andiamo ad intuonare il _Miserere_,
perché la sventurata questo chiostro
soffra con pace, e a noi la lasci avere.--
Marfisa ha nero il cor piú che l'inchiostro:
la rabbia l'avea priva del vedere.
Le monachette dietro a quella santa
andâro a salmeggiar dove si canta.
40
Questa giovine bella, e raro esempio
nel secolo d'allora pestilente,
piú satirette addosso di qualch'empio
aveva e biasmi, se Turpin non mente.
Diceasi ch'ella avea un cervel scempio,
la macchina insensata interamente;
che, non sentendo stimol di natura,
nulla valea la sua santa bravura.
41
Una postilla in certo testo a penna
trovo: che di Parigi ella non era,
ma da Vinegia giunta in sulla Senna,
e volontaria fatta prigioniera.
La storia d'essa un'altra cosa accenna,
cioè che con pretesti una gran schiera
d'abatin, per vederla, ogni momento
crollava la campana del convento.
42
E questo degli abati sará vero;
ma ch'ella fosse veneziana nata
non posso rassettarlo nel pensiero,
poich'ella avea la macchina insensata.
In quel clima non nasce di leggero
scempi cervelli o carne raffreddata;
donde penso: o Turpino il falso scriva;
o ella non fu veneta, o fu viva.
43
Per ripigliare il filo della storia,
non è da dimandar se i parigini
san di Marfisa il caso alla memoria,
o se lo narran per i botteghini;
ma perché, quando s'è suonato a gloria,
cambiasi il suon ne' vespri e mattutini,
comincia a far compassion Marfisa,
e fannosi discorsi d'altra guisa.
44
Sul marchese Terigi poco a poco
tutte le lingue volsero il furore.
--Che gran soggetto da far tanto foco
--diceasi--pel decoro e per l'onore!
Si sa che l'avol suo faceva il cuoco;
suo padre di Martan fu servitore,
e ch'egli fu d'Orlando lo scudiere,
e non è uscito ancor di gabelliere.
45
Finalmente Marfisa era una dama,
che cominciava a far la sua famiglia.
Amori o non amor, fama o non fama;
che gran soggetto! che gran maraviglia!
Gran novitá, la moglie che cento ama
fuor che il marito, da inarcar le ciglia!
Terigi la fenice esser dovea,
ch'una consorte tutta sua volea.--
46
Come l'olio, facevano i parlari,
che sopra d'un mantello sia caduto;
s'egli è una stilla, non istá poi guari
che si dilata e una spanna è cresciuto.
Con tutti i suoi poderi e i suoi danari,
odioso è Terigi divenuto:
dall'odio nasce la persecuzione;
se dice il _Credo_, non ha piú ragione.
47
La famiglia di Risa e gli aderenti,
quella di Chiaramonte e di Mongrana,
che aveano innumerabili parenti,
suonan sopra al marchese una campana,
che lo faceva digrignar i denti,
arrabbiar, dormir poco e aver mattana;
e sopra tutti gridava Rinaldo:
--Io vo' ridotto al verde quel ribaldo!--
48
E co' suoi contrabbandi a Montalbano
manda in rovine le gabelle sue;
introduce ogni merce da lontano,
tal che son rinvilite il sei per due.
Terigi se ne appella a Carlo Mano,
e finalmente rimaneva un bue,
ché nulla si faceva, e in conseguenza
l'util n'andava in somma decadenza.
49
Aggiungi che quattordici villani
con autentiche carte hanno provato
che discendean da' suoi cugin germani,
i quai comune aveano avuto stato
col padre suo, senza far con le mani
o con la penna parte od accordato,
e ch'ei non s'era emancipato mai;
dond'essi avean pretensioni assai.
50
Quattordici porzion nel patrimonio
voleano di Terigi i villanzoni,
ed hanno un avvocato, ch'è dimonio
e molto ben contesta le ragioni.
Terigi s'accomanda a sant'Antonio
per assistenza e carte e testimoni;
ed ogni volta ch'uno all'uscio picchia,
teme una citazione e si rannicchia.
