era comparso ad adular le dame,
per tener quanto puote il mondo amico
al suo teatro comico di strame.
Con grand'inchin va piegando il bellíco,
baciando lembi e mani alle madame,
e goffamente si studia e procura
pingersi un uom di gran letteratura.
115
Far non avea potuto la raccolta,
come dicemmo, e tanto avea seccato
il marchese, che alfin pur fece còlta,
ed una serenata avea formato,
che, per farla cantare, aveva tolta
Terigi quella sera a buon mercato:
donde a Marco Matteo par esser sopra.
Marco era quivi a criticar quell'opra.
116
La contessa d'Olanda avea veduto
giunger quell'Ansuigi negligente;
e benché prima ella avea mantenuto
che non si de' badar nulla al servente,
l'ha salutato con sí gran saluto
e con occhio e con viso sí rovente,
ch'ognun s'avvide non avea semenza
della sua millantata indifferenza.
117
Dodone dalla mazza, detto «il santo»,
era venuto, e guardava ogni cosa
stando a un tavolier solo da un canto,
facendo vista di fiutar la rosa.
Talor da sé si divertiva alquanto
con un mazzo di carte che qui posa.
Scartava, e allor che un undeci è apparito,
l'univa, fin che il mazzo era finito.
118
Alcuni abati ed alcuni giuristi
facean presso a lui disputazione
sopra a' beni di Chiesa e agli acquisti
che lascia a' frati chi in morte dispone;
perocché a tutti i chierici e a' casisti
ed a chi vive di contemplazione
aveva il parlamento ordine dato
di vendere ogni bene ereditato.
119
Parean gli abati tanti satanassi
a sostener che ciò non si potea,
e trovan testi, annotazioni e passi
della legge cristiana e dell'ebrea,
che tai decreti annullano e fan cassi.
--Il ben di Chiesa--ogni abate dicea--
è di iure divin, né può il mortale
abolire una legge celestiale.--
120
Avean fatto a Dodon tanto di testa;
sicché alla fine, a que' giuristi vòlto,
disse:--Voi siete gente poco onesta.
Cotesti abati, per quanto ho raccolto,
hanno ragion patente, manifesta,
ed han nel mezzo al vero punto còlto:
son di iure divino i beni c'hanno;
ve lo dice il buon uso che ne fanno.
121
I refettori, le taverne, i chiassi
fanno testimonianze chiare e piane.
Le mense de' cattolici papassi,
e certe mantenute pie cristiane
dicon qual uso saggio ed util fassi
da' collar, da' cappucci, dalle lane,
de' ben che sono di iure divino,
per quanto scrisse il padre Magnolino.--
122
Fu dalle risa tronca la questione.
Quegli abati Dodon miraron guercio,
e si partiron con dimostrazione
di non voler con atei commercio.
Bolle in un canto la conversazione
intorno al far rifiorire il commercio
ed al rinvigorir agricolture,
cogli esempi del Congo e le misure.
123
Le cose tutte andavano a pennello
per l'attenzion del prete don Gualtieri,
che in veste lunga e col suo gran cappello
provvede agli orinali e a' candelieri.
Finito avea di perdere il cervello
quasi Terigi e par che si disperi;
ch'ogni vecchia, ogni storpia in sala arriva,
né sa se la Marfisa è morta o viva.
124
Ognun assalta, a ognun chiede, ognun secca,
e vuol per forza che l'abbia veduta.
Talor borbotta e batte l'anche, e pecca
nel pensare al perché non sia venuta.
Lacchè spedisce, e rintuzza, e rimbecca
ch'ogni risposta è tarda e oscura suta,
perché Rugger come un matto ha risposto:
--Ella verrá, se Dio l'avrá disposto.--
125
Non è da dir se Terigi s'affanna.
Con don Gualtier si chiudeva a consiglio.
--Che di' tu, prete?--dicea sulla scranna.
Risponde il prete:--Assai mi maraviglio.
