A' giorni suoi non fu tanto eloquente

quanto in quel punto il gabellier marchese.

Le chiedeva perdono umilemente,

giurava non aver le cose intese;

che i tremila zecchin subitamente

le avria mandati, i piú bei del paese,

e ventimila e trentamila in oro,

purch'ella non scrivesse a Filinoro.

50

Quella bizzarra, dentro a sé ridendo,

fece per molte scosse l'ostinata;

ma perché alfin Terigi va soffrendo

e cominciava faccia rassegnata,

lasciò la penna e disse:--Io mi vi arrendo,

ché sono alfin di zucchero impastata.

Maledico il mio cor, che buon non sia

d'usar con chi l'offende tirannia.--

51

Terigi d'allegrezza è di sé fuori,

le bacia in fretta tutte due le mani.

--Perdio--dicea,--illustrissima, i sudori

fareste uscir dalle midolle a' cani.--

Cosí detto, correva a' suoi tesori,

e tremila zecchini veneziani

tosto spedí. Marfisa a Ganellone

gli manda per l'incarco del guascone.

52

Or qui potrebbe dirmi alcun lettore

che una dama alle truffe non discende.

Ed io rispondo che Matteo scrittore

faceva in quell'etá commedie orrende,

e che mettea le dame, traditore

piú che le putte, ove il buon vin si vende;

onde Marfisa il costume apparava,

e a tempo e luogo poi l'adoperava.

53

Una commedia avea Matteo formata,

detta _La buona moglie_, e posta in scena,

dove una dama finta spasimata

d'un mercante vedeasi, molto amena.

Sei zecchin d'oro avea chiesti l'ingrata

in prestanza a colui, ch'io il credo appena;

con que' zecchini poi col suo marito

avea barato il mercante e tradito.

54

Questo è il costume che s'usava allora

nelle commedie e ne' libri novelli.

Ora torniamo a Gan, che s'innamora

de' tremila zecchini, che son belli:

gli tocca e con la vista gli divora;

poi gli ripon ne' sacri suoi cancelli;

poi ride e dice:--Questi gli sparagno,

perch'io sono il mignon di Carlo Magno.--

55

Volle che Filinoro gli facesse

una scrittura, in viso assai cortese,

con la qual dell'incarco promettesse

a Gan cento zecchin pagar il mese.

--Di questi celebrar fo tante messe

e marito fanciulle del paese--

diceva il conte; e Filinor fu tosto

per questa via nell'incarco riposto.

56

Non si potria mai dir la petulanza

del guascon, quando egli ebbe il posto altero.

Tutti disprezza, e con poca creanza

trattava ogni piú antico cavaliero.

--Il parlamento ebbe una gran baldanza

a non darmi il sigillo dell'impero

--diceva;--per sua parte n'ho vergogna

e gliene incaco e peggio, se bisogna.

57

Marfisa a' paladini aveva detto

«assassini» e «briccon» con insolenza,

che non aveano Filinoro eletto:

gli discacciava dalla sua presenza.

Veniva il buon Terigi, poveretto;

ma lo trattava con indifferenza.

De' tremila zecchin piú non parlava:

la trama col guascone seguitava.

58

Chi avesse detto a Terigi:--Marchese,

la somma de' zecchini avete data

perché il guascon sia grande a vostre spese

e possa corteggiar la vostra amata,--

credo che in un pilastro del paese,

fuori di sé, la testa avrebbe data;

ché certo dopo quell'opra famosa

Marfisa e Filinor sono una cosa.

59

Era, come abbiam detto, quel guascone

un garzonaccio del nuovo costume,

e la trattava con adulazione,

con un ruscel di lodi, con un fiume.

Partito dalla sua conversazione,

dicea:--Son secco, piú non vedo lume:

son pur noiose queste innamorate;--

e s'inventava cose da stoccate.

60

Talor diceva:--Io fui da quella matta;

non poteva sbrigarmi dall'assedio:

quand'io ci son, non val che la combatta

perché mi lasci andar; non c'è rimedio.

La mi guarda languente, contraffatta;

la trae sospiri, ch'io muoio di tedio.

