Quella che fu legge provvida di natura prima ancora di divenire regola
d’arte, l’armonia, dal firmamento immobile ove danzano gli astri alla
terra che tutta ribolle del fermento di vita, sospira con uno de’ suoi
più supremi aneliti alla fusione dell’essere umano oltre il limitato
congiungimento comune a tutto ciò che vive. In altri tempi questa
aspirazione si chiamava l’incontro dell’anima gemella.
Io non saprei come chiamarla oggi, e forse non è nemmeno necessario
darle un nome, appartenendo essa al nucleo di conquiste che la rozza
psiche dei nostri antichissimi padri fece sue attraverso secoli di
civiltà sempre più incalzante.
Dalla istintiva concezione amorosa dell’uomo selvaggio che dovette
consistere nell’afferrare la donna come una preda, alla sovranità
femminile riconosciuta dai cavalieri e dai trovatori fino alle
rivendicazioni suffragiste dei nostri giorni, il cammino è lungo
e glorioso. Il così detto femminismo anzichè essere quella trovata
moderna che appare a tutta prima non è che una tappa nella instancabile
evoluzione dello spirito alla ricerca di mete più alte. Non sempre il
movimento è progresso, spesso anzi non si fa altro che percorrere il
circolo di una palestra scambiandolo per il giro del mondo, ma anche
allora la divina legge dell’armonia veglia e aspetta.
Arduo è tuttavia il giudizio quando si vogliono spiegare alla stregua
del nostro intendimento certe vie oscure per le quali procedono le
forze della natura in urto al concetto che dell’armonia ci siamo
formati noi stessi. Ricordo ancora l’accento sdegnoso di un giovane di
grande ingegno mentre affermava che ogni persona superiore deve saper
scegliere la persona degna del suo amore. Egli aveva dimenticato che i
nostri sommi maestri nella scienza delle passioni dipingevano l’Amore
cieco.
Tutto ciò è misterioso nella ignota attrazione degli esseri che dopo
mille diverse definizioni non ne sappiamo ancora nulla e una grande
meraviglia ci coglie ogni volta che assistiamo a squilibrati connubi
di persone in assoluto antagonismo di educazione e di istinti.
Si è tentato di spiegare ciò dicendo che i contrasti si attirano
reciprocamente e che anche questa è una legge di natura. Ma a quale
scopo se poi non conduce alla felicità?
A volersi internare in tale soggetto è certo che le vite dei grandi
uomini ci offrono larga materia a commenti, incominciando da Socrate
che figlio di saggia donna e saggio egli stesso si appaiò tuttavia così
male con quella lunatica Xantippe. Perchè? — vorrei domandare al mio
giovane amico sdegnoso; ma risponde un antico:
Amor che vien per le più dolci porte
Sì chiuso che no ’l vede uom passando
Riposa nella mente e là tien corte.
Il sorgere inavvertito dell’amore è detto qui benissimo e soavemente.
Con maggior crudezza di espressione si potrebbe aggiungere che in ogni
assalto di passione amorosa c’è quasi un processo di tradimento, di
colpo dato alle spalle. Nemmeno un eroe potrebbe evitarlo. E quando
il dardo è penetrato, quando «riposa nella mente» quale più ampia
distesa e feconda di elementi psichici trasformatori della mente di un
grande? Pensiamo: Se il ruzzolare di una moneta d’argento suggerisce a
Rossini la sinfonia del _Guglielmo Tell_ e il dondolio di una lampada
getta nel cervello di Galileo la prima idea del pendolo, sarà tutto
un mondo di visioni che sorge nella mente del poeta, dell’artista,
del pensatore percorso dal dardo fatale. Basterà a lui una scintilla
per farne fuori un astro, un fiore per evocare un giardino; e basterà
un profumo, un suono, un colore, una linea per suscitargli la febbre
creatrice del bello, nella quale la sua immaginazione ardente verrà poi
cristallizzando il sogno generoso della sua anima fatta per le regali
prodigalità del delirio.
L’uomo mediocre e bottegaio, avvezzo a misurare i propri slanci nello
stesso modo che misura i propri quattrini, si guarderà bene attorno
tenendo salda la bilancia del pro e del contro prima di abbandonarsi
all’affetto. Ha per questo le maggiori probabilità di fare una buona
scelta e la soddisfazione di ritenersi superiore a Socrate. Ma per
Dante occorre appena che Beatrice appaia vestita di nobilissimo color
sanguigno perchè «nella segretissima camera del core lo Spirito della
Vita cominci a tremare fortemente», e la bella contessa Geltrude Cassi
non fa altro che passare, florida noncurante e gaia per le sale austere
del palazzo Leopardi, ma il pallido giovinetto piangerà per lei le sue
lagrime più roventi e dallo spasimo del suo cuore fiorirà una delle più
appassionate liriche d’amore che vanti la poesia italiana.