O ella vuol tenervi per la canna;
vi sarete scoperto un gran coniglio:
o qualche sgarbo usato le averete,
perché talor molto civil non siete.--
126
Disse Terigi:--Gualtier, no, perdio,
sempre dell'«illustrissima» le ho dato,
e sono stato attento. Gesú mio,
voi sapete in qual modo ho pur trattato!--
E cominciava di lagrime un rio,
e a fare un ceffo molto difformato.
Don Gualtier lo consola e lo conforta,
dicendo:--Ella fia forse in sulla porta.
127
Usciam di qua, tenete sodo il viso,
perocché noi farem la scena grande;
statevi ritto, talor fate un riso,
fingete il dilleggino alle dimande.--
Piacque al marchese del prete l'avviso:
rasciuga il pianto da tutte le bande;
ma gli occhi tondi aveva tanto rossi
e gonfi che parevano percossi,
128
tanto che ognun s'avvedeva del fatto.
Il discorso è per tutto universale:
che Marfisa non giunga è stupefatto
ciascuno, e si sentiva:--Oh male! oh male!--
Non era l'accidente però stratto
quanto diceasi e fuor del naturale.
Ma sufficiente, anzi opportuno assai,
per terminar un canto io lo trovai.
FINE DEL CANTO QUINTO
CANTO SESTO
ARGOMENTO.
Col suo guascon alla conversazione
giunge Marfisa, e per la concorrenza
di custode al sigillo uffizi espone
per Filinor con vezzi ed insistenza.
Angelin di Bellanda anche persone
ha, che chiedon per lui palle e assistenza.
Ardono i due partiti ed al cimento
si chiudono i votanti al parlamento.
1
Lettor mio, se tu sei qualche soldato,
amator degli antichi romanzieri,
il tardar di Marfisa avrai pensato
forse per arme o casi orrendi e fieri.
Se tu se' ipocondriaco, immaginato
averai febbri, coliche e cristeri.
Se prete o frate all'antica e de' buoni,
ritardi per rosari ed orazioni.
2
Se donna, acconciar nuovo di capelli,
disposizion di fiori con dottrina.
Dovresti dar nel segno piú di quelli;
ma pur non posso dir tu sia indovina.
Se ti ricordi i costumi novelli,
la bizzarria di quella cervellina,
dirai che la trattien, piú ch'altra cosa,
qualche avventura fresca ed amorosa.
3
Quel Filinor di Guascogna nel core
l'era rimasto fitto e ribadito,
e la conversazion scacciata ha fuore
di quel buon uom Terigi, suo marito.
--V'andrò--diss'ella--ma senza furore;--
e fermo aveva e preso per partito
di non andarvi risolutamente
senza quel nuovo cavalier servente.
4
--Io m'annoio--dicea--fuor di misura
senza un uomo di spirito al mio fianco,
perocché Dio m'ha data una natura,
che il nero sa discernere dal bianco.
Io ho d'intorno una certa mistura
di cavalier, co' quali io svengo, io manco,
con certi magri detti e certi sali,
che desterien gli effetti matricali.
5
Non c'è rimedio, caso o forma o via,
ch'io possa sofferir cotesti allocchi,
o sia ch'io non gl'intenda, o vero sia
che non intendan essi ciò ch'io tocchi.
Altro non c'è che la prudenza mia,
talor, che mi trattenga, e non trabocchi
e non gli mandi con le mostacciate
a intrattener le monache alle grate.--
6
Avea Marfisa una sua cameriera
molto fedele alle cose importanti,
che portava le lettere la sera,
dicendo il _Miserere_, a' suoi galanti.
Ipalca ha nome, e talor si dispera,
perché i viaggi eran lunghi e pesanti.
A questa un vigliettin diede, e mandava
a Filinoro a dir che l'aspettava;
7
che non partia per la conversazione,
se non venía, ché molto ad esso inclina.
Ipalca in testa a rovescio si pone
una sua cottardita, e via cammina.
Giunse assai tardi a casa Ganellone,
che va dicendo la _Salve Regina_,
e a tutti gli altarini che ha trovati,
due _Credi_ ginocchioni ha recitati.
8
Giunta a Gano, dimanda il forestiere,
e il vigliettino gli metteva in mano.
