anzi era bianca e un po' lentiginosa;
nel seno non avea molta fortuna,
ma fu in accomodarlo artifiziosa;
la bocca a fare un ghignetto opportuna,
la guardatura or dolce or dispettosa;
le braccia, indi le mani alquanto asciutte,
ma co' brillanti non parevan brutte.
27
Infin, per quanto potei rilevare,
non si può dir Marfisa fosse bella.
Giudico ben ch'ella sapesse fare,
o fosse nata sotto alcuna stella
da far i maschi tutti sospirare.
Forse la bizzarria della donzella,
le stravaganze e fierezze eran strali,
ch'io n'ho veduti mille esempi tali.
28
Chi dirá di Rugger la penitenza,
avendo una sorella come questa,
che si potea chiamar la violenza,
prodiga in una forma disonesta;
ed una moglie, ch'era l'astinenza,
che in tutto pel rovescio avea la testa,
sendo la casa sua sempre in litigi
e il tema delle lingue di Parigi?
29
Non c'era giorno che fra le cognate
passasse senza rimproveri e grida:
Rugger le ha mille volte separate,
perché l'una con l'altra non s'uccida.
Talor non mangia a mezzo, e le ha lasciate
a mensa in man del ciel che le divida,
e poi la notte dalla moglie avea
tormenti che portar non gli potea.
30
La suora avea tentato maritarla
pria con Leon, figliuol di Costantino
imperator, ed egli di sposarla
avea promesso, e il nodo era vicino,
e come sposo andava a visitarla;
ma scoprendo ogni giorno il cervellino
e i bizzarri costumi della moda,
pensò lasciarla alfin maggese e soda.
31
E perché il patto era ito innanzi molto
e discior nol potea senza disnore,
risolto avendo di non esser còlto
marito d'una ch'avea troppo core,
si finse un tratto divenuto stolto
e di cader di furore in furore.
Cinqu'anni ebbe la flemma a fare il matto,
tanto che alfin fu lacero il contratto.
32
Di ciò Marfisa non ne dá un pistacchio;
bastale aver di serventi un codazzo,
e alla bassetta scaricare il bacchio,
e non le manchi di romanzi un mazzo,
e il cambiar fogge e il cappello e il pennacchio,
e il poter a suo modo far rombazzo.
Rugger s'affanna a troncar la sciagura,
e trova un altro sposo e fa scrittura.
33
Ed era questa scritta col figliuolo
di Desiderio, re de' longobardi.
Gan da Pontier manda un suo messo a volo
secretamente a dirgli che si guardi,
ch'avea Marfisa d'amanti uno stuolo,
e che si pentirebbe o tosto o tardi.
Quel principe non bada a questa cosa,
né vuol rompere il patto della sposa.
34
Gan che veder voleva un'altra scena,
perché nimico è di Rugger mortale,
fa dire alla fanciulla ad una cena,
alla qual era un dí di carnevale,
che suo fratello alla mazza la mena
per servir Bradamante, e che quel tale
non era a sua persona convenevole,
sendo in man d'un norcino e cagionevole.
35
Non è da dir se Marfisa s'accese
a questa nuova, fosse falsa o vera.
Va predicando per tutto il paese
due gran tristi, Rugger e la mogliera;
e scrive al cavalier com'ella intese
alcun'accuse, e faccia una bandiera
della scritta nuziale, o ad una rocca
un cartoccino, o si netti la bocca.
36
Rugger fu quasi per scoppiar di rabbia.
Don Guottibuossi, prete suo di casa,
fe' tutto acciò Marfisa si riabbia,
ma quella serpe non fu persuasa.
Or qui non so come a narrare io v'abbia
della scrittura che a pezzi è rimasa.
Turpin ha scritto: «Ella fu lacerata
dal longobardo e addietro rimandata».
37
Altri han cercato oscurar la faccenda,
e forse per onor del buon Ruggero
scrivono in altro modo una leggenda,
che a lacerarla egli fosse il primiero.
Comunque fosse, e' basta che s'intenda
ch'ebbe l'intento Ganellone intero,
e che per questo caso Rugger ebbe
un disonor che dir non si potrebbe.
