Da tutte parti gli uffizi infiammavano

per quello di Bellanda e pel guascone.

Ad Angelino i nemici accoccavano

che per le sue sventure era scempione,

e che i sigilli regi non si davano

a disadatte e stolide persone,

le quai pel cervel debile e confuso

potean far del sigillo qualche abuso.

67

Il sir di Montalbano la mattina

era eloquente e buon uffiziatore,

ma dopo il pranzo egli era una cantina

di vino, inutilaccio ed in furore.

Troglio la lingua volea far tonnina

di Filinor, di Carlo imperatore,

e sbranar Gano, e foco minacciava

al parlamento; e poi s'addormentava.

68

A Filinor si formava un processo

per lettere venute di Guascogna

Dicean ch'era vizioso e il vizio stesso,

un canchero, una peste ed una rogna;

che non si getta il sigillo in un cesso;

che darlo a un dissoluto non bisogna,

il quale, o per danari o per natura,

firmerebbe qualch'orrida scrittura.

69

Passano i giorni ed il maneggio cresce,

dall'una parte e dall'altra riscalda;

il merto col demerito si mesce.

Marfisa si mostrava molto calda.

Ipalca co' viglietti or entra, or esce:

pensa che non istava un'ora salda,

tanto che, quando era giunta la notte,

maledicea i votanti e le pallotte.

70

Orlando molto si rammaricava

a trovar infinite negative.

Dodon rideva, e poi lo confortava

dicendo:--De' sperar l'uom finché vive:

ci avvederemo al dispensar la fava;

d'un altro modo suoneran le pive.

Le lingue temon Gano traditore,

ma poi le fave spiegheranno il core.--

71

A Filinoro un caso assai faceto

fece in que' giorni molto pregiudizio.

Tu sai, lettor, che ti narrai qui dreto

siccome a un oste avea dato l'uffizio

di notare in sul libro all'alfabeto

quanto egli avea consunto, e ad artifizio

il rozzon pegno e lo staffier malato

gli aveva in sulle spese anche lasciato.

72

Dopo alcun tempo il servo era giá morto.

L'oste l'avea sostenuto nel male;

e pagato il dottor, non fece torto

all'opra del chirurgo e del speziale,

ed ebbe il poveruomo anche il conforto

di pagar sino a' preti il funerale.

La rozza era scoppiata di stracchezza,

ond'egli avea la pelle e la cavezza.

73

Battuto il prezzo di queste due cose,

l'ostiere è creditor trecento lire.

Veggendo le promesse fabulose,

avea risolto a Parigi venire.

Filinor tanto bene non s'ascose,

che nol potesse l'ostier rinvenire.

Del pagamento il prega e lo riprega:

Filinor minaccioso glielo niega.

74

Quel meschinel, veggendo il conto perso,

richiamar in giudizio un giorno fallo;

ma Filinor gli piantava un converso

che gli dovesse pagar il cavallo.

La fama va per lungo e per traverso

di questo piato; ogni omiciatto sallo;

tanto che negli uffizi questo fatto

die' quasi a Filinoro scaccomatto.

75

Seppelo Gano, e tosto quell'ostiere

fece con un esilio cacciar via.

Io so, ciascun la ragion vuol sapere

che Gano a Filinor sí amico sia.

Scrive Turpin che il santo menzognere

col guascone una scritta fatta avia,

che se l'incarco del sigillo avea,

la metá poi dell'util gli dovea.

76

Non si denno le cose in questo mondo

sol nella superfizie giudicalle.

Io vidi un cacciator ir nel profondo

cacciando sforzanelle in una valle:

la superfizie il terren di buon fondo

gli dimostrò con erbe verdi e gialle;

misevi i piedi e sprofondossi poi,

sí che il trassono a stento un paio di buoi.

77

Poco mancava al giorno stabilito

dal parlamento a tutta l'adunanza,

per dover porre il sigillo a partito.

Spazzata e in apparecchio è la gran stanza.

Il giorno innanzi Ganellone è gito

ad un convento detto l'Abbondanza,

dov'eran certi frati, che nel core

erano col vestito d'un colore.

