cento zecchini di nascosto in dono
per il maneggio, faceva pensiero
anche munger ciascun senza perdono.
E perché tutti nel loro mestiero
van profferendo al prete un util buono
se gli faceva aver l'opra in lor capo,
Gualtier sta ritto come il dio Priápo.
34
E udite da ciascun l'esibizioni,
fece aver l'opre al miglior offerente,
e poi faceva le disposizioni,
perché Terigi il fe' soprintendente.
Polizze fa ripiene d'invenzioni:
mai non si vide prete piú saccente.
Terigi, forse per troppa allegrezza,
a questa volta ha dato in leggerezza.
35
E perch'era in quel secolo un'usanza,
al maritar delle persone altere,
il far di versi una grand'abbondanza,
parte alla dama e parte al cavaliere;
anzi era questo di tanta importanza
quel dí quant'era il mangiare ed il bere,
che questo libro gli sposi ordinavano
e i stampatori a gran costo pagavano;
36
ed avveniva che il raccoglitore,
il qual faceva la dedicatoria,
n'avea dalla signora o dal signore,
pel generoso core o per la boria,
qualche regalo che faceva onore,
ma talor questo uscia dalla memoria;
pur nondimeno parecchi ogni volta
per commession cercavan la raccolta;
37
Marco e Matteo dal Pian di San Michele,
ch'eran torrenti della poesia,
a don Gualtieri accendevan candele
perché Terigi a un d'essi l'ordin dia.
A Matteo don Gualtier non fu fedele,
e con il patto che divisa sia
la mancia tra Gualtieri e il vate Marco,
a questo fece rimaner l'incarco.
38
Allora Marco per tutto il paese
iscreditava Matteo poveretto,
dicendo:--E' non è buon per queste imprese;
altro non sa che por scene in guazzetto.--
Matteo, quando il ciarlar di Marco intese,
giva dicendo:--Io fui bene costretto
a far quella raccolta e rinunziai,
ché non procuro queste brighe mai.--
39
Gran dispute hanno fatto i partigiani
di Marco e di Matteo per questo caso.
Sostenevan parecchi, come cani:
--Matteo non fu d'accettar persuaso.--
Altri giuravan, picchiando le mani,
che rifiutato al certo era rimaso.
Que' di Matteo di nuovo fanno fronte,
e gridan saper tutto da buon fonte.
40
E se non fosse che Turpino scrisse
di questo fatto il vero dell'arcano,
ancora ci sarebbon delle risse
a' nostri tempi fra qualche cristiano.
Frattanto il Gratta, un stampator che visse
quando viveva il nostro Carlo Mano,
un uomo coraggioso e intraprendente,
è corso a don Gualtieri prestamente.
41
E gli promise venti e piú zecchini,
se la raccolta stampargli facea.
Ornati, foglie, uccelletti e bambini,
e rami assai puliti promettea,
da far maravigliar i paladini.
--Io ho nuovi caratteri--dicea--
e carta fine, ed incisioni albergo,
e so inventar geroglifici in gergo.
42
Io non voglio giá far nessun guadagno
--diceva il Gratta--e sol fo per l'onore.--
Non era il prete men di lui mascagno,
e rispondea:--Conosco il vostro core;
però mi troverete buon compagno.--
Ma io non voglio dir tutto al lettore,
né intorno ciò la trama fra lor fatta;
basta che la raccolta impresse il Gratta.
43
Rugger per il costume del paese
qualche libretto anch'ei doveva fare.
Dodone il santo, figliuol del danese,
gli aveva detto:--Non farneticare,
ché un libriccin vo' farti alle mie spese
da far Marco e Matteo divincolare.--
Ruggero ride e dice:--Essi hanno fame:
lasciagli star, vuoi tu che mangin strame?--
44
Dicea Dodon:--Non posso in coscienza,
ché van guastando tutte le persone
con le lor stampe di mala influenza
e d'un costume contro la ragione.
Non vedi tu la lor trista semenza
omai salita in tal riputazione,
che sino ne' collegi i frati pazzi
lascian che sia lo studio de' ragazzi?