38
Anche Marfisa non avea vantaggio
ed era screditata nella fama.
L'opre bizzarre e varie ed il coraggio
e il vivere alla moda della dama
venía chiamato in francese linguaggio
ciò che «pazzia» nell'Italia si chiama,
e dell'etá non era tanto fresca
da seguir con fortuna la sua tresca.
39
In queste circostanze dolorose
è la magion del gran Rugger di Risa.
Ma mi convien ordinar l'altre cose
e lasciar cheta un pocolin Marfisa.
Or udirete le imprese famose
di Filinoro, e fatti d'altra guisa,
e come venne a Carlo di Guascogna,
perocché ordir la tela pur bisogna.
40
Filinor di Guascogna un giovanetto
era nobil di stirpe e bello assai.
Passava presso a molti uom d'intelletto,
nelle conversazion non tacea mai;
parea ch'ogni materia avesse letto.
Io so, lettor, che te ne stupirai
s'era stimato dotto, e non so come,
si può dir che scrivea male il suo nome.
41
Aveva una sí gran ritenitiva
che, quando un sapiente ragionava,
nella memoria tutto ciò che udiva,
come uccellino al vischio, gli restava;
donde se il caso in acconcio veniva,
tutto quel che avea in capo vomitava,
co' termini e le frasi che sapea,
sicché un novello Salomon parea.
42
Entrava franco a ragionar di storia,
e giudicava della poesia;
filosofo era, e voleva vittoria
in medicina ed in astronomia;
geografo, topografo, e a memoria
avea la Bibbia e la teologia;
nel militare e nella matematica
ragiona per teorica e per pratica.
43
Ma perché non avea fondo in dottrina,
né aver poteva buon discernimento,
s'era alla dritta, andava alla mancina,
e ragguazzava e usciva d'argomento.
Perché non gli mancasse la farina,
faceva cialde e ignocchi a suo talento:
vero è che dove fosse qualche dotto,
affettava modestia e stava chiotto.
44
Ma in mezzo una brigata d'ignoranti,
che ne trovava a sua soddisfazione,
metteva nelle ceste tutti quanti,
ma n'usciva con gran riputazione.
Era solo in famiglia, e poco inanti
il padre suo, chiamato Guglielmone,
se n'era morto ed ito non so dove,
e lasciatolo ricco a tutte prove.
45
Fra l'altre cose, per parer uom grande
faceva pompa d'esser miscredente,
scherzando sul digiun, sulle vivande
ed altre cose impertinentemente.
Ma poi tremava da tutte le bande
a un po' di febbre, e allor divotamente
chiamava sant'Antonio e san Bastiano
e gli pregava umíle a farlo sano.
46
Era costui vizioso in generale,
e sendo il lusso alla moda e lo spendere,
poiché allo scrigno fece metter l'ale,
incominciò le possessioni a vendere;
e si ridusse in breve a caso tale
che nessun era che il sapesse intendere:
e alfin si diede a prendere a credenza,
che in ciò buona compagna ha l'eloquenza.
47
A chi per caso gli dava un saluto,
tosto chiedeva sei zecchini d'oro:
per la restituzion, fosse vissuto
quanto Nestorre, era vano il lavoro.
Non c'era uom che l'avesse conosciuto,
che non dovesse aver da Filinoro;
e sempre par che furberie ritrovi
per accoccarla e far debiti nuovi.
48
Quando avea fatti debiti in cittade,
pe' quali ad ogni passo avea la stretta,
diceva a tutti:--Io vo a vender le biade;--
e se n'andava in una sua villetta
a infinocchiare i villan per le strade
con affittanze a buon mercato in fretta,
e beccava le rate anticipate
di ben venduti prima sei giornate.
49
Poscia con un borsotto di ducati
alla cittá ritornava di nuovo,
ed i piú sciocchi creditor pagati,
dicea:--Cosí l'operar mio vi provo.--
Ma non eran tre giorni ancor passati,
che due pulcin schizzavan da quest'uovo;
e quivi doppio il debito piantava,
poi nella faccia piú non gli guardava.
