Or qui Marfisa lascia ogni contegno,

allarga il suo tabarro, e strigne il pugno,

gridando:--O figlio di puttana, indegno!--

gli sciorina una nespola nel grugno.

La maschera le cade a questo segno,

la faccia ha calda piú che al sol di giugno,

e gli schiaffi e i cazzotti replicando:

--Becco, ruffian!--gridava trangosciando.

121

Ipalca è anch'essa smascherata e grida:

--Ponete, Dio, la vostra santa mano.--

Ferraú sembra incantato da Armida

e non intende questo caso strano.

--Olá, zitti, si calmi e si divida,--

gridava dal palchetto ogni pagano;

il teatro è commosso in tutti i lati,

e i comici si stan co' visi alzati.

122

Il guascon l'influenza vuol fuggire

e del palchetto aperto ha giá la porta:

di stizza la bizzarra ecco svenire;

nelle braccia d'Ipalca è mezza morta.

Ferraú non rifina di stupire,

e faceva la bocca d'una sporta;

ma divenne peggior la circostanza,

che il caso non è ancor brutto a bastanza.

123

Rugger dietro la traccia de la suora

a Saragozza assai stanco è arrivato.

Egli era tutto fango e tarda è l'ora:

a casa Ferraú l'uscio ha picchiato;

non che sapesse di Marfisa ancora,

né ch'abbia in Saragozza il piè fermato,

ma per non alloggiar nelle taverne,

che in Spagna son peggior delle caverne.

124

Ferraú gli era stato amico assai,

né spezza l'amistá religione.

Rugger gli aveva scritto sempremai,

mantenendo social correlazione.

Un servo al buio gli rispose:--Andrai

al teatro, se cerchi il mio padrone,

al numer diciassette, all'ordin primo.--

Rugger dal sommo il fe' scendere all'imo.

125

Poiché gli ha consegnato il suo destriere,

vuol ire alla commedia, e giá s'avvia

stanco, con gli stivai, né vuol sedere,

ché Ruggero è un gioiel da compagnia.

Tanto gli è ver ch'egli era cavaliere,

che, benché la commedia a mezzo sia,

la paga die' alla porta interamente

con un sussiego d'uomo indifferente.

126

Al numer diciassette è per picchiare.

--Questa è--dicea--delle belle sorprese;

in trasporto vedrò Ferraú andare,

venirmi incontro con le braccia tese.--

Ma spesso avvien il contrario al pensare.

Ardeano allor le premesse contese;

Filinor per fuggir da quella guerra,

sbuca e spinge Rugger col culo in terra.

127

Lasciando il paladino a gambe alzate,

trova la scala senza chieder scusa;

Rugger, che cerimonie ha immaginate,

si rizza con la mente assai confusa.

Entra nel palco, e vo' che giudichiate

se rimanesse con la testa busa;

Marfisa e Ipalca son senza bauta,

e tutta è sbottonata la svenuta.

128

Ferraú carta alla lumiera accende

ed alla dama suffumigia il naso;

l'entrata di Rugger nessun comprende,

perché son tutti stolidi del caso.

Rugger conosce ognun, ma nulla intende,

e duro duro nel palco è rimaso;

rinvien Marfisa, e tutti tre in un punto

iscopron Rugger, ch'era qui giunto.

129

Ferraú con un «oh!» d'ammirazione

volle abbracciar l'amico e a mezzo resta;

Marfisa con un «ah!» di soggezione

rimase con la faccia bassa e mesta;

Ipalca con un «uh!» di confusione

si cacciò la bauta sulla testa;

Ruggero con un «eh» si morse un guanto,

ed io coll'ipsilon termino il canto.

FINE DEL CANTO UNDECIMO

CANTO DUODECIMO ED ULTIMO

ARGOMENTO.

Ritrova Orlando in luogo stran Morgante.

More il guascon per la filosofia.

Si dá un dettaglio general galante

di Carlo e Francia e della baronia.

Move la guerra Marsilio arrogante.

La bizzarra ha una fiera pulmonia:

guarisce mal, ché tisicuzza resta;

da pinzochera alfin caccia una vesta.