45
E imparano da quella uno stil grosso,
o veramente uno stil da bombarda,
metaforacce e qualche paradosso,
o versi goffi e frasi alla lombarda.
E dalle _Madri tradite_ dir posso
ch'apprendano i fanciul, se ben si guarda,
a maledire i morti e i testamenti,
a beffeggiar le madri ed i parenti.
46
E contro il padre a por mano alla spada,
corrergli addosso per farlo morire;
a ingannar, a tradir qual sia la strada,
imparano i fanciul, se il ver vuoi dire.
Forse la scuola lasciva t'aggrada
e la lussuria, i lazzi ed il languire
dell'_Impressario turco dalla Smirne_,
e d'altri cento che non vo' piú dirne?
47
Vannoti a sangue quelle principesse
che sono incinte pria che sieno spose,
e si maritan poi per interesse
co' duchi che non san di queste cose?
poi vanno a partorir _Filosofesse_
a Roma, e fan le faccende nascose,
acciò il marito non veda la prole,
e si battezzi un tristo, s'ei si duole?
48
Ti piaceran le donzelle d'onore
di quelle principesse della corte,
non mica vaghe del far all'amore,
ma ingravidate senz'aver consorte?
Mille garbugli infami di scrittore,
che tutto guarda colle luci torte,
e ad ogni mal facilita la via,
dicendo:--Insegno la filosofia.--
49
Le filosofe sue bello è vedere
colme di passioni e debolezze,
tradir le dame i duchi, e per dovere
far le ruffiane ed altre gentilezze,
e far le spie di dietro le portiere
co' birri a lato, acciò si raccapezze
un che fu ladro un tempo, e in tal maniera
dire:--Egli è quello,--e mandarlo in galera.
50
Le prefazion di questi autor moderni
(non so, Rugger, s'hai fatto ben l'esame)
appellano «istruttivi» i lor quaderni,
«filosofici» e «vaghi per le dame».
Io so che ci faran de' begli scherni
le suore nostre che di questi han fame.
Dico che provan lor dottrine strane
filosofe e duchesse le puttane.--
51
Dicea Ruggero a Dodon:--Tu di' bene,
ma pochi la ragione ti daranno.
Al popol piacion lor romanzi e scene;
se fossi in te, non vorrei quest'affanno,
perché t'acquisti un odio sulle schiene,
e un giorno o l'altro ti lapideranno.
Non si vuol sempre la ragion difendere:
oh, gli è la bella cosa il mondo intendere!
52
--È bella cosa, è ver--dicea Dodone,--
ma quando intendi il mondo vada male,
so che il tacere è cosa da poltrone,
e de' corregger l'uom per quanto vale.
So ch'oggi una bagascia è la ragione,
ché l'avete mandata all'ospedale
per soggezione, e con rispetti umani
e finte indifferenze e baciamani.
53
Ma piú di tutti dá cattivo esempio,
a lasciar correr certe commedie
e certi romanzacci e il compor empio,
Carloman, presso al novissimo die,
che con la bocca aperta, vecchio e scempio,
ascolta, come fosser litanie;
anzi le cose piú nefande apprezza,
e poi travolge gli occhi di dolcezza.
54
In quanto a me, qual mansueto agnello,
me ne vo come Isacche al sacrifizio,
ed all'aperta predico e favello
contro gli scritti, il mal costume e il vizio;
e dove prende granchi il mio cervello,
usin di correttor gli altri l'uffizio.
Con prove sane facciano schiamazzo,
non giá con la ragion del popolazzo.
55
Né stien dicendo che l'invidia è quella
che m'arde contro la lor preminenza.
Io non so d'invidiar Pulicinella,
perch'ogni giorno ha sí magna udienza.--
Cosí Dodon per ischerzi favella,
e finalmente ha data la sentenza
di voler far il libretto a sue spese.
Rugger lo ringraziò, ch'era cortese.
56
Terigi intanto s'era apparecchiato
a fare una sua visita alla sposa,
e un vestito s'è messo ricamato
d'oro, che mai si die' piú bella cosa.