50
Se avviluppar sapeva le ragioni,
quando nel fòro alcun lo fa citare,
ed interdire, e far le sospensioni
al messo che gli andava a pignorare,
e predicare i creditor bricconi,
ladri, usurai, non è da dimandare.
E dir che conosceva il suo dovere
e l'onore, e giurar da cavaliere!
51
E benché mille truffe fatte avesse
e disertati mille poveretti,
nol concedeva, e parmi ch'ei dicesse
che gli erano obbligati de' farsetti.
E dicon gli scrittor che pretendesse
un nobil nato non abbia difetti,
e che a un uom d'arti inique e vizi pieno
fosse la nobiltá contravveleno.
52
Donde intuonava quasi ogni momento
la somma antichitá del suo casato.
Credo e' dicesse discendea dal vento
e d'aver sangue netto di bucato.
Ma si ridusse alfin in sí gran stento,
che piú in Guascogna non era guardato,
e stava per morirsi dalla fame,
e mal dormia, pisciando in un tegame.
53
Mi piacque un caso che di lui si legge.
A un creditor, che gli era sempre a fianco,
disse un dí:--Tu mi par di buona legge.
Io mi vo' far di quel debito franco,
s'io ne dovessi andare a pezzi e in schegge,
perocché tu debb'esser molto stanco.
Io deggio darti que' ducati mille,
che sento al cor per altrettante spille.
54
Ho un capital che agli antenati miei
costò tremila scudi e piú qualcosa.
Io tel vo' dare, e immaginar ti déi
che m'esce dalle viscere tal cosa.
Sino a un grosso il dí piú chieder potrei
d'investitura tanto preziosa.
Danne mille in aggiunta al mio dovere,
e l'istrumento cedo in tuo potere.--
55
Il creditor col dito il cielo tocca,
e disse:--Io vo' veder l'investitura.--
Filinor nelle mani gli raccocca
in una pergamena una scrittura.
Colui, leggendo pian, mena la bocca;
vide ch'egli era d'una sepoltura
un acquisto, che fecion gli antenati
di Filinoro, in chiesa a certi frati.
56
Quel poveruom perdé la pazienza:
come un castrato s'è messo a gridare.
Filinor diede mano all'eloquenza,
e seppe in modo tal ciaramellare,
e lo rimise tanto in coscienza,
e il fece cosí bene intabaccare,
che gli trasse di scudi piú di cento,
facendo la cession del monumento.
57
I danari in bagasce ed in bassetta,
come s'usava allor, fecion le piume;
e Filinor in men ch'io non l'ho detta
rimase come prima in mendicume,
e va facendo a' sozi di berretta
ed a' parenti. Ma correa costume
in quell'etá, che parenti ed amici
non soccorrean di nulla gl'infelici.
58
Dappoich'egli ebbe con la sua bellezza
a molte vecchie ricche e scostumate
succiata con infamia la ricchezza,
e piantate anche quelle disperate,
non sapea dove appiccar piú cavezza.
Molti dicevan ch'egli andasse frate:
tutta Guascogna stava in attenzione
che si fuggisse o n'andasse prigione.
59
Egli avea de' parenti di gran stima
e in gran riputazion per la Guascogna.
Questi:--Pagargli i debiti per prima
--avevan tra lor detto--non bisogna;
ma non convien la sbirraglia l'opprima,
ché ne verrebbe a noi troppa vergogna.--
E con uffizi e secreti e trattati
teneano in soggezione i magistrati.
60
Tal che pioveva a Filinoro addosso
de' creditor la rabbia e le parole.
Il peso era venuto troppo grosso,
Filinor sofferirlo piú non puole;
donde una sera, dalla stizza mosso
ed invasato:--Medicar si vuole
--disse--co' miei specifici ed unguenti
le direzion di questi buon parenti.--
61
E se n'andò secretamente al duca,
narrò del parentado la malizia.