Le puzza il fiato sí, quando l'ho presso,

ch'io soffrirei piú volentieri un cesso.--

61

La dama gli avea dato qualche volta

del matrimonio con Terigi un cenno.

Il guascon detto avea:--Siete sepolta;

pur le promesse mantener si denno:

ma se goffo è il marito, ha fatto còlta

la donna, ed ha fortuna s'ella ha senno.

Voi m'intendete giá: questi imenei

son per comoditá dati dai dèi.--

62

Rideva la fanciulla estremamente,

dicendogli:--Tu sei pur spiritoso.--

Quel garzonaccio aggiungea prestamente

detti peggior, sicch'io dirli non oso.

Quando partia, Marfisa diligente

Ipalca gli spedia senza riposo,

e sali, e dolci accuse si mandavano,

e viglietti infocati che fumavano.

63

Terigi in casa non trova la sposa,

e s'anch'ell'era in casa, ella non v'era.

Ognuno al meschinel narra qualcosa,

e s'inventava, ed egli si dispera.

Chi l'aveva veduta furiosa,

chi travestita a' ridotti la sera;

ond'egli era geloso e riscaldato,

e mandava spion per ogni lato.

64

Se alcuna volta in casa la trovava,

or sbavigli, or rabuffi riscuoteva.

Eccoti Filinoro che arrivava,

e appresso la bizzarra si metteva.

Il marchese sudava e sospirava

per qualche gesto che lo trafiggeva,

e peggio, ché il guascon mai non partia,

ma volea ch'egli primo andasse via.

65

Correa d'aprile il bel mese ridente,

e s'aspettava il giugno agli sponsali.

Il Tauro in ciel minacciava sovente

alla teda d'imen futuri mali.

Nascean de' gran sospetti veramente

di scioglimento ancora in fra i mortali.

Tutto Parigi stava in attenzione

su' scherzi di Marfisa e del guascone.

66

Terigi fece dir da don Gualtieri

a Rugger che troncasse quella trama.

A Filinoro avea detto Ruggeri

che cercasse altra casa ed altra dama.

Il guascon gli rispose:--Volentieri;--

ma fe' peggior effetto il porre in brama,

ché la difficoltate ed il timore

fe' cercar nascondigli e punti ed ore.

67

Liberamente lo voleva in casa

Marfisa, e non voleva opposizioni;

ma Filinor l'aveva persuasa

che, rubati, miglior sono i bocconi.

Ed ella per amor cheta è rimasa,

cercando or buche, or tane ed or cantoni.

Se n'andava l'onor di male in peggio

per le altrui vigilanze ed il motteggio.

68

La mascheretta a' furtivi sospiri

era alla dama opportuna sovente.

Finito il carnoval, per i raggiri

veniva la quaresima assistente,

i sermon sacri ed i santi ritiri,

e il zendal era un mezzo onnipossente:

ch'è la finezza dell'usanza nuova

far quel che alletta, e quel che alletta giova.

69

Nuovamente a Rugger Terigi accocca

il cappellan Gualtieri, a dirgli aperto

che troppo l'onor suo Marfisa tocca

e che il nuzial rimanderá per certo.

Rugger afflitto non apriva bocca;

e poich'egli ebbe sofferto e sofferto,

a Carlo Magno un giorno fece istanza

che a Filinoro facesse aver creanza.

70

Non s'usavan duelli, e le vendette

s'erano riformate dall'antico:

per vie nascoste dirette e indirette,

chi mente avea domava l'inimico.

Narrò Rugger a Carlo e cinque e sette

bricconerie del guascon ch'io non dico,

le corna di Terigi e di Marfisa

e il disonor della magion di Risa.

71

Carlone, vecchio rimbambito, ascolta;

e perch'egli era d'impression gagliarda,

appena ebbe Rugger data la volta,

chiama il guascon, che un momento non tarda,

e disse:--Sappi che, se una sol volta

andrai dov'è Marfisa, ben ti guarda,

io te lo giuro da quel re che sono,

che ti farò morir senza perdono.--

72

A Gano Filinor racconta il caso.

