di GIOVANNI BERTACCHI.
Ricordo un giorno d’estate, or non sono molti anni; percorrevo la
rupestre via che da Campodolcino sale allo Spluga costeggiando il
piccolo e ridente Liro tra praterie intense di verde e silenzi lontani
di vette, sempre più ripide, confuse nel cielo.
Un uomo camminava dinanzi a me; nero l’abito, lento il passo, il capo
chino; la sua persona snella si tagliava netta su l’azzurro dell’aria.
Mi parve di riconoscerlo, ma in qual modo richiamare la sua attenzione?
Non era abbastanza in confidenza da gridarne il nome nel bel mezzo di
una strada, sia pure di campagna. Professore? È certamente il titolo
che gli compete, ma mi suonava ostico e goffo là in quel paesaggio di
naturali bellezze dove tutto era semplice e schietto. Guardai il cielo,
le acque, i monti, l’erba e dissi a voce alta: Poeta! Egli si rivolse.
Era lui, Giovanni Bertacchi.
Parecchie volte ebbi in seguito occasione di rivederlo, o nel fido
ritrovo in Galleria, o nelle adunanze dove la sua parola alàta
suscitava i più caldi entusiasmi. Ricordo il discorso tenuto al Teatro
della Scala per la Lega Navale che fu una specie di rivelazione,
tanto l’abituale ritrosia del Bertacchi seppe innalzarsi al livello
della circostanza nobilissima e mentre il poeta sgranava come da
un filo di perle le più lucenti immagini della fantasia, la voce di
quell’uomo esile e delicata penetrava senza sbalzi, limpida e ferma in
ogni angolo del teatro. Egli fu magnifico di sicurezza nell’accenno
alle _due sorelle del confine orientale che nutrivano di speranza il
loro esilio_. Si era ancora lontani dalla guerra coll’Austria, ma il
pubblico comprese a volo e un vivacissimo applauso fece battere in quel
momento molti cuori.
Giovanni Bertacchi, modesto pioniere che aveva recato sotto la volta
del maggior teatro italiano e alla presenza di un Principe di Savoia il
voto lunganime della Nazione, mi parve grande.
E sempre, nei discorsi pronunciati poi, nelle conferenze, in certe
improvvisazioni piene di sapore e di originalità, l’anima del poeta
mi si riconfermava in quel suo mirabile accordo fra la vita reale ed
il sogno che fa di lui uno dei poeti meglio equilibrati della nostra
letteratura.
Ma se voglio spiegarmi la precisa individualità di Giovanni Bertacchi
mi è d’uopo rievocarlo qual io lo vidi in quel giorno di un morente
estate sulla via dello Spluga, tra i prati verdi che costeggiano il
Liro e le alte montagne piene di silenzio.
Giovanni Bertacchi è il figlio genuino della sua terra. Tutto ciò che
raccolsero di calore le zolle soleggiate degli altipiani, tutto ciò
che concentrarono in aromi le resine dei boschi, e la trasparenza delle
luci e la purezza delle linfe e la sana fecondità dei germi deposti dai
secoli sui muschi immacolati, tutte queste forze segrete della natura
adunate intorno a un cervello di pensatore, lo plasmarono così libero e
sicuro d’onde i canti che egli getta al vento e alle selve, figliazione
spontanea di un connubio d’amore fra l’anima e le cose. Egli stesso lo
dice. Dai trucioli biondi che il padre sollevava lavorando al torno,
dai ceppi di faggio spaccati nel domestico cortile, dalle slitte
salienti nella neve o dai faticati cavalli sotto le pesanti diligenze,
dai datteri scuri e dalle melarance d’oro che giungevano per l’Epifania
al fondaco materno suscitando nella infantile fantasia visioni
immaginarie di esotici paesi dai nomi strani.
Tutti gli schemi dei pensier futuri
tutti i preludi delle mie canzoni
stavano là, stavano là nei buoni
giorni immaturi.
E in una sintesi sempre più larga della vita inanimata egli segue le
vicende dell’albero che la scure del taglialegna ha intaccato, conta i
rami divelti, li segue nel loro destino:
Essi van lungi; e diverran le cose
che accompagnano i dì; talami, mense,
usci fidati e pie madie odorose.