--Per l'amor di Maria--dicea,--messere,
venite via, se siete buon cristiano.--
Filinor lesse ed ebbe un gran piacere,
e disse:--Io vengo;--e prima volle a Gano
la carta e l'avventura far palese,
per non disalvear dal Maganzese.
9
Ganellon traditor (che in suo segreto
era peggior del vaso di Pandora,
ed a' scandali sempre andava dreto,
come la gatta al lardo ch'assapora)
Ruggero odiava, e avea posto divieto
a matrimoni di Marfisa ancora.
Vide che in Filinoro gli ritorna
occasion da tirar fuor le corna.
10
E disse:--Figlio, questa illustre dama
sorella di Rugger, detta Marfisa,
vien maritata a un uom di poca fama,
a un gabelliere, a un marchese da risa.
L'avarizia «prudenza» oggi si chiama,
e maritaggi forma di tal guisa;
però se tu potessi farla tua,
opreresti de' beni a un tratto dua.
11
Non dir ch'io t'abbia consigliato a questo;
ma corri giostra e tenta la fortuna.
Il fin di matrimonio è oggetto onesto;
rimorso io non mi sento in parte alcuna.
Nella tua concorrenza sia ben desto
ch'ella può tutto ed è molto opportuna:
però se memoriali a lei darai,
trenta pallotte certe conterai.--
12
Filinor, che c'è dato, non dimanda:
verso Marfisa con Ipalca trotta.
Ma tra l'andar dall'una all'altra banda,
e il pigolar per via della marmotta,
e il consigliar e il chieder:--Chi ti manda?--
e mille brighe che accadon talotta;
tre ore eran di notte, e ancor non era
giunto il putto, e Marfisa si dispera.
13
Ruggero avea mandato sette volte,
e Bradamante, a dir ch'ella si mova.
Marfisa delle scuse addotte ha molte,
e finalmente scusa piú non trova.
Don Guottibuossi a far s'aveva tolte
quelle ambasciate, e ritorna e non cova.
Marfisa, irata, alfin disse:--Ser prete,
io v'ho, con chi vi manda, ove sapete.
14
Attendo un cavaliero di Guascogna;
la mia parola esser de' mantenuta.
S'egli non vien, seccar non vi bisogna,
perocch'io sono in questo risoluta.--
Ecco Rugger, che chiede se ella sogna,
ché la quinta staffetta era venuta,
e disse:--Io non so piú cosa rispondere:
voi fareste un esercito confondere.--
15
Disse Marfisa in ironico modo,
con un dileggio e un strano risolino:
--Signor fratello, perdio che vi godo,
se voi pensate farmi il paladino.
Ite in malora; per me fitto ho il chiodo.
Vel dirò in greco, in volgare e in latino,
che porrò il piede fuor di questa soglia,
quando parrammi e quando n'avrò voglia.--
16
Dicea Ruggero:--O Dio, cara sorella,
voi volete far scene sempremai.
Sapete giá che una sposa novella
senza parenti al sposo non va mai.
Voi volete spezzar la campanella
anche a questo contratto, che accordai
con un'antipatia particolare,
siccome vi dovete ricordare.--
17
Marfisa disse:--Basta, non parliamo;
ciò che vidi a che vedo non s'accorda:
di grazia, a razzolare non andiamo;
non son, come credete, e cieca e sorda.
D'accordo solamente rimaniamo
ch'ir voglio e stare, e che non soffro corda,
e sola e accompagnata, ovunque io vada,
e, s'ho voglia, anche ignuda per la strada.--
18
Questi, sentendo il garbuglio toccato
del matrimonio e della trama il vero,
fece un atto d'un uomo disperato.
Volse le spalle e andossene leggero;
e a questo passo al lacchè, che ha mandato
l'ultima volta Terigi a Ruggero,
fuor di se stesso e in furia avea risposto:
--Ella verrá, se Dio l'avrá disposto.--
19
Con Bradamante radunate sono
parecchie dame ad aspettar la sposa.
Questo ritardo lor non parea buono:
ognuna prediceva qualche cosa;
e fanno un mormorare in semituono
ch'avrebbe screditata santa Rosa,
sempre commiserando tuttavia
Bradamante e Rugger che le sentia.