Il Maganzese corre a Carlo Magno,

e come bufol menalo pel naso,

narrando la faccenda da mascagno;

tanto che il rimbambito è persuaso,

e in rabbia con Rugger batte il calcagno;

e rivocando i primi ordini suoi,

disse al guascon:--Va' a far ciò che tu vuoi.--

73

Io so che mi dirá qualche lettore:

--È impossibil per queste frascherie

s'incomodasse un tanto imperatore.--

Rispondo ch'io non dico mai bugie,

e ch'egli avea ricorsi a tutte l'ore

per odii, per timor, per gelosie.

Dame e serventi, come le formicole,

volean dall'imperier cose ridicole.

74

Ecco di nuovo incomincia la tresca

de' nascondigli e degli amor secreti.

Terigi le minacce pur rinfresca,

quando il garbuglio stran Rugger non vieti.

Don Guottibuossi don Gualtier ripesca

e trova scuse, e gridano tra preti:

rattaccónanla un tratto, e quattro e diece;

ma alfin non c'è piú stoppa né piú pece.

75

Era un dí di quaresima, e nel duomo

per il predicator v'era gran piena,

ché si teneva inarrivabil uomo

per eloquenza e mente e voce e lena.

Predicava ogni dí che il volean domo

i suoi persecutor; ma:--La balena

--dicea--non teme il morsecchiar de' granchi,--

e Dio non vuol che l'uditorio manchi.

76

Un fraticel piú franco non fu visto.

Usa argomenti e prove non piú intese.

Saltava dalla passion di Cristo

ad una descrizion del mal francese.

Poiché dell'«attrazione» avea provisto

e «parti eterogenee» il paese,

e d'un trattato bel di notomia,

faceva il crocione e andava via.

77

La «predestinazione» usava farla

di sabato, perché gli altri oratori,

non predicando il sabato, ascoltarla

potessero con gli altri ascoltatori.

Ma la ragion probabile, a pensarla,

ch'ei spargesse di sabato i sudori,

era ch'essendo solo quella volta,

facea nel borsellin maggior raccolta.

78

Scrive Turpin che in questa sua fatica

avea detta una cosa bella assai,

cioè che Cristo nella storia antica

a Pietro disse:--Tu mi negherai;--

e che Pietro risposto avea:--Né mica;

ciò che dite, maestro, non fia mai;--

ma che Pietro alla fin l'avea negato,

siccome Cristo avea pronosticato.

79

--E sapete perché--gridava il frate--

Pietro avea detto il falso, e il vero Cristo?

Questo fu: state cheti e m'ascoltate.

Perché di Pietro piú ne sapea Cristo.--

Turpino scrive che le sputacchiate,

a questa distinzion tra Pietro e Cristo,

furon tremila cento e settantotto,

e che rise Dodon che gli era sotto.

80

Ma ripiglio la storia. Il fraticello

de' costumi del secol predicava.

Sedea Terigi proprio in faccia a quello,

che con gli occhi suoi tondi l'ascoltava.

Un sedil vuoto ha innanzi, e il frasconcello

del guascon con disprezzo lo pigliava;

gli siede avanti, e talor si volgea

e lo guardava in viso, e poi ridea.

81

Parecchie asinitá, simili a questa,

dice Turpin che gli andava facendo;

ma l'ultima gli fu tanto molesta,

che fu quasi per trarre un guaio orrendo.

Una lettra il guascon poco modesta,

che ancor fresco ha l'inchiostro, va leggendo,

e la tien tanto aperta e sí palese,

che leggerla potesse anche il marchese.

82

In fronte avea la lettera: «Cor mio!»

il contenuto non lo voglio dire;

basti saper che il fine era un addio

da far di tenerezza un uom svenire.

--Miserere di me, che mai vegg'io!--

disse Terigi e si poté sentire;

perch'ell'era una lettera, una manna,

di pugno proprio della sua tiranna.

83

Non si ricorda piú d'esser in chiesa,

né del predicador, né dell'udienza.

Si leva e corre con la faccia accesa,

come se lo cacciasse la scorrenza.

Dá d'urto negli astanti e fa contesa;

s'è scordato il «con grazia» e il «con licenza»:

fece rivolta come un Truffaldino,

arrabbiato, grassotto e piccolino.

