseremo;

non mangi, e beva generosamente.--

Marfisa al suo partir diceva:--Fremo;

costui è un asin risolutamente.--

Torna il dottor, che par di cervel scemo,

con un passo ed un viso sonnolente,

ritocca il polso, vuol l'orina, e guata,

poi dice:--Questa febbre è declinata.

11

Faccia bibite spesse ed abbondanti,

non mangi nulla, sorba qualche brodo.

Stiamo a veder diman se il mal va avanti;

se cresce, penserem la forma e il modo.

I rimedi dell'arte sono tanti:

gli userem tutti, se il mal terrá sodo.

A buon vederci: soffra e stia in riguardo.--

Poi se ne va sonniferoso e tardo.

12

La dama va in furor, dietro gli grida,

lo chiama dottorello ed ignorante;

e perché son di femmina le strida,

Stupefatto il dottor volse il sembiante.

Guarda Ipalca nel viso, e par che rida,

e disse:--Questo è un musico e arrogante;--

e poi senz'altro dir scende le scale:

Marfisa vuol scagliargli l'orinale.

13

Ipalca la pregava ad acchetarsi

per tutti i santi e le sante del cielo.

--Costui--dicea Marfisa--vuol spassarsi,

e del mio male non si cura un pelo;

ma s'egli spera le paghe beccarsi,

non ne beccherá una, pel Vangelo!,

Tu sai la circostanza e la premura;

ei vuol tenermi un anno alla sua cura.--

14

Ma finalmente il terzo giorno arriva:

si sente la bizzarra sollevata.

Giunto il dottor al polso, disse:--Viva;

questa è stata un'effimera sforzata.--

Dicea Marfisa:--Io son di febbre priva,

ma voi non me l'avete discacciata.--

Rispondeva il dottor:--Questo è di fatto;

ma poteva ammazzarvi e non l'ho fatto.--

15

Sonvi alcune ragion chiare e precise,

d'una tal veritá, d'un'evidenza,

che sono intese insin dalle Marfise

e le disarma della prepotenza.

La dama col dottore alquanto rise,

e le fu liberale in diligenza,

dicendo sempre:--È ver ciò che diceste;

potevate ammazzarmi e nol faceste.

16

La vostra umanitá, la virtú vostra

è rara molta nella medic'arte.--

Grato a Marfisa il medico si mostra,

e sonnolento la ringrazia e parte.

Esce dal letto la bizzarra nostra,

chiede i vestiti, e le par d'esser Marte.

Ma nel rizzarsi in piè non si può dire

quanto inabil trovossi al dipartire.

17

Le trieman le ginocchia, il capo gira:

convien fermarsi nel villaggio alquanto,

sin che la dama un pocolin respira

e riacquista del vigore infranto.

Or qui veggo il lettor meco s'adira

per queste fievolezze ch'io gli canto;

doglie di capo, effimere, tremori,

cosí non s'intrattengono i lettori.

18

Cari lettori, abbiate pazienza:

io deggio esser fedele al mio Turpino.

Cotesta poca vostra sofferenza,

questo vostro decider repentino,

vi fa molto simili in coscienza

a' sudditi del figlio di Pipino,

ch'eran dottori senza intender nulla,

col capo al gioco, al sarto, a una fanciulla.

19

Questa fiacchezza, di cui fa memoria

Turpino, della dama dopo il male,

che scemò alquanto la furia e la boria

d'andare in posta tosto alla bestiale,

non è inutile affatto per la storia,

oltre all'esser la cosa naturale:

fatto sta che Turpino in quella villa

ferma la dama, e assai cose postilla.

20

Prima sopra a quel medico antedetto

va compilando alcune coserelle.

Dice che alla cittá fu poveretto

per la persecuzion non delle stelle,

ma degli altri dottor che avean concetto;

ed il concetto è delle cose belle,

perché, sia ben fondato o ingiustamente,

a rovinar parecchi è sufficiente.

21

Misero quel che il vitto aspettar deve

dalla riputazion fra gli abitanti,

se d'essere impostor gli sembra greve

e non uccella sciocchi ed ignoranti;

e' si riduce in villa e al verde in breve,

perché i competitor stan vigilanti

co' lor dileggi arcani e paroloni.

Son di Turpin coteste riflessioni.

22

Il qual segue a narrar che in quel villaggio,

sendo Marfisa maschio contraffatto,

bizzarra e di cervello poco saggio,

volle prender sollazzo qualche tratto;

e cominciò con lubrico linguaggio,

come fa qualche fanciullaccio matto,

a tentar le ragazze forosette,

e le trovò maliziose e scorrette.

23

Quell'antica innocenza villereccia,

un tempo celebrata da' poeti,

non avea piú né seme né corteccia,

il rossor, il pudor si stavan cheti;

perocché certi paladini feccia,

o vogliam dir filosofi discreti,

che villeggiavan l'autunno e la state.

avean le villanelle addottrinate.