51
Don Gualtier cappellan lo confortava,
e dice:--Io me ne intendo di litigi.
Infin ch'io vivo--e il petto si toccava,
non temete avvocati di Parigi.
Io penetro nel centro della fava,
so del merto e dell'ordine i vestigi.
Lasciate che gambettino i forensi;
le vostre facoltá son ben castrensi.
52
In _virga ferrea_ ci difenderemo;
ma convien spesso tener buon consiglio,
perch'ogni picciol passo, che faremo,
causar può, s'egli è falso, del scompiglio.--
Il marchese dicea:--Va ben; ma temo
questo andar allo scrigno, caro figlio,
e questo far consulti ogni momento
faccia che alfin la lite sia di vento.--
53
Prete Gualtieri andava nelle furie
quando sentiva questa economia,
gridando:--Eh! ci vuol altro, nelle curie,
che idee meschine e che spilorceria.--
E poi Terigi carica d'ingiurie:
minaccial di lasciarlo e d'andar via,
dicendo:--Trovate altri direttori,
che sperimenterete traditori.--
54
Il marchese, che al fòro era ignorante,
avea nel prete ogni speme, ogni fede.
Gli avria baciato peggio che le piante,
quando ch'ei voglia abbandonarlo crede;
e gli dicea:--Non esser sí arrogante.
Gesú Maria! don Gualtier, giá si vede
ch'io non so quel che fo né quel che dico.
Pregato, il prete gli tornava amico.
55
Cosí traendo il sangue al meschinello,
ragion non gli rendeva mai del speso,
dicendo:--Anzi n'aggiunse il mio borsello,
siccome un giorno il conto v'avrò reso.--
Terigi era per perdere il cervello;
spesso da sé ragiona e sta sospeso.
I drappi gli eran larghi tutti quanti,
vuote aveva le guance e pengiglianti.
56
Pel matrimonio, ch'era andato a monte,
il Gratta, stampator delle raccolte,
chiedeva il prezzo, e sudava la fronte
a lagnarsi col prete molte volte.
Diceva il prete:--E' convien che tu smonte,
perché le nozze sono andate sciolte.
Vendi i tuoi libri a peso o in su' banchetti:
vuoi tu che noi turiam d'essi fiaschetti?--
57
Marco poeta s'era consumato
a far canzoni e la dedicatoria,
e il regalo promesso gli è negato,
donde pareva fuor della memoria.
--Corpo di Bacco!--giura in ogni lato--
del primo mio romanzo nella storia
vo' metter la persona del marchese
in vista da far ridere il paese.
58
E don Gualtier nel mio romanzo voglio
che sia preso da birri in una piazza,
posto in berlina, al petto con un foglio
che dica: «Stuprator d'una ragazza»;
ché ad ogni modo ha riscosso e fa imbroglio,
ed ha condotto un mio pari alla mazza.
Nel mio romanzo la berlina è poco:
vo' rallegrarmi a condannarlo al foco.--
59
In questo tempo Marco aveva fatte,
per sbalordire gl'inesperti putti,
alcune pistolone in versi, matte,
e le appellò: _Filosofia per tutti_,
ripiene di sentenze molto stratte,
che punto non recavano costrutti,
peroch'elle diceano e disdicevano
senza sistema e poco s'intendevano.
60
Hai tu veduto maschera a Venezia,
vestita da corrier con la scuriada
di nerboforte, a far quella facezia
d'un quarto d'ora lunga in sulla strada,
che mena il braccio e scoppia; e quell'inezia,
per quanto dura, il popol tiene a bada,
e poi molto erudito il manda via,
siccome Marco di filosofia?
61
Per non lasciar Matteo dimenticato,
egli avea dato fuori un manifesto,
che chiedea mezzo scudo anticipato
per tomo all'opre sue che stampa presto.
E fien cinquantun tomo, ognun fregiato
di rami e bella carta, e dá del resto:
«Tutte le miscellanee poesie
saran--dicea--con le commedie mie.
62
È vero--soggiugnea--che replicate
de' miei divini scritti l'edizioni
poco men che il _Bertoldo_ sono state,
siccome sanno i miei cari padroni;
ma son poi tanto rare e ricercate,
che in bella carta e buone correzioni
e con figure in rame, indispensabili
son per le biblioteche memorabili».
