ei s'intende all'eccesso, e del buon gusto
e delle acconciature e delle code,
d'un abito, d'un drappo e d'un imbusto;
se in un teatro sa chi merta lode,
se d'un poeta sa decider giusto.
Di Marco e di Matteo nelle riforme
scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.
39
Ponlo con un cattolico, è cristiano;
ponlo con un eretico, ei s'adatta;
con un pagano, e' par nato pagano;
con un giudeo, giudeo sembra di schiatta.
Accorda tutto, è universale e piano,
e veramente sa come si tratta;
coltiva tutti, con ognuno è amabile,
e infine è un uom moderno, inarrivabile.
40
Io non posso, Ermellina; ti prometto
che sono indiavolata per colui:
non lascerò giammai quel caro oggetto;
mai piú, Ermellina, d'uom sí cotta fui.
Se tu provassi il foco c'ho nel petto
per le bellezze, per i merti sui,
tu piangeresti e mi compatiresti,
e per compassion m'aiuteresti.--
41
E qui Marfisa al collo d'Ermellina
piangeva e singhiozzava amaramente.
L'altra avea la corata tenerina,
e sapea ben che Amore era possente;
donde, commossa, scorda la dottrina,
comincia a lagrimar dirottamente,
e quando il singhiozzar le permettea:
--Convien lasciar... convien lasciar...--dicea.
42
Marfisa sempre va crescendo il pianto,
dicendo:--Io non lo posso, ché son morta.--
Intenerisce l'altra, che altrettanto
apre a un ruscel di lagrime la porta.
Ma finalmente disse:--Vedo quanto
sei spolpata d'amore; ti conforta.
Io scopro che a guarirti le parole
son vane e che un miracolo ci vuole.
43
E però del caffé, del cioccolate
io vo' mandare a certe donne sante,
acciò con le preghiere infervorate
ti facciano scordar cotesto amante;
ed io per tre domeniche ordinate
farò la comunion santificante.
Tu alla sacra famiglia fa' orazione,
e t'uscirá dal cor questo guascone.--
44
Marfisa alle sue massime rispose
pazzi detti del secolo d'allora,
che gli _Ottimismi_ e l'altre opre famose
le avean mandato il cerebro in malora.
L'altra le mani agli orecchi si pose
fuggendo, e credo ch'ella fugga ancora,
maledicendo l'ozio, gli scrittori,
il costume novello e i Filinori.
45
Quel di Guascogna intanto al torrione
di lá da Senna ogni dí passeggiava:
con lungo spaventevole spadone,
per far duello, il marchese aspettava.
Il marchese alla corte di Carlone,
a veder se l'incarco rinunziava,
manda ogni giorno; e pur lo trova saldo,
e lascia che passeggi nel suo caldo.
46
Poi di soperchiator gli dá la taccia
e lo predica vile e prepotente.
I paladini con scoperta faccia
condannan Filinoro apertamente.
A poco a poco fuggon la sua traccia;
dove son, non lo vogliono per niente;
come un codardo, un messo, un contadino,
non l'accettano piú nel lor casino.
47
Per sua maggior sventura il conte Gano,
suo direttore, a novant'anni giunto,
per il catarro è a letto, dalla mano
del medico sfidato, al duro punto,
né se gli può parlar, perché il piovano,
che con l'estrema unzion giá l'aveva unto
e gli accomanda l'anima, dicea
che andarlo a disturbar non si potea.
48
Berta piangente e mezza in sfinimento
dicea che certo ella gli andava dietro,
che si sentia nel cor presentimento,
che non potea soffrire il caso tetro;
e poi chiede al piovan se testamento
faceva il conte Gano, e di qual metro,
soggiungendo:--Piovano, io sono certa
che gli ricorderete la sua Berta.--
49
Il piovan rispondea:--State pur cheta,
ch'egli ha disposto con somma prudenza.
Un'anima di Dio, né piú discreta,
non ho trovata in altra mia assistenza.
Gran confession da dottor, da profeta!
gran sottile, illibata coscienza!