24

Il vizio ne' maggiori è una magagna,

che ne' maggiori sol non sta rinchiusa,

ma ne' minor si dilata e accompagna,

e ognun adduce esempi ed ha sua scusa.

Passa dalla cittade alla campagna,

e sin nelle caverne alla fin s'usa;

però i vizi de' stolti paladini

s'eran diffusi ancor nei contadini.

25

Il lusso di Parigi smisurato

aveva fatti i paladin fallire:

volevan sostenersi in grado alzato

con debiti e con truffe da non dire.

Facean lo stesso i servi nel lor stato,

per imitare i grandi e comparire;

e le villeggiature de' signori

avean fatti i villani imitatori.

26

Non correan piú que' rozzi panni e bigi,

que' zoccoli all'antica e i cappellacci,

le forosette andavano a Parigi

spesso a tôr nastri e scarpette ed impacci,

coralli che costavano luigi,

fior di seta, orecchin, ritagli e stracci

e cappellin con fettucce e frastaglie,

per pararsi d'amore alle battaglie.

27

E come i paladin davan l'esempio

con gabbi e scrocchi, estorsion, prepotenze,

e faceano all'amor sino nel tempio,

nel villeggiare, e mille scandescenze;

i villanzoni acquistavan dell'empio,

rinvigorendo assai le coscienze.

Le villanelle, stuzzicate, a furia

rubavan biade per gale e lussuria;

28

e sapeano scherzar coll'occhiolino

e alle richieste altrui non ritrosire;

aderiano ai sospir d'un paladino,

massime aggiunte ai sospir poche lire,

perché serviano a un nuovo gamurrino

per farsi vagheggiare e benedire:

donde Marfisa da maschio vestita

la sua convalescenza ha divertita.

29

E sendo un giorno alla messa in parrocchia,

quando all'altar si volgeva il piovano

a spiegare il vangel, Marfisa adocchia

che dalla chiesa usciva ogni villano:

--Perdio! che gracidar vuol la ranocchia--

dicendo,--ella mi secca il diretano;--

e usciti que' villan sul cimitero,

siedeano al sol scherzando sopra al clero.

30

--Odi tu--dicea l'un--cotesto prete

a predicar che non si de' rubare?

Se il quartese de' furti gli darete,

v'insegnerá a rubar, nel predicare.--

L'altro dicea:--Se ben l'ascolterete,

tutti i castighi, ch'ei sa minacciare,

saran sospesi in ciel, se noi gli diamo

nelle borse i quattrin che addosso abbiamo.--

31

Diceva un altro:--Notate voi bene

come fa grande il foco al purgatorio?

come per levar l'alme dalle pene

chiede danar per lui dall'uditorio?

So che cappon, c'hanno tante di schiene,

purgan nel suo paiuol brobo in martorio,

e che un gran foco nella sua cucina

tormenta ariste di vitella fina.

32

--Comprendereste voi che voglia dire

quel non rubar?--diceva un villan scaltro.

--V'aggiugni un «ciò che tu non puoi ghermire»,

e tosto intenderai--diceva un altro.

--Naffe! tu parli meglio del _Dies irae_--

gridavan tutti,--senz'altro, senz'altro.--

Qui i villanzon rideano alla distesa

del lor piovan che predicava in chiesa.

33

Marfisa, con Ipalca uscita anch'ella,

stava ascoltando i villan risvegliati,

e poi diceva alla sua damigella:

--Benedetti i scrittori illuminati!

Diffusa è sí la scienza novella,

che son sino i villan spregiudicati:

questi pretacci e fratacci ghiottoni

finito han di strippar co' lor sermoni.--

34

Faceva Ipalca il grugno di bertuccia

e rannicchiava il collo nelle spalle,

co' detti di Marfisa si coruccia,

di Giosafat rammemora la valle.

Un riso alla bizzarra fuori smuccia,

dicendo:--Vatti appiatta nelle stalle.

Come concordi, beata Verdiana,

la santitá col farmi la ruffiana?

35

--Oh, Maria del rosario!--rispondeva

Ipalca--io tutto fo per un buon fine.--

Allor Marfisa piú forte rideva,

ischiamazzando come le galline.

Ognun di que' villani rifletteva

che si godesse delle lor dottrine,

dicendo:--Quello è un paladin, ch'approva

che noi sappiam dove la lepre cova.

36

S'egli ha campagne, a fitto le torremo;

quanto al rubar, veggiam ch'egli è in accordo;

alle guagnel lo rigoverneremo;

ognun dal canto suo spennacchi il tordo.--

La predica frattanto era all'estremo

di quel piovan, che predicava al sordo;

la turba in chiesa ad ascoltar tornava

quel rocchio della messa che restava.

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A questo passo Turpin moralista

fa parecchi riflessi, ch'io vi taccio.

Forse la sua moral parrebbe trista

a un secol ripurgato per lo staccio.

De' paladin l'esempio lo rattrista,

e vuol la correzion del popolaccio

dipendente da quel; ma veramente

Turpino fu scrittor di poca mente.

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La Marfisa bizzarra · 第 11 / 17 段