63
Un'altra parte il manifesto avia
che sembrava un'idea del Masgumieri;
cioè che a chi volesse piegieria
far per dieci assoziati a' tomi interi,
sarieno dati i tomi in cortesia
per la benemerenza e volentieri.
Il Masgumier cosí dispensa a macco
sopra il balsamo greco il taccomacco.
64
Un altro scrittorel di simil forma,
il qual delle _Stagion_ facea poemi,
di cui Dodon avea riso _pro forma_
de' suoi cattivi versi e de' proemi,
aveva detto che non prende norma
dai scritti di Dodon né da' sistemi;
ché non tersa scrittura ne' bei detti,
ma che vuol esser succo ne' libretti.
65
Dodon rideva sgangheratamente,
ché non ha frega d'essere imitato,
e gli diceva:--Dimmi solamente
se a rider de' tuoi scritti sia peccato.
Io trovo il tuo libretto un accidente
di tristi versi e rubacchiar pisciato,
e non ci vedo il succo che tu narri.
Lascia che rida e le mascelle sbarri.
66
L'ironico ricordo che mi dái,
ch'io logri inchiostro in util delle genti,
l'ho posto in uso prima, come sai,
buffoneggiando i libri puzzolenti.
Il criticarti non l'ho fatto mai;
in ciò pianti carota agl'innocenti:
ma dico che le tue _Stagioni_ in canti
forman l'anno peggior di tutti quanti.
67
Tu di' che vuoi di fatti e non parole
sieno i tuoi libri; in questo sarai solo.
Dunque un tuo libro battezzar si vuole
di fabbro una bottega o legnaiuolo.
Deh! canta autunni e tempi e luna e sole,
e crediti a tua posta un usignuolo;
dedica, imprimi, a tuo modo ti regola;
ma tu mi par stizzita una pettegola.--
68
Gl'impostori scrittor d'allora in caldo
appiccorno question co' buon scrittori.
Sino a quel giorno avea detto ribaldo
Marco a Matteo che s'eran traditori:
ma come vidon non istar piú saldo
chi sa distinguer ben dal sterco i fiori,
furono amici allor Marco e Matteo,
e i partigian cantarono il _Tedeo_.
69
Scrivea Marco in que' tempi la gazzetta:
il pubblico avvertí dell'alleanza
con uno stil da corno e da trombetta,
come se il caso fosse d'importanza.
Dicea: «Io sono Augusto--a chi l'ha letta;--
Matteo di Marc'Antonio ha simiglianza:
chi non ci loda è un vil Lepido indegno,
e proverá ben presto il nostro sdegno».
70
Se rideva Dodon, Dio ve lo dica,
di queste matte forme e braverie,
e va dicendo alla sua schiera amica:
--Quell'alleanza, care anime mie,
ci toglie occasione di fatica
a provar che i lor scritti son follie.--
Il popolo diviso in due fazioni
dava riputazioni a' bighelloni.
71
Perocché riscaldato e in gran puntiglio,
chi Marco e chi Matteo per sostenere,
vivo tenea il discorso e lo scompiglio,
ed aperto il borsello per vedere
e per poter gridar:--Mi maraviglio.--
Marco a Matteo può baciare il brachiere,
o ver Matteo lo può baciare a Marco,
facendo chi il Caton, chi l'Aristarco.
72
Or che tra loro è fatta convenzione,
e di vivere amici han stabilito,
il popol non fará piú contenzione,
e sará a poco a poco intiepidito;
poi ridurrassi a dugento persone,
a cento, indi a cinquanta il lor partito.
Lasciamo che s'adoperi natura,
ché finalmente il ver non ha paura.
73
Dodone incominciava a lusingarsi
che i scrittoracci avesser decadenza;
ma il mal, che aveano fatto, a ripurgarsi
non bastava una quarta discendenza.
Or del guascon bisogna ricordarsi,
ch'era fuggito e in bando per sentenza,
e va maledicendo il suo duello;
ond'io ripiglio traccia dietro a quello.