1

Della mia penna d'oca, alme annoiate,

questo è l'ultimo corso e del mio inchiostro.

È _Marfisa_ al suo fin, non dubitate;

non mi chiudete il caro udito vostro.

So che in picciol drappello siete state,

che lo stil mio non è pel secol nostro,

ma un rancidume italian che offese,

non essendo condito col francese.

2

Soccorri, o Febo, i sezzi versi miei.

O Febo, o Febo, non sei giá piú il sole.

Ciechi siam tutti, e ben esser vorrei

scrittor, piú che di cose, di parole.

Né tu se' un dio, né gli altri dèi son dèi;

sono squagliate omai le antiche fole;

ma perch'io tengo ancor di muffa un poco,

scandalezzando ognun, te, Febo, invoco.

3

Difendi almen la povera mia pelle

dall'ugne di seimila e piú Marfise,

che son rimaste vecchiette e donzelle,

perché non han le bizzarrie recise.

Tutte vorran di brigata esser quelle

in quella che Turpino un tempo mise;

e non varran proteste o apologie

con queste imbestialite anime mie.

4

Da' Nami avari, dagli Astolfi vani,

da' Terigi grossier, dagli Olivieri,

da' Rinaldi ebbri, da' divoti Gani,

Avini, Avoli, Ottoni, Berlinghieri,

e Guottibuossi e Gualtier cappellani,

e tante dame e tanti cavalieri

che a quelli di Turpino han somiglianza,

mi salva: io non ho colpa né arroganza.

5

Solo i Marchi e i Mattei da San Michele

hanno alcune cagion d'irritamento,

ché fûro un dí molesti alle mie vele,

ma dicono:--_Mea culpa_ e me ne pento.--

Spegner non posso piú le lor candele,

che stan come memoria e monumento;

ma giuro a Dio che, se al mio sen verranno,

cordiali baci ed amicizia avranno.

6

Al secolo torniam di Carlo Mano,

alle dolenti note di Turpino,

a Filinoro fatto ciarlatano,

alla bizzarra ed al fratel meschino,

a Dodon sciolto, al danese cristiano,

ad Orlando, ad ogni altro paladino,

perocché incominciando s'ha intenzione

di dare all'opra alfin conclusione.

7

Il vecchio Uggero in traccia di Marfisa

non andò molto lunge dalle mura.

Cavalcò poche miglia alla ricisa,

con gran molestia d'una sua rottura,

dicendo:--Io sono il soccorso di Pisa;

il zelo v'è, ma stanca è la natura.--

Chiese notizie a parecchi villani,

la fece dire in chiesa a tre piovani.

8

Ma finalmente, stanco e appassionato

d'aver abbandonata Galerana,

che aveva innanzi agli occhi in ogni lato

per lui dolente e vecchia e poco sana,

la rottura e l'amor l'han consigliato:

è la speranza per Marfisa vana;

sicché tornò a Parigi di portante,

lasso come venisse da Levante.

9

Giunto a Parigi, Galerana attenta

volle gli fosser poste le coppette,

sei sopra i lombi, e grida:--Ch'ei le senta,--

ed una in sulla nuca, che fûr sette;

né mai fu lieta né mai fu contenta

se anche un servizial non se gli mette,

dicendo:--So ben io che un serviziale

a un riscaldato è la man celestiale.--

10

Dodone aveva scorsa l'Inghilterra,

invano di Marfisa ricercando.

Qui d'un suo portafogli, che disserra,

ben mille commession venne cavando,

ché al partir di Parigi un serra serra

aveva avuto di «vi raccomando»,

sentendo ch'ei di Londra va a' confini,

da cavalieri e dame e paladini.

11

Spiegando i bullettin, che avea riposti

per la gran fretta senza fare esame,

legge che astucci e oriuoli avean posti,

catene, tabacchiere e vasellame,

mille lavor fantastici e supposti,

e tutto d'oro e niente di rame;

indi guaine o vuoi stivali o guanti

per certe dita de' moderni amanti.

