Erano le nove di sera. Nonostante le prove fisiche e morali della
giornata, nonostante l'imminenza della catastrofe, la Teresa era
calma, padrona di sè. Della tempesta, che aveva agitato così
fieramente la sua anima nella notte scorsa, non rimaneva la minima
traccia; gli ultimi tenui fili che la univano alla vita s'erano
spezzati dopo la scena dolorosa con Mario. Non ch'ella gli serbasse
rancore; ma nella passione senile di lui ella trovava una ragione di
più per morire. Adesso, già da un'ora, ella stava scrivendogli, e
vinte le difficoltà dell'esordio la sua penna correva sicura sopra la
carta. Quell'esordio diceva così:
«Avrei voluto che solo da questa lettera voi apprendeste ciò che non
ho ardito confessarvi a voce; avrei voluto che foste l'unico
depositario di questa parte del mio segreto; vedo pur troppo che il
mio desiderio fu vano; _sento_ che avete indovinato _tutto_. Me lo
dice la vostra improvvisa scomparsa dopo il mio breve malessere d'oggi
(e vi ringrazio d'aver mandato a prendere mie notizie); me lo dice il
linguaggio pieno di reticenze delle mie donne; le quali, ormai ne son
certa, avevano indovinato prima di voi. Ebbene, amico mio, se sapete
_tutto_, avrete già compreso e perdonato il rifiuto che opposi alla
vostra offerta. Potevo forse accettare?»
Dopo questa introduzione, la Teresa veniva a spiegare i punti della
sua condotta che, per forza di cose, erano dovuti rimanere oscuri, e
si diffondeva a parlare della sua gita a Milano che prima ell'aveva
cercato di nascondere e di cui poi aveva dissimulato il motivo reale.
Ah sì, aveva accumulato artifizi e bugie ripugnanti all'indole sua, e
ora, in procinto di abbandonar per sempre la terra, la sua anima
cedeva a un bisogno prepotente di verità e di sincerità. Nè si
contentava di chiarire i fatti, ma scendeva con spietata analisi
dentro sè stessa, studiando le deficienze del suo organismo morale
ch'ella aveva avuto il torto di creder sano ed equilibrato. Sana ed
equilibrata lei, ch'era caduta quasi senza lotta, nè dopo la dedizione
repentina e umiliante aveva trovato l'energia di rialzarsi! Sana ed
equilibrata lei che, per quanto avesse scrutato nel proprio cuore, non
vi aveva mai scoperto quella fiamma divoratrice che avrebbe potuto
attenuar la sua colpa; che oggi, pensando al suo seduttore, non
provava nè amore, nè odio, nessuno di quei sentimenti che nelle nature
logiche e vigorose sopravvivono alle grandi passioni? Ah, se il caso
fosse toccato ad un'altra, quanto volentieri ne avrebbe parlato con
lui, col suo sereno filosofo!... Ma ora ella capiva la vanità dei
nostri giudizi. Come giudicare senza conoscere, e come pretendere di
conoscer gli altri, se ognuno di noi riserba a sè medesimo così strane
sorprese? Ecco, anche oggi, guardandosi intorno, le pareva di vedere
una corruzione molto maggior della sua, le pareva ingiustizia suprema
l'essere schiacciata sotto il peso d'un unico fallo, mentre il vizio
cinico e impudente correva le piazze e trionfava nei salotti eleganti.
Pur la fiera protesta le si spegneva sul labbro nell'incertezza delle
leggi che regolano le azioni umane e del grado di responsabilità che
incombe a ciascuno. Solo una cosa ella credeva di aver imparato, oimè
troppo tardi. La donna scelga la sua via. Se ha scelto quella
dell'onestà, sappia che deve percorrerla sino in fondo, senza
un'esitazione, senza una titubanza. Al suo primo scappuccio non
s'aspetti misericordia. È lei, la donna onesta, che sarà chiamata a
pagare anche per quelle che non sono tali.
Proseguendo nella sua lettera, la Teresa esponeva le ragioni che la
spingevano a morire. Vergalli non l'avrebbe condannata, egli che tante
volte aveva compatito con lei ad altri suicidi, egli che aveva
mostrato comprendere come vi possano esser momenti in cui al più
coraggioso degli uomini manchi la forza di vivere. Ed ella diceva che
sarebbe morta prima, appena inteso il verdetto del medico milanese, se
non avesse voluto metter ordine alle sue faccende e riveder l'amico
buono e fidato ch'ella aveva offeso e che meritava di ricevere il suo
atto supremo di contrizione. Indi, accennando ai loro recenti
colloqui, ella ricercava le cause che avevono impedito la pienezza
delle sue confidenze. Piccole cause che non avrebbero dovuto farla
deviare dal suo cammino; ma basta sì poco a gelar talvolta una parola
sul labbro, ad arrestare uno slancio del cuore! Ed ella gliene
chiedeva perdono; gli chiedeva perdono dei malintesi che una sua
maggiore franchezza avrebbe certo evitati. Tanto le premeva di non
offendere, di non ferir Mario Vergalli che quasi accusava sè della
scena penosa d'oggi! Nè gli disse, troppo egli ne avrebbe sofferto,
che s'egli fosse tornato da lei come amico e non altro, egli forse,
egli solo avrebbe potuto salvarla....
Non glielo disse; nell'ultima parte della lettera riassunse, completò,
illustrò il suo testamento, specificando quelle disposizioni che ella
desiderava rimanessero segrete fra loro due, scusandosi di non averlo
esonerato nemmeno dall'incarico, che doveva riuscirgli sì grave, di
far pervenire un suo ricordo a Guido di Reana. E la Teresa conchiudeva
in questi termini:
«Addio, Mario. Non vi dico di dimenticarmi. Nonostante il male che vi
ho fatto, vi dico piuttosto: Ricordatemi senz'amarezza. Pensate a me
come a una povera donna a cui è mancato qualche cosa per esser felice
e per render felici le persone che amava. E non vi lasciate abbattere
nè dalla memoria dei torti patiti, nè dal dolore che vi darà la mia
morte. Non siete giovine più, ma le abitudini austere hanno conservato
intatta la vigoria del vostro corpo e del vostro spirito; il libro
della vita non ha svolto per voi tutte le sue pagine; potete chiederne
e sperarne altre consolazioni; dallo studio, dal lavoro.... forse
dalla famiglia.... forse da nuovi affetti....
Addio, Mario. Confido, che se pur avete deciso di partire, domattina
sarete ancora a Venezia, e la mia lettera potrà esservi recapitata
prontamente.... Consacratemi poche ore.... le ultime.... Difendete il
mio cadavere dalle curiosità indiscrete.... Procurate ch'io sia
sepolta nella veste che ho addosso; cercate di ottenere dai giornali,
se non il silenzio circa al mio suicidio, almeno un riserbo pietoso
circa ai motivi che lo hanno determinato; cercate (e non vi strappi un
sorriso di compassione la mia debolezza) che la mia bara non sia
respinta dalla chiesa della mia parrocchia.... Grazie, Mario.... E
addio.... e perdonatemi.