Essi nei popolati ampli quartieri
saran domani travature immense,
e carene di navi entro i cantieri.
Coloro che conoscono Bertacchi solamente nella sua ultima produzione
patriottica hanno bensì una prova del suo ingegno e del suo sentimento,
ma non hanno intero nè il suo ingegno nè il suo sentimento. Il grande
slancio di redenzione che ha scosso l’Italia negli ultimi due anni
chiamò il nostro poeta ad una dichiarazione di fede allargando la
cerchia dei suoi estimatori, ma il vero poeta così come nacque, come
si formò, come avvenne la cristallizzazione perfetta del suo sogno
in una forma d’arte è d’uopo cercarlo nei sei volumi delle sue poesie
antecedenti.
Volendo giudicare un poeta non è forse inutile chiedersi: Che cosa egli
ama? Che cosa crede? Le letterature di tutti i paesi hanno i loro poeti
della fede, del dubbio, della negazione assoluta, hanno i mistici e gli
epicurei ed hanno sopratutto disgraziatamente i poeti che nulla avendo
da dire si sbizzariscono a mettere insieme ingegnose combinazioni di
suoni e di colori che dovrebbero nel loro intento sostituire l’assenza
di quel fuoco interno che solo crea la poesia.
Giovanni Bertacchi è panteista. Egli ama la natura, egli crede nella
vita. Gli uomini e gli alberi, il pensiero che nasce in un cranio e
il filo d’erba che spunta dalla terra lo interessano egualmente, anzi
formano ai suoi occhi una verità sola e una sola bellezza. Le acque di
un fiume scroscianti dai vergini ghiacciai al mare non lo commuovono
meno delle lagrime dei suoi fratelli poichè non esistono divisioni di
materia e di spirito dinanzi al concetto di una forza unica che regola
tutto il creato e non soverchia un amore in un cuore che tutti li
accoglie in sè.
Con un senso più reale della vita egli si accosta alla dolcezza
del poverello d’Assisi nella fraternità per tutte le creature, ma
non acconsentirebbe a seguirlo nell’ascetismo della rinuncia. Pensa
certamente che poichè il divin Creatore dispose che al soddisfacimento
di ogni atto necessario alla vita corrispondesse una sensazione di
piacere, sia contro natura il rinunciarvi. Deplora la ricerca di
alcuni scienziati che vorrebbero ridurre i cibi in pillole e rievoca le
bellezze non tutte materiali che accompagnano i variati simposii:
Tovaglie bianche dai riflessi azzurri,
negli alberghi dell’Alpi, in riva ai laghi,
nelle navi, sui treni, ove più vaghi
entran dell’aria i nimbi ed i sussurri.
Oh, che musica dolce andrà smarrita
se cessi il tintinnio delle stoviglie,
che le memorie delle mie famiglie
perpetuò nel corso della vita!
Chi ci darà le confidenze care
dell’amicizia che s’indugia a cena,
mentre il vino e l’affetto in calda vena
scendono ai cuori, e canta un focolare?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
non sentite il tepor che si sprigiona
dalla parola dei conviti umani?
Non vedete da torno ai freschi pani,
come fida è la vita e come buona?
No: non togliete ai nostri di quest’ora
che ricongiunge i sogni ed i ricordi;
questa tregua che fa lieti e concordi
chi viaggia, chi pensa e chi lavora.
Oh lasciateci il pane, ove si serba
la luce aprica delle messi bionde;
lasciateci le carni ove s’infonde
l’umor del suolo e la virtù dell’erba.
Umili ispirazioni, dirà qualcuno. È vero. Il pane, il vino, il focolare
domestico non escono dalla cerchia delle cose comuni, ma è appunto
perchè da questa cerchia dove altri si immiseriscono in un grossolano
epicureismo, Bertacchi sa togliersi con un geniale battito d’ali che
noi lo amiamo. Egli non è il poeta che scende a trescare col volgo,
bensì è colui che accostandosi al volgo lo solleva a sè; l’artefice
intelligente che sa trarre dall’argilla forme immortali; il palombaro
che si lascia calare in rozze vesti sul fondo del mare per estrarne la
perla; è infine il maestro delle anime che seduto al povero banchetto
tramuta l’acqua in vino.