12

Certe manteche stimolanti ed atte

a risvegliar la snervata lussuria;

certi spiriti ed acque ad arte fatte,

che metton nelle reni della furia;

e cento libri osceni e cose stratte

contro contro al ciel, contro la romana curia,

e insegnamenti a creder solamente

nel vin, ne' cibi e al coito allegramente.

13

Il bello era a veder ne' bullettini,

massime in que' che i libri ricercavano,

le scritte commession da' paladini,

di spropositi piene, che fummavano.

Parean note dell'arte de' facchini

a tal che appena si raccapezzavano;

pur volean libri usciti sul Tamigi,

per fare i letterati per Parigi.

14

Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo;

ma finalmente si metteva a ridere,

gridando:--O paladini, o secol, quanto

cercate il mal dal ben scêrre e dividere!

Beata etá, se tanto mi dá tanto,

chi retto può dell'avvenir decidere?

Felici tutti i secol che verranno

dietro la traccia di costor che sanno.--

15

Arsi ha i viglietti delle ordinazioni

Dodone e verso Francia via galoppa,

dicendo:--O vili, o porci, o mascalzoni!

Rotta ogni chiave omai, rotta ogni toppa.

Astucci d'oro, e d'òr repetizioni!

Color mi pagherieno alfin di stoppa.

Guaine, unguenti, libri da puttane!

M'hanno posto nel ruol delle ruffiane.--

16

Cosí ridendo ed ora bestemmiando,

sprona il destriere e spaccia la campagna.

Ora troviamo un poco il conte Orlando,

che cerca invan Marfisa in Alemagna.

In una piazza a Vienna capitando,

gente vide che s'urta e si scalcagna,

che usciva fuor d'un grand'uscio ed entrava

al quale un carantano si pagava.

17

Sopra quell'uscio grande una gran tela

era appiccata, e un uom dipinto in questa:

parea formato il quadro d'una vela,

tanto è l'uom di statura disonesta.

Fuori è un che trangoscia e si querela

con voce roca, e sopra al quadro pesta

con una verga, e grida, e ognun consiglia

ad appagarsi della maraviglia.

18

Orlando guarda la trista pittura

del gigante ivi esposto, e crede certo

che ignota non gli sia quella figura;

pure il ritratto non conosce aperto.

La curiositá della natura

lo spinge all'uscio; il carantano ha offerto;

entra ed iscopre con stupor davante

spettacol del casotto il gran Morgante.

19

Il Pulci in modo arcano lasciò scritto

che pel morso d'un granchio egli era morto;

ma per allegoria s'intenda il vitto

d'un casotto, e il suo fine un tristo porto.

Orlando fuor di sé, dal duol trafitto,

gridò:--Fortuna, è troppo grave il torto!

Com'hai ridotto in sí misero stato

un che con le mie mani ho battezzato?

20

Caro figlioccio mio, gigante degno,

chi ti condusse a tanta estremitade?

tu che meco domasti piú d'un regno,

spargendo il sangue per cristianitade?--

Morgante a questa voce, ad ogni segno,

conobbe Orlando suo, pien di bontade,

e si coperse con le mani il viso,

a un pianto abbandonandosi improvviso.

21

Il conte l'abbracciò teneramente,

e in una stanza trasse il suo gigante,

dov'è un gran pagliariccio puzzolente,

su cui dormiva il povero Morgante.

Quivi cresce di lagrime il torrente:

fu per morir d'angoscia il sir d'Anglante,

e chiede al catecumeno suo monte:

--Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?--

22

Rispose quel:--Poiché mi battezzasti,

e ch'ebbi per Gesú tante ferite,

e tanti turchi col battaglio ho guasti,

vinte cittá, rotte schiere infinite;

giudicai d'aver fatto quanto basti

a meritarmi il pan per mille vite;

ma Carlo in pace, grasso e rimbambito,

ebbe nel dua chi l'aveva servito.

23

Tu sai del memorial ch'ho presentato:

ch'ei mi facesse almeno alfier si chiese;

ed egli alfier mi fece riformato

con que' meschin cinque ducati il mese.

