XXIX.

Erano le nove di sera. Nonostante le prove fisiche e morali della

giornata, nonostante l'imminenza della catastrofe, la Teresa era

calma, padrona di sè. Della tempesta, che aveva agitato così

fieramente la sua anima nella notte scorsa, non rimaneva la minima

traccia; gli ultimi tenui fili che la univano alla vita s'erano

spezzati dopo la scena dolorosa con Mario. Non ch'ella gli serbasse

rancore; ma nella passione senile di lui ella trovava una ragione di

più per morire. Adesso, già da un'ora, ella stava scrivendogli, e

vinte le difficoltà dell'esordio la sua penna correva sicura sopra la

carta. Quell'esordio diceva così:

«Avrei voluto che solo da questa lettera voi apprendeste ciò che non

ho ardito confessarvi a voce; avrei voluto che foste l'unico

depositario di questa parte del mio segreto; vedo pur troppo che il

mio desiderio fu vano; _sento_ che avete indovinato _tutto_. Me lo

dice la vostra improvvisa scomparsa dopo il mio breve malessere d'oggi

(e vi ringrazio d'aver mandato a prendere mie notizie); me lo dice il

linguaggio pieno di reticenze delle mie donne; le quali, ormai ne son

certa, avevano indovinato prima di voi. Ebbene, amico mio, se sapete

_tutto_, avrete già compreso e perdonato il rifiuto che opposi alla

vostra offerta. Potevo forse accettare?»

Dopo questa introduzione, la Teresa veniva a spiegare i punti della

sua condotta che, per forza di cose, erano dovuti rimanere oscuri, e

si diffondeva a parlare della sua gita a Milano che prima ell'aveva

cercato di nascondere e di cui poi aveva dissimulato il motivo reale.

Ah sì, aveva accumulato artifizi e bugie ripugnanti all'indole sua, e

ora, in procinto di abbandonar per sempre la terra, la sua anima

cedeva a un bisogno prepotente di verità e di sincerità. Nè si

contentava di chiarire i fatti, ma scendeva con spietata analisi

dentro sè stessa, studiando le deficienze del suo organismo morale

ch'ella aveva avuto il torto di creder sano ed equilibrato. Sana ed

equilibrata lei, ch'era caduta quasi senza lotta, nè dopo la dedizione

repentina e umiliante aveva trovato l'energia di rialzarsi! Sana ed

equilibrata lei che, per quanto avesse scrutato nel proprio cuore, non

vi aveva mai scoperto quella fiamma divoratrice che avrebbe potuto

attenuar la sua colpa; che oggi, pensando al suo seduttore, non

provava nè amore, nè odio, nessuno di quei sentimenti che nelle nature

logiche e vigorose sopravvivono alle grandi passioni? Ah, se il caso

fosse toccato ad un'altra, quanto volentieri ne avrebbe parlato con

lui, col suo sereno filosofo!... Ma ora ella capiva la vanità dei

nostri giudizi. Come giudicare senza conoscere, e come pretendere di

conoscer gli altri, se ognuno di noi riserba a sè medesimo così strane

sorprese? Ecco, anche oggi, guardandosi intorno, le pareva di vedere

una corruzione molto maggior della sua, le pareva ingiustizia suprema

l'essere schiacciata sotto il peso d'un unico fallo, mentre il vizio

cinico e impudente correva le piazze e trionfava nei salotti eleganti.

Pur la fiera protesta le si spegneva sul labbro nell'incertezza delle

leggi che regolano le azioni umane e del grado di responsabilità che

incombe a ciascuno. Solo una cosa ella credeva di aver imparato, oimè

troppo tardi. La donna scelga la sua via. Se ha scelto quella

dell'onestà, sappia che deve percorrerla sino in fondo, senza

un'esitazione, senza una titubanza. Al suo primo scappuccio non

s'aspetti misericordia. È lei, la donna onesta, che sarà chiamata a

pagare anche per quelle che non sono tali.

Proseguendo nella sua lettera, la Teresa esponeva le ragioni che la

spingevano a morire. Vergalli non l'avrebbe condannata, egli che tante

volte aveva compatito con lei ad altri suicidi, egli che aveva

mostrato comprendere come vi possano esser momenti in cui al più

coraggioso degli uomini manchi la forza di vivere. Ed ella diceva che

sarebbe morta prima, appena inteso il verdetto del medico milanese, se

non avesse voluto metter ordine alle sue faccende e riveder l'amico

buono e fidato ch'ella aveva offeso e che meritava di ricevere il suo

atto supremo di contrizione. Indi, accennando ai loro recenti

colloqui, ella ricercava le cause che avevono impedito la pienezza

delle sue confidenze. Piccole cause che non avrebbero dovuto farla

deviare dal suo cammino; ma basta sì poco a gelar talvolta una parola

sul labbro, ad arrestare uno slancio del cuore! Ed ella gliene

chiedeva perdono; gli chiedeva perdono dei malintesi che una sua

maggiore franchezza avrebbe certo evitati. Tanto le premeva di non

offendere, di non ferir Mario Vergalli che quasi accusava sè della

scena penosa d'oggi! Nè gli disse, troppo egli ne avrebbe sofferto,

che s'egli fosse tornato da lei come amico e non altro, egli forse,

egli solo avrebbe potuto salvarla....

Non glielo disse; nell'ultima parte della lettera riassunse, completò,

illustrò il suo testamento, specificando quelle disposizioni che ella

desiderava rimanessero segrete fra loro due, scusandosi di non averlo

esonerato nemmeno dall'incarico, che doveva riuscirgli sì grave, di

far pervenire un suo ricordo a Guido di Reana. E la Teresa conchiudeva

in questi termini:

«Addio, Mario. Non vi dico di dimenticarmi. Nonostante il male che vi

ho fatto, vi dico piuttosto: Ricordatemi senz'amarezza. Pensate a me

come a una povera donna a cui è mancato qualche cosa per esser felice

e per render felici le persone che amava. E non vi lasciate abbattere

nè dalla memoria dei torti patiti, nè dal dolore che vi darà la mia

morte. Non siete giovine più, ma le abitudini austere hanno conservato

intatta la vigoria del vostro corpo e del vostro spirito; il libro

della vita non ha svolto per voi tutte le sue pagine; potete chiederne

e sperarne altre consolazioni; dallo studio, dal lavoro.... forse

dalla famiglia.... forse da nuovi affetti....

Addio, Mario. Confido, che se pur avete deciso di partire, domattina

sarete ancora a Venezia, e la mia lettera potrà esservi recapitata

prontamente.... Consacratemi poche ore.... le ultime.... Difendete il

mio cadavere dalle curiosità indiscrete.... Procurate ch'io sia

sepolta nella veste che ho addosso; cercate di ottenere dai giornali,

se non il silenzio circa al mio suicidio, almeno un riserbo pietoso

circa ai motivi che lo hanno determinato; cercate (e non vi strappi un

sorriso di compassione la mia debolezza) che la mia bara non sia

respinta dalla chiesa della mia parrocchia.... Grazie, Mario.... E

addio.... e perdonatemi.

Il fallo d'una donna onesta · 第 40 / 48 题