78

Nel magnifico tempio eletti marmi

aveano e arredi di ricchezza immensa.

Dicea Gano:--Io vi prego a voler farmi

l'esposizione in sulla sacra mensa.--

Suoninsi le campane, ed inni e carmi

volino al ciel che a noi tutto dispensa.

Vo' fare una sant'opra, e dal Sovrano

chiedo sia benedetta dalla mano.

79

Abbonderan le cere, e mie saranno:

finita la fonzion, vostre poi sono.

E piú: mille ducati pronti stanno:

questi alla vostra povertá li dono.

Pregate tutti Dio, dal qual pur s'hanno

ad aspettar le grazie; ed il perdono

--dicea Gan--chiedo prima de' peccati;--

e va baciando i scapolar de' frati.

80

Que' padri, dopo una lode sincera

alla pietá di Gano, pe' contanti

e per la sacra oblazion della cera,

lo van benedicendo tutti quanti.

E dicon:--Tutto farem volentiera:

Dio ci esaudisca, Dio ci faccia santi.--

Poi chiaman paratori e fornitori,

perché il dí susseguente Iddio s'onori.

81

Duemila cento e sessantotto lumi

per quella esposizion furon disposti,

e velluti e dammaschi e tele a fiumi,

ed angeli dorati furon posti.

Vasi e bacini fuori de' costumi,

d'argento e d'òr ci sono, di gran costi.

Gridano le campane ogni momento:

--O turbe, o turbe, al tempio, drento, drento.--

82

Ma sopra tutto cura ed attenzione

mettono i frati a far che per la chiesa

sien pronte sempre a quella divozione

borse a stangon, crollate alla distesa,

perché possa sfogar la pia intenzione

ogni buon'alma nel ben fare accesa,

e possa ognuno aver dinanzi un fondo

da seppellir le vanitá del mondo.

83

La fama è grande che il guascon facea

quella solennitá per le pallotte,

sicché tutto Parigi concorrea:

portar si fa chi sentiva di gotte.

La folla è un mare, e la mente ponea

alle disposizion de' lumi dotte,

al canto, al suono ed alla fornitura,

e dell'Eucaristia poco si cura.

84

Angelin di Bellanda, la mattina

del cimento fatal, per tempo assai

con la sua famigliuola sí meschina

er'ito a certi frati pien di guai,

in una chiesa fuor di via, piccina,

dove le genti non andavan mai,

perch'era ignuda e sull'altar maggiore

due candeluzze sol facean splendore.

85

Organi non ci sono; oro o ricchezza

non si vedea; ma le pareti bianche;

tenuto il pavimento con nettezza,

e gli altari e le lampade e le panche;

ed un silenzio, una certa grandezza

splende, che si può dir che nulla manche

a compunger il core e a capir tosto

che il puro agnel divino è qui riposto.

86

Scosse Angelin della sua famigliuola

le tasche tutte, e in una carta ha messa

di quaranta soldon la somma sola,

ch'altro non puote; e con faccia dimessa

a' fraticei diceva una parola:

che lor piacesse far dire una messa;

e ginocchion sul spazzo si mettea

nel tempo che la messa si dicea.

87

La mano intera aggiunge al moncherino,

e tenendo all'altar le luci fisse,

ch'Illarion parea, non Angelino,

sospirando e piangendo cosí disse:

--Dio, nel mio sen col vostro occhio divino

tutto scorgete, e se per boria o risse

concorro a quest'incarco, o s'è infinita

necessitá di questa vostra vita.

88

Ogni male ho sofferto esterno e interno,

ferite e storpi e sonno e fame e sete,

per servire al mio re, se ben discerno.

Giunto sono all'etá che mi vedete,

e storpi e fame ed ogni mal governo

son pronto a sofferir, se voi volete,

ché dobbiam sostenere di concordia

la vostra sferza di misericordia.

89

Vedete tuttavia con qual periglio

le mie figlie innocenti in vita stanno,

e come i rei dimoni con l'artiglio

de' moderni costumi intorno elle hanno.

Datemi, signor mio, forza e consiglio

da preservarle a voi da questo danno.

Queste, Signor, queste, Signore e Dio,

vi raccomando, e non l'incarco mio.

