colui, lasciando il padron e il guadagno.
A Filinor di quattro servigiali
rimase il cavalcante buon compagno,
e due de' quattro valenti animali.
Diceva il cavaliere:--Io son nel gagno,
perdio, de' tristi;--e poi si raccomanda
al cavalcante; e quel sale alla banda,
28
e me' che può verso Parigi arranca.
Lungi tre miglia esser poteva ancora:
non era la fortuna però stanca.
Ma tacerò di Filinor per ora,
perocché v'ho tenuti sulla panca
a ragionarvi d'esso ben un'ora,
e certi accidentucci v'ho narrati
che forse v'averanno addormentati.
29
Dico però: dovete accontentarvi
se gli accidenti non vi paion grandi,
perocché voi dovreste ricordarvi,
non s'usavan piú i fatti memorandi,
e che a principio proposi narrarvi
cambiati in tutto i Rinaldi e gli Orlandi
e i paladini e la plebe e i signori,
per la virtú dell'ozio e de' scrittori.
30
E voglio che sappiate, uditor vaghi,
acciò questo viaggio non v'annoi,
vi risparmiai gli accidenti degli aghi,
al crepar delle redini e de' cuoi,
e come cento volte con gli spaghi
furon rattacconati i tiratoi;
e mille accidentin non posi in rima,
che non s'usavan ne' viaggi prima.
31
Io trovo ne' romanzi di que' tempi
certe avventure magre da pidocchi,
e fatti da sbavigli, cosí scempi,
di quei poeti, e lunghi un tirar d'occhi,
che riformavan quegli antichi esempi
di battaglie, di giostre e spade e stocchi;
onde le genti che leggevan quelli
erano imitator de' scrittorelli.
32
Or vi conduco a Marfisa e a Ruggero.
Io lasciai quella molto screditata,
ed il fratel disperato e in pensiero
pel caso che non s'era maritata.
E per casa diceva:--Per Dio vero,
non so che far di quella spiritata.--
La moglie Bradamante lo molesta,
tanto ch'egli è per spezzarsi la testa.
33
Don Guottibuossi era suo confidente,
maestro a' figliuoletti e fa il fattore;
teneva i conti diligentemente
e sprezza anche le legna per buon core.
È spenditor, mansionario e servente
di Bradamante, spia e imbasciatore;
ed andava anche in maschera con quella,
e non aveva trista la gonnella.
34
Perocché prima di cantar la messa
avea dato il manipolo a baciare;
e Bradamante fu capitanessa
le genti al sacro bacio ad obbligare,
e delle mancie dispose con essa.
Per prima cosa s'ebbe a comperare
un vestito da maschera attillato,
e l'ebbe caro mezzo il ricavato.
35
Onde si dava poi gran sicumera
a servir Bradamante il carnovale
alle commedie, ed al caffè la sera.
Ma spesse volte la passava male,
ché quella dama, dove il popol era,
lo strapazzava come un animale.
Egli faceva un risolin sardonico,
e poscia diveniva malinconico.
36
Pur s'affannava per acquistar merito
sempre, e va mulinando qualche tratto
che lo faccia alla dama benemerito.
Qualunque cosa per questo avria fatto,
per non star sempre come nel preterito;
e si pensò che, se con qualche matto
o savio maritar potea Marfisa,
avrebbe avuta grazia in questa guisa.
37
V'era in quel tempo un uom ricco a Parigi,
che un giorno fu lo scudiere d'Orlando,
come si legge, chiamato Terigi,
ch'era pel mondo andato assai girando,
quando s'usava, seguendo i vestigi
del conte, che gran re venía ammazzando,
e duchi e cavalieri carchi di perle
ed oro e gemme a gran costo d'averle.
38
Costui previde che il costume antico
aver dovea riforma in tempo corto,
sicché per non restare un dí mendíco,
quando il padrone avea qualche re morto,
e' non istava a grattarsi il bellíco:
tosto che l'alma andava s'era accorto,
spogliava l'ammazzato d'ogni cosa,
insin della camicia sanguinosa.
