È destino di quasi tutte le persone che escono dalla folla e le si
impongono, di restare per la storia immobilizzate nel gesto e nella
posa che le rivelò per la prima volta e le rese celebri. Ora, questo
gesto e questa posa non rendono mai la psiche intera; anzi molte volte
la offuscano nel giudizio dei contemporanei e sempre in quello dei
posteri. La coltura scolastica è tutta basata su questo preconcetto,
su questa restrizione della psicologia a un simbolo determinato che,
se pure è vero, ha il difetto gravissimo di essere unilaterale. Adamo
sotto il suo albero, Cleopatra fra la perla e l’aspide, Alessandro
colla spada tesa sul nodo gordiano sono disegni primitivi e dei
primitivi hanno l’ingenuità e la manchevolezza. Ma noi non possiamo
più accontentarci di semplici abbozzi, di un gesto staccato dal
movimento generale, di una attitudine occasionale, che non abbia la sua
rispondenza vibrante precisa e completa nell’intimo plesso dei nervi!
Così intorno a Eleonora Duse si è venuta formando una leggenda di
dolore, che l’ultimo repertorio minaccia di consacrare all’immortalità,
rivelando ai futuri nipoti un lato solo della personalità e
dell’ingegno della grandissima attrice, la quale è grande appunto per
l’estensione della gamma che sa percorrere.
Non si era ancora rivelata al pubblico dell’alta Italia quando io,
domandandone a un giornalista di Napoli dove ella incominciava a
sollevare rumore, gli chiesi «È bella?» — ed egli mi rispose — «Sì,
quantunque la sua bellezza fragile e delicata non sembri di quelle
destinate a ricevere risalto dal palcoscenico». Venne a Milano e Leone
Fortis scrisse subito dopo la prima recita «Non è bella». Ella stessa
poi confessava dolcemente e malinconicamente senza ombra di astio nè
di rancore: «Il mio primo successo fu di bruttezza» esagerando per
generosità il giudizio che un critico autorevole aveva espresso forse
un po’ precipitosamente.
La verità è che Eleonora Duse presentandosi nei drammi lagrimosi,
che la tradizione consacra specialmente al trionfo delle prime
attrici, dovette rinunciare alla sua più grande bellezza, al raggio
incomparabile che le illumina il volto, quando il sorriso tremolando
ne’ suoi occhi che sono stelle si arresta sulla sua bocca che è un
fiore. Questo sacrificio, una dei più grandi che possa compiere una
donna, le ha fruttato la gloria. La Duse apparirà ai posteri col volto
disfatto di Odette, di Santuzza, di tutte le creature di passione
e di dolore che ella ha incarnate all’alba dei suoi successi; ma se
i posteri crederanno ancora al suo ingegno, non crederanno alla sua
bellezza, poichè tutte le fotografie, tutti i ritratti contemporanei la
rappresentano nell’espressione del dolore; non escluse le fotografie
fatte a Parigi che proprio non saprei lodare non esclusa la tela di
Lembach ammirata alla terza esposizione d’arte a Venezia. Ebbene, io
voglio dire questo per la verità: chi non ha visto la Duse sorridente
non conosce la Duse.
La bellezza antica fatta di linee convenzionali, con un substrato di
salute e di nervi inattaccabili, armonizzava col dolore antico. Nel
saluto di Andromaca noi possiamo immaginare che le lagrime sparse per
la partenza dello sposo, sebbene calde e sincere, non offuscassero di
troppo gli occhi belli e le guance color di rosa della figlia del re
tebano. La compostezza, il ritegno, la rassegnazione dell’animo non
permettevano neppure alla fisionomia soverchi cambiamenti. Vediamo
Niobe solenne e maestosa nel marmo che ha eternata la sua disperazione
e sentiamo che noi, quella disperazione la proveremmo più violenta, più
scomposta, più fatale all’estetica, e che le nostre membra e i nostri
lineamenti resi convulsi dallo spasimo non potrebbero conservare le
linee della bellezza pura, quale la voleva l’arte greca.
E ancora, leggendo certi romanzi d’altri tempi, ci meravigliamo che
l’eroina dopo di avere attraversato innumerevoli prove, patito disagi,
sofferto la fame, si trovi nel suo pallore più bella di prima; mentre
di noi sappiamo benissimo che in circostanze simili non resterebbe che
un povero cencio. Egli è che allora le donne erano un po’ nella realtà
e molto nella finzione incomparabilmente più floride, più robuste,
più resistenti; e quelle prove, quelle privazioni, quegli stenti, che
appena le impallidivano senza alterarle, accrescevano l’incanto di una
bellezza, alla quale non mancava appunto altro che la commozione.