90

Certi mal costumati, e da letture

nuove corrotti, e dileggianti il cielo,

circondan queste mie colombe pure,

ch'io serbo a voi conformi all'Evangelo.

Dote non ho che di pianti e sciagure.

Signor, Signor, per questo caldo zelo,

e se adoprai per la fe' vostra il brando,

la famigliuola mia vi raccomando.

91

Io non volli giammai, com'è costume

oggi di chi ha figliuole e poca entrata,

aprir la porta e dar luogo ad un fiume

di giovanacci e gente scapestrata,

per far che per l'amore o il poco lume

talora alcuna si sia maritata:

volli questo novello uso lontano,

perché temei la vostra santa mano.

92

Se v'è in piacer che a Filinoro sia

dato il sigillo, io son di ciò contento:

chiedo sol modo a questa prole mia

di viver con fortezza nello stento.

O Vergin pura, o Vergine Maria,

conducete le man nel parlamento.--

Cosí diceva il signor di Bellanda,

dal pianto molle che dagli occhi manda.

93

Né sospir differenti a que' del vecchio

manda la famigliuola afflitta e mesta,

commossa dal sentirsi nell'orecchio

il suon di quella umil santa richiesta.

Finito il sacrifizio, in apparecchio

sono Orlando e Dodone e menan questa

brigatella, infelice nella sorte,

del parlamento alle superbe porte.

94

Qui posti in lunga fila da una parte,

marito e moglie e figliuoli e figliuole

fanno inchini al votante che si parte

per ire in sala, e non usan parole.

Dall'altra banda Filinor con arte

bacia faldoni e mai tacer non vuole,

e va pur ricordando quanto sia

d'antica stirpe e la genealogia.

95

Gano con sue parole assai stemmatiche,

facendo il vecchio stanco e cagionevole,

dice:--Qui son, ma pesanmi le natiche:

venni per questo putto meritevole.

Quando si tratta di cose tematiche,

ogni fatica dev'essere agevole.

Raccomando alla vostra pia natura

quest'uomo insigne, ch'è mia creatura.--

96

Con Ipalca Marfisa in un cantone,

coperta d'un zendale, è alla vedetta,

ed a' votanti mette soggezione

col ventaglio e facendo la civetta.

Talor con leggiadrissima invenzione

apre il zendal, poi lo richiude in fretta.

Ad alcun paladin si mostra altera,

ad alcun sorridente e lusinghiera.

97

Entrati nella sala Carlo Mano,

prelati, paladini e cavalieri,

chiuse furon le porte a mano a mano.

Gli aspettator rimason co' pensieri.

Lettor, l'avvenimento speri invano:

ch'io tel dica, per or non è mestieri;

deggionsi risparmiar de' fatti alquanti

per la materia de' seguenti canti.

FINE DEL CANTO SESTO

CANTO SETTIMO

ARGOMENTO.

Custode del sigillo alfin rimane

Angelin di Bellanda. Ganellone

Filinor mette per vie nuove e strane

per cavalier di camera a Carlone.

Tra Marfisa e il guascon, Cupido cane

fa delle scene. Terigi dispone

d'annullare il nuzial. Nasce un bordello,

e lo sposo è sfidato ad un duello.

1

Chi potesse veder dentro al cervello

di chi sceglie agli uffizi col suo voto,

e ricercar perché piú questo o quello

rimanga eletto e col suo bossol vuoto,

credo che rideremmo nel vedello,

e ci riuscirebbe il caso ignoto,

e che daremmo a tutti alfin ragione

della diversa lor disposizione.

2

Ha gran poter malizia ed impostura;

non è spenta ragione né giustizia.

Delle prime i seguaci ho gran paura

sien piú per ignoranza che malizia.

Ognun col suo cervello ha sua misura;

e tal crede ire al santo di Galizia,

ch'entra in bordello, e d'aver fatto male

s'avvede a stento, giunto allo spedale.