Cantore sincero se mai ve ne furono, non rinnega il cielo ristretto
dove aperse gli occhi alla luce ed è ammirabile la quantità di luce che
intravide in quel piccolo spazio. Il soggetto più pedestre acquista
nella sua penna una inaspettata nobiltà tanto più educatrice quanto
meno interessata. Noi dobbiamo credergli quando dice che la vita
è buona, perchè egli non nacque tra i felici del mondo. Eppure la
felicità non gli apparve come una usurpazione fatta da altri uomini. La
felicità è uno stato di grazia che difficilmente le circostanze possono
alterare; e da quante piccole cose l’uomo possa trarre momenti felici
è genialmente adombrato nella poesia _Gli elementari_, della quale mi
piace ricordare le ultime strofe
Udite il suono che vi vien di fuori,
ma cercate anche in voi la voce ascosa.
Una musica dorme in tutti i cuori,
come dorme una voce in ogni cosa.
Essa è l’antica, mistica parola
che in noi diffonde il mormorio divino.
Se pur non veda alcuno in suo cammino,
l’anima che l’udì non è più sola.
Quando ognuno di voi, nella sperduta
solitudine sua l’abbia avvertita,
ei sarà l’uomo, egli vedrà compiuta
nel giro d’ogni dì tutta la vita.
Dove è racchiuso il nocciuolo di tutta la saggezza umana.
Questo indugiare del Nostro a raccogliere le voci dei diseredati
della fortuna lo fecero ascrivere con troppa fretta fra i seguaci
di teorie alle quali deve ripugnare il suo spirito contemplativo. A
tale sentimento parmi ispirato il _Canto solitario e fraterno_ che
incomincia:
Per la canzone antica
che il paterno martello in me depose,
io le vostre cercai mani callose,
figli della fatica.
Ma soggiunge subito dopo per affermare la libertà de’ suoi sogni:
Ma non so qual ventura
in cuor mi pose un debito di canto
per l’erba e l’acqua che mi passa accanto
dal monte alla pianura.
Sento i cheti castelli e le traviste
beltà sognanti, e i parchi ampi e tranquilli;
amo i possenti eroi delle conquiste,
e delle antiche avemarie gli squilli.
Ed a quale altezza giunga la visione poetica in questo solitario
pensatore è fatto chiaro dall’_Io migrante_, una delle più belle
liriche moderne.
Volendo riassumere la poesia di Giovanni Bertacchi io me la figuro
talvolta come un’arpa sospesa ai rami di una selva accarezzata dal
vento delle Alpi passata tra aiuole di rose, sposando i suoi dolci
accordi al canto dell’allodola e al tintinnio di mandre lontane.
La pace virgiliana dei campi domina come sfondo la sua produzione, ma
non esce da tale funzione secondaria e decorativa. Il fattore primo
è sempre l’uomo. Non abbiamo qui i paesaggi stilizzati e freddi dei
poeti decadenti; cielo, monti, alberi, acque vivono per il Nostro in
quanto vive egli stesso, in quanto vive l’uomo e la commozione che egli
ritrae da un’alba, da un tramonto, da un giuoco di nubi si collega
intimamente alle gioie alle tristezze alle ebbrezze umane. La poesia
di Bertacchi è materiata di sangue e di anima, poichè la sua passione
dà vita a tutte le cose; egli non aspetta dalle forme esterne lo
squillo dell’ispirazione, ma accostandosi a ciò che è semplice forma
la riveste della propria visione, vi imprime il suggello della propria
individualità.
Oltre al fatto di essere nato in mezzo alla vergine natura e di averne
assorbite le intime linfe generatrici, ebbe Bertacchi la fortuna che,
se accompagnò nei tempi andati i nostri maggiori poeti, si trova in
molta decadenza presso i poeti moderni. Voglio dire che la psiche di
Bertacchi vibra tutta d’amore, più vicina che mai alla visione che
io ebbi dell’opera sua paragonandola a un’arpa sospesa tra i rami
di una selva; percossa dal canto delle allodole, lambita dal profumo
dei rosai. Quante volte ricorre la rosa nell’immaginazione del nostro
poeta! Nel _Sogno sulle Alpi_ troviamo questo elegiaco lamento al quale
faranno eco tutti coloro che amarono
Addio!... Nel malinconico poema della vita
questa parola triste cupo un iddio vergò...