74
Quel dí che fu ordinata la cattura
e ch'ei la seppe (e n'andava la testa),
tanta fretta gli mise la paura,
che smemorato in man prese una cesta,
come colui che non ha piú misura,
e fuggí di Parigi in man con questa.
Fece due leghe di cammino a piede,
e ancora della cesta non s'avvede.
75
Rassicurato alquanto, finalmente
s'avvide e disse presto:--Ho fatto male.
Io potea ben provedermi altramente;
perdio! che reco un degno capitale!--
Cento zecchini avea per accidente,
avanzo d'una paga mensuale,
e bel vestito e ricco farsettino:
getta la cesta e segue il suo cammino.
76
Le fole che inventava per la via
per alloggiare a macco da' villani,
perocché de' signor paura avia
se non si vede in paesi lontani,
io non le potrei dire in vita mia.
Racconta circostanze e casi strani,
tanto che da' piú agiati, oltre a' mangiari,
per accrescer la borsa ebbe danari.
77
Un dí ch'era vicino a uscir del regno,
ma in brama di tre giorni di riposo,
da certi frati l'ebbe con ingegno:
tenne dell'empio il fatto e del vezzoso.
Ma perch'io sono giunto a certo segno
che può l'ascoltator far curioso,
la storia all'altro canto vi fia nota
del piantare a que' frati la carota.
FINE DEL CANTO NONO
CANTO DECIMO
ARGOMENTO.
Con una burla, a macco il guascon empio
vive da certi frati. Dal convento
fuggon Marfisa e Ipalca, coll'esempio
d'una filosofessa a lor talento.
Ruggero a Malagigi, per far scempio,
chiede ove sia la suora, ma giá spento
è di mago il mestiere. I paladini
dietro a Marfisa van fuor de' confini.
1
Uom non v'è piú vil d'un malfattore,
ch'abbia la coscienza maculata,
e benché mostri gran core e furore,
egli ha sempre paura in sen celata.
Sin ch'ei può sopraffare, egli è il terrore;
ma quando alcun la faccia gli ha voltata,
la coda, ch'era tesa, va tra gambe,
e non è piú delle persone strambe.
2
A chi de' far co' tristi, in coscienza
non saprei ricordar filosofia;
perché, mostrando flemma e indifferenza,
la battezzan color poltroneria;
e tanto cresce arroganza e insolenza,
che van dannati per la cortesia,
donde un randello a tempo veramente
avanza ogni filosofo eccellente.
3
Di questi peccatori il gran flagello
ed il ribrezzo e la disperazione
esser sogliono i birri col bargello.
Quando girar gli vedono un cantone,
par loro avere in sul capo il mantello,
hanno la mente in gran confusione
e, come Filinor, con una cesta
fuggirien, ché non hanno piú la testa.
4
Giunto il guascone un giorno a una callaia,
vide poco da lunge un romitoro,
non di graticci o canne o d'altra baia,
come scrivean gli antichi di pel soro;
ma come, verbigrazia, quel di Praia,
con giardin sotto e terre di lavoro,
dove i romiti in pingue santimonia
vivean, come Turpin ci testimonia.
5
Messer l'abate in quel colto diserto
aveva fama d'esser un uom santo.
Santo o non santo ei fosse, questo è certo
che non avea mai posa tanto o quanto;
perocché ricorreano al suo gran merto
spesso infermi ed inferme in doglia e in pianto,
spiritate, gelose e disperate
a farsi benedir da quell'abate.
6
L'empio guascon pensò come potesse
viver parecchi giorni a bertolotto.
Come alla paperina e ben si stesse
entro a quel romitorio, era giá dotto.
Parecchie erbette, ch'eran quivi spesse,
con fior giallastri va cogliendo il ghiotto,
e fregandole al viso ed alle mani,
divenne come un uom di que' mal sani.
7
Pareva impolminato e stanco e fiacco.
A suo bell'agio al romitorio arranca,
laddove giunto, ansando come un bracco,
si metteva a seder sopra un panca,
dicendo ad un romito:--Oh Dio! son stracco;
io sento il respirar proprio mi manca:
da Parigi qui vengo a piè per voto
l'abate santo a ritrovar divoto.