Avea le fibbie che valeano un Stato,
e manichin d'un'opera famosa,
un cappel fine col pennacchio bianco,
ed una spada gioiellata al fianco.
57
Ma potea ben studiar l'attillatura
e porsi indosso ogni cosa pulita:
egli era un uomo grosso oltre misura,
ed alto sette palmi piú due dita;
sicch'era sempre una caricatura.
La faccia aveva larga e sbalordita,
gli occhi incantati e tondi, e un riso in bocca
continuato ad ogni cosa sciocca.
58
Goffo al pensare e al ragionare, e spesso
non intendeva ciò che gli era detto,
e richiedeva quel che aveva appresso,
dicendo:--Avete inteso voi quel detto?--
Quell'altro si togliea spasso con esso,
e gli diceva all'opposto in effetto,
donde Terigi dava una risposta
da far scoppiar dalle risa ogni costa.
59
Tratto fuor da' raggiri del negozio
delle gabelle, dov'era molto atto,
che non guardava al nimico o al sozio,
quando faceva qualche suo contratto;
del resto e' si potea lasciare in ozio
o con le genti dozzinali affatto.
Or con bel scorcio e con sue sciocche risa
se n'era andato a visitar Marfisa.
60
E le disse:--Illustrissima signora,
lei s'è degnata di mia povertade.
Sappia ch'io l'amo e che non veggo l'ora
d'esser marito della sua beltade.--
Un sterminato rubin trasse fuora,
dicendo:--Questo è della sua bontade,
e vorrei che valesse mille mondi.--
Poscia le pianta in viso gli occhi tondi.
61
E con un certo risolin scipito
stava attendendo un bel ringraziamento,
dando qualche occhiatella al suo vestito
e diguazzando i manichini al vento.
Marfisa conosceva quel marito
da molto tempo, i modi e il pensamento;
e perch'ella era bizzarra e cortese,
in questa forma rispose al marchese:
62
--Io vi ringrazio, e sposo mi sarete.
Che si de' far? maritarsi conviene.
Frattanto, o caro, vi contenterete
ch'io rida un po', ché da rider mi viene.
I' so che a male non lo prenderete.--
E cominciava a rider molto bene;
e pur lo guarda, e ride, ride, e il guarda.
Terigi ride anch'esso a quella giarda.
63
Perocché gli sembrava gran fortuna
la sposa sua sí allegra lo accettasse.
Era Marfisa allor di buona luna:
disse al marchese che s'accomodasse,
e tra le sedie gliene additav'una
ch'è la piú bassa tra le sedie basse.
Terigi, dopo un nuovo e strano inchino,
s'assise in quella, e pareva un bambino.
64
Non dimandar se ride la fanciulla.
--Volete voi parlar di cose dotte
--gli va dicendo--o di pappa o di culla,
del tempo buono o di piogge dirotte?
Avete voi necessitá di nulla?
avete ben dormito questa notte?
Marchese, è tutto vostro questo core:
volete voi che ragioniam d'amore?--
65
Terigi ad ogni cosa rispondea:
--Grazie alla Vostra Signoria illustrissima;--
ed abbassava il capo e ripetea:
--Tutto quel ch'è in piacer vostro, illustrissima.--
A qualunque parola che dicea
Marfisa, ei non lasciava l'«illustrissima».
Le serve erano uscite dalla stanza,
ché non istan piú salde a quella danza.
66
E sghignazzavan dietro le portiere,
quando sentieno «illustrissima» a dire.
Marfisa ne traeva un gran piacere,
né lascia molti patti a stabilire,
dicendo:--Voi giá siete cavaliere,
che delle usanze non voria stupire
o de' serventi o del star fuor di notte,
perocch'io non son nata nelle grotte.
67
Io vorrò correr le poste talora
con chi mi piace, e voi non ci sarete.
Qualche viaggio lungo farò ancora,
e quando tornerò mi vederete.
Ragioniam netto adesso per allora,
ch'io non soffro ingrognati e vo' quiete.
Un cavaliere, quando la sposa ama,
non si scorda giammai ch'è nata dama.
68
Parean aspri a Terigi questi detti,
ma dall'amore egli era sbalordito,
e tanagliato da mille rispetti.