Ma giá sapete in quanta divozione
faceva ogni otto dí la comunione.--
50
Gano il suo testamento avea rogato,
e istituita una mansioneria
perpetua nel piovan che aveva a lato,
e in quello che in _pro tempore_ faria.
Per ogni messa ordinava un ducato;
e inoltre un funeral commesso avia
di quarantotto torcie di gran peso,
incerto pel piovan di zelo acceso.
51
Trecento preti aveva anche ordinati,
e a ciaschedun di tre libbre un torchietto,
duemila sacrifizi celebrati
lo stesso dí ch'entrava in cataletto.
Infiniti legati a preti, a frati.
Della disposizione il resto ometto,
ché basta il dir del testamento quanto
vi fa veder che Gano è morto santo.
52
Il Maganzese mille tradimenti
aveva fatti e usate sodomie,
mandate in chiasso e in preda a' malviventi
le stuprate donzelle e per le vie,
ed infamati avea mille innocenti,
e fatti usurpi e truffe e ruberie,
né verbo si leggea nel testamento
di rifar danni o di risarcimento.
53
Lo volle morto Dio di novant'anni
sul letto ed affogato dal catarro;
ed i sacri leviti in grand'affanni
la santitá di lui misero in carro.
Deh, lettor mio, non creder ch'io t'inganni;
Turpin lo scrisse, io quel ch'ei scrive narro:
che al seppellir di Gano un cieco nato
guarí, perché il suo corpo avea toccato.
54
Sappiam che Dio per sua misericordia
talora a' tristi lunga etá concede,
perché con lui si mettano in concordia
un giorno o l'altro, e questo abbiam per fede.
Ma lo star con Gesú sempre in discordia,
testando alfin come di Gan si vede,
prete Turpin può ben scriver miracoli,
non porrei Gano mai su' tabernacoli.
55
Morto Gano, il guascon divenne come
un uom storpiato a cui la gruccia è tolta.
Ognuno a modo suo gli cambia nome,
e in ridicol lo mette e non l'ascolta.
Un fulmine gli venne in sulle chiome,
ch'ogni fortuna sua gli ebbe sepolta,
perché una legge nuova è fuori uscita,
che i duelli bandia, pena la vita.
56
Contro la legge egli era sfidatore:
fu rilasciato l'ordin di pigliarlo.
S'avvide il furbo, e di Parigi fuore
fuggí né si poté piú ritrovarlo;
e fu bandito come traditore,
con taglia a chi potesse ghermigliarlo.
Marfisa, come il bando udí gridare,
voleva alla cittá foco appiccare.
57
Se mai le lingue a screditar la dama
s'erano per lo innanzi affaticate,
in cento doppi al bando ognun l'infama,
narra le storie vere e le sognate.
L'infelice Rugger per la sua fama
don Guottibuossi chiama a sé, l'abate.
Il prete ha stabilito poco innante
una risoluzion con Bradamante.
58
E disse:--Per tôr via peggior vergogna,
che potria far Marfisa al nome vostro
(ch'io so ch'ella è disposta e ch'ella agogna
fuggir di notte dietro al suo bel mostro),
far istanza a Turpino vi bisogna
che a ficcarla v'aiuti in qualche chiostro.
Dalla man vescovile ivi serrata,
crepi di rabbia, giovane o invecchiata.--
59
Piacque il consiglio al buon Ruggero, e tosto
andossi all'arcivescovo Turpino.
E le preghiere e il desiderio esposto,
Turpin rispose:--Caro paladino,
io veggo a gran cimento tu m'hai posto:
conosco di Marfisa il cervellino,
e temo esporre a troppo grave rischio
le monachette con quel bavilischio.--
60
Era Turpino un vecchierel scarnato,
con naso grande, adunco e pavonazzo,
ciglia avea grosse e collo sperticato,
come un Scipio African d'un tristo arazzo.
Piccoli ha gli occhi, il mento in su voltato:
nel ragionar faceva un gran rombazzo,
ché voce grossa aveva, ed i polmoni
robusti ancora a spinger paroloni.
61
Non avea grande acume, tuttavia
era un gran parlatore, era zelante.