39
Sicché d'oro, di gioie e ricche spoglie
pel corso di molt'anni un magazzino
aveva empiuto, e a chi venía le voglie
sapeva vender caro il malandrino,
ch'avria tratti danar sin dalle foglie;
e poiché in questa forma fe' bottino
di piú d'un milione di ducati,
prese gabelle a fitto dagli Stati.
40
E mantenendo sgherri e berovieri,
degli utili sfondati ne traeva;
poi comperava palagi e poderi,
tanto che immense entrate fatte aveva;
e infine feudi prese e misti imperi,
e privilegi e titoli prendeva
di conte, di marchese e di barone;
facea conviti e gran conversazione.
41
Ma perch'egli era di basso lignaggio,
volea nobilitare i discendenti,
e cerca far qualche bel maritaggio
per acquistare aderenze e parenti.
Don Guottibuossi vide, come saggio,
da far un colpo, con begli argomenti,
che a Bradamante ed a Rugger piacesse,
se Marfisa a Terigi unir potesse.
42
E dato cenno a don Gualtieri un giorno,
che cappellan con Terigi si stava,
di questo suo pensier e' parla adorno.
Gualtier da Mulion non rinculava,
anzi promise fare a lui ritorno,
ma che se la faccenda bene andava,
e' non saria contento a un par di guanti:
poi disse mal del mestier de' pedanti.
43
Che guadagnava una pidocchieria
a insegnar per le case con affanno,
bastando appena la mansioneria
per i suoi vizi due mesi dell'anno.
--Se non guadagno qualche cortesia--
dicea Gualtier--con arte e con inganno
nelle inframesse o per alcun raggiro,
credimi, Guottibuossi, egli è un martíro.--
44
Don Guottibuossi gli rispose:--Basta,
proccuriam ch'abbia effetto la faccenda.--
Alfin fu rimenata ben la pasta,
per non far troppo lunga la leggenda.
Terigi fu contento e non contrasta,
Rugger anch'esso par che condiscenda:
nel parentado ci fu qualche sciarra,
ma il nodo stava in Marfisa bizzarra.
45
Diceva Bradamante al suo Ruggero:
--Deve ubbidirvi, le siete fratello.--
Dicea Rugger:--Perdio, che mi dispero:
dovereste conoscer quel cervello.
S'ella dice:--Nol voglio--dite il vero,
degg'io far, ch'ella il prenda, col coltello?--
Don Guottibuossi era un abile prete,
e disse:--Io vo' parlarle, se il volete.--
46
Furon contenti e a lui s'accomandâro.
Il prete pensa una sua malizietta.
Trova Marfisa sola, ed ebbe caro,
ché rado fu trovata o mai soletta.
Ell'era appunto in un pensiero amaro,
che le parea veder piú poca fretta
ne' concorrenti e ne' visitatori,
e raffreddati i sospiri e gli amori.
47
Perocch'eravam giunti agli anni trenta,
e, unita agli anni la sua stravaganza,
a poco a poco aveva quasi spenta
ne' cori degli amanti la costanza.
Stava rimproverando malcontenta
in dieci lettre la poca creanza
a questo e quell'amador disertato,
quando don Guottibuossi è capitato.
48
Marfisa l'accettava volentieri,
ch'anche de' preti comincia a degnarsi.
--Ben venga il soprastante a' cimiteri--
gli disse e che dovesse accomodarsi.
Rispose il prete:--I'ho de' gran pensieri
veder Marfisa ancor maggese starsi,
e sentire i discorsi della piazza,
che non fanno vantaggio a una ragazza.--
49
Disse Marfisa:--Prete mio da gabbia,
deh, dimmi un poco che di me si dice;--
e cominciava accendersi di rabbia,
facendo sulle guancie la vernice.
Dice il prete:--E' non è mestier ch'io v'abbia
a narrar tutto; basta che disdice,
una fanciulla d'un merto infinito
invecchi in casa e non trovi marito.
50
E quel che piú mi trafigge nel core
è che, pensando al caso vostro d'ora,
m'affaticai come buon servidore
ed avea tratto un bel partito fuora.
Ma fui cacciato come un traditore,
dicendolo a Rugger, che grida ancora.