Giá conosci il mio ventre dilatato

e s'eran sufficienti per le spese:

ebbi tant'ira, caro paladino,

ch'io fui per farmi ancora saracino.

24

Molte donne cristiane parigine,

innamorate della mia grandezza,

m'avrien soccorso con un certo fine;

ma non vo' dirti la lor sfrenatezza.

Oh quai costumi! oh che buone farine!

perché la chiesa vostra ancor battezza?

Irato, stomacato, sbalordito,

ospite insalutato son fuggito.

25

Non volli abbandonar la nuova fede,

perché l'ho ancora in buona opinione.

Tu dicesti:--Esser cieco de' chi crede,

de' sperar, abbia o non abbia ragione.--

Sperando, sono andato sempre a piede;

servii, sperando, di guardaportone;

ma, perch'io mangio assai, mi diêro il bando:

partii cieco credendo e ognor sperando.

26

Pelle ed ossa, una mummia era ridotto,

sembrava la figura d'un sudario.

Videmi un cavaliere, industre e dotto

de' teatri e dell'opere impressario;

mi disse che, s'entrassi in un casotto

per lui, meco saria Cesare e Dario.

Risposi sí, ché vedeva la fame

e da tre dí vivea di fieno e strame.

27

Mi fece por sopra un gran carro chiuso

questo caritatevol ortodosso,

perché nessuno mi vedesse il muso,

per non aver pregiudizio d'un grosso.

Di cittade in cittá di me fece uso;

tu vedi il modo, ch'io tacer ti posso,

e servo per le spese come il miccio,

la notte dormo in su quel pagliericcio.--

28

Morgante qui le lagrime rinnova,

che ognuna avrebbe empiuta una scodella;

i suoi merti rammenta e il duol che prova

per la prostituzione e si martella;

qualch'eresia gigantesca ritrova,

ché la disperazion lo discervella

e dice della fede e la speranza

cose contro gli arcani e la costanza.

29

Orlando molto lo rimproverava,

col viso brusco, sussiegato e fiero,

dicendo:--Anche nell'onde s'affogava,

perché mancò di fede, un dí san Piero.

Colle tribolazion Dio ti provava,

per veder s'eri buon cristian da vero.--

Disse il gigante lagrimoso e chiotto:

--È ver, ma risparmiar potea il casotto.

30

--No--grida il conte,--vessazion piú fiera

dell'esporti al casotto potea darti;

la berlina, la frusta e la galera

potean giugnere ancora a tribolarti.

Vedi che inaspettato questa sera

a Vienna m'ha spedito a sollevarti.--

Grato Morgante allora è al ciel rivolto,

ché frusta né galea non l'abbia còlto.

31

Coll'impressario il roman senatore

ebbe molte parole e molta pena

per liberar Morgante, ché il signore

ha una scritta peggior d'una catena.

Il conte è pien dell'antico furore;

colui non par che lo badasse appena,

e disse:--Piú non s'usano i bestiali;

cantan le carte e sonvi i tribunali.--

32

Dal suo procurator corre volando.

Ecco un messo togato viene ansante,

che intima una gran pena al conte Orlando

e nel casotto sequestra il gigante;

poi cita il senator, per non so quando,

a non so quale tribunal davante.

Quest'ordin, questo messo, queste carte

fecero smemorare il nostro Marte.

33

E cominciava gli occhi a stralunare,

dicendo:--O Dio del ciel, che cosa è questa!

può la giustizia un furbo spalleggiare?

qual è la triste azion, qual è l'onesta?--

E volea lo staggito via menare.

Morgante ride e crollava la testa,

dicendo:--Ecco per me, caro campione,

della galera la tribolazione.--

34

Molti tedeschi Orlando han consigliato

a non commetter criminal per certo,

perocché avrebbe in tutto rovinato

nel vero punto la question del merto.

--Voi avete avversario un avvocato

--dicean--ch'è ben inteso e molto esperto,

e saprá côr vantaggio in sui trapassi:

bisogna misurar l'ordine e i passi.--

35

--Qual ordine? quai passi?--il conte grida

quanto spender dovrò? quanto piatire?--

Diceano quei:--Se avrete buona guida,

basteran tre o quattr'anni a diffinire.