3

L'odio e i rispetti umani han molta parte

a far piú l'un che l'altro abbia pallotte;

pur, quantunque ignoranza è ignuda d'arte,

lusinga le persone d'esser dotte,

e un numero infinito poi comparte

il voto suo per vie bistorte e rotte;

ma ognun Caton si crede e lo disperde

contro anche a san Francesco, e va nel verde.

4

Io ballottai talor qualche piovano,

e credei pel migliore dar la fava.

Discorrendo tra me dicea pian piano:

--I piú faran lo stesso,--e m'ingannava.

Dall'altre opinioni ero lontano,

e quando le pallotte annoverava,

ero tra venti, e cento aveano detto

ch'io avevo mal pensato e mal eletto.

5

E non avendo uman rispetto alcuno

o fine d'interesse o di livore,

credei d'esser almen tra novantuno,

pensando col mio capo in sul migliore.

Vidi ch'errai nel scegliere quell'uno,

e rimasi col numero minore,

poiché cento pallotte a me davante

m'han detto ch'io pensavo da ignorante.

6

Vidi certo de' Gani per la chiesa,

delle Marfise in sul veron di fuori;

ma so che nel mio cor feci difesa,

né vezzi ebbero parte né impostori.

Basta, giustizia è stata sempre illesa,

ch'anche Angelin da' gran persecutori

trasse alla fine, e mi convien pur dillo,

d'un voto, ma custode del sigillo.

7

Credo però anterior fosse una patta:

Turpin dubbioso lascia questo fatto.

Marfisa pel furor fu quasi matta:

si chiuse nel zendale, e di soppiatto

tra gente e gente va fuggendo ratta.

Ipalca l'ha perduta qualche tratto.

Questo laudando il nome di Maria,

e l'altra bestemmiando andaron via.

8

Ganellon traditor per mano prese

Filinor, col baston dall'altra mano.

Va via pronosticando che il paese

presto verria in poter dell'Alcorano.

--Le veritá a' miei giorni erano intese--

diceva:--il buon pensar ito è lontano.

Confida in Cristo, caro figlio mio:

non sbigottir, ché ognun provede Dio.--

9

Il conte Orlando e Dodone e Rinaldo,

che la sinceritá non han perduta,

uscir dal parlamento ognuno caldo:

corrono ad Angelin, che gli saluta.

Dicean:--Quell'impostore, quel ribaldo

di Gano, a questa volta l'ha perduta;--

e il povero Angelin vanno abbracciando.

Piangea per l'allegrezza il conte Orlando.

10

Con bella grazia alcuni paladini

diceano ad Angelino:--Io t'ho voluto;--

ed alle figlie sue faceano inchini,

narrando il lor buon core per minuto.

Angelin gli ringrazia oltre a' confini,

dicendo:--Se m'avete conosciuto

buon custode al sigillo, anche si vuole

ch'io via conduca queste mie figliuole.

11

Dodone, udendo, disse ad Angelino:

--Perdio! meglio a' tuoi giorni non dicesti:

menale in casa e chiudi l'usciolino;

ogni buon core in ciarle di fuor resti.

Costoro attaccherebbono l'uncino

con mille falsitá, mille pretesti,

e l'ospitalitá saria tradita

con l'amicizia in bocca piú forbita.--

12

S'accrebbero le risa, e i spiritosi

piantaron prestamente la questione

con testi e passi di scrittor viziosi,

che avean spregiudicate le persone;

e provar s'ingegnavano furiosi

che parlava da stolido Dodone,

ché l'ospitalitá non s'offendea

con quelle cose ch'egli s'intendea.

13

--Andate a disputar queste dottrine

--dicea Dodon--con le vostre sorelle.

Conduci via, Angelin, queste meschine,

ché le question divengon troppo belle.--

Rinaldo a que' discorsi pose fine;

e accompagnate a casa le donzelle,

in una malvagía, per la salute

d'Angelin, sei guastade ha poi compiute.

14

Fu bella cosa il vedere i votanti,

ch'eran dugento al parlamento stati:

novantanove certo poco avanti

contrari ad Angelino erano andati;

pur van tutti dugento allegri, ansanti,

a casa del meschin che gli ha accettati;

e ognuno si rallegra e ride e balla

e giura:--Io t'ho voluto con la palla.--

15

Tanto che se Angelin saper volea

chi gli avesse il suo voto o tolto o dato,

per miglior segno solamente avea

a conoscer colui che l'ha burlato,

che quel s'affaticava e s'accendea

per farsi creder molto affaccendato.

