Ma la sera del terzo giorno, sentendosi più inquieta del solito, la
Teresa decise di romper gl'indugi e disse alla Luisa:--Preparerai
subito la mia sacca da viaggio, quella piccola, mettendovi lo stretto
necessario per un'assenza brevissima.
La cameriera la guardò attonita.
--Parte?
--Sì, domattina presto... Verrai a chiamarmi alle sei e mezzo... E che
per le otto ci sia il _brougham_.
--Va a Venezia?
--No, faccio una corsa a Milano... Voglio intendermi con la mia sarta
che non può venir lei... Sarò di ritorno per la fine della settimana.
--E... parte sola?
La domanda, fatta senz'ombra di malizia, parve indiscreta alla Teresa
che aggrottò le ciglia e disse brevemente:
--Sì. Perchè?
--Perchè... non essendo stata bene...
--Sto bene ora... Dunque, bada d'esser esatta... Alle sei e mezzo. E
la sacchetta, mi raccomando.
La Luisa chinò il capo e non soggiunse altro.
Alle sette della mattina la Teresa era già nel salotto terreno ad
attender la carrozza.
--È poi abbastanza coperta?--chiese la cameriera mentre le infilava
l'_impermeabile_.
--Sì, sì, oltre al bisogno... Non vado mica in Siberia...
--È un aria umida, fredda...
--Siamo ai cinque di novembre, ragazza mia--notò la Teresa
accostandosi alla portiera e guardando in alto.
Il cielo era grigio; pareva quasi notte. Infatti sulla tavola del
salotto ardeva ancora una candela.
Incoraggiata dai modi affabili della signora, la Luisa disse:
--Come l'avrei accompagnata volentieri a Milano!
--Grazie. Sarà per la prossima volta.
Il _brougham_ venne a fermarsi davanti alla scalinata. La cuoca e
l'ortolano erano lì a salutar la padrona. Andrea, il giardiniere, salì
a cassetta.
--Buon viaggio, buon viaggio.
--Scriverò o telegraferò per avvertir dell'ora del mio ritorno--disse
la Teresa ricambiando i saluti.
Il treno giunse alla stazione in orario. Ella entrò in uno
scompartimento di prima classe ove non c'era che un signore vecchio,
sonnecchiante in un angolo.
A Mestre salì sul diretto Venezia-Milano. Ella tremava all'idea di
trovar qualche conoscente che percorresse la medesima linea e la
importunasse con la sua conversazione o con le sue offerte di servigi;
per fortuna non ebbe a compagni dal principio alla fine che due
Inglesi, marito e moglie, immersi nel loro Baedeker: _Northern Italy_.
Solo una volta, verso Peschiera, la signora si rivolse dalla parte
della Valdengo e mostrando col dito una striscia azzurra di là dal
finestrino disse in tuono interrogativo:--Garda?
La Teresa accennò di sì col capo. Parlava correntemente l'inglese, ma
non era in vena di attaccar dialogo nè in quella lingua, nè in altra,
e preferì lasciar credere ch'ella non sapesse neanche dir _yes_. E non
si mosse mai dal suo posto, non lesse un libro; stette per lo più col
velo calato, con gli occhi socchiusi, cercando di dormire, lottando
col malessere che la riprendeva di quando in quando e che aveva sempre
gli stessi caratteri.
A Brescia sentì il giornalaio che gridava: _La Perseveranza, Il
Secolo, Il Corriere_. Affacciatasi al finestrino, si fece dar _Il
Corriere_, lo aperse, guardò nelle inserzioni a pagamento. L'avviso in
terza pagina, che da due giorni mancava, oggi c'era: _Il dottore
Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve_, ecc.