--Fatemi por da' birri nella buca
--disse,--perch'abbia effetto la giustizia:
voi vederete, pria che il sol riluca,
comparir genti e danari e dovizia,
e fien pagati tutti i creditori,
ed io da mille angosce uscirò fuori.--
62
Il duca fu per scoppiar dalle risa,
udendo l'acutezza di colui;
pur si trattenne, e vòlto in una guisa
che parve uscito da que' luoghi bui:
--Com'hai sí l'alma dal ben far divisa,
prostituito nobile; e da cui
avesti educazion sí infame e vile,
cavalier da taverna e da porcile?--
63
Filinor non si scuote e non si move.
--Il mio costume--rispose--l'appresi
da' cavalier delle commedie nuove
e da' conti di quelle e da' marchesi.
Se furon disoneste le lor prove,
pur applaudire a gran furore intesi
le commedie, i caratteri e i poeti,
c'han premiati i miei pari e fatti lieti.--
64
E tenta con gli scherzi il tristerello
la serietá del duca di recidere,
e va pur dietro a far del buffoncello
perché palesi l'interno col ridere;
e dice i fatti di questo e di quello,
e che tal visse ben ch'era da uccidere;
ma sopra tutto va rammemorando
le commedie d'allor di quando in quando.
65
--Orsú--rispose il duca,--non è questa
una commedia, e poeta io non sono.
Andrai tra ferri non per la richiesta,
ma perché castigarti oggi fie buono.--
E poi, rivolto con molta tempesta
ed una voce che parve d'un tuono,
disse a' ministri:--Costui fate porre
con le catene in fondo ad una torre.--
66
Filinor volentieri andò in quel fondo
per liberarsi da' creditor suoi.
Tosto la fama fece il ballo tondo:
i creditor l'hanno staggito poi;
ed i parenti pel rossor del mondo
a male in corpo divenîro eroi,
quetando i creditor con piegerie
e con danari, e i piú con le bugie.
67
Ma sopra tutto il duca era l'acerbo,
ché volea castigar quel malvivente,
e rispondeva:--In carcere lo serbo:
vo' dar esempio risolutamente.--
Que' cavalier, che ognuno era superbo,
scoppiavan per vergogna della gente,
priegano e mandan preghi e dame e conti,
e non c'è caso a far che il duca smonti.
68
Un dí fu detto loro in un'orecchia:
--Volete voi che il duca si rimova?
E' c'è una ballerina, volpe vecchia,
che dispone del duca ad ogni prova.
Ma per schizzare il mel da questa pecchia,
oro bisogna in una borsa nuova.--
Alfin s'ebbe la grazia con la borsa,
quantunque alcun autor tal cosa inforsa.
69
Fatto sta che la borsa fu donata,
ma non si dice il duca avesse parte.
Il duca aveva i milion d'entrata,
la ballerina sol languori ed arte.
Sempre fu qualche lingua infradiciata
che ne' racconti dal ver si diparte;
ma permetteva il costume d'allora
Filinor per la borsa uscisse fuora.
70
Vero è che il duca lo lasciò con patto,
tempo sei giorni, di Guascogna uscisse.
Filinor non è punto stupefatto,
e sue bazzicature in punto misse,
avendo da' parenti in su quel fatto
poche monete con parecchie risse;
e dispose d'andarsene a Parigi
ad uccellar qualche incarco e luigi.
71
Era lungo il viaggio e i danar scarsi,
e disegnava andarvi con gran treno.
Un abito comincia apparecchiarsi,
di frangie e gallon falsi tutto pieno.
Aveva un cocchio di que' dal tempo arsi,
ma per viaggio servia nondimeno.
Il nodo stava in non aver cavalli;
pur non si stanca e pensa comperalli.
72
In sul mercato da certi villani
compri ha quattro cavai magri e vecchioni,
e non gli furon mantenuti sani,
perché avean tutte le maladizioni.
Eran bolsi, rappresi e storpi e strani,
andavan punzecchiati a saltelloni,
guardavano le stelle con bel vezzo,
con sospir si movean tutti d'un pezzo.
73
Parean venuti dal mar della rena,
come vengon le mummie agli speziali;
avevano in su' fianchi e in sulla schiena
piaghe d'un palmo, e sulle gambe mali
che non gli avrebbe guariti a gran pena
Galieno od Ippocrate o que' tali,
non che alcun maniscalco co' suoi bagni,
setoni, empiastri o rimedi compagni.