Avea di scriver sempre fantasia,
ed ha gran fogli e calamai davante.
Con poca lingua e poca ortografia
scrivea la storia di Carlo regnante,
la qual fu poscia per tant'anni tema
a' gran poeti, or è del mio poema.
62
Seguendo con Ruggero il suo discorso,
con voce grossa e da gran zelo acceso,
disse:--Rugger, tu mi chiedi un soccorso,
che infinite persone hanno preteso;
né so come il costume sia trascorso
ad una corruzion di tanto peso.
Omai fratel né padre di famiglia
alla suora comanda od alla figlia.
63
Infin che in fresca etá ne' monasteri
si mettan le figliuole o le sorelle,
a questo condiscendo volentieri,
so che l'han care anche le monacelle.
Ma che voi, conti, duchi e cavalieri,
disperati per mille taccherelle,
vogliate ch'io le chiuda di trent'anni,
perdio! convien per forza ch'io m'affanni.
64
O tristo esempio certo o poca testa
inauditi disordini cagiona.
Un figliuol giuoca, quell'altro s'impesta,
l'altro prostituisce sua persona:
de' padri un si percuote, un si tempesta,
né in casa posson far correzion buona;
ma sturban contro a' figli dissoluti
la maestá del re, perché gli aiuti.
65
Per le fanciulle matte ogni momento
si chiede asilo a' vescovi nel chiostro.
Dove avete il cervello e il pensamento,
che non possiate comandar sul vostro?
Ma la vera ragion, per quel ch'io sento,
della rivoluzion del secol nostro,
è il costume novel, l'ozio, gli amori,
e la vita epicuria e gli scrittori.
66
I capi di famiglia e i padri omai
non possono por freno a' figli loro,
perché difetti han sulle chiappe assai,
e divenuto è vil castrone il toro.
Chi ha la coscienza lorda, guai!
poco poi vale a fare il Boccadoro
sopra le mogli e sopra le figliuole.
Ognun si ride, e poi fa ciò che vuole.
67
E passa il vizio per ereditade
di madre in figlia e di padre in figliuolo.
Invero io veggio cose per le strade,
ch'io tiro salti come un cavriolo,
perché a' miei giorni erano cose rade,
ne' piú rimoti nascondigli solo;
e vorrei divenire e cieco e sordo,
quando i nostri bei tempi mi ricordo.
68
Ben sai, Rugger, che storico son io
de' fatti del re Carlo e de' campioni.
Quand'io confronto i fatti vecchi e il mio
scriver novel, mi triemano gli arnioni.
L'imbroglio nel qual sono, lo sa Dio,
nel porre a libro le novelle azioni.
Il lusso, l'ozio ed il costume tristo
forman casi ridicoli, per Cristo!
69
Son ridotto a notar: «Nel tal millesimo
le donne si tagliâr corti i capelli.
Del tal la moda non volle il medesimo;
lunghetti e pengiglianti volle quelli.
Nel tal fatti in cignone sul battesimo.
Nel tale co' bonè, poi co' cappelli;
e i merli si cambiâro in «milionetti»,
e fûro a mostra i tettaiuol de' petti.
70
Re Carlo fece una festa da ballo;
il duca Astolfo ebbe il piú bel vestito;
il miglior danzatore senza fallo
fu il marchese Olivieri a quell'invito.
Del tal anno correva il color giallo,
e del tale il cilestro fu gradito.
Il guernire a gallon divenne gramo:
fu moda lo scarlatto col ricamo.
71
Sessantadue paladini il tal anno
abbandonâr delle servite il fianco;
parte per gelosia, chi per inganno,
e chi perché il borsel gli venne manco.
Mille famiglie l'altro ebbero il danno,
pel lusso e pel puntare e pel far banco,
pel far de' scrocci e prendere ad usura,
di fallire e ridursi alla verdura».
72
Piú oltre non vo' dir della materia,
ch'oggi forma la storia del re nostro;
dico sol ch'è ridotta una miseria,
ch'io mi vergogno a consumar l'inchiostro.