Fa piú d'esso la sposa Bradamante:
mi die' giú per lo capo del «forfante»,
51
gridando che il partito non è buono,
e ch'è passato il tempo de' mariti,
e ch'io pensassi a cantare in bel tuono
il vespro e non a cercarvi partiti.
Io per giustificarmi sol qui sono,
perché i discorsi vengon travestiti;
e non vorrei, se il falso vi si mostra,
uscir, Marfisa, dalla grazia vostra.--
52
Disse Marfisa:--Altro non vo' sapere;
e basta mio fratello e mia cognata
abbian di questo nodo dispiacere,
fa ragion che la scritta sia firmata.
Fosse lo sposo un magnano, un barbiere,
dico per via di dire, io son parata;
se fosse il diavol, non avrò paura:
vo' che facciamo tosto la scrittura.
53
--E' non è il diavol--rispondeva il prete,--
ch'è il marchese Terigi quel ch'io dico;
ma non posso giá far ciò che volete:
Bradamante e Rugger non vo' nimico.--
Non è da dir se a Marfisa la sete
cresce di porre iscompiglio ed intrico:
basta a' parenti il nodo dispiacesse,
quest'era una ragion ch'ella il volesse.
54
Don Guottibuossi fa del pauroso,
e dice:--O voi vedete, o voi pensate,
non posso fare--e finge il schizzinoso.
Marfisa alfin minaccia le ceffate.
Donde pur vinse il prete malizioso
con queste bagattelle artifiziate,
e infine disse:--E' convien giocar netto:
del resto ad ubbidirvi mi rassetto.
55
Fate la cosa appaia un voler vostro;
io mi difenderò dal canto mio
e porrò in opra la voce e l'inchiostro:
avrem l'intento, s'è in piacer di Dio.--
E detto questo, come a Rugger nostro
e a Bradamante:--Che direte s'io
vinta ho Marfisa--disse--in due parole?
E non è condiscesa, anzi lo vuole.--
56
Diceano i due congiunti:--Com'hai fatto?--
Don Guottibuossi avvisa della tresca
e dice:--E' vi bisogna ad ogni patto
mostrar che il matrimonio vi rincresca,
e farvi trascinare in sul contratto,
e lasciar che Marfisa la prima esca
a ragionarne; e condurrem la trama:
per altra via non si piglia la dama.--
57
Giá era di tre ore mezzogiorno
suonato, e ancor da Rugger non si pranza
(ché in casa a' grandi era quasi uno scorno
pranzare innanzi: tal era l'usanza);
onde udivansi i servi andare attorno
chiamando a desco con bella creanza.
Siedono a mensa. Marfisa siedeva,
e sta ingrognata e mangiar non voleva.
58
Don Guottibuossi non mangia, divora,
e mostra la faccenda a lui non tocchi.
Rugger, ch'era pur saggio, s'addolora,
e mangia adagio e talor chiude gli occhi,
e tra sé duolsi d'avere una suora
da pigliar con la trappola che scocchi.
E Bradamante in sull'avviso stava,
e spicca morsellini e sogghignava.
59
Marfisa guarda l'un l'altro nel viso,
e scherza or col cucchiaio or col coltello,
ed or sul grasso in qualche tondo intriso
scrive con la forchetta, or fa fardello
del tovagliuolo, or suona all'improvviso
con le dita in sul desco il tamburello,
or crolla il capo, or s'affisa nel tetto,
e mostra fuor ciò che serra nel petto.
60
In tutti gli atti si vedeva aperto
ch'ella voleva alcun le ragionasse,
per appiccare una sciarra, un concerto
di voci, che tre ore lungo andasse.
Ma poich'ella ebbe il silenzio sofferto
un pezzo senza che alcun le parlasse,
sendo il pranzo finito, in Rugger fisse
tenne le luci bieche e poi gli disse:
61
--Tempo è ch'io, stanca, fracida, annoiata,
me n'esca un tratto da questa famiglia,
e rimanga padrona la cognata
che un po' troppo il buon sposo suo consiglia.
Però, signori, io mi son maritata;
abbiate se il volete maraviglia:
il marchese Terigi è giá mio sposo,
né fia, quando a me piace, difettoso.