La troppa affettazione ed il giurare

faceva del contrario dubitare.

16

Oh quanti alle miserie del meschino

negato avean due scudi poco pria,

d'impuntuale il povero Angelino

accusando e di poca economia!

Venuti or sono a dirgli:--Io mi t'inchino:

sento un piacer che, per l'anima mia,

sono per impazzare: giá tu sai,

quanto ben t'ho voluto sempremai.--

17

Frattanto Gano col cervel mulina

come potesse risarcire il danno

delle cere consunte la mattina

e dell'util perduto in capo all'anno;

e tanto e tanto un suo pensier raffina

sopra un certo tranello, un certo inganno,

che finalmente gli piaceva molto,

e a visitar Marfisa si fu vòlto.

18

Trovolla col zendale ancora in testa,

ch'era sopra una scranna in sfinimento.

Ipalca l'assa fetida le appresta

e le fa crocioni sotto il mento.

Col fumo della carta la molesta,

e con una raccolta le fa vento.

Mise un gran mugghio alfin la disperata,

traendo calci come spiritata.

19

Gli occhi tien chiusi e spinge il petto in fuori,

torce la bocca ed ha chiavati i denti,

strappa ciò ch'ella piglia, e merli e fiori;

non sa se donne o uomin sien presenti,

né qual atto l'onori o disonori,

ché trae le lacche e l'alza, occhi veggenti;

or si rannicchia ed or si stende in fretta.

si torce, s'aggomitola e gambetta.

20

Sei damigelle le tenean le braccia:

Marfisa tutte quante le rintuzza.

Chi l'imbusto di dietro le dilaccia,

chi di molt'acqua nella fronte spruzza.

Ipalca era graffiata, meschinaccia,

le mani, e piange e le ciglia strabuzza;

e perch'è giunto Gano, si dispera

a ricoprirle il sen che scoperto era.

21

Quel tristo ipocriton del conte Gano

disse:--Un effetto isterico gli è questo.

Le porrò sopra il seno una mia mano:

poiché son maschio, ella guarisce presto.--

E giá stendea la man quel luterano

con gli occhi chiusi ed un visino onesto;

ma volle il caso che Marfisa a un tratto

rinvenne, e Gan rimane a mezzo l'atto.

22

Tornata in sé la dama a poco a poco,

languidetta s'andava rassettando;

veduto Gano, il viso fe' di foco,

e che partan le dame dá comando.

Poi disse al conte:--Che di' tu, dappoco?

in capo ci ha cacato il conte Orlando.

Ch'è del guascon? non ebbi in vita mia

tal dolor, per la Vergine Maria.--

23

Gano a quel detto ha la testa inchinata,

e si fece la croce e aggiunse tosto:

--Laudata sempre e non mai bestemmiata.

Voi potete ben credere--ha risposto--

che per me indifferente non sia stata

questa faccenda. Io sperava all'opposto;

ma le cose avvenute, o bene o male,

arcani son del giudice immortale.

24

E' mi dispiace sol che il giovinetto

di tanto merto impiego alcun non abbia;

ma pregherò Gesú mio benedetto

che in pazienza ei soffra e non in rabbia.

--S'altro unguento non hai nel bossoletto

--disse Marfisa,--tu mi par da gabbia;

e' si vuol ben pensar ch'egli abbia stato

un uom che non ha pari e nobil nato.--

25

Rispose Gano:--Un posto oggi è vacante

di cavalier di camera al re Carlo,

ch'è di trecento e piú zecchin fruttante

il mese; e so ben io come vi parlo.

Ma v'è di mezzo non so qual brigante,

senza di cui non si può guadagnarlo;

certa persona incognita v'è sotto,

per seimila zecchini in un borsotto.

26

Io non n'ho che tremila e gli sacrifico,

ma per gli altri tremila non ho modo.--

Disse Marfisa:--Assai di te m'edifico,

ma per gli altri tremila è duro il chiodo.