8
Io sono un cavalier de' principali,
e vi prego a chiamar l'abate vostro.
Il romitello mise tosto l'ali,
narrando questa cosa per lo chiostro.
Lasciâr molti romiti i breviali
pel forestier splendente d'oro e d'ostro.
Se vi ricorda, al suo fuggire, ho detto
che avea ricco vestito e bel farsetto.
9
Venne l'abate in mezzo a venti frati,
vide il guascone con le guance gialle,
che tenea gli occhi travolti e incantati,
e una gota sur una delle spalle.
I romiti dicean:--Fra gli ammalati,
che giunti sono in quest'erema valle,
noi non vedemmo un uom di peggior cera;
egli è peccato un sí bel giovin pèra.--
10
L'abate chiese a Filinor chi fosse
e da sua povertá che desiasse.
Filinoro un pochetto si riscosse,
e parve a ragionar che si sforzasse.
--Padre--diss'egli,--divozion mi mosse,
perché l'altre speranze omai son casse.
Io sono unico figlio d'un signore,
che in me piange sua stirpe che si more.
11
Son di Parigi, e quattr'anni saranno
che m'ha assalito una febbretta lenta.
I medici hanno fatto ciò che sanno;
a questa malattia n'ebbi ben trenta.
Emetici e purganti provati hanno:
parea talor la febbre fosse spenta;
ma in capo un mese l'ugna pavonazza,
ecco il ribrezzo e la febbretta in piazza.
12
Chi dicea mesenterica ella sia,
chi del fegato figlia o tabe interna.
Il mio ventre era fatto spezieria
e d'acque amare e dolci una cisterna.
Si dice che la febbre è andata via,
ma m'è rimasta inappetenza eterna;
io sudo, io tremo, io svengo, intirizzisco
del cibo all'apparir, sí l'abborrisco.
13
Con sforzi e nausea ed avversione orrenda,
qualche brodo succiai con tuorli d'uova.
Lo stomaco non vuol pranzo o merenda
o brodi o panatelle: nulla giova.
Tosto una convulsion par che mi prenda;
ristoro nello stomaco non cova;
vomito tutto, insino a sangue vivo,
pe' crudi sforzi, e resto semivivo.
14
Sei mesi son che portentosamente
per qualche stilla d'acqua sono in vita.
I dottor non mi fanno piú niente,
e dicon sol, per me ch'ella è fornita.
Sentendo a dir per fama dalla gente,
la vostra santitá, padre, infinita,
a piedi e senza servi, in divozione,
ricorsi a voi per la benedizione.
15
Non so come per via non sono morto
in questo lungo mio pellegrinaggio.
Ben cento volte caddi a collo torto;
poi sursi ancor, facendomi coraggio.
Ma finalmente sono giunto in porto,
e mi par di sentir qualche messaggio
che dica:--Al segno dell'abate pio
l'inappetenza tua n'andrá con Dio.--
16
S'io risano, prometto in questo chiostro
far aggiunte di fabbriche e un altare.--
Disse l'abate:--Voglia il Signor nostro
che il segno in nome suo possa giovare.
Direte, figlio, basso un paternostro,
fede ci vuol le grucce per lasciare.--
Recata al frate fu la stola tosto:
l'empio guascone in ginocchion s'è posto.
17
Comincia i crocioni e le parole
l'abate pio, che gli occhi stralunava.
L'indegno di veder luce di sole
con le sue nocca il petto si picchiava.
Finí l'uffizio, quando finir suole.
L'abate all'amalato dimandava
com'egli stesse e come si sentisse.
L'empio teneva in lui le luci fisse,
18
dicendo:--Padre abate, a dirvi il vero,
nello stomaco sento un pizzicore,
che, manicando un bocconcello, spero
sí facilmente nol trarrei piú fuore.
--Presto--disse l'abate a frate Piero,
ch'era ivi cuoco e si faceva onore,--
reca qualche sostanza al cavaliere.--
Frate Piero va via come un levriere
19
e reca una minestra in un piattello.