62
Non crediate v'avvisi perch'io creda
esser tenuta a dirvi i fatti miei.
De' pregiudizi amichi non son reda
e d'ubbidenze sciocche da plebei:
le mie letture hanno fatto ch'io veda
che farlo senza dirvelo potrei.
Ma perché so che di Terigi ostico
vi sembra il nodo, appunto ve lo dico.
63
Le risa appena trattien Bradamante:
se stava ferma, guastava la cosa;
donde rizzossi con atto arrogante
e mostrò di partirsi disdegnosa.
Rugger mostrossi irato nel sembiante,
e disse:--O Dio, quando averò mai posa?
Non mi potete dar maggior sciagura
di questa ch'ora provo né piú dura.--
64
E terribil volgendosi a Marfisa,
disse:--Aprite gli orecchi a quel ch'io parlo.
Non sará mai la famiglia di Risa
tal parentado possa sopportarlo;
se tentate avvilirla in cotal guisa,
e un gabellier cognato a Rugger farlo,
dico che prima voi sarete appesa,
sorella cieca e sorda e pazza resa.--
65
Qui le risposte, il fracasso e le grida
furono orrende fuor d'ogni pensiero,
e piú Marfisa al suo Terigi è fida,
quanto l'aborre e disprezza Ruggero.
Dicea Ruggero:--Prete, mala guida--
a Guottibuossi,--io non son sí leggero,
che non intendo questo guazzabuglio
esser pretino fetente garbuglio.
66
Ma i preti si dovrieno all'etá nostra
porgli in catena a biscottel muffato,
ché in tutto voglion far di loro mostra,
dimenticando il sacro chericato.--
Don Guottibuossi pur la zucca prostra
due o tre volte e sta mortificato,
e poiché fino al finocchio ha consunto,
gli parve allor di ragionare il punto.
67
E disse:--In coscienza questa dama
può dir s'io feci a lei parola alcuna;
ma veggio alfin che odiato è chi piú ama,
e converrá ch'io cerchi altra fortuna.
Vero è ch'io dissi a voi:--Terigi brama
averla in moglie;--ch'io credo opportuna
l'occasion, perché non cerca dote;
ma feci solo a voi le cose note.
68
E poiché siamo in su questo proposito,
parlerò netto e senz'alcun timore.
Questo mio sacro capo vi deposito,
Rugger, che a non voler siete in errore.
L'usanza è dal passato ora all'opposito.
È una cosa fantastica l'onore:
di parentado e di genealogia
si ride il mondo c'ha filosofia.
69
Voi siete pien d'antichi pregiudizi,
né alle commedie nuove andate mai,
né i romanzi novei, pien d'artifizi
dotti, leggete, che insegnano assai.
Certe antiche virtudi ora son vizi,
e non importa un fil di paglia omai
l'esser figliuol di dama o di puttana,
come un nuovo romanzo oggi ci spiana.
70
Quando un uom ricco di basso lignaggio
chiede una dama illustre per isposa,
e senza dote a tôrla egli ha coraggio,
non è alla moda il bilanciar la cosa;
perocché due famiglie n'han vantaggio,
e la faccenda sembra prodigiosa:
se una risparmia e da quel ch'è non esce,
l'altra in opinione e in boria cresce.
71
Il nobil anzi in sull'altro casato
mantien certa arroganza e preminenza,
ché può voler da quel ciò c'ha sognato
per una stabilita conseguenza.
Terigi è di Marfisa innamorato,
ed è sí ricco e ha titol d'«Eccellenza»;
la fanciulla il torrebbe, e non so poi
per qual ragion lo ricusate voi.--
72
Rugger raddoppia minacce e disprezzi,
Marfisa gonfia e grida:--Il voglio, il voglio;--
in sullo spazzo i bicchier getta in pezzi,
ordina al prete di rogare il foglio.
Don Guottibuossi a tutti dui fa vezzi,
e mena con tant'arte quell'imbroglio
che fece dire a Rugger con dispetto:
--Col diavol sia! l'assenso vi prometto.--
73
Ed accordata e fatta la scrittura
fu da Ruggero sempre rinculando;
e Bradamante brusca in guardatura
si fa sentir per casa borbottando.