Fammi parlare al mezzo, e mi certifico

ch'io ridurrollo vizzo, s'egli è sodo:

saprò toccar le corde e tôrre il vento

per far che de' tremila sia contento.

27

--Per meno di seimila non sperate,

né la persona palesar vi posso

--diceva Gan;--ma se i tremila date,

noi vedrem tosto Filinor riscosso.

--Io non so--dicea l'altra--se sappiate

che in questa casa non dispongo un grosso,

e c'ho un fratello e una cognata intorno,

che ascoltan prieghi come il ciel del forno--

28

Risponde Gan:--Se voi saprete fare,

il marchese Terigi è buon cristiano;

io so che gli farete fuor schizzare,

ché a lui son come un soldo al gran soldano.--

Gridò Marfisa:--Oh poffare! oh poffare!

si vede ben che sei l'antico Gano.

Di Filinor Terigi è in gelosia.

Questo mi basta. Io t'ho inteso. Va' via.--

29

Gano levossi, e:--Il ciel vi benedica,

vi lascio con la grazia del Signore--

disse partendo. Or converrá ch'io dica

del marchese Terigi senza core,

che tra il martello e l'amor per l'amica

se gli era liquefatto in un favore.

Dopo la notte della ricreazione

era smagrato trenta libbre buone.

30

S'egli era a mensa, a mezzo non mangiava;

s'egli era a letto, non dormiva un'ora:

ansava, si lagnava, sospirava;

gran pianto gli occhi tondi caccian fuora.

Una bocca facea, che somigliava

le denonzie secrete e peggio ancora;

talor da sé facea qualche lamento,

come gli permetteva il suo talento.

31

--Gran crudeltá, gran cor, gran tirannia

--dicea--dell'illustrissima Marfisa!

Chi l'avria detto mai? Gesú! Maria!

a un uom com'io son fatto, in questa guisa?

per un bardasso, ch'io non so chi sia,

che fe' Parigi scoppiar dalle risa,

giugnendo di Guascogna con la rozza

e con quel suo staffiere e la carrozza!

32

Io nella stalla ho sessanta corsieri,

svimèr, landò, carrozze, venti legni

d'intaglio e d'oro con belli origlieri,

fodere di velluti ricchi e degni.

Otto lacchè, trentacinque staffieri,

possessioni, castella e quasi regni;

e posso, per la grazia del Signore,

pisciare in letto e dir che fu sudore.

33

Non son sí brutto poi della persona,

quando un ricco vestito in dosso metto,

e quando ho una parrucca in testa buona

e un manichin di merlo che sia netto.

lo so che, quando alcuno mi ragiona,

sta sempre in riverenze e gran rispetto.

Ma che mi giovan tante belle scene,

se la Marfisa non mi vuol piú bene?--

34

Cosí dicendo, si metteva a urlare

come un fanciul che al culo abbia un cavallo.

Prete Gualtier lo corre a confortare,

gridando:--Voi parete un pappagallo.

Qui non vi convien piangere e gridare:

cotesto amore alfin convien lasciallo.

Di troppo offeso siete: io vi consiglio

a lacerar la scritta dal periglio.

35

Non vi tirate in casa quel demonio:

di non volerlo gran ragione avete.

Se passate con quello in matrimonio,

perdio, marchese, rovinato siete.

E un diavol che non teme sant'Antonio;

ed io nol scaccerò, benché son prete.

Liberatevi tosto dall'impegno,

o fuggo via, da sacerdote indegno.

36

--Per caritá, Gualtier, non mi fuggire,

--disse Terigi;--tu di' bene assai.

Io voglio andare a quel dimonio, e dire

e far quel che non credi e che udirai.

La mia ragion saprò farla sentire:

lacererò la scritta, lo vedrai;

e poiché avrò esaltato il mio gran merito,

voglio voltarle tanto di preterito.--

37

Cosí detto, Terigi indosso mette

il piú ricco vestito ch'egli avesse.

Dimenando le sue corte gambette,

va via che par che il vento lo spignesse.

--La regina vo' far delle vendette,

né baderò a menzogne né a promesse,--

giva dicendo, e gli occhi tondi tira:

giunse a Marfisa che sembrava l'ira.