Ma sopra tutto la faccenda seria,
cambiati paladini, è il fatto vostro,
e che in casa pel figlio e per la figlia
e per la suora non abbiate briglia.--
73
Era Turpino rigonfiato e avria
quattr'ore ancora seguitato a dire.
Era stanco Rugger e disse:--Via,
o tu mi vuoi o non vuoi favorire.
Non so come ti venga bizzarria
di rimprocciare il nostro poco ardire,
l'obbligo che conviene e che ci tocca.
Ricúciti una spanna della bocca.
74
Ché non raffreni tu molti pretacci,
che son sotto la tua giurisdizione,
sfrenati, puttanier, peccatoracci,
che insidian le moglier delle persone,
zerbini, ignoranton? ché non gli spacci
con la censura e con la sospensione?
Ché Gesú Cristo è omai giunto alle mani
di peggior genti degli ebrei marrani.--
75
Se Turpino avea naso pavonazzo,
a questa volta se gli fece nero.
Comincia i piedi a batter sullo spazzo,
e a gridar forte:--Oh, corpo di san Piero!
Oh! io fo bene assai, se non impazzo
per le parole che tu di', Ruggero.
Che non fec'io per porre i preti a freno
con duemila decreti o poco meno?
76
Minacce, sospension, che vaglion mai
in questo nostro secolo meschino?
Don Berto dice:--Grida, se tu sai,
ch'io sto in casa d'Astolfo paladino.--
Don Martin dice:--Io bado bene assai;
son mignon di Baiona d'Angelino.--
L'altro di Berlinghieri è creatura,
e delle correzion non ha paura.
77
Gli sospendo _a divinis_ o la messa:
dicon che loro era cosa molesta;
o spinto dal furor d'una contessa,
vien qualche duca a rompermi la testa;
e venti e trenta e cento ed una pressa,
mi strapazzano alfin con gran tempesta:
convien che il prete la sua messa dica,
s'io non vo' morir martire all'antica.
78
E tu sai ben, Rugger, che in casa tieni
don Guottibuossi, prete alla moderna;
e vita contro me vuoi pur che meni,
che serva dama e vada alla taverna;
né ti vergogni e improverar mi vieni!
Or ti castiga la bontá suprema.--
Volea piú dir Turpin, ma quel di Risa
replica che l'aiuti per Marfisa.
79
E finalmente Turpin di buon core
l'ordine diede che Marfisa fosse
accettata in convento a certe suore,
e per farlo eseguir Rugger si mosse.
Sapea ben ch'eseguito con amore
non saria, donde un gelo avea per l'osse.
Come in questo la dama fosse còlta,
ho stabilito dirlo un'altra volta.
FINE DEL CANTO OTTAVO
CANTO NONO
ARGOMENTO.
Di prete Guottibuossi un stratagema
caccia Marfisa in monastero; e in questo
tra le monache e quella, che non trema,
nasce un combattimento poco onesto.
A Terigi il decoro e l'util scema;
gli vien promosso un piato assai molesto.
Diconsi alcune cose de' scrittori,
poi del guascon ch'è di Parigi fuori.
1
Io non saprei ben dir da che nascesse
la ragion de' rimproveri in que' tempi,
e perché l'ecclesiastico dicesse
con fondamento a que' del secol «empi»,
e perché il secolare anch'egli avesse
ragion di taccia a' direttor de' tempi.
Non avea torto il vescovo Turpino,
e non l'aveva Rugger paladino.
2
Mancava la pietá ne' secolari,
in conseguenza l'util della Chiesa.
I preti, bisognosi di danari,
si davano alle truffe alla distesa
e a mille azioni indegne de' collari,
perch'ogni dí necessaria è la spesa.
Ne' secolar lo scandol s'aumentava,
e il pio tributo ognor si scarseggiava.
3
Donde cresceva sempre maggiormente
ne' religiosi l'arte e la magagna,
Il secol diveniva miscredente,
e sempre piú volgeva le calcagna.
Cosí il disordin reciprocamente
era omai divenuto una montagna.
Avea ragion Turpino alla questione,
e Rugger paladino avea ragione.