84

Esce dal tempio alfine, a casa è giunto,

e don Gualtier, suo mansionario, chiama.

--Prete--gli disse,--è questo il duro punto,

ch'abbandono Marfisa, che non m'ama.

Non m'ama, mi tradisce! Son consunto:

si freghi dietro il suo titol di dama.

Véstiti in lungo tosto, e m'ubbidisci:

questa scritta nuzial restituisci.--

85

Poi della lettra e del guascon sfacciato

gli narra. Don Gualtier facea stupori:

poscia in veste talare s'è avviato

alla magion di Risa a far rumori;

e poiché il caso e il comando ha narrato

del padron suo, la scritta trasse fuori.

Sopra d'un tavolin la pose, e poi

volge le spalle e va pe' fatti suoi.

86

Bradamante è caduta in sfinimento;

don Guottibuossi corre per l'aceto;

Ruggero è saggio e prova un gran tormento:

volea gridar, voleva starsi cheto.

Marfisa seppe il fatto e, come il vento,

spedisce Ipalca al guascone in secreto

a dirgli che, se il mondo rovinasse,

ella gli vorria bene, e ch'ei l'amasse.

87

Queste difficoltá, questi fracassi,

questi accidenti grandi da narrarsi,

eran per la bizzarra giuochi e spassi,

perocché andava dietro a immaginarsi

che nelle brutte e ne' talenti bassi

la vita cheta sol potesse darsi.

--Le marmotte--diceva--di pel tondo

non sono buone a tener desto il mondo.

88

Chi ha merito--diceva--il mondo tiene

sempre in discorso e in sé col guardo vòlto.

Che dica bene o male, o male o bene,

di questa cosa non mi curo molto.

De' bacelloni han delle sciocche pene,

ma i scempi non gli curo e non gli ascolto.

L'invidia e l'ignoranza può contendere,

ma il mondo è per metá sempre da vendere.--

89

Dalle commedie e da romanzi nuovi

traea gran parte de' suoi bei riflessi.

Nelle pubbliche piazze e ne' ritrovi,

nelle botteghe, e tra birri e tra messi,

si fanno ciarle intanto, e par che provi

ognun che il caso nato ben non stessi,

che buona cosa avea Terigi fatta

e che Marfisa era una bella matta.

90

Di Filinor la voce universale

dicea ch'egli era un cavalier briccone.

Ei va pensando riparare al male:

sfida Terigi con un cartellone;

che scelga il campo e l'arma; che a mortale

duello il vuol per la riputazione.

Terigi, grasso, pigro e piccoletto,

fu per morir quando il cartello ha letto.

91

L'onor non vuol che tardi alla risposta,

né che ricusi la disfida certo;

ma se guarda alla trippa mal disposta

e ascolta il cor, si ritrova diserto.

Chiama il prete Gualtieri:--Deh! t'accosta,--

dicendo, ed il cartel gli dava aperto.

Don Gualtier legge. Il caso del duello

non vo' dirvi per or, ch'è troppo bello.

FINE DEL CANTO SETTIMO

CANTO OTTAVO

ARGOMENTO.

Il duello non segue per la mente

di don Gualtier. Marfisa è screditata.

La corregge Ermellina. Agiatamente

Gano sen muore in forma inaspettata.

Bandito è Filinor: resta furente

Marfisa e fuor di modo disperata.

A Turpino arcivescovo Ruggero

chiede di porla a forza in monastero.

1

De' costumi del secol predicava

il fraticel, se vi ricorda, ho detto.

Pulitamente ogni punto toccava

dell'andazzo vizioso maledetto.

Nel suo quaresimal non si trovava

sermon che fosse, come quel, diretto,

della gola, dell'ozio e degli amori.

Le costure scuoteva agli uditori.

2

Delle miglior cucine di Parigi,

de' miglior letti e delle miglior tresche,

de' luoghi ove scorrevano i luigi

per gozzoviglie e per guanciotte fresche,

dove dell'allegria sempre i vestigi,

era, e del giuoco e delle piú dolci esche:

avea 'l frate studiato in fra l'untume

del secolo il sermon sopra il costume.