20
Era tanto stizzita Bradamante,
che mostra in viso e sulle labbra il fele.
Per quella via scorgeva esser infrante
del maritaggio l'ancore e le vele,
e pel ritardo si vedea davante
strugger miseramente le candele;
donde ha l'alma nel sen sí combattuta,
che tira gli occhi solo e si sta muta.
21
Come a Dio piacque, Filinoro è giunto
con vestimenti molto corredati;
poiché Gan, che vedea le cose appunto,
fece che Baldovin glieli ha prestati.
Mai non si vide giovin meglio in punto
infra i moderni ricchi innamorati:
pareva il dio d'amor de' piú puliti:
aggiungi la bellezza a' suoi vestiti.
22
Il complimento, che a Marfisa fece,
d'una facondia è tal, d'un'eloquenza,
da vincer non un cor ma sette e diece.
Marfisa non è un'oca a tale scienza,
e con una bravura soddisfece
e con un tratto e con una presenza,
e fece una risposta d'una guisa...
ma che? basti a saper ch'era Marfisa.
23
Filinor le diceva quell'idea
di concorrer custode del sigillo.
--Io sono un cavaliere--le dicea--
in questi fatti timido e pupillo;
esule, posso dir, siccome Enea,
ma d'una nobiltá, permesso è il dillo,
che la casa Chiarmonte è una capanna,
alla mia a petto, e un casolar di canna.
24
Io son del gran casato di Vesuvio.
La mia modestia, so, troppo s'avanza;
ma vi potrei mostrar che pel diluvio,
siccome gli altri, non ebbe mancanza.
Ennio lodollo e l'esaltò Pacuvio.
Non uso tradizion, ché me n'avanza;
ma la ruota del mondo che s'aggira,
ier facea rider tal, ch'oggi sospira.
25
Voi giá vedete ognor, dama gentile
e spiritosa e senza pregiudizio,
che s'allontana alcuno dal badile,
e sale al trono ad un reale uffizio;
e talun ch'era al trono è fatto vile.
Né della sorte si può dar giudizio;
sapete come i pittor la dipingono:
che gira a tutti i soffi che la spingono.--
26
E detto questo, a Ipalca si volgea,
che un rotolo di carta in man portava
lungo sei braccia, ch'ei dato le avea
a tenere, e sul spazzo il sciorinava.
--Io non son menzogner, dama--dicea
Filinor a Marfisa, che guardava
l'albero suo, ch'ei distendendo gía,
e pareva un lenzuolo di Golia.
27
Veggendo in un cantone una bacchetta,
lesto la prende e comincia additare.
--Mirate, dama, il mio stipite in vetta--
diceva, e Adamo faceva osservare;
e va pur dietro alla sua linea retta
gran monarchi e regine a nominare.
Non era giunto a un quarto della carta;
Marfisa disse:--E' convien pur ch'io parta.
28
Io sono persuasa, state certo,
della nobiltá vostra risplendente.
Non mancherò d'uffizi; il vostro merto
è tal che avanza ogni altro concorrente.
--Troppo n'avete, signora, sofferto--
disse, e raccolse l'alber prestamente:
poscia le diede memorial parecchi,
i quai cosí suonavano agli orecchi:
29
«A custodire il sigillo reale
concorre Filinoro, di Guascogna
suddito, e d'una nobiltá cotale,
che per la brevitá dir non bisogna.
Si prostra al parlamento liberale
nelle sventure sue senza vergogna,
e pe' suoi merti e la famiglia vetera
attende tutti i voti. Grazia, eccetera».
30
Qui furono attaccate le carrozze
per andar di Terigi alla magione;
e del veleno, chi n'ha, se lo ingozze:
Marfisa volle seco quel garzone.
Cercarono i cocchier le vie piú mozze
per giunger presto alla conversazione.
Tosto il marchese uno stafiere avvisa,
gridando:--È qui Marfisa, è qui Marfisa.--
31
Terigi è quasi fuor de' sentimenti:
giú delle scale va precipitando.
Don Gualtieri comanda agli strumenti
che accettino Marfisa alto suonando;
ed un rumor, che fe' tremare i venti,
feciono i suonatori a quel comando,
con una marcia di timpani e corni
ed obuè piú dotti de' contorni.