Abbassa il capo col riso scipito,
col collo torto e co' denti ristretti:
sol rispondea:--Vi sarò buon marito:
ogni cosa andrá bene, e fia bellissima,
quand'ella fia piacer vostro, illustrissima.
69
Sappi, lettor, che Terigi al lasciarla
sentí strapparsi il cor dalla corata.
Impossibil gli par di meritarla.
Con inchin parte, e sospira e la guata.
A casa giunto, manda a regalarla
di drappi da Lion per la vernata
e per la state e per ogni stagione,
velluti, merli e pelli, un milione.
70
Molt'altre dame eran spose a Parigi,
e molte n'eran sposate di fresco
al tempo di Marfisa e di Terigi,
scrivon le storie, dalle quai non esco.
I paladini dietro a' lor vestigi,
e tutto quanto il popolo francesco
andava a contemplarle mascherate,
ch'ivano in piazza a far le passeggiate.
71
Nota, lettor, se Dio ti faccia sano,
come le usanze fanno i cambiamenti.
Oggi a Parigi terrien mal cristiano,
uno che andasse in maschera, le genti:
eppure al tempo del re Carlo Mano
per irvi eran rabbiosi, impazienti
tutti, e talvolta fino in qualche chiesa
maschere si vedien senza contesa.
72
Un dí di carnoval era, e la pressa
de' cavalieri e paladini è grande,
per gir nella Ruet dopo la messa,
ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande
da' sedili di paglia, ov'è il sol messa.
Qui facean le sentenze memorande,
al passar delle spose, dell'imbusto;
de' drappi, delle anella e del buon gusto.
73
Non si può dir quanta fosse la cura
nella Ruette a veder le comparse.
La piazza è spaziosa oltremisura,
ma ognun fra que' sedili vuol ficcarse.
S'uno era spinto fuor della fissura,
sforza la calca, perch'ivi vuol starse.
Se inavvedutamente uno uscía fuore,
gridava:--Oh ve', son fuor?--con gran stupore.
74
Spesso s'udia gridare:--Omè, il mio callo
un m'ha piggiato, o Dio, veggo le stelle.--
Un altro dire:--Olá, sei tu un cavallo?
M'hai dato d'urto e rotte le mascelle.--
Un altro:--E' mi fu tolto senza fallo;
non ho piú l'orivuol nelle scarselle.--
E mill'altre sventure e casi avversi,
ma tutti alla Ruet dovean tenersi.
75
All'apparir di qualche sposa nuova,
come al zimbel si calan gli uccellini,
un torrente di popolo, una piova
correva, ed eran capi i paladini.
Ad un l'abito piace, un non l'approva,
o il guernimento o il merlo o gli ermellini.
Sul color non moderno molti l'hanno;
grand'argomenti e gran dispute fanno.
76
Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri
eran giudicator di prima istanza;
gli appelli de' perdenti cavalieri
Astolfo decideva per usanza;
e conveniva ceder volentieri,
ché l'opporsi ad Astolfo era increanza.
Di color, di buon gusti e guernizioni,
fu il duca delle buone opinioni.
77
A tutte l'altre spose nel vestire
quel di Marfisa diede scaccorocco;
e il portar della maschera e il gestire,
tutto diceva ai cor:--Guarda, ch'io scocco.--
Si rise sol, veggendo comparire
Terigi che pareva un anitrocco;
e benché avesse addosso un gran tesoro,
non sapeva portarlo con decoro.
78
Mentre per la Ruet scorre il torrente,
è capitato un cocchio sulla piazza,
ch'avea dentro un garzon molto avvenente:
del resto non si dá cosa piú pazza.
Un caval magro, adagio, sonnolente
tira da un lato e si ferma e scacazza;
dall'altra parte il tiratoio tirava
uno staffiere, e sudava ed ansava.
79
Sozzopra è la Ruet. Tutte le genti
corrono a contemplar sí nuova cosa.
I paladin, le dame ed i serventi
alla carrozza van maravigliosa,
la qual nel mezzo a tanti occhi veggenti
alla magion di Gano fece posa,
ed iscese da quella il cavaliere,
di cui per ora il nome vo' tacere.
