Poich'ebbe riletto il foglio da capo a fondo, lo piegò e lo chiuse
entro una busta. Ma mentre stava scrivendone l'indirizzo, la scosse
una scampanellata alla porta di strada. Ell'aveva dato ordini precisi,
assoluti; non riceveva nessuno: nè lo zio Venosti, nè il conte
Vergalli, nè la Giulia Orfei, nessuno insomma; ed era naturale che
quegli ordini, dati il giorno, dovessero aver maggiore efficacia la
sera; tanto più che alle sette e mezzo, nel congedar la Luisa,
ell'aveva soggiunto che sarebbe andata a letto presto, da sola,
secondo la sua consuetudine. Checchè le fosse occorso, avrebbe
chiamato.
Tuttavia, alla scampanellata, la Teresa nascose rapidamente la lettera
nella cartella ove c'era anche il testamento, e riparò nella sua
camera come in un rifugio più intimo ed inviolabile. Ivi, posata la
candela sul comodino, tese l'orecchio e stette in ascolto.
Certo qualcheduno aveva salito la scala, era di là, in conferenza con
la Luisa. Chi poteva essere? Il servitore di Mario che per la terza
volta veniva a informarsi della sua salute? O Mario stesso, portato da
una forza irresistibile alla casa dell'amica? O era invece
un'ambasciata indifferente di cui ell'avrebbe riso domani, se il
domani fosse esistito per lei?
In quella sospensione dell'animo, la Teresa provava una specie
d'impazienza nervosa contro l'ignoto, chiunque fosse e fosse pur
Mario, che turbava la quiete di quegl'istanti solenni.
Senonchè, ad un tratto, i suoni fino allora piuttosto indovinati che
percepiti si fecero chiari e distinti; ella sentì veramente dei passi,
delle voci rattenute e sommesse, sentì picchiare all'uscio del
salottino verde. Con una decisione subitanea ella spense la candela e
si gettò sul letto.
Una persona era entrata nel salottino e s'avvicinava guardinga; una
mano girò adagio adagio la gruccia nell'uscio. Irrigidita in uno
sforzo supremo, la Teresa non gridò, non si mosse, e riuscendo con la
volontà a disciplinar perfino i battiti tumultuosi del cuore parve
respirar come uno che dorme.
--Dorme--disse in fatti una voce. Era quella della Luisa, e sembrava
rivolta ad uno che fosse lì ad attendere risposta. I battenti
dell'uscio, come s'erano aperti pian piano, pian piano si
riaccostarono. Ma un'altra voce, una voce d'uomo cognita e cara,
giunse all'orecchio della Teresa.--Se dorme, lasciatela tranquilla....
Pur che domattina, appena si sveglia, abbia questo biglietto.
--Non dubiti, signor conte--rispondeva la cameriera.--Glielo porterò
io stessa.
--Va bene. Lo metto qui sulla scrivania.
I passi, lievi lievi, si allontanarono; gli usci si chiusero; si
chiuse, di lì a pochi secondi, la porta di strada. Allorchè tutto fu
tornato nel silenzio, la Teresa riaccese il lume e balzò dal letto. Le
gambe le tremavano, un sudor freddo le gocciolava giù per la fronte;
ella potè nondimeno trascinarsi nel suo salottino. Sotto un
calcafogli, sulla cartella ov'ella aveva pur dianzi riposta la sua
lettera, c'era il bigliettino di Mario Vergalli. Che voleva egli
ancora da lei?