4
Mi converria saper fino _ab initio_
chi fosse primo, il secolare o il prete,
a dar cagione al mal, cadendo in vizio,
per dar sentenza; e so che m'intendete.
Ma io non voglio far cotesto uffizio
di veder chi fu il primo nella rete,
perocch'ella saria parte odiosa.
Orsú, non farò mai cotesta cosa.
5
Rugger, don Guottibuossi e Bradamante
sopra tre scranne in una cameretta
consiglian come quella stravagante
si potesse cacciar nella celletta,
perché il farla pigliar da un arrogante,
da tre, da quattro, e farla annodar stretta
e portarla in convento, non va bene,
ché farebbe una scena delle scene.
6
Dicea Rugger:--Io mi sento che scoppio.
Che direm, Guottibuossi, e che faremo?--
Bradamante dicea:--Diamle a ber oppio,
e addormentata via la porteremo.--
Dicea don Guottibuossi:--Ho un pensier doppio;
lasciate ch'io il maturi, e parleremo.
Tutto ha rimedio fuor che il collo in pezzi.--
Bradamante l'aiuta co' suoi vezzi.
7
Nota, lettor, che l'ordine Turpino
a Fiordiligi in scritto aveva dato
d'accettar la Marfisa al suo destino,
purché Rugger la porta abbia pagato.
Fiordiligi moglier d'un paladino
fu un tempo, ma Gradasso l'ha ammazzato
in Lipadusa a tradimento ed arte,
detto, come si legge, Brandimarte.
8
Morto il consorte, questa vedovella
avea fondato un certo monastero,
e aveva pianto per tre giorni in cella,
la tonaca vestendo e scotto nero,
col voto di lasciar la vita in quella.
Dopo tre giorni ebbe un altro pensiero,
ma non fu poi rimedio a cambiar vita;
donde viveva monaca pentita.
9
E perch'ell'era fresca e parlatora,
mille visite aveva ogni momento.
Grandi aderenze ha per Parigi e fuora,
per utile ed onor del suo convento.
Scrivea de' vigliettin quaranta all'ora;
protegge il concorrente e il malcontento;
raro era quel raggiro entro a Parigi
ignoto all'abadessa Fiordiligi;
10
ché quasi in tutto ella metteva mano.
Certi avoltoi pretini espiatori
tenea de' casi, e qualche altro cristiano
pratico de' secreti de' signori;
e comandava come un capitano,
quando voleva cariche o favori;
e quando un uom voleva rovinato,
ei fuggía per non essere impiccato.
11
Don Guottibuossi avea pensato molto,
e disse alfin:--Fiordiligi abadessa
potrebbe il tordo aver nel laccio còlto
senza tanti romori e tanta pressa,
se a scrivere un viglietto avesse tolto,
con certa menzognetta dentro messa;
cioè ch'ell'ha novelle del guascone
da darle occulte ed in confessione,
12
e che Marfisa nel convento aspetta
secretamente e in somma gelosia.
Data in nascosto questa polizzetta
a Marfisa, son certo, ella va via;
quand'ella è dentro poi, si chiude in fretta
l'uscio del chiostro con gran leggiadria.
Cosí, senza romori e forza al caso,
il topo è nella trappola rimaso.
13
Difficile è il ridur, come vedete,
Fiordiligi alle cose che ho pensate;
ma sono amico assai d'un certo prete,
il quale è confidente d'un abate;
questo comanda a un venditor di sete,
e questo a una puttana, e questa a un frate;
il frate poi della badessa è tutto:
donde farem maturo questo frutto.--
14
Difatto il cappellan dal prete è gito;
il prete coll'abate fece motto;
l'abate col mercante ha stabilito
che si mettesse la puttana sotto;
e quella indusse il frate al suo partito.
È ver che ci fu in mezzo anche un borsotto;
ma non si sa se questo andasse in mano
alla puttana, al frate o al cappellano.
15
Basta che Fiordiligi fe' tenere
alla bizzarra il vigliettin che ho detto.