Filinor la trangugia in un baleno.
--Sentite moto a tramandare?--a quello
dice l'abate, di pietá ripieno.
Rispose Filinor:--Mi sento snello,
e fame ancora;--e si toccava il seno.
Dice l'abate al cuoco:--Hai qualche piatto?
--E' c'è un cappon--rispose--tanto fatto.
20
--Reca il cappon.--Filinor lo mangiava
come un morsel, che non si torce un pelo.
L'abate, i frati, il cuoco, ognun gridava:
--Miracolo, miracolo del cielo!--
A bocca piena il guascon replicava:
--Aiuta Dio chi crede nel vangelo;
questo è un miracol di natura fuora:
abate santo, ho della fame ancora.--
21
Frate Piero, correndo, una pernice
reca in un tondo: Filinor la succia.
--Miracolo, miracolo!--ognun dice.
L'empio guascon col carcame si cruccia,
e chiede bere, e il cielo benedice.
Il cantiniere alla sua cella smuccia,
e spilla un vin da far andare un morto,
né certo Filinor gli fece torto.
22
Non si può dir de' frati l'allegrezza
per il miracol nato ad evidenza.
Quel sacconaccio di scelleratezza
tutto asseconda con somma avvertenza;
e quando mostra d'essere in tristezza,
e di sentirsi ancora inappetenza,
donde rinnova il frate i crocioni,
pel guasto universal de' suoi capponi.
23
Quindici giorni è stato il traditore
da que' romiti, e sempre ha miglior cera,
perché, lavando il viso, quel giallore
ad arte fatto alfin sparito s'era.
--Certo--dicea,--giugnendo al genitore,
vo' spedirvi un miracolo di cera,
e vo' aggiungere un'ala al romitoro,
ed un altar da spendere un tesoro.--
24
Ogni dí con l'abate disegnando
va una fabbrica nuova nel sabbione,
e va crescendo idee di quando in quando:
--Io vo' l'altar--dicea--di paragone.--
L'abate rispondeva:--Io non comando:
seguite pur la vostra ispirazione.--
E la cucina ogni giorno crescea,
sicché del fabbricar cresce l'idea.
25
Da molti testimon giurati il caso
fecion deporre i frati, onde n'andasse
girando a stampa dall'orto all'occaso,
acciò al convento la pietá abbondasse.
Un testimon non era persuaso,
ma pur convenne alfine ch'ei giurasse,
perché il prior zelante al Sant'uffizio
gli minacciava accuse e precipizio.
26
Qui ristorato dal pellegrinaggio
e ben disposto e in gamba, il traffurello
cominciava a dispor di far viaggio,
perché temeva sempre del bargello.
L'abate vuol che pel cammin selvaggio
dieci villani armati abbia con ello.
Disse il guascone:--Un laico mi darete
e qualche cavallaccio, se l'avete.
27
Io non vo' certamente altri compagni:
Dio m'ha condotto, Dio mi riconduca.--
L'abate aveva un suo destrier de' magni,
che saria stato un bel presente a un duca.
Non era tempo a pensare a' sparagni:
bardato fe' che il bel corsier s'adduca.
Mille baci il guascone appicca ai frati:
sale a caval con gli occhi imbambolati.
28
L'abate i crocioni rinnovella,
dicendo:--Andate in nome del Signore!--
Rispose Filinoro:--Ho il corpo in sella,
ma nelle vostre man rimane il core.--
Un laico un suo ronzin con la bardella
rassetta, in fin che gli altri fan l'amore.
Filinor sprona, e a lanci via n'andava;
il laico d'un trotton lo seguitava.
29
Lasciamgli andar, ché poi li troveremo.
Io so che nel pensier Marfisa avrete,
e come giunta ell'era al caso estremo
nel monastero vi ricorderete.
Parve per qualche dí d'un cervel scemo.
Guardava il cibo e dicea:--Non ho sete;--
guardava il vino e dicea:--Non ho fame;--
donde ridean le monacelle dame.
30
Ma la calamitá raffinamento
d'indomiti cervelli anch'esser suole.
La bizzarra tra sé pensava drento
che il gridar e il far forza erano fole.