Chi volete del spender che decida?

non si misuran ne' litigi lire.--

Morgante ride e dice:--Conte mio,

tribolazioni che ti manda Dio!--

36

Non poté Orlando trattener le risa,

pensando al vecchio ed al nuovo costume.

--Questa spada tal causa avria decisa

a' giorni miei--dicea--senz'arte o acume.

Mille pupille e vedove in tal guisa

da tirannia levai, da mendicume.

A non poter trar fuori, or son ridotto

un da me battezzato, d'un casotto.

37

Giudici miei, non siate addormentati;

delle leggi si fanno iniqui abusi

da una caterva d'uomin scellerati:

deh! non sedete sonnolenti e ottusi.

Certi procurator, certi avvocati

fan mille oppression, mille soprusi,

temerari affidando alcuna volta

in chi dorme sedendo o male ascolta.

38

O siate vigilanti ad impedire

i lacci occulti, i forensi veleni,

o lasciate l'un l'altro ogni uom ferire

per le proprie ragioni e i propri beni.

Questo è un voler far tisici morire

mezzi i soggetti vostri d'amor pieni,

ed un voler che chi non ha danari

sia pasto de' piú furbi e de' piú avari.

39

Dov'è quel mascalzon dell'impressario?

Non vo' consigli o fòro o citazione,

né star tre anni in mano col lunario

a legger ferie e dí di riduzione.

Non so di merto o d'ordine o divario,

non voglio prima istanza o appellazione:

piú non conosco la ragion qual sia;

voglio pagar la sua bricconeria.--

40

Or qui in maneggio quella lite andava

tra il conte Orlando e l'avverso avvocato,

il qual di cerimonie il caricava,

vantandosi sincero ed onorato.

Il conte d'un sudor freddo sudava

e chiude gli occhi e chiede esser spacciato.

Dunque per il real lucro cessante

cento zecchin fûr chiesti pel gigante.

41

Orlando gli pagò subitamente,

piú del solito guercio ma scherzevole,

dicendo:--Ella è un signor conveniente:

la richiesta è discreta e ragionevole.

La prego a riverirmi il suo cliente,

al qual parto obbligato ed amorevole.

Il cielo a lei mandi sempre lavoro

e quanto le desidero nel fòro.--

42

Il sir d'Anglante gli volse le schiene,

chiama il gigante e mettonsi in viaggio

verso Parigi.--Meco al male e al bene

starai--diceva Orlando,--ma sie saggio.--

Morgante rispondeva:--Io non so bene

se i saggi o i matti trovin piú vantaggio;

vedo nel mondo certe stramberie,

che saran chiare al novissimo die.--

43

Rispose Orlando:--Questo avvien, mi credi,

perché gli uomin si scostan dal Vangelo.

Contan le man, la bocca, il ventre, i piedi,

e dicono:--Un sipario azzurro è il cielo,

e togli quel che puoi e quel che vedi;

e se vuoi pace, altrui tien l'arma al pelo,

e stupra e strippa e procura dovizia,

ché dorme e si delude la giustizia.--

44

Tosto che fu trattato l'eroismo

da certi libriccini geniali

col titol di pazzia, di fanatismo

ne' martiri, ne' forti e ne' leali,

fu una conseguenza l'ateismo

e il far la societade d'animali,

ma d'animai tanto peggior de' bruti,

quanto di questi gli uomin son piú acuti.

45

Non sarien tanti astuti tra le genti,

se tra le genti non vi fosser sciocchi,

fra quai si denno porre anche i prudenti,

che offesi son dai furbi e chiudon gli occhi;

poiché son oggi gli astuti insistenti,

e la prudenza abborrisce gli stocchi,

donde i prudenti sopraffatti e oppressi

nel numer degl'ignocchi vengon messi.