3

Donde sapea del secol la malizia,

perché vivea nel secol veramente;

ma al minacciar la divina giustizia,

il secol si rideva apertamente;

ché gli equivoci, i vini e la dovizia,

ch'egli ogni dí cercava in fra la gente,

facea che il detto: «Fa' quel ch'io ti dico,

non quel ch'io fo» non s'apprezzasse un fico.

4

Turpin sotto al suo ricco baldacchino

era nel duomo, e avea presso Dodone.

Si volse a quel, dicendo:--Paladino,

perdio! questo è un bel pezzo di sermone.

Dovria pentirsi il secolo assassino

a tai sudor di noi sacre persone.

Parmi che passi delle vostre colpe

questo sant'uom piú addentro che alle polpe.--

5

Dodon rispose:--Arcivescovo mio,

del secol questo frate ha detto il vero;

ma fatemi un piacer, se amate Dio:

i vostri frati radunate e il clero,

ché un giorno voglio lor predicar io,

e facilmente di provarvi spero

che il maggior mal, che nel mio secol sia,

deriva dalla vostra sacristia.--

6

Turpin prudente e grave partí zitto

con la sua cappa magna e il pastorale,

dicendo:--Un bel tacer non fu mai scritto.--

Benediceva il mondo universale,

ed alla mensa vescovil, che vitto

pareva d'Epicuro, la morale

rammemora del frate, disprezzando

gli stravizzi del secolo nefando.

7

Ma dove scorro? Io chiedo umil perdono

a Turpin, che dal ciel forse m'ascolta.

Altro non penso ed altro non ragiono

che fatti da lui scritti quella volta.

Ora a Terigi ritornar fia buono,

che la disfida del guascone ha tolta

a esaminar col cappellan, dicendo:

--Tu vedi, prete: _me tibi commendo_.--

8

Prete Gualtier non era senza testa:

conosce ben che il guascone era accorto;

che il gradasso facea nella richiesta,

perché Terigi era grassotto e corto.

E disse:--Nulla non temete; a questa

disfida io vi trarrò con lode in porto.

Qui deluder convien l'arte con l'arte,

come c'insegnan le moderne carte.--

9

Gli pose innanzi penna e calamaio,

dicendo:--Quel ch'io detto voi scrivete.--

Disse Terigi:--Io scrivo tutto gaio;

ma pensa a quel che detti, caro prete.--

Dicea Gualtier:--Ho il guascon nel mortaio.

Scrivete pur, ché non vi pentirete.--

E finalmente il buon Terigi scrisse

ciò che volle Gualtier, che cosí disse:

10

«Io Terigi, marchese e duca e conte

e signore di eccetera, al guascone

Filinor dice ch'egli ha le man pronte

al duello minacciato e lo spadone;

che sceglie il campo, e fia di lá dal ponte,

di Senna in sulle rive, al torrione;

ma avverto Filinor che prima impari

che i duelli non seguon che fra pari.

11

Voi del re Carlo Magno e imperatore

di cavalier di camera nel posto

siete, e persona pubblica; io signore

privato son: sicché tutto all'opposto.

S'io v'ammazzo, vedete in qual errore

di lesa maestade incorro tosto.

Nessun mi può salvar dalla rovina

del fisco e della morte repentina.

12

Se voi mi trafiggete, io son privato:

v'è assai piú facil rattoppar la cosa.

Questa disuguaglianza è gran peccato

e una sopraffazione vergognosa.

Quando avrete l'incarco rinunziato,

non sará la disfida difettosa;

e allora al torrione oltre alla Senna

v'attenderò diritto come antenna».

13

Scritta la lettra, diceva Terigi:

--Non vo' mandarla, grida a tuo talento.

Può rinunziare, e allor, per san Dionigi!

venga a me l'olio santo pel cimento.--

Dicea Gualtieri:--Io sfido Malagigi

a ritrovar piú sano pensamento

co' suoi dimon. Non abbiate paura,

ché vi fa grande onor la mia scrittura.--

14

Questo viglietto il prete, buona lana,

fe' che Terigi a Filinor spedisce.

Al guascon la risposta parve strana:

pensa e ripensa e nulla stabilisce.

Lasciar l'incarco non è cosa sana;

questa risoluzion forte abborrisce,

perocch'è necessaria la prebenda:

e par che la risposta non intenda.