Sbocciata appena all’anima la rosa ecco è sfiorita
che l’anima sognò.
Quanto originale, viva, fresca è l’invocazione _A quella che non seppe
mai_.
Dio dei fati gemelli, o dio che fai
coppie di rose, e coppie di destini,
molti cuori si passano vicini
senza parlarsi o rivelarsi mai!
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Pur noi vivemmo insieme una gemella
ora d’aromi; insieme entro la cheta
luce scendemmo come ad una meta
comune, o inconsapevole sorella,
Lui, gli aromi, la cheta luce, il rinchiuso amore! La fusione non
potrebbe essere più perfetta tra le cose e l’anima come in questi
deliziosi versi tutti pervasi di una signorile grazia malinconica. La
malinconia, quella stessa che Pindemonte vagheggiava in vesti color di
viola, sta in fondo ad ognuna di queste liriche; malinconia ritenuta
che non arriva mai alla disperazione, che non s’aggrappa al sarcasmo,
che non conclude allo scoramento ed alla negazione, ma che per quel
diffuso senso panteistico del poeta che non lo lascia mai solo nel suo
dolore, lo accoglie maternamente, quasi lo assorbe in se. Che fare?
È la legge della natura. Nascere, fiorire, morire. Il poeta nè se ne
meraviglia nè, quasi, se ne accora, perchè la bellezza dell’amore sta
appunto nella sua evoluzione
Tutti gli amori
sono cinti così d’un’inquieta
melanconia: l’ignoto ed il lontano
parlano al cuore degli amanti un vago
linguaggio di malie; tutti gli amori
sono pensosi come cupi enigmi
son dolorosi come sacrifici
consumati nell’ombra;
È la concezione dell’amore secondo i sentimentali. Essi soli amano
dell’amore tutto; ansie, dolori, tristezze, amarezze, lotte, sacrifici.
Dove la persona sensuale non vede che un piacere da cogliere, colui
che ha vero intendimento d’amore non chiede altro che di amare. Essere
amato è certamente nei suoi desideri, ma intorno all’ora suprema, che
per altri è lo scopo unico e fuggitivo dell’amore, egli intreccia tutta
una fioritura di sensazioni che ve lo iniziano di gran lunga prima che
essa scocchi e lo accompagnano ancora quando è trascorsa
Noi viviamo in prima
nell’albe incerte dell’idea, salendo
al pieno giorno d’un atteso bene,
per calare di poi verso i pensosi
vesperi del ricordo. Or tu degusti
di bacio in bacio, lentamente, i frutti
della vita, che un giorno erano fiori
nei rimpianti rosai del tuo passato.
Ritroviamo l’immagine del rosaio in quel patetico _Canto delle
sensazioni perdute_ dove il poeta rimpiange il profumo della prima
rosa, il fresco della prima fronda che gli sbattè sul volto, al
mattino, nei boschi e la puntura della prima spina sulla piccola mano.
Ognuna di queste sensazioni egli non le troverà mai più. _Nevermore!_
Lo sconsolato ritornello del corvo di Edgardo Poe. E in Bertacchi,
come in Poe, come in tutti i poeti che tuffarono la penna nel proprio
sangue prima ancora che nell’inchiostro, noi sentiamo la commozione
vera, sentiamo il fratello, cioè l’uomo che ha sofferto come noi, che
al pari di noi conobbe l’ora del meraviglioso inganno che ci trasporta,
noi minima frazione del gran tutto, al vertice sublime della vita
universale dove ogni singolo dolore viene assorbito ad alimento di
nuove vite.
Nella _Stanza straniera_ il poeta persegue non per curiosità, ma per la
sua propria passione interna gl’incontri del caso
Coppie vaganti, avventurose e meste,
circonfuse di colpa e di mistero,
due dolcissime cose.