Don Guottibuossi a Marfisa paura
e gran fatica e sudor va mostrando.
Dicea Marfisa:--E' l'avranno alla barba:
e' de' bastar; questa cosa a me garba.--
74
Un giorno che le visite accettava,
le congratulazioni, i complimenti,
per tutta la cittá si ragionava
che in un caffè morto era in due momenti
un paladin, ma il nome si cambiava,
come suol fare il furor fra le genti.
Era ognun curioso di saperlo,
siccome voi; ma per or vo' tacerlo.
FINE DEL CANTO TERZO
CANTO QUARTO
ARGOMENTO.
Del sigillo real morto è il custode;
nascon baruffe per la sepoltura.
Pel maritaggio di Marfisa s'ode
grand'apparecchio, e don Gualtieri ha cura.
La bizzarra la visita si gode
del sposo, ch'è una gran caricatura.
Le spose alla Ruet van mascherate;
una comparsa l'ha disordinate.
1
Tanto il pensar de' paladin corrotto
era, per quanto leggo e al parer mio,
che a gravi colpi di sopra e di sotto,
fulmin, tremuoto o simil lavorio,
e alle morti improvvise, sette ed otto,
che per avviso lor mandava Dio,
non istupiano o troncavan niente
i lor vizi e lo stare allegramente.
2
I fulmini, i tremuoti e la tempesta
dicevano esser cosa naturale:
venti bestemmie ed un crollar di testa
era sollievo a chi veniva il male.
Scherzando in una forma disonesta,
rideano e si diceano alla bestiale:
--Io salmeggiai, arsi ulivo e candele,
e la tempesta venne piú crudele.--
3
Cadeva uno, apoplettico d'un colpo:
diceano:--Questo succeder dovea:
egli avea membra strane come il polpo;
tal macchina sussister non potea.--
Alcun diceva:--Io veramente incolpo
la vita solitaria che tenea.
Per viver molto e godere e star bene,
perdio! passarla come noi conviene.--
4
A' sacerdoti che dicean da vero:
--Segni son dell'eterna providenza,--
dicean col viso ironico e severo:
--Dice pur ben la Vostra Riverenza!--
Le femminette con umil pensiero,
e i dozzinali mostravan credenza;
ma tuttavia la carne ed il rubare
né men per questo si vedea lasciare.
5
Ma ciò che piú di tutto fa stupire
è che i ragionamenti piú divoti
e piú morali e santi in sul garrire,
gli accigliamenti a tempeste e tremuoti,
il chiamar quelli «giuste celesti ire»,
il far digiuni, il far proteste e voti,
e l'annodar dell'una all'altra mano,
fossero azion del traditor di Gano.
6
Non so se i nostri tempi sien diversi;
se non lo sono, Dio voglia che siéno.
Prima da' paladin solea volersi
per un buon segno sin l'arcobaleno,
e per castigo soleva tenersi
la troppa pioggia ed il troppo sereno,
e sin l'aere che il fummo sparpagliava.
Nessun de' paladin cosí pensava.
7
Del secol nostro io non dovrei dir male,
perché so ben che si crede e si tiene
per maldicenza sino alla morale,
e non è piú moderna e non conviene.
Il paladin, che aveva messe l'ale
all'improvviso, ascoltator dabbene,
nella bottega, come si dicea,
direm ch'egli era Angelin di Bordea,
8
custode in corte del regio sigillo.
Una carica grande e di gran frutto:
ventimila ducati, posso dillo,
ella rendeva con gl'incerti e tutto.
Alla sua morte ci fu il coccodrillo,
che non tenne sull'ossa il ciglio asciutto,
perché l'incarco assai gli era invidiato
da chi tenea su quel l'occhio tirato.