FINE DEL CANTO QUARTO
CANTO QUINTO
ARGOMENTO.
Un amor forte la bizzarra prende
di Filinor. Terigi si dispera;
pur fa grand'apparecchio, e spande e spende
per ricrear la sua sposa una sera,
Alla ricreazion schiere tremende
giungon, e fassi descrizion sincera
di dame e cavalier. Non vien l'infida;
Terigi piange, e il cappellan lo sgrida.
1
Io non son di natura curioso;
pur, quando sento ruote e la scuriada,
m'affaccio alla finestra furioso
e vo' veder chi passa per la strada.
Però non istupisco, e son pietoso
che il popol di Parigi in folla vada
a veder la carrozza che ho narrata:
io sarei stato capo di brigata.
2
Non sempre e in ogni loco curiosa
soffro la gente molto volentieri,
e, verbigrazia, a un'opera fecciosa
che corra e spenda e gridi e si disperi.
Questa curiositade è perniziosa,
io dico, e di cervei troppo leggeri.
Quella carrozza era una cosa bella
e rara, e in piazza, e si dovea vedella.
3
Il cavalier, che da quella è schizzato,
era quel Filinoro di Guascogna.
Perché da un sol rozzon fosse tirato
e dal staffiere, dirvi or mi bisogna.
In una pozza se gli era affogato
il caval terzo e rimasto carogna,
ed era presso a Parigi un trar d'arco,
donde non volle rimanersi al varco.
4
Perocch'egli è un fanciul soggiogatore
d'ogni riguardo e alle vergogne avvezzo:
--Dalla cittá non de' rimaner fuore
--disse--quest'equipaggio mio, da sezzo;--
e pose al tiratoio il servitore
dall'altra parte senz'alcun ribrezzo.
Lasciando nella pozza il caval morto,
ridusse alfin la navicella in porto.
5
Alcun di nuove fogge dilettante
dicea:--Questa debb'esser moda nuova:
da una parte il caval, dall'altra il fante!
Certo il buon gusto qui sotto ci cova.--
Alcun ardito chiede al cavalcante:
--Che fate dello sprone e che vi giova?
Spronate voi per fianco quella rozza,
o spronate voi stesso o la carrozza?--
6
Il servo ansante di sudor grondava:
avea ben altro in mente che rispondere.
La gente sempre accorreva e inondava:
parea ch'ella volesse il ciel sconfondere.
Filinor lo staffiere confortava,
dicendogli:--Su via, non ti confondere,
sciogli i forzieri;--e diceva alle genti:
--Or bene: io son colui dagli accidenti.
7
Le sventure, signor, sempre son pronte.
Che maraviglie! Ringraziate Dio
ch'elle non vi son tocche. In piano e in monte
e in mar siam mal sicuri, al parer mio.--
S'innalzava Marfisa con la fronte
per veder la cagion del mormorio,
e sulle punte dei piedi si rizza,
ma invan s'affanna e alfin le venne stizza.
8
E vòlta a' cavalier che la servieno,
ed a Terigi che sembra un barlotto,
comincia a dir che tutti le parieno
cavalier da bagasce e da biscotto.
--Vedete--ella dicea--che m'avveleno
per star di sopra, e mi lasciate sotto,
né veder posso. Ogni pitocco e tristo
avrá veduto, ed io non avrò visto.
9
Fatevi innanzi, allargate la strada!
S'apra la folla, cavalier poltroni!
Chi non sa servir dama se ne vada:
io vi smaschererei co' mostaccioni.--
Disse Terigi:--Io non ho qui la spada;--
ma gli altri cavalier, come leoni,
cominciano co' gombiti e co' fianchi
a sospinger la folla arditi e franchi.
10
Piú di tutti alle spinte acquista fama
don Guottibuossi, che è qui mascherato,
e grida:--Largo, amici, a questa dama!--
e apre l'onda e gran fesso ha formato.