Che dire dell’impressione provata da Edgardo Pöe quando, trovatosi
una notte d’estate in cammino verso Boston, scorge attraverso la
cancellata di un giardino una donna vestita di bianco che passeggia
solitaria? Egli non vede solamente la donna nella sua forma reale come
la vedrebbe chiunque altro; egli vede «la luna cadente nel sogno e
nel mistero quale fascia diafana di seta e d’argento sui volti aperti
e attoniti di mille rose», e vede quelle rose morire «di una morte
statica» e da lungi, nel silenzio altissimo, i viali, l’erbe, le acque,
le piante «spegnersi a poco a poco nella luce di perla della luna» e
solo rimanere l’incantesimo di due pupille levate su di lui «due Veneri
in fulgor pria dell’aurora». Preparata così, la visione amorosa deve
naturalmente salire a un diapason ove non è più possibile ragionare col
criterio comune. Non solo dunque l’uomo superiore può come un altro
cadere nell’inganno sentimentale, ma vi è meglio di chiunque altro
esposto per le stesse forze della sua immaginazione.
Quanto la tavolozza è più ricca sempre più alta e più vivida sarà la
gamma dei colori di cui l’illusione si ammanta. Se non fosse questa
supersensibilità dell’uomo di genio il mondo non avrebbe i capolavori
che il miraggio prima dell’amore, poi il conseguente disinganno
ispirano all’artista, al poeta.
Noi sappiamo che sotto lo spasimo della passione, come Leopardi scrisse
le strofe immortali del _Primo amore_, Donizetti pensò la musica
straziante della _Favorita_, Musset le _Notti_, Chopin il _Preludio
in si minore_, ed alle vibrazioni che destano in noi queste larghe
echi di pianto il nostro cuore balza della ineffabile ebbrezza di
sentirsi compreso; perchè anche noi abbiamo amato e abbiamo pianto,
anche noi passammo attraverso le ansie di quelle ore che tengono
sospeso sulle nostre fronti il brivido della morte. Leggendo i versi di
Leopardi e di Musset, ascoltando la musica di Donizetti e di Chopin,
l’impressione più immediata è quella di sentire battere vicino a noi
l’ala di un’anima sorella. Ma non illudiamoci. È il medesimo effetto
di prospettiva che ci fa credere delle nostre stesse proporzioni gli
angeli e i santi colossali dipinti sulle vôlte delle basiliche.
Occorrono centinaia di rose per formare una goccia sola della essenza
che serve ai Re di Persia e, quando la voce del poeta fruga negli
anditi più riposti del nostro cuore spremendone l’intimo pianto,
pensiamo che egli dovette piangere cento volte più intensamente per
raccogliere da quelle lagrime l’estratto di arte che ha il potere di
farci fremere con una nota, con una parola.
*
Stabilito questo assioma della singolare sensibilità dell’uomo di
genio, che fa di lui un essere esposto a tutte le vibrazioni, non
bisogna dimenticare un altro fattore nella accusa fattagli di debolezza
amorosa e di mancato discernimento.
Le persone prudenti che portano scarpe di gomma quando piove e un
_cache-nez_ quando tira vento prendono probabilmente meno infreddature
di colui che si arrischia nell’imperversare della bufera solo per
cogliere un effetto di luce o una sensazione di terrore e va ad esporre
il capo libero quando infuria il temporale per conoscere direttamente
la forza della tempesta. Sono anche, questi prudenti, animuccie
parsimoniose che se acconsentono qualche volta a dare vogliono essere
ben sicure di ricevere l’equivalente e non si sobbarcano all’alea di
una passione, o affetto, o desiderio, o capriccio, senza essere ben
sicure che la spesa vale l’acquisto. Hanno paura del dolore, temono
il disinganno, e per questo mercanteggiano. Il loro potere amatorio
è scarso, scorre appena una sottilissima vena di altruismo nel loro
sentimento e vogliono risparmiare, pensano al futuro. Che sarebbe mai
di loro se il turbine di una passione infelice entrasse nella composta
architettura della loro vita e ne sfiancasse gli argini lasciandoli
nudi in mezzo alla rovina?
L’artista invece, il poeta, il pensatore, quello fra gli uomini che più
di tutti esercita l’altruismo ininterrotto di comunicare agli altri
la fiamma della sua anima, non teme il disinganno, non ha paura del
dolore. Poichè l’opera sua attinge continuamente alle fonti stesse
del suo essere e sono le sue lagrime che gli forniscono la materia
del canto, ed è col suo sangue che compone le occulte verità ignote
alle moltitudini; poichè ogni sofferenza umana espressa nella forma
della sua arte prima di elettrizzare gli uomini passa nel crogiuolo
incandescente del suo cervello, egli apre le braccia alla bellezza,
sempre, si chiami essa innocenza o voluttà, ebbrezza o martirio.
La commozione, elemento primo e indispensabile per creare, è talmente
congiunta all’intimo istinto di queste creature privilegiate che
riesce loro quasi indifferente il soffrire o il godere. Conoscere è
ciò che urge alla loro inestinguibile sete. Sono attirate dal vortice
della passione come il guerriero dal cozzare delle armi. La vita? La
morte? Parole vane. La loro ragione di esistere è una sola: quella di
sovrapporre la vita esclusiva del loro pensiero all’ammasso di bisogni
e di abitudini che costituiscono la vita normale. Qualcuno che non
le capisce le chiama egoiste perchè si trovano ben difficilmente a
livello delle preoccupazioni di tutto il mondo e il cittadino che si
scalmana per la refezione scolastica, la signora che ha appiccicato i
numeri ai biglietti di una fiera di beneficenza guardano con alterezza
diffidente l’individuo senza cuore che passa le sue giornate a cercare
un vocabolo, una nota, o la combinazione di due colori, digiuno magari,
cozzante colla fronte nei pali delle lampade che egli non vede a
cagione del sole che brilla nel suo cervello.