È un brevissimo poemetto questa _Stanza Straniera_; è meno ancora, è
una divagazione di pensiero in pensiero e di luogo in luogo, ma la
tenue tela è di una tale freschezza che solo la vince il signorile
ritegno della forma.
Un poema compiuto per la mole e per la forma sono le _Malie del
passato_. In queste pagine che appaiono come il diario di un giovane,
la musa agreste del Bertacchi congiunta a quel suo profondo sentimento
della natura e dell’amore, si fonde in armonia perfetta. Le descrizioni
della vita campestre ricorrono sobrie e vivaci; quelle del nascente
amore perfette di verità e di grazia. Bertacchi eccelle nell’arte così
difficile di parlar d’amore. Si pecca generalmente per i due estremi; o
il poeta vuol essere casto e riesce freddo, o vuole colorire e offende
il gusto. L’equilibrio nel Nostro è la naturale conseguenza della
sua chiara mente latina, del suo organismo sano, della sua squisita
sensibilità.
Le pagine dove è descritto il sorgere dell’amore di Furio per la
dolcissima Lina, balzano all’occhio colla elegante visione di un
ramo di pesco che ricama di fiori rosei la trasparenza argentea di un
mattino d’aprile.
La dichiarazione dell’amore, quella dichiarazione sì a lungo
desiderata, pensata in tante forme, trattenuta fino all’ultimo istante
con sì naturale ritrosia sboccia alla fine con una semplicità la di
cui efficacia fa ricordare, sia pure colla dovuta riverenza, esempi
maggiori
L’ombra calava,
e i due, guidati dall’inconscia forza
d’un solo intento, furono vicini
quanto bastava, un attimo. Non fu
già di parole il rivelarsi loro,
ma muto, spento, tutto nel tremante
bacio che Furio le stampò sul viso
sgomento e bianco...
Angoscioso, solenne come un rintocco funebre, mentre canta nel cuore di
Lina qual promessa di nuove gioie il primo bacio, il poeta avverte
... Ecco l’amore,
ecco la prova! Dopo questa, nulla
di simile, giammai, nulla, per tutta
quanta la vita!
Rimane sola abbandonata la fanciulla in mezzo agli oggetti consueti
che soli oramai le parleranno del suo sogno svanito, mentre Furio parte
incontro alla vita, incontro all’avvenire.
Mi piace chiedere questi modesti appunti sopra una poesia che amo col
riprodurre uno scorcio ammirabile, di sei versi appena, che mi sembra
un piccolo gioiello
Fummo per poco in un grand’orto in fiore;
poi ciascuno tornò l’anima sola
riaffacciata alla sua landa brulla.
Fummo... Oh certo imparò tutto il dolore
chi ne’ suoi giorni udì questa parola,
questo tonfo dell’anima nel nulla.
Non saprei dove trovare in altri ridotta al minimo di parole in una
forma purissima e cristallina, l’eterna vicenda dell’amore. Fedele alle
immagini che gli offre la natura, il poeta rappresenta questo stato
d’animo come un grande orto fiorito nel quale i papaveri spiegano al
vento le loro tuniche vermiglie, gonfie di passione e i fiordalisi
tremuli sui loro steli guardano ansiosi e timidi coi loro occhietti
azzurri, mentre i gialli ranuncoli squillano la fanfara della vittoria
sul popolo minuto delle erbe senza nome che profumano in silenzio,
quasi taciti riti compiuti nell’ombra.
E veramente tutte le illusioni balzano, ondeggiano, profumano nei
nostri cuori quando vi nasce l’amore. Un grand’orto in fiore! È così.
Stringata in tre brevi parole ma compiutamente intera è l’inevitabile
evoluzione: fummo per poco.
E poi quel ritorno di ciascuno alla realtà della propria vita
anteriore, alla landa brulla che era prima, che sarà ancora l’esistenza
dopo quell’immenso sogno di felicità. Non una parola di più, non
una parola di meno. L’epilogo è un tempo di verbo: _fummo!_ ma così
preciso, così violento che noi sentiamo l’anima del poeta esulare dal
proprio dolore verso i limiti inafferrabili del dolore umano come un
vero tonfo nel nulla.