32
I musici castrati e que' da razza
incominciaron poi la serenata.
Turba non s'udí mai cotanto pazza,
di voce fastidiosa e sgangherata.
Matteo poeta è per tutto, e schiamazza
perché la poesia fosse lodata.
Pareva scritta dal fine al principio,
siccome l'orazion di sant'Alipio.
33
E cominciava: «O vergin, vergin bella,
estro e natura canora e sonora».
Marco poeta a rider si smascella,
e critica ogni detto che vien fuora.
I paladini eran divisi a quella:
chi dice bene e chi la disonora.
Dodone ne traeva un suo piacere,
e va chiedendo a tutti il lor parere.
34
Ed a chi dicea bene, ei dicea male;
ed a chi dicea male, ei dicea bene.
Qualche argomento va facendo tale,
che i paladin gli voltavan le rene;
né del ben né del mal Dodon gioviale
potea trovar ragion come conviene,
ché i paladin faceano i ciarlatani
solo per parer dotti e partigiani.
35
Contro Dodone irati, imbestialiti,
vorrien sbranarlo vivo con le zampe.
Dodone alcuni versi avea finiti
pel maritaggio, e pronti per le stampe,
che correggean que' vati fuorusciti.
I parigin non voglion che gli stampe,
e vanno minacciando i revisori,
ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori.
36
Dodone aveva anch'esso dalla sua
alcuni paladin, ch'era giustizia.
Marco e Matteo va tenendo nel dua,
e ride sempre della lor malizia,
dicendo:--Io vo' del bene a tuttidua,
e non intendo partir l'amicizia,
ma dir, fin che avrò fiato e sarò morto,
che nelle lor scritture hanno un gran torto.--
37
Terigi aveva fatto alla sua sposa
un complimento a memoria apparato.
Marfisa se gli mostra imperiosa,
e tira dritto e appena l'ha guardato.
Rimase come stolto a questa cosa,
e le va dietro assai mortificato,
ché non sapeva accordar nella mente
la ragion del contegno per niente.
38
Non sa che la bizzarra avea previsto
che il nuovo oggetto spiacer gli dovea,
e però, come femmina, provisto
quella sostenutezza ch'io dicea
perché negl'intestin l'aveva visto
cotto e spolpato d'essa; onde scorgea
che il rimedio piú bel perch'ei stia muto,
era un contegno serio e pettoruto.
39
Senza riguardo alcun quella sleale
comincia a far uffizi pel guascone,
dicendo ch'era un uomo principale
e che se gli doveva far ragione;
e dona a ciascheduno un memoriale,
a que' che sono alla conversazione:
ché c'eran de' votanti al parlamento,
tra cavalieri e paladin, ben cento.
40
Non v'è donna bizzarra che non abbia
forza ne' cuor degli uomini votanti.
Marfisa ne tenea nella sua gabbia
con certe grazie e lazzi non so quanti.
Non dimandar se Terigi s'arrabbia,
veggendo ch'essa cercava gli amanti
con scherzetti, lusinghe e sguardi ed atti
da far mille Caton diventar matti.
41
Ma sopra tutto gli dilania il core
il veder che gli uffizi son diretti
in pro d'un frasca, suo nuovo amadore,
che sembra giunto a fargli de' dispetti.
Di padron divenuto è servitore,
perocché Filinor par si diletti
a voltargli le schiene e a dargli retta
come se fosse un birro od un trombetta.
42
Quand'egli ebbe sofferto un'ora buona
vezzi, lusinghe e gran stringer di mani
verso i votanti, e verso la persona
di Filinor sospiri oltramontani,
ad una gran tristezza s'abbandona.
Lascia la sposa in mezzo a' lupi e a' cani:
si pose in un soffá fuor della gente,
gonfio, ingrognato e stava sonnolente.
43
Bradamante, Rugger, don Guottibuossi
non è da dir se del caso hanno tedio;
ma stanno cheti, trasognati e goffi,
perocch'era impossibil il rimedio.