46

Se la massima «Fa' quel che tu possa»

prevale alla «Non far quel che non devi»,

il povero di spirto è nella fossa

e non trova nessun che lo sollevi;

ché se alcun'alma a sollevarti è mossa,

benefizio non è quel che ricevi.

Nel tuo impressario fa' che tu discerna

un'alma generosa alla moderna.

47

Tu vedi in che consiste oggi la gloria,

che un dí coll'eroismo s'acquistava.

Fosse pur fanatismo: alla memoria

ho che in util del popolo tornava.

Or un tuppé, un vestito è una vittoria

a' nostri stolti paladin di fava;

e l'oriuol co' dondoli e la dama

e un bel convito lor dá pregio e fama.

48

Certa ignoranza, certa nebbia folta,

cert'ozio, certa voluttá brutale

occupa tutti, fa ogni mente stolta;

e una certa ingordigia universale,

che han tutti a voler tutto in una volta,

per satollarsi, vada bene o male.

Debito, amor, inganno e mal francese

fa pien di disperati ogni paese.

49

Rilieva il segno de' gran disperati

dalle campagne, d'assassin covili,

da que' tanti da lor stessi impiccati,

da que' che balzan giú da' campanili.

Forse i Scevole e i Curzi son tornati?

Cerca i moventi e saran lordi e vili,

ché il troncar la credenza sopra il tetto

ha sempre cagionato un tristo effetto.

50

Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi,

trapassiam della vita l'ultim'ore;

e morendo co' nostri crocifissi,

speriam trovar di lá vita migliore.

Io dirò sempre:--Ciò che scrissi, scrissi.--E

qui piangeva il roman senatore.

Anche il gigante gli occhi imbambolava,

seguendolo alla staffa, e singhiozzava.

51

Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo

ritorna a Filinoro saltimbanco,

che, fuggendo il palchetto sí molesto,

trova la moglie, travagliato e stanco,

e fece fare i suoi fardelli presto,

ché pargli aver qualche sicario al fianco;

poi, caricata una sua gran carrozza,

quella notte partí di Saragozza.

52

Di cittade in cittá, di fiera in fiera

espose gli stagnoni e i bossoletti,

ma il suo commercio scarseggia in maniera

da non poter comperar sei panetti.

Anche all'uccellagion della mogliera

venien pochi tordi e magheretti,

perocché i capitali erano mezzi

e v'è stagione in cui son schifi i vezzi.

53

L'arte del ciurmadore Filinoro

lascia in una cittá che nol conosce,

e torna cavalier posto in decoro

per cercar via di riparar le angosce.

Si mette al petto un bell'ordine d'oro

e cammina diritto in su le cosce;

nelle ricreazion si producea;

le dame d'esso gelose facea.

54

D'una tra l'altre, vedova opulente,

a Filinor molto garbava il core,

e giá le avea rubata sí la mente,

ch'ella sposato l'avria per amore.

Ma v'era il nodo fatto anteriormente,

ostacolo importuno a côrre il fiore.

Filinor, dotto nei nuovi sistemi,

né ammaina vele né ritira i remi.

55

Studiato avea quella bella lezione,

che il mal occulto mal non era certo,

e che sol era mal d'opinione

quando venía nel pubblico scoperto;

donde una sua scientifica intenzione

va mulinando, d'uom di vero merto:

Turpin la scrisse e d'aver pianto accenna;

ed a me nelle man triema la penna.

56

Trovo memorie di certo veleno,

di certi ordin secreti scellerati,

che ammorzan quasi il plettro nel mio seno;

pur i miei fogli esser denno imbrattati

di relazion da fare il gozzo pieno

a' mascalzoni affamati e assetati,

che con lor voci chiocce van gridando,

seguita la sentenza o dato il bando.

57

E deggio dir che vedovo è rimasto

il guascon della sposa cantatrice;

ma che il dotto pensiere gli fu guasto

che non sia male il mal dalla radice;

perché l'idea d'occultazione è un pasto

nell'empio malfattor molto infelice.

Le azioni proibite han troppe cose

che restar non le lasciano nascose.

58

Nota che senza violenti brame

l'uom non si mette della vita a rischio.