74
Fatta la spesa de' quattro corsieri,
la qual gli venne a star venti ducati,
comincia a rassettar due gran forzieri,
e sassi e legni dentro v'ha adattati,
perché non comparissero leggeri.
Sopra vi pose vestiti intarlati,
sei camicie da poca meraviglia
e in fine l'alber della sua famiglia.
75
Aveva preso uno staffier dappoco,
credo che fosse idropico un facchino,
ed un lacchè, che al correr valea poco,
ma a bestemmiar nessun gli andò vicino.
L'arme è il Vesuvio che getta gran foco,
la qual gli pose sopra il berrettino.
Ed inoltre avea preso un cavalcante
ed un cocchiere gobbo assai galante.
76
Vestí que' servi a livree corredate
di quell'argento ch'egli aveva indosso.
Basta, le cose tutte apparecchiate
non parean brutte, guardate allo ingrosso.
Le visite che fece e le abbracciate,
i complimenti e inchin dirvi non posso.
Ad un, che andava nell'Indie dicea,
ad un nel Cairo, ad un nella Guinea.
77
Perocché Filinoro era sí avvezzo
a dir, quando parlava, la bugia,
che della veritade avea ribrezzo,
e dicendone alcuna si pentia.
Solo ad un certo suo par da gran pezzo
il suo disegno palesato avia,
ed ottenute lettre di sua mano
di raccomandazione al conte Gano.
78
Chi vide un burchio dalla riva sciolto
gire a seconda per un'acqua cheta
con due marinai soli, c'hanno tolto
d'andare adagio con voga discreta;
pensi che tale o dissimil non molto
della carrozza da poca moneta
fosse, e l'andar del nostro Filinoro,
con quei rozzoni, i servi e il suo tesoro.
79
Urla mette il cocchiere e la scuriada
sempre ha sul dosso alle bestie deformi.
E il cavalcante non istava a bada;
batte all'orecchie, gridando:--Oh! tu dormi?--
E triema il caval sotto a terra cada,
ed una gamba in rocchi gli trasformi.
Appariva il lacchè de' piú gagliardi,
correndo innanzi ad animai sí tardi.
80
Una testuggin, che il passo bilancia,
avanza anch'essa e non perde il coraggio.
Cosí va il cavalier verso la Francia,
e gran pezzo avea fatto del viaggio;
e pur chiedeva delle miglia, e ciancia
dove passava in cittade o villaggio,
e si fa grande, ed i servi rampogna.
Ma dir tutto in due canti non bisogna.
FINE DEL CANTO SECONDO
CANTO TERZO
ARGOMENTO.
Segue il viaggio Filinoro e prova
accidenti moderni per la via.
Soffre sventure, ciarla e ciò che giova
adopra, ché non vuol malinconia.
A Terigi con arte affatto nuova
promessa sposa è la bizzarra mia;
Gualtieri e Guottibuossi, cappellani,
a questo matrimonio son mezzani.
1
Si dice:--Il mondo fu sempre il medesimo.--
Io non mi voglio opporre a quel ch'è vero;
credo però questo nostro millesimo
assai peggior del tempo di san Piero,
se ragioniamo quanto al cristianesimo
e non prendiamo il mondo per l'intero.
A grado a grado è andato peggiorando.
Io dissi:--Credo:--a voi mi raccomando.
2
Certo è ch'io sento ad ogni passo dire:
--Piú non si può durare in questo mondo,--
e de' vecchioni saggi riferire:
--Non era a' tempi nostri tanto immondo.--
Se all'etá di Marfisa poté gire
la fede e il buon costume tanto al fondo,
che visse ottocent'anni dopo Cristo,
pensiam quant'oggi egli debb'esser tristo.
3
E se cagion fûr l'ozio e gli scrittori
del peggiorar de' costumi d'allora,
pensando a' libri ch'oggi escono fuori
e alla scioperatezza che s'adora,
sento che freddi m'escono i sudori
per il dolor che il sangue mi divora,
e dico:--O _terque_ e _quaterque beati_--
a que' che prima d'or son trapassati.