15

Replica la disfida e chiama vile

il marchese Terigi e poltroniere.

Gualtieri è corbacchion di campanile:

risponde che l'accetta con piacere;

ma che rinunzi prima, s'è civile,

il suo pubblico incarco all'imperiere,

e poscia che sará di lá dal ponte,

in sulla Senna, come un Rodomonte.

16

Comincia Filinor pubblicamente

a narrar per la piazza le faccende.

Terigi è in sull'avviso, e colla gente

narra la sua risposta e si difende.

Ognun gli dá ragione apertamente,

e la bassezza del guascon riprende.

Tutto Parigi entrato era in questione,

e si dava al marchese la ragione.

17

Ne' pubblici discorsi la canzona

finiva in sulle spalle di Marfisa.

Se le metteva in capo una corona

di pazza, d'immodesta e d'altra guisa.

Si sa che, quando un popolo ragiona,

ha piú valor chi muove maggior risa,

né si guarda alla dama o alla plebea

ne' titoli, ne' detti o nell'idea.

18

Se avea Marfisa amica donna alcuna,

si potea dir che questa era Ermellina.

La moglie del danese era quell'una

che sola le poteva star vicina.

Era una dama fatta in buona luna,

che si piccava d'esser indovina,

sincera, perspicace e di coraggio,

atta a dar un consiglio molto saggio.

19

Sentendo il mormorio de' susurroni

e lo sparlar contro Marfisa amica,

aveva detto a parecchi:--Bricconi

e della caritá gente nimica!--

Poi per andare a far le ammonizioni,

si fece portar via 'n una lettica,

e le stimate fece con le mani,

giunta a Marfisa, e disse:--Ho degli arcani.

20

Cara figliuola mia, tutto il paese

discorre che Terigi t'ha piantata.

Ma poco stimo il fatto del marchese:

piú mi trafigge l'altra intemerata;

ché mille lingue serpentine accese

t'hanno assai malmenata e screditata.

Si fanno sopra te discorsi orrendi,

come se fosti qualche... tu m'intendi.

21

Queste imprudenze, questi nascondigli,

il voler a tuo modo senza freno,

le lettere amorose, i tuoi puntigli

per certi Filinor sono un veleno;

e désti a sospettar sino a' conigli,

e a dir ch'è il tuon, dove appare il baleno.

Io ti difendo, ma una lingua sola

non può frenar d'un popolo la gola.--

22

Rispose allor Marfisa:--A modo mio

la vorrò sempre; non son piú ragazza.

Perché ho mente e intelletto e spirto e brio,

dal volgo ignaro son creduta pazza;

ma se innocente sono appresso Dio,

non bado a' pregiudizi della piazza.

Terigi, i maldicenti e le lor voci

io tengo dove soffiansi le noci.--

23

L'Ermellina soggiunse:--Adagio un poco,

cara sorella, non vi riscaldate.

Con questo furor vostro e troppo foco,

credendo farvi onor, vi rovinate.

Gesú, Giuseppe e la Madonna invoco,

e vi farò veder che v'ingannate,

e che il vostro cervello ha un po' di vizio,

credendo il mondo sempre in pregiudizio.

24

Sonvi tre leggi, e la divina è prima,

la seconda è del re che ci corregge,

forma il popol la terza in ogni clima;

benché non paia, ella è purtroppo legge.

L'ubbidir la divina e farne stima

fa, dopo morte, Dio pel ciel ci elegge;

chi la seconda offende, non fa bene,

perché ha morte, prigione ed altre pene.

25

Gli offensor della prima, al pentimento,

trovan misericordia ed han perdono.

Il re pietoso, ed anche oro ed argento,

fa cambiar la seconda nel suo trono.

Se il popol giudicato ha il portamento

di donna, d'uomo, o l'ingegno, non buono,

perdio! s'è santo ed ha cervel divino,

è un ladro, un traditor, un Truffaldino.

26

Le colpe innanzi a Dio non sono oscure,

il re co' suoi processi le fa chiare;

il mondo guarda, e fa sue conietture:

dritte o torte che sien, vuol giudicare.