Avarizia, vendetta, amore o fame

lo sbalordisce e fa calare al fischio;

e chi è fuor di sé, tutte le trame

non sa evitar né vede tutto il vischio;

cieco trasporto è guida e cieche desta

d'occultazion lusinghe in cieca testa.

59

Il non aver al fatto testimoni,

il colorir col pianto un gran dolore,

il far di mali scorsi narrazioni,

di predizion d'alcun bravo dottore,

ed un torrente d'acute invenzioni

non giovano al guascon buon dicitore,

che sostien solo superfizialmente

quel «Non v'è mal, se occulto è fra la gente».

60

Un frate vi direbbe che il peccato

accieca l'empio per voler di Dio.

A questa opinione, umiliato

e pieno di credenza, assento anch'io;

ma posso dir senz'esser condannato,

fuor dai mirabil anche, il parer mio:

l'empio, sciente d'esser in periglio,

ha dipinto l'interno sopra al ciglio.

61

Nelle dimostrazion giusta misura

prender non può, sicch'egli affetta alfine,

perch'altera il cervello la paura,

e passa il vero natural confine.

L'iniquo Filinor tutto proccura,

ma troppe son le smanie e le moine,

troppi i discorsi, le proteste, i pianti

per chi lo conosceva per lo avanti.

62

Aggiungi che la povera ammalata

aveva detto al medico all'orecchio:

--Temo d'esser, dottore, avvelenata;

il mio marito è un vil traditor vecchio.--

L'Ippocrate l'avea molto osservata

ne' sintomi e nel vano suo apparecchio,

e finalmente in se stesso è d'avviso

che un velen l'abbia spinta in paradiso.

63

Consegna a' tribunali i suoi sospetti

e della morta i secreti timori.

Sparasi occultamente; ecco gli effetti

d'un funesto velen negl'interiori.

Non dimandar se adopran gl'intelletti

i cancellier, magnifici signori.

La fame è un dio cerusico oculista

per aguzzare a' cancellier la vista.

64

Secreti esami, tracce, costituti

vanno guastando la filosofia;

a parecchi stranier, che son venuti,

del guascon nota è la fisonomia;

sui popolar bisbigli non son muti;

va razzolando la cancelleria,

trova che fu bandito, ciarlatano,

abate, baro e marito e ruffiano.

65

Vedi quante gran cose inaspettate

e non previste, o forse non temute,

al filosofo nostro son pur nate,

le sue cautele a far zoppe e scrignute!

Le fogne invan si tengono turate:

dove stanno si sa che intorno pute.

Chi le malizie de' scrittor comprende,

da' lusinghier sofismi si difende.

66

Gli amori colla ricca vedovetta,

le brame del guascone ed i pensieri,

tutto si scrive e va per istaffetta.

Piangean per l'allegrezza i cancellieri.

L'industre criminale formichetta

pel fil della sinopia ha i lumi interi,

ed al sistema che il mal non sia male,

fu spennacchiato il culo e rotte l'ale.

67

Non bisogna sprezzar l'esperienza

de' secoli trascorsi ed il sapere,

e credi che l'antica sapienza

mestier non ha di moderno brachiere.

Togli per infallibile sentenza

la favola di Mida e del barbiere,

che al bucolin degli orecchioni grida,

donde nacquer le canne dalle strida.

68

Filinor ode il sordo mormorio:

per le botteghe faceva il leprone,

gli occhi ha incantati e pavidi, e pur brio

tenta mostrar, ché ha in cor la sua lezione.

Timor di morte alfin piú che di Dio,

scorgendo bieco il guardan le persone,

lo fece diffidar del suo sistema:

volle fuggir per sua miseria estrema.

69

Fermato vien dalla sbirraglia: allora

la fuga alla condanna fu sigillo.

Lo scellerato, d'ogni speme fuora,

in modo s'avvilí ch'io non so dillo.

Giá data è la sentenza ch'egli mora,

con quel timo condita e quel serpillo,

ch'essendo uscito di nobil casato,

fosse per somma grazia dicollato.

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La Marfisa bizzarra · 第 13 / 17 段