Vi è poi nel fatto positivo di una simpatia fra uomo e donna
(nostro punto di partenza) quella _x_ incognita che fa sentenziare a
Schopenhauer: «Qualunque sieno le smanie sentimentali ogni passione
amorosa ha la sua origine nella attrazione dei sessi.» E sta bene.
Questo spiegherebbe tutto. Solamente, l’arida soluzione ci lascia
insoddisfatti poichè un oscuro legame deve pure esistere fra le
vibrazioni sensorie e quelle psichiche, ed è certo che nella visione di
una umanità completamente evoluta vagheggiamo questo sogno delle anime
grandi congiunte nell’anima sorella.
I pochissimi fra i miei lettori che avranno avuto occasione di vedere
nel palazzo Gamba di Ravenna il delizioso ritratto della Guiccioli
non dureranno fatica a comprendere il folle amore di Byron per questa
leggiadrissima donna; ma se pensano al successore del poeta, al fatuo
marchese de Bussy che la Guiccioli si diede per marito dopo la morte
dell’immortale amante devono concludere sospirando: «Ah! meritava
maggior rispetto il cantore di Parisina!»
Una somigliante impressione di malessere ci resta in seguito
alla lettura della vita di Goethe, di questo grande fra i grandi,
l’olimpico, il magnifico Goethe, dalla intelligenza chiara e salda come
cristallo di roccia, il quale, pare, non avrebbe dovuto far altro che
sollevar l’indice per attrarre a sè una ideale donna. Ma il suo sogno
d’amore non era così grande come il suo sogno di gloria; egli all’amore
non chiese mai più di una morbida e fuggevole carezza. E quando, già
avanzato di età, lo vediamo cadere nella seduzione di una fanciulla
incontrata per caso lungo la strada e sposarsela diciotto anni dopo
averla resa madre, l’aureola di colui che fu chiamato il genio del suo
secolo si attenua un poco....
Perchè non seppero fare una scelta più felice delle loro compagne
Chateaubriand, Sterne, l’austero Milton, il cavalleresco Azeglio,
il nostro venerando Manzoni? E sui profondi dissidî dei coniugi
Carlyle chi ci dirà l’ultima parola? E Balzac che attese otto anni
l’ineffabile istante di unirsi alla contessa Hanska dalla quale voleva
dividersi pochi mesi dopo? E Barbey d’Aurevilly, ingegno così acuto,
e Nietzsche dal vasto intelletto, non si ingannarono forse entrambi
dolorosissimamente adornando colla loro fervida immaginazione un
poetico miraggio di donna che esisteva solo perchè essi l’avevano
creata?
Fin qui i poeti e i romanzieri. Ma l’uomo dallo sguardo d’aquila
e dalla ferrea volontà, l’uomo che nessuno potrà accusare di
sentimentalismo, Napoleone, assai prima che la ragione di Stato gli
imponesse il matrimonio di convenienza, non fu tutto preso, lui che
doveva conquistare il mondo, da una donna nè molto giovane, nè molto
bella, nè molto intelligente, voglio dire la volubile e superficiale
Giuseppina?
Per contro prova della cecità amorosa degli uomini grandi riesce
interessante uno sguardo dato agli amori delle grandi donne. Anche
qui l’esempio incomincia da lontano. Chi era Faone? Altri giovani
più avvenenti, più prodi, più saggi, più degni della vibrante anima
di Saffo non esistevano in Mitilene? E Collalto Collaltino «il conte
crudele» meritava egli l’amore disperato di Gaspara Stampa? Tanto per
l’antichità. Ma la donna dal virile ingegno che fu madama di Staël
ama l’essere insignificante che fu Narbonne; e madama Rolland dallo
spirito così serio lo sciocco e vanesio La Blancherie. Marcellina
Desbordes-Valmore, la prima poetessa di Francia, prodiga gli accenti
appassionati della sua lira a un cuore che non la comprese e la Sand
che conobbe i deliri amorosi di Musset, il biondo ed elegante poeta, si
riaccende e scrive lettere infuocate a un oscuro leguleio di provincia,
calvo, rachitico, miope, freddoloso, che veste una ridicola palandrana
e porta tre o quattro _foulards_ annodati intorno alla testa.
Tutto è mistero nell’amore, profondo, assoluto mistero. L’uomo di genio
che scopre nuove forze della natura, che soggioga gli elementi, che
crea una bellezza, che tiene nelle sue mani fatidiche l’arcano di mille
vite, che pensa, che studia, che combatte, che strappa ogni giorno una
vittoria sia alla materia bruta, sia allo spirito superbo, anch’esso,
il grande uomo, nulla può contro l’amore.