9
Era Angelin d'una statura grande,
e grosso e molto greve nella pancia,
magno conoscitor delle vivande,
che le gustava sudando la guancia,
e in tavola voleva altro che ghiande;
anzi dicea tutta quanta la Francia,
parlando di chi fa mensa piú buona:
--Angelin di Bordea porta corona.--
10
I liquori, la pippa e i buon bocconi
erano i principali suoi riflessi,
né si curava di vestiti buoni,
ché gli avea fuor di moda ed unti e fessi.
Le sue camicie parevan carboni,
ché le cambiava, come i votacessi,
tre volte l'anno, e il dí che si cambiava
molto quella fatica biasimava.
11
Era Angelin di Bordea generoso
e non aveva al risparmio pensiere,
del mal compassionevole, amoroso
verso a' pitocchi ed elemosiniere.
In capo all'anno era pur timoroso
rimanesse un ducato nel forziere:
tutta l'entrata dell'anno volea
che fosse spesa, e mangiava e godea.
12
Don Martin, don Ubaldo e don Simone,
preti assai dilettanti de' buon piatti,
eran sue fedelissime persone,
giornalier commensali allegri ed atti,
autor di salse per digestione,
nemici nel pulir l'ossa de' gatti.
Con accidenti e nuove del paese
pagano ad Angelin le grosse spese.
13
Bevendo alla bottega il cioccolato
nella contrada di San Pietro, un giorno
apoplettico cadde, e scilinguato
rimase tosto e mai fece ritorno.
I chirurghi e i dottor coll'ammalato
lor salassi ed emetici provorno:
Angelin di Bordea si stese morto,
e cosí diede a que' dottori il torto.
14
Molti discorsi fece la plebaglia,
se fosse salvo o dannato Angelino.
Ognuno si riscalda e si travaglia
a trovar pro e contro il bruscolino,
com'anche a' nostri dí fa la canaglia
quand'uno è morto in caso repentino.
Don Simon, don Martino e don Ubaldo
volean che fosse in cielo allegro e baldo.
15
Angelin di contrada è di San Pavolo,
ed era morto in quella di San Pietro:
venne a levarlo il piovan di San Pavolo;
voleva il morto il piovan di San Pietro.
Diceva il primo:--Egli abita a San Pavolo;--
l'altro diceva:--Egli è morto a San Pietro;--
donde si fece gran disputazione
tra i due piovani in mezzo alle persone.
16
Poich'ebbon con flemmatiche parole
cercato l'uno l'altro persuadere,
dicendo:--Non si deve e non si puole
i successor pregiudicar, messere;--
si riscaldaron, come far si suole,
gridando:--Io non vo' perder le mie cere;--
né piú si contendeva pel defunto,
ma son le torce del contrasto il punto.
17
E finalmente ingiurie s'hanno dette;
l'uno dell'altro gran cose rivela,
e de' peccati quattro, cinque e sette,
che prima ricopria non so qual tela;
poi tutti accesi vennono alle strette,
e si detton sul ceffo la candela.
Le processioni delle due contrade
diêr mano a' torchi, non avendo spade.
18
E vidonsi in un punto aste e doppieri
arrestati e frugoni e aperta guerra,
zazzere abbrustolite e visi neri,
berrette a croce e moccoli per terra;
né si sentieno cantar misereri,
ma bestemmie e un gridar:--Sospingi, afferra--
da gole strette, con voci interrotte;
e furon lacerate molte cotte.
19
Que' gaglioffacci che raccolgon cera
eran nel mezzo ad accrescer baruffa.
Ognun dá d'urto ed aizza la schiera,
ed i pezzuoli di candela ciuffa.
Color che avean la cappa indosso nera
e il copertoio sul grugno, ognuno sbuffa,
e tira gli occhi pe' buchi del sacco,
crosciando l'aste e facendo gran fiacco.
20
Era corso a veder tutto il paese;
nessun mettea del suo fuor che la voce.
Dio benedetto ha mandato il danese,
e beccò sopra il capo d'una croce;
ma, conosciuto alquanto, si sospese
al suo gridar la battaglia feroce,
e tanto fece che tutti chetava:
poscia co' due piovani ragionava.
21
E disse cose lor da buon cristiano,
quantunque fosse un turco battezzato;
ed or all'uno ora all'altro piovano
con rimproveri acerbi s'è voltato.