Marfisa n'ebbe un lago di piacere;
da' piè le corse il sangue all'intelletto;
e non aspetta altro messo o corriere,
ché del guascon ragionava il viglietto
e le dicea: «Venite tosto e sola,
ch'io v'ho a dir molto grata una parola».
16
Era il meriggio, era di maggio il mese,
il foglio a pranzo invitava la dama.
Sappi, lettor, se tu non se' francese,
che a Parigi non s'usa quella trama
di proibir, come in altro paese,
d'andar nel chiostro a visitar chi s'ama.
In qualche giorno questo vien permesso:
correa quel giorno libero l'ingresso.
17
Mette il zendal Marfisa in sulla testa,
facendo «bao bao» col suo ventaglio;
giugne al convento, e la campana presta
tira, e gran picchi fe' dare al battaglio.
La portinaia, suor Maria Modesta,
correva al bucherello in gran travaglio,
ch'una seconda scossa sí villana
potea gittare in pezzi la campana.
18
Vide Marfisa, e presto apre la porta,
ché avea precetto della superiora;
poi chiude l'uscio e le fa innanzi scorta,
e la conduce come traditora.
Marfisa va che il diavol ne la porta;
di saper del guascon non vede l'ora:
ben cinque porte dietro le son chiuse,
né cerca lo'mperché, né chiede scuse.
19
Cosí la quaglia maschio, dal quaglieri
e dalla quaglia femmina disposta,
seguendo il canto, cieca volentieri
entra sotto del bucine a sua posta.
Nessuno al suo viaggio andò leggeri
quanto Marfisa, che al laccio s'accosta;
la mente fitta aveva nel guascone,
entrando sotto al bucine in prigione.
20
In una stanza la badessa stava
con parecchie sorelle intornovia.
Marfisa la baciava e salutava,
e basso le diceva:--Andiamo via.--
Fiordiligi in sul grave si rizzava,
e disse forte:--Sappi, figlia mia,
io deggio dirti questa cosa sola:
che fuor di qua non esce chi non vola.--
21
Le sono intorno l'altre monacelle,
dicendole che avesse pazienza,
e s'inchinasse al cielo ed alle stelle
che l'avean sentenziata in penitenza.
Marfisa guarda queste e guarda quelle.
--Che penitenza?--disse--che sentenza?--
E non potea rassettar nella mente,
che le avvenisse il caso impertinente.
22
Poi, vòlta alla badessa, riscaldata:
--Io venni per saper di quell'amica
--disse,--per quella lettera mandata,
che voi sapete senza ch'io vel dica.--
Rispose la badessa sussiegata:
--Quello io vi scrissi per scansar fatica,
ma brievemente la storia sincera,
Marfisa, è che voi siete prigioniera.--
23
Nessun può col cervello immaginare
biscia, serpente, tigre o lionessa,
che alla bizzarra possa somigliare,
all'ultimo parlar della badessa.
--Perdio, pelate--cominciò a gridare,--
ch'io sarò a pezzi, a spicchi, a quarti messa;
se foste mille, non avrò paura:
non mi terrete dentro a queste mura.--
24
E cominciava a correre alla porta.
La badessa gridava:--Suore, all'erta!--
Le suore l'una l'altra si conforta;
corron perché la porta non sia aperta.
Spingon Marfisa a terra; ella è risorta,
e co' punzon le monache diserta,
lacera bende e scinge e strappa tonache.
Non so spiegar le strida delle monache.
25
Son corse le converse di cucina
e quelle che nell'orto stan zappando.
Col pastorale, come una gallina,
sta la badessa altera crocidando.
La vecchiarella vicaria, meschina,
con una sua reliquia sta segnando.
La sacristana un cingol ha di prete;
grida lontan:--Vi lego, o v'arrendete.--
26
A Marfisa il zendale è gito a terra:
tre suore in quello sono incespicate.
Cadute, alla bizzarra fanno guerra
con graffi e morsi, alle gambe attaccate.
Marfisa un Cristo appeso al muro afferra
e loro dá di gran crocifissate.
Ma s'accrescevan sempre le milizie:
son giunte la maestra e le novizie.