38

Eran scorsi otto giorni dalla sera

della conversazion che v'ho narrata,

che pe' disgusti ritirato s'era

Terigi e non l'avea piú visitata.

Marfisa lo guardò d'una maniera

la piú bizzarra che fosse inventata,

e non gli ha dato campo a parlar prima,

ma lo rimproverò di poca stima.

39

--Meritereste--disse--che l'amore

c'ho per voi se n'andasse alle calcagna.

Mi lasciaste otto giorni contar l'ore,

come s'io fossi qualche vostra cagna.

O un asin siete, o non avete core,

o un core avete fatto di lasagna.

In parola d'onor, meritereste

le corna, ancor che mille capi aveste.

40

A questo modo si trattan le spose!

senza creanza, rozzo villanzone!

Da dama, paion cose fabulose,

da farvi sú capitolo o canzone.

Fatemi un'altra ancor di queste cose,

perdio! non vi varrá star ginocchione.--

Il marchese rimase stupefatto

e pareva briaco, anzi pur matto.

41

E cominciò:--Illustrissima...--ma quella

non gli lasciava dire una parola.

Ei ripiglia:--Illustrissima...--e pur ella

gli va serrando le sillabe in gola.

--Tacete lá--gridava, e pur martella

che non dovea lasciarla un giorno sola,

e che una sposa, sviscerata amante,

si tratta meglio, e chiamalo forfante.

42

E perch'ei pur l'«illustrissima» intuona,

ella ebbe finta alcuna lagrimetta.

Terigi allora a un pianto s'abbandona

con una bocca quasi di berretta,

dicendole:--Illustrissima padrona,

per l'amor di Gesú, datemi retta.

Io vi chiedo perdon, ma...--Dopo questo

gl'impedieno i singhiozzi il dire il resto.

43

La dama lo scusò per quella volta;

il resto non lo volle piú sapere.

--La vostra villania resti sepolta:

siate per l'avvenir piú cavaliere.--

Cosí diceva, e Terigi l'ascolta,

e non sapeva parlar né tacere.

Marfisa pur lo guarda e ha replicato:

--Sí, vi perdono; sí, v'ho perdonato.

44

Anzi, perché un bel pegno tosto abbiate

dell'amor mio, della mia confidenza,

vo' che tremila zecchin d'òr mi diate,

ché supplir deggio a certa mia occorrenza.

A un tal segno d'amor vi rallegrate:

speditemeli tosto in diligenza;

ma in avvenir non fate malegrazie,

perch'io non vi farò sí belle grazie.--

45

A sí gran colpo il marchese novello,

che nell'interno è gabelliere ancora,

sentissi gran rivolta nel cervello,

pulsare il cor che gli balzava fuora.

La soggezion, l'amore in un fardello

coll'interesse, e il dubbio lo scolora,

ché lo sborsar tremila zecchin d'oro

non gli sembrava picciolo lavoro.

46

Volea dir sí, volea dir no, volea

promettere e mancar: va ruminando.

Gran pagamenti fatti ch'egli avea,

riscossion dure andava balbettando.

Sorridendo Marfisa soggiugnea:

--O vile, o pidocchioso, o miserando!

voi mi movete il vomito, da dama;

non dite piú, questo parlar v'infama.

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C'è Filinor guascon, che, benché paia

un poveruomo, ha in cor de' gran luigi;

e basterá ch'io mandi una ghiandaia,

ché gli fo grazia a chiedergli servigi.

Credei farvi finezza, allocco, baia,

cavalier delle fogne di Parigi!

Or vo' farvi veder come un signore

tratta le dame che gli fanno onore.--

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Cosí detto, s'appressa al calamaio

fingendo dissegnare un suo viglietto.

Non dimandar se Terigi fu gaio

o se fu per morirsi di dispetto.

Avrebbe dato il cuore, non che il saio,

piuttosto ch'ella scriva al giovinetto:

non pensa s'ella dica bene o male,

ma l'ammazza il viglietto al suo rivale.

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La Marfisa bizzarra · 第 7 / 17 段