Marfisa aiuta anch'essa quella trama,
e spinge quanto un uomo disperato,
tanto che giunse in mezzo al cerchio stretto,
e rassettossi poi qualche merletto.
11
E si fece vicino a Filinoro,
ch'era un de' piú bei putti che sien visti.
Lasciamo i capei lunghi a fila d'oro,
la grana e il latte sulle guance misti.
Avea negli occhi e ne' gesti un decoro
da vincer tutti i fanciulli alchimisti.
Vide Marfisa e fece il stupefatto,
facendo un paio d'inchin moderni affatto.
12
Fu quasi vinta a quel colpo Marfisa,
e si trasse la maschera dal volto,
asciugando il sudor di ch'ella è intrisa,
con una leggiadria che piacque molto.
Poi disse:--Cavalier, come, in qual guisa
siete a Parigi in questo modo còlto?--
Rispose il cavalier:--Dama cortese,
l'uom che viaggia impara alle sue spese.
13
Io vengo di Guascogna, e in compagnia
quattro staffieri aveva ed il cocchiere,
il cavalcante e due lacchè per via,
sei corsier sauri con le chiome nere,
ed equipaggio quanto convenia.
Giá queste mura ero giunto a vedere;
quando d'un bosco venti mascalzoni
usciro armati d'accette e spuntoni.
14
Per prima cosa uccisero i destrieri,
perché non si potesse via fuggire.
I lacchè si difesero e i staffieri;
chi non fuggí dovette alfin morire.
Guizzai dal cocchio a guardia de' forzieri,
e cominciai con la spada a ferire;
dieci n'uccisi, e il resto impauriti
per timore o fortuna son fuggiti.
15
Lo staffier sol rimase che vedete,
e d'un altro staffiere il caval stracco.
Dissi:--Dall'una parte tirerete;
questo rozzon dall'altra, ch'io v'attacco.--
E giunsi qui come veder potete,
che ancor mi fo la croce per quel fiacco.--
Lo staffier stava fuor della memoria
e trasognato a udir sí bella storia.
16
Filinor di soppiatto l'occhiolino
fece al staffier ed ei l'intese tosto.
L'altro segue il racconto del cammino,
che un'altra baia nuova avea disposto.
Disse:--Sol mi rincresce un valigino,
che tenni pel viaggio sempre accosto,
con trentamila zecchin d'òr forbiti;
non m'avvedendo al fatto, addio, son iti.
17
Ed un portamantello io vedo ancora,
dove aveva alcun abito decente
(siccome un onest'uom di casa fuora
suol portar seco, andando a nuova gente);
e se n'è andato anch'esso alla malora,
con un brillante a cui non posi mente,
che m'è schizzato fuori dalle mani
nel combatter ch'io feci con que' cani.--
18
Molti del cerchio, udendo queste cose,
dicean basso:--È ben ver ch'egli è guascone.--
Altri, a' quai sembrar vero tutto suole,
tiravan gli occhi e avevan compassione.
Ma perché allora s'usavan parole
e fatti pochi per consolazione,
fuor che un commiserar di que' commossi,
a Filinor non s'offerser due grossi.
19
Marfisa altro non volle ad esser vinta
che bellezza nel putto e le avventure.
Veder gli parve una storia dipinta
di Marco romanzier nelle scritture.
Compianse i casi e die' piú d'una spinta,
perch'ospite suo fosse, e isforza pure;
ma Filinor, baciandole la mano,
disse ch'ospite andava al conte Gano.
20
--Invidio a Gano un commensal gentile
--disse Marfisa--come siete voi.--
Rispose l'altro con atto civile:
--Questa invidia è invidiabile fra noi.--
Soggiunse l'altra:--A Parigi c'è stile
delle conversazion: vedremci poi.--
--S'ubbidiscon--dicea l'altro--le dame.--
Terigi udiva e sol diceva:--Ho fame.
21
Mezzogiorno è suonato di due ore,
la maschera m'affanna e infastidisce.--
E poscia l'orivol metteva fuore,
dicendo:--Questa vita non gradisce.--
Marfisa rispondeva:--Mio signore,
dove tengono il tosco, io so, le bisce;
però non cominciate a fare il matto,
ch'io so come si lacera un contratto.