4
Quantunque io sia peccatorello indegno,
peggior d'ogni altro e pieno di magagna,
non mi stancherò mai d'usar l'ingegno
per discoprir l'interno alla castagna;
e vi porrò sotto agli occhi in disegno
i cristian da cittade e da campagna
che fûro al tempo del re Carlo Mano:
voi gl'imitate, se vi sembra sano.
5
Fatta avea nota Filinor per quante
ville e cittá passava in quel viaggio,
e scritte sopra al foglio tutte quante
le genti conosciute come saggio,
sendo la cosa al mangiare importante
ed al dormire, per aver vantaggio,
ché, spesando ogni giorno la famiglia,
avea danari da far poche miglia.
6
Non è da dir se le sapeva tutte
e se all'entrar l'aiuta l'eloquenza.
Alcune volte ha le bolgie condutte
dove anche non aveva conoscenza,
ma parentele in sul fatto ha costrutte
ed amicizia inventa e confidenza;
tanto che vi mangiava e vi dormiva,
poi con gran baciamani si partiva.
7
Quando passava le barche sui fiumi,
dove per i cavalli e per le ruote
si paga e le persone, avea suoi lumi,
e dicea d'esser del padron nipote.
Poi sí grand'aria mostra ne' costumi,
e franco è sí che lascia le man vuote
al barcaiuolo, ed al partir:--Se mai
t'occor mia protezion--dicea,--l'avrai.
8
Tuttoché Filinor studi ogni punto
per il risparmio, alcuna volta a forza
o per la pioggia o per il fango è giunto
dove la sete co' danar s'ammorza;
sicché della pecunia è quasi munto,
e va gridando al cocchier:--Batti, isforza,--
ché col viaggio il terzo gli mancava.
Il cocchiere or rideva, or bestemmiava.
9
Perch'era come a batter delle botti
che fosser vuote, a picchiar que' cavalli;
sí rimbombavan né sentiano i bòtti,
perocché in ogni parte aveano calli.
Né pensar mai che nessun d'essi trotti;
s'ivan di passo, era da ringrazialli.
Sappi che alcuna volta si fermavano
e come pietre il flagel sopportavano.
10
Un giorno, albergo a mano non trovando,
dicea ch'era vigilia con digiuno
ed altre maliziette va innestando.
--Tiriamo innanzi--diceva a ciascuno.
Il lacchè disse:--Io mi vi raccomando:
voi non mi siete padrone opportuno;--
e gambettando con gran leggiadria,
con l'arme del Vesuvio fuggí via.
11
Poté ben Filinor gridare a gola:
--Ritorna indietro, briccon, dove vai?--
colui pe' fatti suoi via se ne vola,
e non rispose e non si volse mai.
Questa disgrazia poscia non fu sola;
furon molte, lettor, come udirai.
Non comincia fortuna mai per poco,
quando si prende alcuno a scherzo, a giuoco.
12
Filinoro era omai senza un quattrino.
Quindici miglia è lungi da Parigi:
si vedeva e pareva quasi vicino
un miglio il campanil di San Dionigi;
ma e' cavai non potean piú far cammino,
e non c'è tempo di scusa o litigi,
ché bisognava o crepare o mangiare,
donde fu forza a un'osteria l'andare.
13
E per far quell'avanzo della strada
gagliardemente e giunger con fracasso,
a' suoi rozzoni ogni momento biada
e fieno e biada fa gettare a basso.
Gridano i servi e non istanno a bada,
fanno sudar quell'oste ch'era grasso,
e la cucina è di faccende piena:
Filinor sta in sul grave e pranza e cena.
14
Due giorni stette quindi a gran diletto:
pensa con ciarle di pagar l'ostiere.
I servi a quello avevan prima detto
ch'egli era imbasciatore all'imperiere;
donde tremava l'ostier poveretto,
temendo di non dargli dispiacere,
e va pur rovistando la credenza
per boccon scelti, e dá dell'«Eccellenza».
15
La notte innanzi al partir sopravvenne
una gran febbre allo staffier mal sano.
Filinoro per questo non isvenne:
dice all'ostier:--Tu mi sembri cristiano.