La Teresa Valdengo scese a Milano in un albergo ch'ella sapeva goder
buona riputazione, _La bella Venezia_. Richiesta del nome, trasalì, e
poichè, contro ogni sua abitudine, ella era entrata nella via delle
finzioni scrisse sul libro, anzichè il proprio, il nome di una zia
materna, vedova di un Francese, morta anni addietro senza lasciar
discendenti, madame Gilbert. Si fece portar in camera una tazza di
brodo ristretto con un rosso d'ovo e dicendosi lievemente indisposta
non uscì in tutto il restante della giornata e si coricò prestissimo.
Dormì forse un paio d'ore di un sonno agitato, e svegliatasi in
sussulto credendo che fosse quasi il mattino accese il lume e con
sgomento si accorse che non era ancor mezzanotte. Tentò di
riaddormentarsi e fu vano; aperse un libro e non le venne fatto di
leggere due righe di seguito. Rimase lì immobile, supina, con gli
occhi sbarrati, con la mente fissa in un pensiero. Nell'andito, nelle
stanze vicine si udivano suoni e bisbigli; stropiccio di piedi e
fruscio di vesti; voci sommesse di forestieri discreti e voci tonanti
di forestieri maleducati che senza riguardo dell'ora chiamavano
dall'alto al basso della scala; usci che si aprivano e si chiudevano;
campanelli elettrici che tintinnavano. O era finito allora qualche
teatro, o era arrivata una corsa. Alla lunga i romori cessarono; solo
ogni tanto il silenzio era rotto dallo strepito di un veicolo che
traversava piazza San Fedele o dai rintocchi di un orologio. La Teresa
contò successivamente l'una, le due, le tre. Oh la tristezza d'una
notte insonne d'albergo ove l'orecchio non coglie un romore domestico
nè l'occhio si riposa sopra un oggetto familiare; oh il senso di
solitudine, d'abbandono, d'angoscia all'idea che tutto quanto ne
circonda ci è estraneo e che noi siamo estranei a tutto; alla camera
che ci accoglie, al letto su cui giacciamo, alla gente che divisa da
una sottile parete, russa accanto a noi, e che è venuta oggi non si sa
di dove e andrà domani non si sa dove! Oh il desiderio affannoso del
sole, del sole mite e benefico, che dissipa l'ombre, che calma i
terrori, che mette un po' di pace nei nervi agitati!
Ma quando, a giorno fatto, la povera donna si alzò, non brillava il
sole. Dal cielo grigio di novembre scendeva un'acquerugiola fina, di
quelle che minacciano di durar per un pezzo. Dalla finestra che dava
sulla piazza di San Fedele la Teresa vedeva i _fiacres_ gocciolanti
immobili sotto la pioggia, coi cocchieri avviluppati nell'_impermeabile_
e i cavalli coperti il dorso da una tela cerata. In mezzo alla piazza la
statua in bronzo di Alessandro Manzoni acquistava in quell'umidità una
lucentezza insolita; i pedoni passavano silenziosi sotto gli ombrelli,
evitando le larghe pozze sparse qua e là.
La Valdengo ordinò la colazione in stanza per le undici e mezzo e un
_fiacre_ per l'una in punto.
--Devo aspettare a far la camera allora?--chiese la donna
dell'albergo.
--No, no--rispose la Teresa.--Fate come s'io non ci fossi... O
piuttosto sbrigate ciò ch'è più necessario, e finirete quando non ci
sarò.
Alla richiesta se si tratteneva la notte ella ebbe un momento di
esitazione; poi rispose di sì. L'era duro il passare un'altra notte
all'albergo, ma non sarebbe potuta partire che alle undici di sera, e
a quell'ora, così sola, non le piaceva.