Policleto, lo scultore che per il primo, dicesi, affrontò la posa sopra
una sola gamba rompendo la tradizione arcaica della rigidezza, iniziò,
precursore di secoli, il movimento ardito della scultura moderna
ricercatrice anzitutto dell’espressione. E colui che seppe iniziare sul
palcoscenico la sostituzione degli oggetti reali all’antico cartello
che recava la scritta: _qui si dovrebbe rompere uno specchio: qui
si immagina l’entrata di un cavallo_, era pur esso un pioniere del
realismo a oltranza che ha bisogno anche in teatro di veri palpiti e di
vere lagrime. La Lecouvreur in Francia, mentre trionfava il manierismo
barocco, seppe portare sulla scena il fascino di una recitazione
naturale e veramente sentita. La seguì la Desclée cogli storici slanci
morbosi, ma sinceri, del suo temperamento appassionato. Eleonora Duse
le riassume entrambe, più moderna, più vibrante ancora nella evoluzione
di una psiche fatta trasparente a furia di sottigliezza.
Come si potrebbe chiedere a queste anime tormentate l’impassibilità
estetica di Niobe e di Andromaca? Eleonora Duse quando soffre è livida,
quando piange ha gli occhi gonfi, quando si strugge nell’inseguimento
di un vano fantasma d’amore ha le guance divise da un solco autentico,
profondo, che la invecchia, che la fa sembrare brutta, e tutta la
sua persona si accascia, si annienta. La voce sola rimane, voce
incomparabile di donna che scompare nell’olocausto alla grande idealità
dell’arte.
Poichè dunque le parti dolorose hanno dato la celebrità a Eleonora
Duse, e poichè nella sofferenza ella cede la sua porzione di bellezza
e in tale attitudine di rinuncia ella fu ritratta e dalla fotografia
e dal pennello e gran parte del pubblico la conosce solamente così, io
voglio proclamare alta e forte la bellezza del suo sorriso.
È così breve la scena del ritorno dal teatro nel 1º atto di _Odette_!
così breve quella del brindisi nel 1º della _Signora delle Camelie_,
seguite entrambe da scene strazianti che le cancellano dalla mente
dello spettatore. Tuttavia quale incanto in quei pochi momenti! Appena
le esigenze del dramma concedono alla Duse il possesso naturale della
sua personalità, noi vediamo una signora squisita, che sa scherzare
e farsi fare la corte e offrire una tazza di thè, e motteggiare e
schermirsi con una luce negli occhi e fra le labbra che attira i
baci. Chi oserebbe dire che non è bella la _Locandiera_ con quel suo
guarnellino rosso fiammante quando declama i versi della Nonna:
Viva Bacco e viva Amore,
L’uno e l’altro ci consola;
Uno passa per la gola,
L’altro va dagli occhi al cuore?
E Pamela, la deliziosa ingenua tanto biricchina? Perchè nessun ritratto
la ferma agli sguardi sotto una di cotali spoglie seducenti, mentre il
movimento interno della letizia imprime a tutta la sua figurina una
giovinezza meravigliosa e pare che attraverso le lagrime sparse da’
suoi begli occhi un ricordo lontano (forse sognato) di illusioni e di
follie danzi nell’iride nera delle larghe pupille? Coloro che videro
quel sorriso devono provarne la nostalgia; così restano nei recessi più
palpitanti della memoria certi incantevoli mattini di primavera tutti
trilli di allodole e rosai in fiore.
E perchè Eleonora Duse, non solo ammirata ma amata in tutto il mondo,
non si fa ritrarre nella attitudine semplice e piena di franchezza di
quando riceve una visita? Perchè non offre alla lente fotografica il
suo sguardo incantatore di donna e di veneziana, dove la gaiezza di
uno spirito vivace è in continuo contrasto coll’ombra di un pensiero
malinconico, ma non tanto da impedire a tratti l’irradiamento di
una amabile malizia? Ah! solo il pennello di Leonardo avrebbe potuto
ritrarre l’espressione inquietante e indefinibile di una bellezza tutta
di luce e di mistero, scura come i canali della sua laguna e al pari di
essi punteggiata da raggi d’oro.