«Teresa mia.
Qual giudizio farete di me? Vi ho oltraggiata oggi due volte; prima
cercando usarvi violenza, poi abbandonandovi bruscamente quando non
eravate ancora ben rinvenuta dal vostro deliquio. E vedete fatalità!
Mentre arrossisco e mi vergogno della mia condotta, sono forse in
procinto di recarvi un oltraggio nuovo. Sì, Teresa, non ve lo nego;
sono fuggito oggi dalla vostra casa perchè ho creduto scoprire il vero
motivo del vostro linguaggio ambiguo, del vostro malessere fisico, del
vostro rifiuto d'esser mia moglie; sono fuggito sopraffatto da quel
senso del ridicolo che soffoca tanti impulsi generosi, che inspira
tante vigliaccherie a noi uomini raffinati e moderni. Ora, o Teresa,
ho vinto il nemico. Ignoro, badate bene, se le mie supposizioni siano
fondate; ma so che il fallo vostro, già così lealmente confessato, non
diventa più grave, se, per un'amara ironia della sorte, esso ebbe
conseguenze che altri falli simili non hanno; non più colpevole dovete
apparir voi agli occhi degli uomini onesti, ma più degna di compianto,
di soccorso, d'affetto. E, appunto per questo, l'offerta ch'io vi feci
poche ore addietro e che allora eravate forse in obbligo di
respingere, ve la rifaccio adesso che so, o che immagino, il peggio.
Accettatela, Teresa. Siate mia moglie. Imponetemi le vostre
condizioni. Desiderate lasciar Venezia, l'Italia, l'Europa? Ditelo. Ci
trapianteremo lontano, ove gli echi del passato non giungano, ove la
quiete nella _nostra_ famiglia non tema insidie. Chi saprà nulla? Chi
chiederà nulla? Chi sospetterà nulla? E di me non vi fidate, Teresa?
Non mi credete capace di riversar sopra una creatura innocente uscita
dalle vostre viscere una parte del mio amore immenso per voi?...
Rifletteteci, Teresa. Non rispondete con leggerezza; non lasciatevi
accecar dall'orgoglio.... Verrò domani a udir la mia sentenza....
Intanto porto questa lettera io stesso, ma non ho speranza di vedervi;
è tardi e forse sarete già coricata. A domani dunque.