27
E tredici fanciulle piccioline,
di quelle che s'appellano educande,
vedendo le lor zie nelle rovine,
facean piangendo uno strillar ben grande.
Marfisa, schiaffeggiando le vicine,
promette alle lontane le vivande,
ed era giunta alla seconda porta:
la badessa di stizza è mezza morta.
28
E grida:--Su! pigliatela, da parte
del padre del nostr'ordine, Agostino.
Maledetti i comandi che comparte
quel rantacoso vescovo Turpino!--
Si difende Marfisa piú che Marte,
e giá il terz'uscio avea quasi vicino;
ma la rabbia e il calor della contesa
fe' che un effetto isterico l'ha presa.
29
Caduta per gli effetti matricali,
comincia a fare il solito lavoro
di stringer denti e scorci corporali,
e d'altre cose contro al suo decoro.
Le suore erano avvezze a questi mali;
spesso cadeva in quelli una di loro.
Ringraziando di ciò Dio benedetto,
portarono la dama in sur un letto.
30
Tre ore a trattenerla ebbon faccenda,
perché le poppe non si lacerasse.
So dir che tutte avean molle la benda
di sudor, spezialmente quelle grasse.
Alfin riscossa convien che s'arrenda
Marfisa, c'ha le membra troppo lasse.
Le monacelle stanche, stizzosette,
intuonaron di molte predichette.
31
Vanno rimproverandole la vita,
gli amori e il mal costume, che seguia;
dicendo che dal secolo tradita
era, perocché il secolo tradia.
Marfisa non può muovere le dita,
ma la lingua robusta in bocca avia;
e poich'ebbe sofferta alcuna cosa,
si volse e disse irata e furiosa:
32
--Non mi seccate piú, stolide, sciocche,
con tali vostre scempie dicerie.
Altro ci vuol che queste filastrocche,
a convincer di torto le par mie.
Se poteste parlar con quelle bocche
che avete in core, disperate arpie,
del secol parlereste d'altra norma,
e della sua materia e della forma.
33
So che date nel cor maledizioni
divote a chi vi chiuse, a tutte l'ore;
e quando recitate le orazioni,
la peste a Dio chiedete al genitore;
e con gli amori e con le tentazioni
disperar spesso fate il confessore;
e quando una vi parla del marito,
non vorreste il discorso mai finito.
34
Come la volpe le ciregie sprezza
che sono in cima troppo e non le arriva,
voi, che siete legate alla cavezza,
sprezzate il secol che di sé vi priva.
Per invidia, con voi nella sciocchezza
tirar vorreste ogni donna che viva,
e per ridurvi in copia senza fine
dove disperazion vi manda alfine.--
35
Era quivi in disparte certa suora,
che al romore, alle cose, al parapiglia,
non s'era mai degnata d'uscir fuora,
come chi saviamente si consiglia.
D'una bellezza è tal, che, se in un'ora
la descrivessi, farei maraviglia:
bianca, ben fatta, giovine, d'un viso,
d'un occhio, d'un guardar di paradiso.
36
Se le scolpiva in faccia dell'interno
la contentezza, la quiete vera;
al piú cocente state, al peggior verno,
godea quella forte alma primavera.
Conoscea veramente che l'eterno
Bene desiderabile, e solo, era.
Raccolta mai per monaca richiesta
non avea detto il ver siccome a questa.
37
Al ragionar furente di Marfisa,
bizzarro ed empio e scandaloso e forte,
disse all'altre sorelle in questa guisa
e alla badessa, c'ha le luci torte:
--Suore, scorgete mai ch'ella è divisa
dal pensar dritto? usciamo delle porte,
e lasciatela in pace, ché i rimbrotti
fan mal peggiore ne' cervei corrotti.
38
Queste parole, ch'ella ha dette, sono
de' libri suoi moderni, che l'han guasta;
insegnamenti che le han dati in dono
gli spirti forti di novella pasta.
Ugualmente a' conventi è il secol buono,
ma la rete oggi in quello è troppo vasta.
La rabbia, ch'ella or prova, e la vergogna
son frutti del suo secolo carogna.
39