Ho quel staffier che par giunto all'amenne:
Dio sa se l'amo e se mi sembra strano
ch'io per Parigi devo partir tosto,
e devo lasciar quel cosí indisposto.
16
Anche un de' miei poledri è molto stracco,
e non vorrei per la via qualche tresca.
Penso lasciarlo, ed al mio legno attacco
tre cavalli e men vado alla tedesca.
Lo staffier t'accomando, e non a macco:
fa' che il caval di stalla mai non esca.
Per sicurtá dell'uomo e del cavallo,
oste, io non pago il conto senza fallo.
17
Manderò poi fra quattro o cinque giorni
a levare il cavallo ed il mio servo,
ch'io prego Dio che in sanitá ritorni.
Il mio dovere a quel punto riservo.--
L'oste guardava quegli abiti adorni;
per soggezion gli tremava ogni nervo:
disse che avrebbe perduta la vita,
prima che uscir dagli ordini due dita.
18
A cenni d'occhi e mani nobilmente
e fiutando tabacco, Filinoro
fe' i tre cavalli attaccar prestamente,
e lascia il quarto che vale un tesoro.
L'oste gli è intorno e gli bacia umilmente
con la berretta in mano il gheron d'oro.
Filinor parte e l'oste inchina il cocchio
insin che può discoprirlo con l'occhio.
19
Or qui potria domandarmi il lettore
che cosa avvenne poi del cavalcante.
Di tre cavalli è il cocchier conduttore:
dunque che fu di quell'altro brigante?
Dico che il pose di dietro il signore
al cocchio per staffier o vuoi per fante.
Filinor nostro è d'intelletto raro,
e in ogni caso ritrova il riparo.
20
Fu bella cosa quell'ostier sentire
a comandare alla moglie e a' famigli,
che si dovesse l'infermo ubbidire.
Poscia alla stalla va a dare i consigli
come si debba il caval custodire;
ma nel guardarlo par si maravigli.
--Questo--dicea--d'una rozza è il cadavero,
e debbe aver mangiato del papavero.--
21
Perocché stava molto sonnolento,
e gli occhi cispi aveva e rinfossati.
--Disse il signor ch'è un poledro: io pavento
ch'egli abbia almen quarant'anni passati,--
diceva l'oste; e pigliandolo al mento,
gli vide in bocca denti smisurati.
Sente che in quel spettezzava e tossiva:
l'oste gridava a' que' sternuti:--Viva!--
22
E tra sé disse:--Omè lasso, ho mal fatto;--
e dubitava forte del suo danno.
Lasciamo l'oste irato e stupefatto,
che attenda sua ventura con affanno.
Filinor era da lungi un buon tratto;
e mentre galluzzava dell'inganno,
una sciagura gli avvenne terribile:
io so, lettor, che ti parrá impossibile.
23
Ma vo' che tu mi tenga in ciò che narro
uomo informato e storico fedele,
perch'io non vendo per frumento farro,
lasche per trotte o le zucche per mele;
ché temo sempre l'occhio del ramarro,
o giungan dov'è buio le candele,
e se c'è fanfalucca, si discopra
per biasmo dello storico e dell'opra.
24
Dico che un vento improvviso levato,
il caval primo sciolto ritrovando,
che pareva un carcame figurato
e andava d'un trottino vacillando,
lo spinse con un soffio in un fossato.
Filinor esce col cocchier gridando
e dice:--Tristo! il tuo mestier non sai;
s'è morto il mio puledro, il pagherai.--
25
La bestia s'era scavezzata il collo,
e si poté ben tirare e gridare,
ché fu vana ogni voce ed ogni crollo;
Filinoro il cocchier vuol batacchiare.
Grida il cocchier scrignuto:--Io son satollo;
so ben dove la cosa ha a terminare.
Lei vuol le cento lire del salario
dipennar per la rozza dal lunario.
26
Io n'ho stupore, e non sare' dovere
voler per venti camuffarne cento;
oltre che non fu colpa del mestiere,
ma del rozzon semivivo e del vento.--
Filinor grida:--Come! a un cavaliere
un servo parla con tanto ardimento?--
Poi croscia in sulla gobba col bastone,
e due e tre e quattro delle buone.
27