La fantesca andava, veniva, portava gli asciugamani puliti, rifaceva
il letto, spolverava i mobili, guardando di sottecchi quella signora
dall'aspetto sofferente che sedeva nell'angolo del canapè, tutta
imbacuccata nello scialle per ripararsi dall'aria umida che entrava
per la finestra aperta. Aveva voluto lei che si spalancassero i vetri,
per ventilare la camera, e anzichè scendere nella sala di lettura era
rimasta lì a prendersi il freddo. E sì ch'era una dama. Lo si capiva
dalla fisonomia, dal vestito, dai modi, dal portamento; era una dama e
non doveva essere avvezza ai disagi. Ed era maritata; aveva l'anello
al dito. O perchè non aveva portato seco la cameriera? Perchè schivava
la gente? Aspettava qualcheduno? O doveva lei andare a cercar
qualcheduno con quel _fiacre_ che aveva ordinato pel tocco? Non c'era
verso d'attaccar discorso. La Teresa pareva una statua. Non che fosse
superba o sprezzante; che anzi se diceva qualche parola, la diceva con
una voce dolce, con un tono affabile, come di persona che si
raccomanda: ma era chiaro che aveva di gran pensieri pel capo e che
desiderava esser lasciata tranquilla.
Alla fine la donna richiuse la finestra e piantandosi dinanzi alla
Teresa:--Ha bisogno d'altro?--le domandò.
--No, grazie--rispose l'interrogata.
Appena fu sola, la prese una delle sue nausee violente, ed ella dovè
portarsi il fazzoletto alla bocca... Ahimè, quei sintomi che si
ripetevano ostinatamente, uniti ad altri indizi non dubbi, quasi
rendevano superfluo il consulto. Che male poteva essere il suo, se non
era il male che tante spose invocano come pegno di gioie soavi e
ineffabili?
Comunque sia, se il suo non era che un sospetto, ella voleva mutarlo
in certezza; s'era già una certezza, ella voleva avere una certezza
più grande. L'orologio segnava le dieci e un quarto. Ancora tre ore,
ancora tre ore e mezzo prima di poter recarsi dal dottor Boni. E
s'egli non fosse in città? Se impegni precedenti gli avessero impedito
di riceverla? Che avrebbe ella fatto? A chi si sarebbe rivolta, ella
che non conosceva nessuno?
Pur l'animo della Teresa Valdengo era così pieno d'angoscia che non le
restava posto da accoglier questa nuova ragione d'ansietà, ed ella
cacciò da sè il dubbio che il dottor Boni non si trovasse in paese o
fosse impedito. E intanto, ritta dietro i vetri, ella assisteva
distratta allo sfilar delle carrozze che a tre, a quattro, a cinque,
sboccando da Santa Radegonda, da piazza della Scala, da via
dell'Agnello, portavano al municipio i corteggi nuziali, e si
fermavano sotto la pioggia, davanti al palazzo Marino, di fronte
all'albergo. Scendeva dal primo legno la sposa, per lo più con un
mazzo di fiori in mano; scendeva protetta dall'ombrello del compare,
vigilata teneramente dai parenti; poi con passo ora tardo e
vacillante, ora svelto e sicuro, saliva la piccola scalinata, ed
entrava nel portone del palazzo di cui gli uscieri municipali tenevano
aperti i battenti. Seguiva la seconda vettura con lo sposo e altri
congiunti più stretti, fratelli, sorelle, testimoni; quindi, nei legni
successivi, venivano gli amici e i semplici conoscenti. Le carrozze,
deposto il loro carico, lasciavano il posto ad un altro corteggio e
andavano a schierarsi in un angolo della piazza, o intorno alla statua
del Manzoni, il vecchio arguto e immortale, che dal suo piedistallo di
marmo pareva sorridere all'amore e alle nozze. Di tratto in tratto,
dal portone del Palazzo civico, un usciere faceva un segno. E un
gruppo di vetture si muoveva, tornava a fermarsi davanti alla
scalinata, ove, dopo il _sì_ irrevocabile, s'affacciavano sposi quelli
ch'erano saliti fidanzati. Gli sportelli si aprivano e si
richiudevano, i cocchieri toccavano le redini o agitavano la frusta, e
via tra il fango e la pioggia... Che destino attendeva le nuove
famiglie?... Che gioie, che dolori, che disinganni?