--Io fingerò--diceva--cambiamento
e nausea per il mondo, con parole;
ben verrá il giorno della mia vendetta:
il savio tempo e luogo e punto aspetta.--
31
Comincia santimonia a poco a poco,
e lasciarsi trovare alla sprovvista
con un breviario in man, piena di foco,
rivolta verso il cielo con la vista.
Le semplicette monache, a quel giuoco.
l'un'all'altra dicea:--La s'è ravvista.
Grazie all'immagin di Gesú bambino
e al padre fondator nostro Agostino!--
32
Marfisa scherza con le monacelle,
e mangia e beve, e non è piú ritrosa,
e alla badessa un giorno in mezzo a quelle
diceva, in faccia tutta vergognosa:
--Vi prego, madre, le mie maccatelle
dimenticate e siatemi pietosa.
Vorrei che il mondo tutto si scordasse
e che di me nessun piú ragionasse.
33
So ben che il caso de' parervi strano,
che Marfisa sí tosto sia cambiata;
ma che non può di Dio Signor la mano?
Io mi sento del mondo stomacata.
Per grazia, certo e poter sovrumano
non odio piú il fratel né la cognata,
e non vo' piú saper del secol nulla.
Mi sembra esser uscita oggi di culla.--
34
Non le dá la badessa molta fede:
pur la conforta e loda, e fa buon viso.
Dell'altre monachette ognuna crede,
e lievan occhi e mani al paradiso.
Marfisa a dir l'uffizio ognor si vede,
e un giorno fu trovata all'improvviso
con un flagello, mezzo ignuda, ardente,
che si battea le spalle leggermente.
35
Non v'è piú alcun che per santa non l'abbia.
Al parlatorio andava qualche volta,
ed affogando nei polmon la rabbia,
ragiona a Bradamante e umil l'ascolta.
Pur ruminando, come uscir di gabbia
potesse, andava, e in sé sta ben raccolta;
ma le porte eran chiuse in diligenza,
perocché la badessa avea temenza.
36
Ipalca damigella andava spesso
a visitarla, e Marfisa con quella
diceva:--Ipalca, a te tutto confesso:
sappi ch'io sono un satanasso in cella.
Se tu non mi soccorri, un gran successo
udirai presto, una strana novella:
son giá determinata nel pensiero,
perdio! che appicco il foco al monastero.--
37
Ipalca rispondea:--Gesú e Maria!
non fate questo per l'amor di Dio;--
e poiché aveva pianto, suggeria
qualche ripiego stolido e stantio.
Correa pel monastero una pazzia:
che si tenean per moral lavorío.
l'opre e i romanzi del poeta Marco,
ed ogni tavolin n'era giá carco.
38
Marfisa va leggendo que' volumi,
ch'erano stati sempre suoi diletti,
e cerca ritrovar nei lor costumi
una fuga che in capo se le assetti.
_La bella pellegrina_ le die' lumi
circa al fuggir da' chiostri benedetti,
la qual avea trovato una ragazza,
che l'era uguale e fe' bella la piazza.
39
Molt'altre fughe aveva ritrovate
in que' romanzi di Marco scrittore.
Donne che s'eran da' balcon gettate,
d'altezze che a narrarle fan terrore;
altre ne' fiumi e ne' mari saltate,
tutte salve per grazia del Signore.
Marfisa è assai bizzarra, ma destina
fuggir come la bella pellegrina.
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Una ragazza simile di faccia,
di voce, di capelli, di statura,
la bella pellegrina in cambio caccia
di sé in convento, e fugge con bravura.
Marfisa a Ipalca disse:--Corri in traccia
di qualche donna della mia figura;
con quel dal mondo nuovo entri nel chiostro:
baratto vesti, e questo è il caso nostro.--
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Ipalca va com'una disperata
cercando per la terra una Marfisa;
per quanto guardi non l'ha mai trovata:
ell'erano, perdio! cose da risa.
--La pellegrina assai fu venturata
a trovar su due piè, cosí improvvisa,
un'altra lei, per cambiar la persona--
diceva Ipalca e torna alla padrona.
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