--Questo è--dicea--da voi quel che ascoltiamo,
che ognun debb'esser disinteressato,
se poi vi bastonate fra la gente
per quattro moccol di candele spente?
22
Or oltre; io vo' che questa cosa sia
dimenticata e piú non se ne parli,
preti avaron, che i scandol per la via
al popol date invece di troncarli,
cosí facendo rider l'eresia.--
E tanto seppe il danese attutarli
che ognun la sua pretesa in lui rimise,
ed ei la lite de' moccol decise.
23
Disse che fosse Angelin seppellito
nella contrada dov'egli era morto,
e il piovan di San Pavolo, apparito
per la magion, non abbia in tutto il torto.
Volle che fosse l'util ripartito
del funeral. Cosí ridusse in porto
quella battaglia, e a' casi in avvenire
questo fu legge circa al seppellire.
24
Vero è che alcun piovano litigante
parecchie volte volle disputare
le circostanze, sequestrando inante,
perch'abbia il morto in diposito a stare;
e potrei dir piú d'un fatto galante,
ma non vorrei fuor de' miei solchi andare;
e forse uscito son dal mio viaggio,
narrando questo fatto di passaggio.
25
Dall'altra parte par non istia male
s'egli fu a' tempi del re Carlo Magno,
perché veggiate sin nel funerale
s'usava piú che la pietá il guadagno.
Il dir ch'è morto Angelino, assai vale;
d'aver questo narrato non mi lagno,
perché vacante rimase il suo posto,
per il qual molte cose verran tosto.
26
Or si de' dir che la scrittura fatta
tra la pudica Marfisa e Terigi
fu gran cagion d'una ciarlata matta
nelle case e botteghe di Parigi.
Molti stati con la faccia stupefatta,
tutti cercan le cause ed i vestigi;
sembra che a ognun quella faccenda tocchi,
tante dispute fan, tirando gli occhi.
27
Molti dicevan gonfiando le gote:
--Che avvilimento è questo di Ruggero!--
Rispondean altri:--E' la dá senza dote;
par ch'egli abbia giudizio, a dire il vero.
So dir Terigi accomandar si puote
a san Francesco, a san Gianni, a san Piero,
che a pettinare e' si toglie una lana
da far che sudi e scoppi di magrana.--
28
Altri in capo tre giorni, piú o meno,
predicono divorzi o scioglimento.
Nessuno c'è che voglia stare a freno:
fanno argomenti per mostrar talento.
Solo Dodon, tenendo il mento in seno,
guarda sottecchi or l'uno or l'altro attento,
e sogghignava spesso e si stupiva
dell'eterno ciarlar che lo stordiva.
29
E alla bottega del caffè dov'era,
ad uno che faceva gran contrasto
e volea pur sapere in qual maniera
l'intendesse, Dodon, ch'era omai guasto,
rispose alfin:--Non presi mai mogliera,
prima perché non mi piacque un tal pasto,
ma sopra tutto per non dar cagione
di tanto affanno alle vostre persone.
30
Marfisa prende Terigi in consorte,
Terigi n'è contento e la vuol prendere.
Io vi rispondo, andando per le corte,
che son contento anch'io, né vo' contendere.
Né intendo disputar della lor sorte,
perché l'astrologia non soglio vendere.
Se buona fia, godrò di lor quiete;
se trista, a pianger non mi vederete.
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Sol mi rincresce questo maritaggio,
perch'è cagion che voi stracco m'avete.--
Cosí detto, Dodon fece viaggio
con riverenze tonde assai facete.
Quegli oziosi cambiaron linguaggio
sopra Dodon con parole indiscrete.
Chi disse:--E' pensa ben,--chi:--Pensa male,--
e si rimason tuttavia cicale.
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La voce sparsa di quell'imeneo
mise a Parigi in gran briga gli artieri.
Corron tutti in secreto al prete reo,
cappellan di Terigi, don Gualtieri:
ser Rocco dipintore, ser Maffeo
legnaiuol, venti o trenta tappezzieri,
fabbri, merciai, stuccatori, una folta.
Don Gualtieri, o don Volpe, ognuno ascolta.
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