22
Non mi diceste un giorno:--A me fia grato
tutto quel ch'è piacer vostro, illustrissima?--
Terigi, tra balordo e disperato,
fece una riverenza profondissima.
Rise Marfisa e sul viso gli ha dato
con il ventaglio, ch'era leggiadrissima;
e finalmente ognuno a pranzo andava.
In casa a Gano Filinoro entrava.
23
Vide a piè della scala Gan teneva,
come un gigante, un crocifisso Cristo.
Nel girar della scala che faceva,
eccoti innanzi un altro Gesú Cristo.
Nella sala maggior entra, e vedeva
la _Via crucis_. Per tutto c'è Cristo.
Filinor, ch'è golpon, tosto s'avvede
di qual umor sia Gano e di qual fede.
24
Si trae il cappello e con la testa bassa
mette un ginocchio a terra e fa la croce;
ad ogni passo si segna e s'abbassa,
borbogliando orazion con umil voce.
Ecco Gan da Pontier che di lá passa:
Filinor non si move piú veloce,
ma torce il collo e si picchia e sospira;
poi, quando gli par tempo, a Gan s'aggira.
25
E gli fa riverenza, e poi gli ha data
la lettera che a lui lo raccomanda.
Gan lo saluta e, la lettra sbollata,
vide per Filinor ciò che dimanda.
E disse:--Cavalier, vi sia donata
quant'assistenza io posso in questa banda,
e ben la meritate al parer mio,
ché mi sembraste col timor di Dio.
26
Chi in quel s'affida non può dubitare.
La coscienza netta è un gran conforto.
Io passai casi atroci, cose rare,
e mille volte dovevo esser morto.
Alle calunnie ed al perseguitare
io rispondeva sol:--Netto è quest'orto.--
La coscienza netta ed il timore
ch'ebbi sempre di Dio m'han tratto fuore.
27
Ma andiamo a pranzo omai, né vi crediate
queste parole abbia dette in mia lode.
Troppo son peccatore e ho meritate
l'arme di Dio, che tutto vede ed ode.--
Qui andaron al tinel, dove parate
son le vivande, ed altro ch'uova sode!
Pasticci si vedean, marmite piene,
zuppe, salvaticine ed ogni bene.
28
Qui stava Berta dal gran piè, consorte
del conte Gano ne' secondi voti;
Baldovin figlio, e della nera sorte
due frati grassi, in cèra assai devoti,
che facevan crocioni in sulle torte.
Giunto Gano, lettor, convien che noti
ch'ei volle a' frati levare il mantello,
dicendo che indulgenza era a far quello.
29
Poi, detto il _Benedicite_ in tuon basso,
cominciasi a mangiare alla papale.
Diceva Gano a Berta a questo passo:
--Avete voi spedite allo spedale
quelle camicie rotte, e broda in chiasso
a' pover di contrada, che stan male?--
Ed anche quella carne che putia
--diceva Berta--ho data in cortesia.
30
Diceano i frati inarcando le ciglia:
--Oh pietá benedetta!--e rastrellavano.
--Sempre sará di Dio questa famiglia
e prosperata sempre;--e trangugiavano.
--Dammi ber--dicea Gano,--e il bicchier piglia
di scopulo che i servi gli recavano:
--Pel dí--dicendo--dell'eterne chiostre:
alla salute dell'anime nostre.
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--Viva l'anima nostra--ognun dicea.
--Datemi ber, l'anima nostra viva.--
Si mangiava e scuffiava e si bevea
con una divozion contemplativa.
Filinor dissoluto i cor leggea,
e s'adattava al caso ed istupiva;
ma gli occhi ha chini e sta sí rattenuto,
che piú santo degli altri fu creduto.
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Baldovino era un fanciullaccio rotto,
ma seguiva il costume di soppiatto,
ché in casa a Gan bisognava esser dotto
e far le iniquitá chete per patto.
Poco mangiava a desco e stava chiotto,
e va sonniferando tratto tratto.
La notte tutta alle puttane er'ito,
tornato a giorno e poco avea dormito.
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