E molto amari ed aspri son gl'ingoffi
di quegli uffizi nuovi e dell'assedio
ad Angelino di Bellanda, solo
concorrente al sigillo e buon figliuolo.
44
Angelin di Bellanda è un cavaliere
privo d'un occhio in battaglia perduto;
monco ha il sinistro braccio, ed il brachiere
porta, delle fatiche per tributo.
Di Carlo avea servito alle bandiere
ne' tempi andati, e gran sangue ha perduto.
Avea moglie e famiglia tanto grande,
che Turpin scrive: «E' si vivea di ghiande».
45
Perocch'era Angelin povero in canna
e di poder n'aveva pochi al sole;
oltre di che, sopra quelli una manna
cadeva ogni anno di secche e gragnuole.
Angelin sofferente non s'affanna,
e dicea:--Dio può tutto e cosí vuole.
_Dominus dedit_, date ha le ricolte:
_Dominus abstulit_, Dio ce l'ha tolte.--
46
Aveva cinquant'anni di penuria
provata in guerra; e venuta la pace,
monco, rotto e monocol, nella curia
l'avea partita a un piato pertinace.
Pel cangiar de' costumi la sua furia
Fortuna contro a quel, come a Dio piace,
cambia modo d'offesa ed arte e ingegno,
ma giammai d'un riposo egli fu degno.
47
Ora credea del sigillo l'incarco,
al quale è solo e non avea confronto,
potesse dargli, vivendo assai parco,
modo a' suoi creditor di dare a sconto;
e un dí, restando di debiti scarco,
di fare acquisti, o la dote a buon conto
per quattro figlie, che non vanno a messa
perché aveano la veste orrida e fessa.
48
Era in casa a Terigi quel meschino;
e sentendo del nuovo concorrente,
alzò una mano al cielo e il moncherino,
e disse:--O Cristo, o Cristo onnipossente!
Poffare il ciel sacrosanto e divino,
che m'abbia a intervenir quest'accidente!--
Orlando vide, che di lá passava,
e gridò:--Che di' tu, conte di Brava?--
49
Orlando avea sentito quel maneggio,
e per la rabbia stralunava gli occhi,
perocch'era un uom giusto, e disse:--Io veggio,
caro Angelin, che il mal passa i ginocchi,
ed ogni giorno va di peggio in peggio
il mondo, e il buon costume a spicchi e a rocchi.
Non ho piú lingua omai, non ho piú fiato:
priego invan, grido invan; son disperato.--
50
Dicea quel di Bellanda:--Amico Orlando,
quest'occhio cieco, questo monco braccio,
quest'incurabil ernia raccomando,
e il mendicume, mio perpetuo laccio.
Se tu sapessi com'io vo passando
i giorni, e tu vedessi il mio primaccio,
le sedie, il desco e la cucina mia,
perdio! morresti di malinconia.
51
Legna non ho per cuocer le minestre:
son arsi le architravi e le cornici.
Quelle, ch'eran cortine alle finestre,
son or camicie a' miei figli infelici.
Coltrici, drappi e fino alle canestre
son ite al ghetto, pegno a quegli amici;
altro non ho che miserie ed affanni
e lo sperar che Dio mi tronchi gli anni.--
52
Mentre Angelin piangendo il capo gratta,
Orlando irato a sé chiama Ruggero,
e disse:--Tua sorella mi par matta:
che caso è questo e che nuovo pensiero?
chi è colui che di concorrer tratta
in competenza a questo cavaliero?
Tu doveresti saper ben la storia,
ma tu mi sembri fuor della memoria.--
53
Disse Rugger:--Per quel sacro battesimo
c'hai sulla testa, non mi chieder questo.
Io non so piú che sia di me medesimo:
darei pugna, frugoni e calci al vento.
Se sia del paganesmo o cristianesimo
colui, nol so; vederlo vorrei spento:
io ardo, io scoppio; è matta mia sorella;
non ho piú capo, non ho piú cervella.--
54
Detto cosí, sbuffando come un toro,
volse le spalle e si trasse da un canto.
Marfisa seguitava il suo lavoro,
e porse un memoriale a Dodon santo.