E, verbigrazia, tu non vuoi misure

nel viver, nel parlar, nel praticare;

nel cor potresti anch'esser santa Rosa,

t'ha giudicata il mondo un'altra cosa.

27

E se viver pur déi del mondo in mezzo

con buona fama e con riputazione,

s'ei col giudizio t'ha posta nel lezzo

e sei del mondo in trista opinione,

dell'innocenza attenderai da sezzo

premio nel ciel, ma non fra le persone;

né t'appagar di qualche riverenza

d'adulazione o di concupiscenza.

28

Molto ben sa la legge nel suo core

la maritata, che le pose il mondo;

la sa la vedovella pel suo onore,

e la fanciulla la conosce a fondo:

ma la foia, il capriccio ed il furore,

la vanitá mena la mazza a tondo;

e maritate, vedove e donzelle

spezzan le leggi e fabbrican novelle.

29

Un «costume novel» detto è l'abuso.

Gli scrittoracci pieni di lussuria

co' lor riflessi aiutano il mal uso, '

perché godon veder le donne in furia;

e i giovinastri lor dicon sul muso

ch'è sciocco pregiudizio il far penuria.

Ma il mondo in pieno a chi non ha cervello,

credi, Marfisa, dietro fa un libello.

30

Scommetterei, sorella, che se sposa

t'esibisci al guascon, ch'è tuo piacere,

la tua gioia, il tuo core, la tua rosa,

e che speri che t'ami di sapere;

ei rivolge il discorso ad altra cosa,

facendo il sordo o albanese messere,

ché quanto piú vizioso è l'uomo e franco,

men vuol Marfise per ispose al fianco.

31

Credi alfin che la donna in suo contegno,

che dello stato suo la legge osserva,

laudata vien dal degno e dall'indegno,

e general riputazion conserva.

Questo sciôr matrimoni a un picciol segno

e del proprio capriccio farsi serva,

il cambiar Filinori a fantasia

e il cagionar duelli, è una pazzia.--

32

Dall'Ermellina in fuori, la bizzarra

un tal discorso non avria sofferto.

In sulla lingua avea la scimitarra;

pur disse cheta:--Io non credea per certo

che mi veniste innanzi con le carra

di riflession, ch'io dono al vostro merto.

Leggi o non leggi, universale o mondo,

io nulla intendo e nulla mi confondo.

33

Piú libera di me ne' portamenti

è la duchessa Fulvia de' Migliori,

e la reina Isotta fa portenti,

e la marchesa Ilaria co' signori.

--Allega delle matte piú di venti

in tua difesa, alfin poco t'onori

--disse Ermellina,--ch'anche i disperati

dicon:--Non sarem soli in fra i dannati.--

34

Orsú, tu déi lasciar cotesta vita

e devi Filinoro abbandonare.

Pónti in contegno, ed a Terigi unita

voglio vederti e il filo rappiccare.

La giovinezza fugge, e quando è gita,

sai che non suole addietro ritornare.

Ti ridurrai vecchiaccia ricusata,

abborrita, ridicola e muffata.--

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Scrive Turpin che a questa volta sola

pianse Marfisa assai dirottamente.

Abbracciando Ermellina, la parola

non potea sciôr pel singhiozzar frequente.

Poi disse alfine:--Amica, la tua scola

non voglio disprezzar, sarò prudente;

ma dell'abbandonare il mio guascone

io non ho cor per tal risoluzione.

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Caro colui! Quegli occhi, i capei biondi,

lo spirito elevato, l'eloquenza,

que' sospir caldi, i sguardi moribondi,

la franchezza, l'affabile presenza,

le erudizion che vaglion mille mondi,

quella non so qual nobile insolenza,

quel sprezzar snello e quella maggioranza

fanno che del cor mio non me n'avanza.

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E' tiene un alfabeto regolato,

co' nomi e colle nascite a puntino,

d'ogni tenor, di qualunque castrato,

e d'ogni ballerina e ballerino,

e d'ogni cantatrice sa il casato,

l'abilitá, la vita e il vagheggino;

insomma un cavalier d'usanza nuova

piú pulito di lui non si ritrova.

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La Marfisa bizzarra · 第 8 / 17 段