Dodone il lesse, e disse:--Egli è un tesoro,
e sará ricopiato in un mio canto;
il voto mio però non conterete,
se foste assai piú bella che non siete.--
55
Quella bizzarra intorno a Dodon ciancia,
dicendo:--So che il piacer mi farai.--
Dandogli pizzicotti sulla guancia:
--Con te--dicea--stanotte mi sognai.
Tu sei cortese e paladin di Francia:
io so che il voto certo mi darai.--
Dodon ridendo disse a lei voltato:
--V'accorgerete s'io ve l'avrò dato.
56
--Basta cosí--rispondeva Marfisa,--
giá c'intendiamo,--e facea l'occhiolino;
e va a tentare un altro in nuova guisa,
ché certo ell'era il diavol tentennino.
Dodon sarebbe morto dalle risa;
ma gran compassione ha d'Angelino,
ed avea detto a quel:--Non piú mestizia,
che non è spenta affatto la giustizia.--
57
Giá la ricreazion giva languendo:
la goffa serenata era finita,
Terigi è ottuso e par che stia dormendo,
Bradamante a nascondersi era gita,
Rugger le labbra si stava mordendo,
mezza la gente del palagio è uscita,
e la moderna guerra con le carte
gran danno aveva fatto in ogni parte.
58
Un certo maganzese, Smeriglione,
piú d'ogni altro guerrier si fece onore.
Tagliando ad un gran desco al «faraone»,
disarmato ha ciascun col suo furore.
Sino a Marfisa, andata al paragone,
die' colpi orrendi il crudo feritore;
in due minuti quella disperata
ha Smeriglion svenata e disertata.
59
Finito è il gioco, i danar son perduti;
e tutto il mal del prossimo s'è detto;
gli amor ciarlieri fatti e gli amor muti
s'eran: sicch'ogni cosa era in assetto
per dar la buona notte ed i saluti,
e per farsi la croce ed irsi a letto:
donde chi allegro e chi ingrognato andava
alla sua casa ed i lenzuol trovava.
60
Gan di Maganza quella stessa sera
er'ito a Carlo Magno rimbambito,
e a pro di Filinor d'una maniera
gli avea parlato che l'avea stordito;
perocché Gano è la sua primavera,
le sette trombe ed il prato fiorito.
Se gli avesse parlato san Matteo,
in confronto di Gano era un uom reo.
61
Pensa che il Maganzese non soggiorna:
a Namo avaro er'ito anche a parlare.
--Prometti il voto--dice,--e non s'aggiorna
che il tal util negozio ti fo fare.--
Picchia ad Avino, ad Avolio ritorna,
a Berlinghieri, a Otton torna a picchiare.
--O voi mi date il voto a parlamento
--diceva,--o ciaschedun farò scontento.
62
Que' debitacci vostri, che a' mercanti
prometteste pagar, defunto Namo,
li saprá vostro padre tutti quanti;
vi fo diseredar per quanto io v'amo.
Datemi il voto, e giuro a tutti i santi,
putti, non ci sará verun richiamo,
anzi a qualche bisogno in cortesia
forse farovvi alcuna piegeria.--
63
Ad alcuni prelati, che avean voto
nel parlamento, con arcani è addosso,
e fa nella politica il piloto
per far loro ottenere il cappel rosso.
--Grazie a Dio, nessun colpo a me fu vuoto--
aggiugne,--e quando voglio, tutto posso;--
ed in parole, come d'una rapa,
disponeva dell'animo del papa.
64
Ad Astolfo ha donate alcune mode
ch'eran venute fresche d'Inghilterra.
A Ulivier nelle femmine, che gode
secretamente, disse di far guerra.
Gano cosí con inganni e con frode
va bucherando a' signor per la terra,
e tutti per lo debile prendea,
tanto che ognuno il voto promettea.
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Dodone, Orlando e Rinaldo, ch'è giunto
da Montalban per questa concorrenza,
vanno con Angelin debile e spento,
facendolo star sempre in riverenza,
e fanno uffizi, e stanno forti al punto
del sigillo Angelin non resti senza,
dicendo:--Se qualcun gli niega il voto,
s'aspetti guerra e peste e terremoto.--
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